Pubblicato il 10 Settembre 2022
Ottimo concerto cameristico all'Ensemble Musik Festival nel Ridotto del Teatro Abbado
Tedesco-Cardelli-Cardelli e il Secolo Breve intervento di Athos Tromboni

20220910_Fe_00_TrioCardelli_FabiolaTedescoFERRARA - Un programma di sala intelligente. E soprattutto stimolante. Ci riferiamo al concerto finale dell’Ensemble Musik Festival organizzato nello splendido Ridotto del Teatro Comunale “Claudio Abbado” dall’Associazione Ensemble. Il trio formato dalla violinista Fabiola Tedesco e dai fratelli Giacomo (violoncello) e Matteo Cardelli (pianoforte) ha proposto musiche di Luciano Berio (Sequenza VIII per violino solo), Salvatore Sciarrino (Notturno n.3 per pianoforte), Fabio Vacchi (Sonatina III per violoncello solo), Händel/Halvorsen  (Passacaglia in Sol minore per violino e violoncello) e Robert Schumann (Trio n.1 in Re minore op.63): come si vede, è un impaginato che affronta il misconosciuto repertorio del Novecento e il ben più frequentato repertorio romantico.
La scelta di quel programma è stata spiegata da Giacomo Cardelli al pubblico prima dell’inizio del concerto, con un breve discorso che ha testimoniato la predisposizione ideale (ma anche tecnica) di tutti e tre i musicisti del Trio verso la musica contemporanea.
Sono programmi d’ascolto che difficilmente si incontrano nelle stagioni concertistiche dei nostri teatri e rassegne, perché il leit-motiv che “la musica contemporanea fa scappare il pubblico” è nient’altro che un alibi di direzioni artistiche che prediligono il successo dell’affluenza degli spettatori, rispetto al dovere di fare cultura musicale senza pregiudizi.
E i programmi coraggiosi sono infrequenti ma anche apprezzati e rispettati da chi sceglie di esserci: infatti il pubblico accorso nel Ridotto del Teatro Abbado non solo non è “scappato” ma ha partecipato con calorosi applausi tributati a ogni esecuzione delle musiche dei tre novecenteschi Berio, Sciarrino e Vacchi (quest’ultimo ancora vivente).
Là dove non puoi abbandonare il tuo sentimento al fluire della melodia, puoi sempre ammirare lo straordinario virtuosismo strumentale che devono mostrare gli esecutori per ogni pezzo contemporaneo, perché proprio lì trovi l’impegno d’andare oltre le leggi dell’armonia e anche oltre quelle dell’alea in musica.
Ma c’è di più: il Secolo Breve (definizione inventata dallo storico Eric Hobsbawm per definire il Novecento) ha visto per la prima volta nella storia dell’umanità due guerre mondiali, due bombe atomiche sganciate su due città, l’olocausto e i pogrom poi dichiarati crimini contro l’umanità,  la dissoluzione dell’impero austroungarico e dell’impero sovietico, l’affermazione delle democrazie occidentali, l’apogeo e poi la fine del colonialismo bianco, la trasformazione dell’impero britannico in Comunità britannica delle Nazioni indipendenti (ossia il cambio totale di pelle del secentesco Commonwealth), e altro ancora.
La diffusione dei mezzi di comunicazione (dalla stampa a piombo, alle reti internet) ha consentito e consente oggi un approccio diverso al giudizio verso la storia del passato ma anche verso l’attualità cocente. Che cosa dire di ulteriore se non che la musica, principalmente quella strumentale, per essere testimone del proprio tempo (alla stessa maniera con cui lo stile galante fu testimone dell’Austria felix di sette-ottocentesca memoria) deve poter esprime (e deve poter essere prodotta ascoltata e compresa proprio per questo) le inquietudini, i dolori, le disarmonie, l’urlo e lo strazio, oltre che la gioia e il sollazzo, di un’umanità composita che è stata protagonista, vittima, testimone e corpo vivente e peccante di tali e tante vicende del Secolo Breve?
Messo questo ragionamento come postulato, diventa facile dire che il concerto nel Ridotto del Teatro Abbado di Ferrara, proposto dai tre giovani cameristi, è stato intelligente e soprattutto stimolante. E ha mostrato le qualità musicali degli esecutori.
La prima a entrare in scena è stata la violinista Fabiola Tedesco: suona su un violino Goffredo Cappa del 1690; la sua cavata è vigorosa, il tocco è delicato quando serve ammorbidire il suono, la sicurezza è ostentata con naturalezza. La Sequenza per violino solo di Luciano Berio, composta nel 1976, è la terza di tredici sequenze composte per altrettanti strumenti solisti (compresa la voce di Cathy Berberian) e se per uno come Mozart era un pregio perseguire la semplicità dell’ordito, per Berio sembra prioritario invece inseguire la complessità: anche dentro una sequenza che appare ripetitiva ma è talmente piena di sfumature, dinamiche e variazioni da imporre all’esecutore un totale controllo dello strumento.

