Pubblicato il 21 Giugno 2022
Riproposta in edizione critica a Parma e Lucca la partitura originaria di Giacomo Puccini
In principio era ŦLe Willisŧ servizio di Simone Tomei

20220621_Lu_00_LeWillis_SeleneZanetti_phImaginariumCreativeStudio.jpegLUCCA - Il genio compositivo giovanile di Giacomo Puccini si cimentava nel concorso Sonzogno con un libretto di Fernando Fontana dal sottotitolo “Le Willis - leggenda in un atto e due parti”. Il componimento teatrale del venticinquenne compositore lucchese non fu ritenuto all’altezza di figurare tra i cinque lavori degni di menzione; ebbero la meglio due compositori oggi del tutto dimenticati: Guglielmo Zuelli, con La fata del nord, e Luigi Mapelli, con Anna e Gualberto. L’impegno successivo del librettista Fontana fu risoluto e perentorio e grazie alle sue conoscenze organizzò l’ascolto de Le Willis in un salotto milanese ove fu organizzata una sottoscrizione nella “Milano bene” affinché l’opera avesse il dovuto risalto. Ecco quindi che il 31 maggio 1884 al Teatro Dal Verme sotto la direzione di Achille Panizza, con Antonio D’Andrade (Roberto), Rosina Caponetti (Anna) e Erminio Peltz (Guglielmo) quelo lavoro di Puccini andò in scena per la prima ed ultima volta.
Filippo Filippi (già prodigo di lodi per il Capriccio sinfonico) sulla Perseveranza scrisse: “Le Willis entusiasmano. Applausi di tutto, tuttissimo il pubblico, dal principio alla fine. Si volle udire tre volte il brano sinfonico che chiude la prima parte e si è domandato tre volte il bis, non ottenuto, del duetto tra soprano e tenore, e della leggenda”. Questa “cantata sinfonica” come la definì Filippo Filippi fu poi rimaneggiata in quanto - come l’editore Ricordi sosteneva - «… non era sufficiente a far serata», ma mai come in questo caso il rimaneggiamento è forse peggiore dell’idea originaria. Il lavoro più completo andò in scena al Teatro Regio di Torino il 26 dicembre 1894 col titolo mutato in Le Villi e divisa in due atti.

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La prima stesura (Le Willis)  venne dunque spezzettata, ricomposta, parzialmente riutilizzata ed infine gettata nell’oblio, fino alla realizzazione dell’edizione critica a cura di Martin Deasy, pubblicata dalla Ricordi nel 2020, oggetto di questa serata.
Qui si percepisce tutto il senso del dramma con la potenza dell’approccio sinfonico; la musica parla, diventa onomatopeica e gli interventi vocali sono delle piccole, ma struggenti chicche che impreziosiscono il costrutto orchestrale.
Una struttura drammaturgica molto semplice che prende avvio con una scena iniziale in cui si festeggia il fidanzamento di Roberto e Anna (quando la ragazza è già in pena perché teme che il suo amato, in partenza per Magonza, la abbandonerà) e si conclude con un dramma perché Roberto troppo tardi torna, ed Anna è già morta di dolore, diventando una delle terribili Willis: Anna-Willis si vendica stringendo il fidanzato traditore in un abbraccio mortale.
In mezzo alle due scene tutta la potenza della musica di Giacomo Puccini diventa pura drammaturgia con l'Intermezzo sinfonico diviso in due Tempi: Nebulosa e Tregenda. Queste parti musicali, nell'intenzione del librettista, dovevano essere ascoltate leggendo i poemetti in versi in cui si racconta la storia. Ad aiutare nella comprensione ci ha pensato, a Lucca, il regista Filippo Ferraresi, basandosi  su pochi segni che - assieme agli elementi scenici di Guido Buganza - riescono ad illustrare, oltre la musica, i tratti salienti del dramma: i gigli quale simbolo della purezza, le Willis che mostrano ritratti di vergini martiri ed infine la danza dei giri Dervish di Silvia Layala che sembra quasi voler ipnotizzare il pubblico sin da prima che i musicisti salgano sul palco.
Dopo il successo parmense di due giorni precedenti, nella prima moderna italiana, ecco che di nuovo il M° Omer Meir Wellber dirige con passione e sentimento la Filarmonica Arturo Toscanini unita alla Camerata Musicale di Parma il cui Maestro del Coro è Martino Faggiani.
Orchestra, direttore e coro in stato di grazia; il gesto del concertatore ha cercato - più che lo slancio verista - quello legato alla tradizione recuperando in essa i più reconditi legami. Il suono orchestrale si fa cristallino, nitido, lucente e talvolta carezzevole - come nella bellissima scena della preghiera - senza temere di dar agio alle pulsioni quasi “erotiche” pucciniane che si ravvisano nella grande pagina dell’intermezzo e nel finale.
Elegante, fresca, morbida nel timbro e curata nel fraseggio l’Anna di Selene Zanetti; voce interessante quella di Kang Wang che conferisce a Roberto quella doppiezza di personalità che lo contraddistingue.