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Non diverso (almeno nelle intenzioni elettive) il Notturno n.3 di Salvatore Sciarrino, composto nel 1998, che Matteo Cardelli ha eseguito al pianoforte esaltando proprio il vigore e il contrasto più affine alla tregenda che al sogno idilliaco. Significativa testimonianza del Secolo Breve.
Diverso impatto, almeno all’ascolto, per la Sonatina III di Fabio Vacchi, composta per violoncello solo nel 2019: la più distesa cantabilità rispetto ai brani precedenti ha consentito a Giacomo Cardelli di immedesimarsi (e immergere il pubblico che ascoltava in un silenzio rapito) in quella contemporaneità stanzialmente novecentesca dei suoni che non rinnega l’insegnamento del passato, ma esalta il nuovo del presente traguardando al futuro.
Dopo le tre esibizioni solistiche, si è tornati all’Ottocento musicale: il duo violino-violoncello ha eseguito una gradevole Passacaglia in Sol minore su un tema di Händel scritta dal norvegese Johan Halvorsen, che oltre che compositore fu primo violino di importanti orchestre mitteleuropee e direttore d’orchestra; la sua Passacaglia (al pari di una Sarabanda) è del 1897, ed è forse l’unico brano che viene proposto (e inciso) dai cameristi rispetto alla produzione abbastanza copiosa di questo autore (scrisse anche opere liriche e sinfonie). Il duo Tedesco-Cardelli ha mostrato una bella intesa e i due archi dialogavano e contrappuntavano con assoluta naturalezza; pregevole il nitore di un momento centrale della Passacaglia che esalta un canto e controcanto da eseguire in pizzicato.
Infine, dopo un breve intervallo, ecco il pezzo veramente di repertorio del concerto: Schumann, Trio n.1 in Re minore op.63, per dimostrare che l’ensemble cameristico Tedesco-Cardelli-Cardelli sa affrontare in maniera convincente anche la musica per la quale è possibile un confronto con esecuzioni ritenute “di riferimento”.
Robert Schumann scrisse quel Trio nel 1847, riprendendo e praticamente rifacendo come nuova una sua pagina di tre decenni prima. Ci si trova di fronte a un compositore sempre più problematico, contrastato da emozioni e umori altalenanti, tutti trasferiti nella musica, soprattutto nella tastiera, perché Schumann ha in mente il pianoforte anche quando scrive per il violino o per l’orchestra: e qui, sulla tastiera, esprime il meglio delle proprie inquietudini.
Il trio Tedesco-Cardelli-Cardelli, scontata la perizia tecnica dei singoli, ha messo in mostra la caratteristica più significativa e preziosa: i tre esecutori sanno ascoltarsi e trarre dal reciproco contributo individuale l’humus per un suono d’assieme che si amalgama su dinamiche condivise sia per scelta consapevole, sia d’acchito. Era un vero piacere porre attenzione e orecchio a come la frase (le frasi…) passava di strumento in strumento per poi confluire nell’universo dell’assieme (per esempio, nel secondo movimento del brano); oppure sfidare la delicatezza, dominandola, nello struggente Langsam del terzo movimento.
Veramente meritevoli di applausi, che non sono mancati, calorosissimi, tanto da generare un bis fuori programma: ancora Schumann, il Pezzo fantastico n.3 op.88 dalle famose Phantasiestücke del 1849.
(la recensione si riferisce al concerto di venerdì 9 settembre 2022)

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm
Nella miniatura in alto: la violinista Fabiola Tedesco
Sotto: il Trio Tedesco-Cardelli-Cardelli nel Ridotto del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara





Pubblicato il 08 Agosto 2022
Oltreoceano vanno in scena nel teatro musicale lavori ispirati a temi contemporanei
Nuove opere americane intervento di Lloyd Schwartz

20220808_Parliamone_00_NuoveOpere_JenniferZetlanLe opere possono affrontare quasi tutti gli argomenti. Mentre le prime opere della storia della lirica erano basate sulla mitologia, le opere contemporanee sono state impostate all'atusalità, alle notizie di oggi, attingendo a una sorprendente varietà di fonti che vanno dall'anoressia agli intrighi politici, o persino a una poesia di Frank Bidart chiamata "Ellen West".
L'opera come genere musicale ha impiegato centinaia di anni prima che La Traviata di Giuseppe Verdi a metà del XIX secolo sorprendesse il pubblico affrontando direttamente temi contemporanei.
Ai nostri giorni, il compositore John Adams e la poetessa Alice Goodman hanno creato un capolavoro dalla sorprendente idea del regista Peter Sellars di realizzare un'opera sulla visita del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon nella Repubblica cinese (Nixon in China) avvenuta quindici anni fa, nel 1972).
Passarono poi meno di cinque anni tra il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte di terroristi palestinesi nel 1985 e la successiva opera di Adams-Goodman-Sellars, sulla morte del passeggero Klinghoffer (The Death of Klinghoffer): questa opera rimane così controversa e contestata che i manifestanti indignati hanno costretto alla cancellazione degli spettacoli, inclusa la trasmissione digitale in tutto l'occidente, organizzata del Teatro Metropolitan di New York (Met's Live in HD).

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In tempi recenti, il Metropolitan stesso, che ha fatto molto affidamento sul repertorio standard, ha commissionato opere basate su film come: l'intensa versione di Thomas Ades dell'agghiacciante satira politica del regista spagnolo Luis Buñuel L'angelo sterminatore (The Exterminating Angel); e la versione più leggera del romanzo di Nico Muhly, che è stata la fonte del mistero psicologico di Alfred Hitchcock, "Marnie".
Più insolita di così è stata la produzione dell'Opera Saratoga in Florida nel 2019, di una nuova opera da camera in un atto del compositore Ricky Ian Gordon, la prima opera nota per avere effettivamente tratto il tema da una poesia: "Ellen West", una narrativa di 16 pagine di Frank Bidart, poeta vincitore del Premio Pulitzer 2018. Questa tragica poesia, pubblicata per la prima volta nel 1975, drammatizza gli ultimi giorni di una donna affetta da anoressia e si basa su un classico caso di studio ancor prima che l'anoressia fosse conosciuta con quel nome.
Ma la poesia è potente non perché sia ​​un caso storico, ma perché comunica la la profonda esplorazione di Bidart di cosa significhi avere un corpo, un'identità, persino un genere, e i sacrifici che sono richiesti per essere un artista. In un avvincente passaggio dell'opera, il personaggio Ellen West canta del soprano Maria Callas, nota per la sua drastica perdita di peso, motivata dal fatto di essere stata scritturata per cantare la Tosca di Puccini. L'interprete del ruolo di Ellen West, il soprano Jennifer Zetlan, ha affermato quanto segue: «So che nel secondo atto quando Tosca è umiliata e molestata da Scarpia, ha cantato l'aria Vissi d'arte e tormentata, disorientata alla fine si chiedeva, emettendo le note con voce straziante, perché mai l'arte mi ha fatto pagare così? Ebbene - conlude la Zetlan - mi sembrava di guardare un'autobiografia.»
La morte di Ellen West è forse uno dei momenti più strazianti conosciuti nell'opera contemporanea, ma nella maggior parte di queste opere le parole sono secondarie.