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Note più che positive per Vladimir Stoyanov nei panni del babbo di Anna, Guglielmo Gulf: qui si percepisce davvero cosa voglia dire per lui aver interpretato molti padri verdiani e dall’esperienza maturata trabocca affetto, amore e dolore; ogni sentimento ha la sua intenzione ed il suo colore ed ogni frase gode della purezza del suono e di fraseggio da manuale.
Una serata davvero di successo in cui il pubblico viene premiato al termine con il bis della preghiera.
(La recensione si riferisce alla serata del 7 giugno 2022)

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio
Nella miniatura in alto: Selene Zanetti (Anna)
Al centro in sequenza: Kang Wang (Roberto); Vladimir Stoyanov (Guglielmo Gulf); ancora Kang Wang con Selene Zanetti
Sotto: i saluti al termine della rappresentazione





Pubblicato il 05 Aprile 2022
L'opera lirica di Aldo Tarabella tra atonalitā, blues e rap conquista i bambini ma anche gli adulti
Pinocchio storia di un burattino servizio di Attilia Tartagni

20220405_Ra_00_Pinocchio_JacopoRivaniRAVENNA - Teatro Alighieri. Pinocchio, creatura letteraria nata nel 1881-1882 dalla fantasia di Carlo Collodi e destinata all’infanzia, è entrata nell’immaginario collettivo di ogni generazione fino ai giorni nostri tradotta nel linguaggio cinematografico, fumettistico e della fiction televisiva. Il 26 e 27 marzo 2022 in versione operistica ha chiuso la stagione lirica 2021-2022 del Teatro Alighieri di Ravenna con Pinocchio, storia di un burattino,  opera per grandi e bambini composta da Aldo Tarabella, su libretto di Valerio Valoriani che qui ha immortalato le sue ultime parole.  In realtà la storia di Pinocchio, nato da un pezzo di legno scolpito dal falegname Geppetto, burattino finito tante volte nei guai per la sua credulità e il suo spirito di avventura, è emblematica di quanto sia difficile passare dall’incoscienza dell’infanzia alla responsabilità dell’età adulta, un percorso evolutivo che richiede esperienze e maturazione.
Nella felice fusione degli elementi sonori, coreografici e scenici, essa è dunque l’opera ideale per la famiglia che si unisce nella visione per poi commentare le azioni del protagonista e gli eventi a cui egli va incontro inducendo bambini (ma anche tanti adulti) a entrare in contatto per la prima volta con il canto lirico e con la musica colta declinata anche in chiave blues e rap.
«Penso che Collodi non volesse porre fine alla vitalità del burattino, ma insistere sulla sua metamorfosi e sul suo processo di maturazione», sottolinea Aldo Tarabella, anche regista per la coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Sociale di Rovigo. Le sonorità fluide, unite al trionfo di scene e dei costumi firmati da Enrico Musenich, erede della scuola di Emanuele Luzzati, e alla coreografia di  Silvia Contenti,  complici anche le luci di Mario Minghetti, donano magia e spessore alla trama già nota che tradotta nel linguaggio teatrale presenta qualche variante e omissione.
Pinocchio curioso, irrequieto e “tarantolato” è il soprano Leonora Tess,  il baritono Clemente Antonio Daliotti si divide fra Geppetto e Melampo, il baritono Piero Terranova, uno e trino,  è Mastro Ciliegia, Mangiafuoco e il Domatore del Circo; il tenore Andrea De Luca è buono e cattivo consigliere di Pinocchio nei panni del Grillo parlante e di Lucignolo; Sara Rocchi, Consuelo Gilardoni e Yulia Tkachenko sono rispettivamente il Gatto, la Volpe e la Fata,  questa ultima soprano di agilità che si impone con un particolare vibrato di stampo orientale che ammanta di imperiosa autorità un personaggio tutto sommato remissivo e sentimentale.