20220808_Parliamone_04_NuoveOpere_TheExterminatingAngel

Quando un compositore sceglie un testo straordinario per abbinarlo alla sua musica, quasi sempre ne esce è una vera e propria novità: il compositore danese Poul Ruders ha fatto proprio questo quando ha basato la sua opera più nota sul terrificante mondo distopico di The Handmaid's Tale (Il racconto dell'ancella) di Margaret Atwood.
La sua ultima opera, Il tredicesimo bambino (The Thirteenth Child), è una sorta di ritorno alle tematiche del passato, basate su favole e fiabe, ma quest'opera non è priva di elementi spaventosi. Gli scrittori, Becky e David Starobin, hanno creato un libretto accattivante da una fiaba dei fratelli Grimm, relativamente oscura. La trama combina gelosia sessuale, intrighi politici e omicidi, al punto  che la musica stessa composta da Ruders, ha un tono molto moderno con un tocco di magia. Questa è stata l'ultima produzione della straordinaria serie di anteprime mondiali dell'Opera di Santa Fe, tenutasi a luglio 2019, ed è anche una delle tre anteprime mondiali presentate dalla compagnia con sede nel New Mexico, con la particolarità che è stata scritta da un compositore non americano. Una registrazione per l'etichetta discografica Bridge è stata pubblicata alcune settimane antecedenti alla prima recita. Questo potrebbe avere qualcosa a che fare con il librettista che è la coppia che ha fondato e gestisce la Bridge Records, una compagnia ammirevole per la sua devozione alla musica contemporanea. Il mezzosoprano Tamara Mumford è l'unica cantante del CD che ha anche partecipato alla produzione teatrale.

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Le delusioni che ho provato con molte opere contemporanee, è che i compositori sembrano essere più interessati all'orchestrazione complessa che alla bella scrittura per la voce. Poul Ruders, almeno, non ha paura di cadere in contraddizioni drammaturgiche, poiché nel lento valzer inquietante la regina canta sul letto di morte.
In ogni modo, è una fortuna per il pubblico di lingua anglofona, e soprattutto per il pubblico americano, che così tante nuove opere contemporanee siano in lingua inglese e che, nelle migliori di esse, questa stessa lingua si dimostri potente, sorprendente, eloquente e tempestiva come la musica.

Crediti fotografici: foto dall'archivio di Ramón Jacques
Nella miniatura in alto: Jennifer Zetlan brava interprete dell'opera Ellen West di Ricky Ian Gordon
Sotto: Nixon in China di John Adams
Al centro, in sequenza: scene da The Death of Klinghoffer  di John Adams; e da Ellen West di Ricky Ian Gordon
Sotto, in sequenza: scene da The Exterminating Angel di Thomas Ades; e da The Thirteenth Child di Poul Ruders





Pubblicato il 15 Luglio 2022
L'operetta di Johann Strauss jr. in scena al Verdi piace ma noN sazia la fame di piccola lirica
Pipistrello bello ma non tutto fila intervento di Rossana Poletti