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Il compositore Tarabella ama le citazioni, così Lucignolo è il James Brown del rhythm and blues del Paese dei Balocchi, il  Grillo canta in rap, il Gatto e la Volpe gorgheggiano in blues. L’opera è stata commissionata a Tarabella nel 2017 in Corea del Sud, dove quest’anno, a 150 km da Seul , sarà inaugurato un parco tematico dedicato a Pinocchio in cui l’opera verrà rappresentata stabilmente. Come sottolinea Tarabella, si tratta di un’opera lirica, non di un musical, affidata ad un compositore contemporaneo che lavora nell’atonalità ma che, ritenendo  indispensabile comunicare con il pubblico forte della lezione imparata dal grande Strehler con cui ha collaborato per anni, sa modulare la sua scrittura su corde e ritmi differenti. Un tratto melodico infinitamente dolce disegna, più ancora dell’ambientazione scenografica, il ventre della balena come un utero materno  dove Pinocchio ritrova il padre, lo salva e diventa il bambino responsabile tanto desiderato.
L’opera si è fatta apprezzare anche per l’attenta esecuzione dell’Orchestra Corelli diretta dal M° Jacopo Rivani e per il movimento gioioso di monelli, scolari e animali vari interpretati dal Coro Voci Bianche Ludus Vocalis di Elisabetta Agostini. Si tratta di due formazioni ravennati molto attive, formatesi grazie alla determinazione del giovane maestro Jacopo Rivani e dell’insegnante di musica e canto Elisabetta Agostinini che da anni si dedica con dolcezza inusitata e polso di ferro alla formazione canora dei bambini: due ravennati di talento e volontà di cui andare orgogliosi.

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L’orchestra Corelli, operativa in tutta Italia in formazioni variabili,  farà due serate con il Ravenna Festival 2022 mostrando la sua malleabilità fra classico e pop. Va detto che l’entusiasmo finale del pubblico giovane era alle stelle: anche riconoscere sul palcoscenico i propri compagni di giochi e di studi è un viatico per innamorarsi dell’opera nella cui trama ci si può tutti ritrovare.
(La recensione si riferisce allo spettacolo del 27 marzo 2022)

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Jacopo Rivani
Sotto in sequenza: foto di scena dell'opera di Tarabella Pinocchio, storia di un burattino





Pubblicato il 25 Febbraio 2022
Apprezzata anche al Teatro Alighieri di Ravenna la terza opera pucciniana che ha debuttato a Lucca
Una bella Manon Lescaut servizio di Attilia Tartagni

20220224_Ra_00_ManonLescaut_MonicaZanettin_phAndreaSimiRAVENNA - Manon Lescaut, la tormentata eroina del romanzo settecentesco dell’abate Prévost, ispirò a Giacomo Puccini l’opera che è stata rappresentata domenica scorsa nel Teatro Alighieri; questo lavoro del compositore lucchese riveste un valore simbolico nel panorama operistico di fine Ottocento, oltre a distinguersi come uno dei titoli pucciniani più amati dal pubblico. La prima fu rappresentata con grandissimo successo al Teatro Regio di Torino nel 1893, terza opera di Puccini, dopo il flop dell'Édgar alla Scala di Milano. Il compositore toscano fu ammaliato dal personaggio femminile, sorta di “femme fatale” che per la sua bellezza fa esclamare al giovane De Grieux “... donna non vidi mai simile a questa” trascinandolo nel proprio destino.
Consapevole che sul soggetto si erano già cimentati Auber e soprattutto Massenet nell’acclamata opera del 1884, Puccini volle dedicarle questo ritratto di rara seduzione, innovativo tanto nella drammaturgia quanto nella partitura stilata con attenzione a stimoli musicali nuovi provenienti dall’Europa: egli si gettò nell’impresa affermando orgogliosamente: «Massenet la sentirà da francese, con la cipria e i minuetti. Io la sentirò all’italiana, con passione disperata
In realtà anche Puccini, nei primi due atti, mette in campo crinoline, minuetti e tutti i frivoli vezzi dell’epoca per esaltare negli ultimi due la “passione disperata” di stampo romantico italiano. La costruzione dell’opera fu ardua: il libretto fu affidato a Ruggero Leoncavallo che se ne sottrasse,  poi a Marco Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica, Giulio Ricordi e vi lavorò lo stesso Puccini.
Ne sortì una Manon Lescaut delineata con straordinaria empatia nella sua doppiezza evanescente che la vendetta del vecchio Geronte tradito, trasforma in un’eroina disperata, la prima di una lunga serie di donne pucciniane forgiate da una scrittura musicale così intensa da entrare per sempre nell’immaginario del pubblico. Ambienti, azione, tempi di scena si intrecciano con la partitura dove la parola cantata è fluida e discorsiva come quella di un film. Così quest’opera, pur inquadrandosi nella migliore tradizione italiana, la rinnova e in qualche modo la contraddice, tanto che sullo stile pucciniano Giuseppe Verdi ebbe a dire: «L’opera è l’opera, la sinfonia è sinfonia
Certamente il sinfonismo pucciniano emerge clamorosamente in questa rappresentazione ravennate, nata dalla cooproduzione fra i Teatri del Giglio di Lucca, Comunale di Modena Pavarotti-Freni,  Alighieri di Ravenna,  Galli di Rimini,  Teatro Comunale di Ferrara e  Teatro Verdi di Pisa e, rispetto a già viste versioni, acquisisce una forza dirompente ma non certo inopportuna facendo dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, sempre più coesa e professionale, la prima interprete. meravigliosamente diretta dal M° Marco Guidarini.
Essa occupa gran parte della platea in ossequio alle regole anti-Covid senza sovrastare le sonorità provenienti dal palco da un cast vocale particolarmente azzeccato mosso dalla scaltra regia di  Aldo Tarabella. Le scene mutanti e pertinenti di Giuliano Spinelli, i bei costumi color pastello di Rosanna Monti,  le luci intriganti di Marco Minghetti scandite da speciali tagli cromatici e le coreografie di Luigia Frattaroli esaltano sinergicamente la qualità dei talenti musicali e delle maestranze di vario genere in campo.
Fruire di questa rappresentazione è un piacere dei sensi e al tempo stesso una empatica sofferenza per Manon che la cultura maschilista settecentesca condanna fin dalla nascita, destinata al convento o a una vita di stenti oppure a fare la mantenuta di un anziano protettore, complice un fratello che, come quello di Lucia di Lammermour,  specula sulla sua bellezza.