20220715_Ts_00_IlPipistrello_NikolasNageleTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. L’operetta è genere brillante ma impervio. Richiede grandi doti canore, perché i compositori che vi ci sono cimentati non risparmiano salite verticali a soprani e tenori e altrettante discese. Per riuscire esige dagli artisti qualcosa di più, il sapere stare in scena, con molto brio e con una recitazione piuttosto eccellente, in molti ruoli anche recitazione comica, e saper far ridere è sempre difficile. L’operetta, che è indubbiamente tanta musica con alcune arie straordinarie e Il Pipistrello scritto da Johann Strauss jr.né è uno dei massimi esempi, in Italia è considerata dal FUS (Fondo unico per lo spettacolo) alla stregua di commedia, musicale ma pur sempre commedia, e non viene riconosciuta nei programmi dei teatri lirici, che pur hanno orchestre, coro e balletto, ingredienti indispensabili per poterne allestire una, bensì dei teatri di prosa.
Le bizzarrie del nostro Paese sono tante, c’è stato addirittura un momento, qualche anno fa, che chi realizzava esclusivamente la cosiddetta piccola lirica  fu escluso completamente da ogni finanziamento; ci vollero proteste, processioni al Ministero per far arrivare poche briciole agli operatore del settore. La commissione che doveva accreditare i finanziamenti era appunto quella della prosa, composta da tanti registi italiani dediti alla drammaturgia “seria”, che considerarono, anzi non considerarono proprio l’operetta degna di attenzione. Forse in altre realtà italiane suscita poco interesse un tale atteggiamento, ma nella capitale della piccola lirica, a Trieste, città che per oltre quarant’anni ha fatto concorrenza ai grandi festival austriaci dell'operetta, a Trieste (si diceva) dove file di pullman provenienti da ogni luogo stazionavano a lato dei teatri cittadini, questa scelta ha contribuito a fare in modo che il Festival Internazionale dell’Operetta triestino non avesse più luogo, che si perdesse il pubblico cittadino, ma che ancor peggio si perdesse una grande fetta di turismo culturale per la città.
Da tempo ormai il Teatro Verdi di Trieste propone ogni anno a luglio un titolo o Vedova allegra o Il Pipistrello, da qui non ci si allontana molto, perché come ricordato il Ministero riconosce dignità lirica solo a questi due pilastri dell’operetta danubiana, dimenticando che ci sono stati grandi personaggi italiani come Carlo  Lombardo, Pietro Mascagni, Ruggiero Leoncavallo, Mario Costa, Virgilio Ranzato, Giuseppe Pietri, che scrissero pagine di grande liricità. Trame sciocche senza dubbio, ma niente che un buon scrittore di teatro non sappia e possa attualizzare.

 