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L’amore erotico, vagheggiato anche fra “le trine morbide”, le è negato, ma pericolosamente Manon vuole tutto come è possibile a una donna di oggi, ma assolutamente negato a una della sua epoca. La spaccatura fra il mondo dorato dei primi due atti e la tinta cupa degli ultimi due è scandita dall’Intermezzo,  un incanto sonoro che sembra protrarsi all’infinito richiamando il duetto d’amore del secondo atto nell’erotismo foriero di morte che preannuncia la fine di Manon e la perdizione di De Grieux. Sono cromatismi, seduzioni armoniche, atmosfere che rimandano decisamente al gusto del leitmotiv e al tormento ineffabile della morte di Tristano e Isotta di  Wagner sostanziando la più disperata passionalità italiana.
L’ultimo respiro di Manon scandisce la morte decisamente terrena di una donna disperatamente innamorata della vita e del proprio amante, mentre è la musica a trascendere in un’autentica seduzione sonora.
Monica Zanettin e Paolo Lardizzone sono due autentiche rivelazioni nel rivestire con intensità vocale e gestualità attoriale tutt'altro che manierata i panni di Manon e di Des Grieux.
Marcello Rosiello, Alberto Mastromarino e Saverio Pugliese sono rispettivamente Lescaut, il fratello di Manon, il banchiere Geronte e l’amico Edmondo. Completa il quadro dell’umanità dell’epoca, pronta a passare dai toni frivoli del minuetto all’impietoso giudizio morale della folla radunata nel molo, il Coro Arché diretto da Lorenzo Biagi.
L’architettura sbilenca che domina la scena si tramuta da palazzo della buona società a interno della abitazione aurea di Geronte per divenire prigione per le deportate verso le Americhe, e infine la pietra che occlude agli amanti l’ultimo orizzonte.
Il regista Tarabella, a lungo compositore stabile a fianco di Giorgio Strehler e compositore di opere, dichiara di avere trasposto la vicenda temporalmente in avanti ai tempi di Puccini, immaginando il palazzo come testimone e narratore della storia, eppure non si avvertono stravolgimenti, ma solo un grandissimo rispetto dell’opera e un’armonia di intenti che ha sprigionato fascino ed emozioni durante tutta la rappresentazione, meritando applausi a scena aperta e ovazioni finali.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 20 febbraio 2022)

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Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: la protagonista nel ruolo eponimo, il soprano
Monica Zanettin
Al centro: Alberto Mastromarino (Lescaut) e ancora la Zanettin (Manon) nel primo atto
Sotto: una bella istantanea di Andrea Simi sui costumi realizzati da Rosanna Monti






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Parliamone
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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In principio era ŦLe Willisŧ
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20220424_Fe_00_SacroVivaldi_FrancescoPinamontiFERRARA - Sacro Vivaldi. Antonio Vivaldi bandito da Ferrara ai suoi tempi (gli fu impedito di mettere in scena la sua opera, Il Farnace, nel 1739 per la censura del Cardinale Ruffo, legato pontificio nella città estense, che ne vietò la rappresentazione a causa del presunto legame illecito tra il Prete Rosso e la sua cantante prediletta, Anna Girò. La messa
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20220409_Vr_00_CastArenaFestival2022_SboarinaFedericoVERONA - Doppia conferenza stampa: al mattino a Milano, Grand Hotel et de Milan Sala Puccini, il pomeriggio nel foyer del Teatro Filarmonico di Verona, per ripresentare pubblicammente i titoli del 99° Festival Arena di Verona 2022 e dare i nomi dei cast delle 46 serate in programma dal 17 giugno al 4 settembre. Particolarmente soddisfatto, nel
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20220404_Fe_00_RequiemFaure_BasilicaSanFrancesco_MarcoTitotto_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Buon afflusso di spettatori per il concerto a ingresso gratuito organizzato nella basilica di San Francesco ieri sera, 3 aprile 2022, dal Conservatorio di musica "Girolamo Frescobaldi" di Ferrara: come hanno precisato sia Mauro Vignolo (presidente del Coro Polifonico di Santo Spirito) che Fernando Scafati (direttore del Conservatorio
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Ernesto scappa sulla luna
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20220403_Ts_00_DonPasquale__phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Ci siamo molto divertiti a mettere in scena questo Don Pasquale di Gaetano Donizetti» ha affermato il regista Gianni Marras alla presentazione dell’opera, avvenuta pochi giorni prima del debutto al Teatro Lirico ‘Giuseppe Verdi’ di Trieste. Ed è probabilmente questa la motivazione per cui l’allestimento
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Premio alla carriera a Gabriele Sagona
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