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Il Pipistrello, attualmente allestito dal Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, mette in campo alcuni ingredienti ottimi, cantanti con gran voci: la Rosalinde, di Marta Torbidoni, sfodera una splendida e applauditissima “Klänge der Heimat”, la csardas del secondo atto; tutti i cantanti da Manuel Pierattelli (Gabriel von  Eisenstein), Federica Guida (Adele), Fabio Previati (Dottor Falke), Anastasia Boldyreva (Principe Orlofsky), Federica Vinci (Ida) sono ottimi esecutori di una storia musicale che fece di Johann Strauss jr. l’unico “operettista” viennese accettato nell’olimpo dei più sofisticati suoi colleghi dell’epoca, anche perché adorato dall’imperatore.
Ma lo spirito dell’operetta, la sua anima popolare, il suo carattere libero, anche trasgressivo, la capacità di giocare sui doppi sensi, sugli equivoci fa fatica ad emergere con artisti che hanno poca dimestichezza con la recitazione.
Il Covid ha probabilmente reso difficile il lavoro di preparazione, ma l’attorialità richiede tempi più lunghi del cimentarsi una volta soltanto in un titolo d’operetta; richiederebbe invece laboratori teatrali, workshop come si usa dire oggi per affermare la medesima cosa ma in italiano. Richiederebbe lo spirito che aleggiava negli anni del festival triestino, in cui gli artisti facevano a gara per ritornare ogni anno, si cimentavano con grande impegno, venendo ripagati da un pubblico osannante e straripante. Ma questo si è perso ed è evidente quanto sia difficile tornare indietro, le occasioni perdute sono un classico di Trieste, questa è stata una delle più gravi in campo culturale.
Tornando al nostro Pipistrello alcuni interpreti colgono le qualità del genere, lo splendido Alfred di Alessandro Scotto di Luzio, brillante, istrionico, perfettamente calato nella parte del farfallone gabbato, e Andrea Binetti, il Frosch ubriaco che infarcisce il suo copione con incisi calati nell’attualità; un ruolo attoriale molto strano per un cantante d’operetta, l’unico che pratica la piccola lirica da sempre, un’eredità che sente di aver ricevuto dal compianto Sandro Massimini.
L’Orchestra del lirico triestino è diretta da Nikolas Nägele, buona l’esecuzione, anche se a tratti manca di una maggior passionalità e delle sfumature che fanno di Strauss jr. il più grande della sua epoca.
Il coro, diretto da Paolo Longo, ancora imbavagliato causa riacutizzarsi del Covid, conosce bene le dinamiche del genere musicale, ma non ha modo di dimostrarlo per un uso registico, che impone fissità sulla scena.
La regia di Oscar Cecchi avrebbe voluto forse osare su alcuni temi: la guerra, che con Il Pipistrello c’entra come i cavoli a merenda, e con l’identità di genere. Ma non regge la prova: se dovessimo correre sul filo della guerra dovremmo vederla scorrere in tutte le dinamiche dell’operetta e invece risulta esclusivamente come un pretesto per ricordare l’attuale guerra europea in corso, in un quadro muto iniziale e in un’immagine finale. Stop. L’ambiguità è giocata attorno al personaggio chiave, il principe Orlosfky, senza che questo spottone si armonizzi con il resto dello spettacolo.

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C’è da dire che finalmente in scena al Verdi compare una compagine di ballerini che sono degni del nome. Il corpo di ballo della Sing Opera in Balet di Lubiana mostra grande professionalità ed estetica assoluta nelle coreografie. La capitale slovena dista poche decine di chilometri da Trieste, presenta ogni anno qui il suo festival musicale estivo, nel quale quest’anno compare anche Riccardo Muti con l’Orchestra giovanile; pensare ad una maggior sinergia tra le due città, emblemi di mondi diversi che convivono da secoli su questo “limes” non sarebbe una cattiva idea, ma ci vuole l’impegno di tutta una città, che su questo tema si muove con scatti in avanti e rapide fughe all’indietro.
(la recensione si riferisce allo spettacolo del12 luglio 2022)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il maestro Nikolas Nägele
Sotto: panoramiche sulla rappresentazione triestina e saluti finali del cast

 






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EuropAuditorium stagione 2022/2023
servizio di Edoardo Farina FREE

20220915_Bo_00_StagioneTeatroEuropAuditorium2022-2023_FilippoVernassaBOLOGNA - Consueta conferenza stampa al Teatro EuropaAuditorium, ove martedì 13 settembre 2022 alla presenza di Giorgia Boldrini – Direttrice Settore Cultura e Creatività del Comune di Bologna, Donato Loria – CEO Bologna Congressi, Filippo Vernassa – Direttore artistico dello stesso Teatro, Giacomo Golfieri – Amministratore unico Fonoprint
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Eventi
Torna Ferrara Musica al Ridotto
servizio di Athos Tromboni FREE

20220914_Fe_00_FerraraMusica-CartelloneConcertiRidotto_EnzoRestagnoFERRARA - L'assessore alla Cultura Marco Gulinelli, con il musicologo Enzo Restagno e il maestro Dario Favretti di Ferrara Musica hanno presentato la nuova stagione cameristica nel Ridotto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" che si svolgerà nel prossimo autunno-inverno: domenica 25 settembre 2022 prenderà il via la seconda
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