Pubblicato il 23 Marzo 2020
Cinquanta artisti dei nostri teatri e festival lirici rispondono a tre domande. E si scopre che...
Insieme ce la faremo interviste a cura di Simone Tomei

200323_00_AndraTuttoBeneIl mondo del Teatro, del Melodramma e dell’Arte in generale non è certo morto, ma in esso pulsa un cuore fatto di uomini e donne, che ardono di passione e soffrono per questo momento di inevitabile pausa imposta dagli eventi. In un periodo in cui il Covid-19, volgarmente detto Coronavirus, sembra abbia posto tutto sotto il suo dominio, per tanti amici artisti le prospettive di lavoro navigano nella più totale incertezza.
Tuttavia, se non andiamo a vederli a teatro, se non possiamo ascoltarli dal vivo, chiacchierare con loro, abbracciarci e vivere una vita “normale” di e in musica, non possiamo dimenticarci di loro, anzi. La tecnologia odierna non ci lascia orfani e ci permette di coltivare, seppur virtualmente, i rapporti umani a cui teniamo.
Nelle mie ore insonni, ho pensato che tali momenti di empatia potessero essere condivisi sia con coloro che già seguono la nostra rivista on-line, sia con chi vorrà approfittare di questo momento di comunione per conoscere il punto di vista di alcuni grandi Artisti, che sono anche grandi amici.
Ho scelto di rivolgere loro tre domande (tre, proprio come gli enigmi di Turandot) partendo da altrettante frasi di libretti d’opera per sondare tre aspetti della nostra umanità ed emotività affettiva. Spero possa essere un momento di riflessione su quello che viviamo e, al contempo, un’oasi di ristoro fra tante incertezze.
Ecco le tre domande:

1. Vincenzo Bellini mette in musica queste parole ne I Puritani: «Vieni, vieni fra queste braccia». Oggi ci è inibito quasi ogni contatto con le persone a cui vogliamo bene. Quale sensazione ti suscita questa necessaria assenza di abbracci e di vicinanza fisica?

2. Nel libretto de Il Trovatore, Salvatore Cammarano scrive: «Il balen del suo sorriso d’una stella vince il raggio». Vedere il sorriso di un figlio, di chi si ama, di un genitore o di un amico è un balsamo per l’animo umano. Tu come continui ad alimentare il sorriso, non solo sulle labbra, ma anche negli occhi?

3. Concludo con un momento sublime dalla Tosca di Giacomo Puccini: «Trionfal, di nova speme l’anima freme in celestial crescente ardor». Come si accende in te la speranza del domani ad ogni risveglio mattutino?

Ecco quindi le riflessioni degli Artisti che hanno aderito, elencati in rigoroso ordine alfabetico.

200323_01_AlaimoNicola_Nicola Alaimo - Baritono
1. È una sensazione davvero strana ma assolutamente necessaria. Sono una persona un po’ campanilista e dico che noi Italiani siamo unici in fatto di affettuosità, coccole, baci, abbracci e ospitalità. Siamo così: straordinariamente affini alla galanteria, incredibilmente ingegnosi con l’anima e il cuore. Ritengo che queste virtù impagabili e incontrovertibili facciano parte di noi. Sono in casa ormai da quasi venti giorni, insieme a mia moglie e alle mie bambine e con loro posso permettermi le coccole di cui non potrei davvero fare a meno. Stiamo tutti bene e, almeno fino al tre aprile, seguiremo scrupolosamente le direttive del Governo: è fondamentale farlo se vogliamo uscirne il più presto possibile, tornare ad abbracciarci e a baciarci ancor più e diventare molto più forti di prima; forse un po’ cambiati, sì, ma sicuramente più forti.

2. Cerco di essere più ottimista possibile. Ci svegliamo come tutte le mattine (forse un pochino più tardi visto che non c’è la scuola), facciamo colazione e poi semplicemente la solita vita. Le bimbe giocano, studiano e si divertono, ma allo stesso tempo sono debitamente informate di ciò che sta succedendo nel mondo. Credo sia importante che loro capiscano che stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci “costringe” a stare in casa. Sanno inoltre che questo evento ci porta a guardare più il “bicchiere mezzo pieno”. Loro non vedono praticamente mai il papà, che è sempre in giro per il mondo, e questa occasione, seppur nella sua tragicità, ci sta permettendo di riscoprirci, di fare lunghe chiacchierate, di stare sempre insieme, di giocare tanto e di crescere molto. Tutto ciò sempre con un sorriso sulle labbra e con la voglia di vivere e di tornare presto alla normalità, più consapevoli dei nostri ruoli e di ciò che stiamo seminando, con ancor più intensità, in questi giorni di “clausura”.

3. Ogni giorno mi metto sempre in gioco, studio per i prossimi impegni, sperando che tutto vada a gonfie vele. Se così non dovesse essere, pazienza. Tre, quattro, cinque, sei mesi senza lavoro possono essere tanti, ma la cosa più importante in questo momento è la salute di tutti. Non dobbiamo mollare la presa, ma essere il più possibile ottimisti, ascoltare tanta musica (che fa bene al cuore), guardare i nostri film preferiti, giocare con i nostri figli, leggere quei libri che ancora aspettavano le nostre pause dalla frenesia quotidiana della vita e cercare sempre di guardare al futuro con convinzione, con determinazione e con la consapevolezza che tutto sarà meravigliosamente più bello. Il giorno in cui ci “libereremo” e torneremo alla vita consueta, metterò a “palla” il gran finale del Guillaume Tell: «Tout change et grandit en ces lieux, quel air pur». Quella Musica, quelle frasi così liberatorie e celestiali faranno parte di tutti noi, del nostro cuore e della nostra anima… e saremo inondati dalla grande bellezza.

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Silvia Beltrami - Mezzosoprano
1. In questo periodo di isolamento forzato gli unici abbracci posso darli a mio marito e alla mia cagnolina Quickly, con cui condivido la quarantena. Per il resto, mi accontento di dare abbracci “virtuali” e far sentire la mia vicinanza a chi è lontano. La tecnologia fortunatamente ci viene in aiuto in momenti difficili come questi.

2. Cerco di alimentare il mio sorriso, anche quello interiore, facendo ciò che mi piace (per esempio cucinare) e dedicandomi a tutte quelle attività a cui normalmente non ho di dedicarmi, come la fotografia.

3. Si dice che alla fine del tunnel ci sia sempre la luce. Sono fiduciosa che, quando questo brutto periodo sarà passato, il “virus” ci avrà insegnato ad essere tutti più umani e ad apprezzare il valore delle piccole cose.

 


 

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Alida Berti - Soprano
1. Caro Simone, prima cosa voglio ringraziarti per aver dato anche a me la possibilità di dare un mio parere o semplicemente di rilasciare un messaggio di speranza e positività riguardo alla situazione che stiamo vivendo in questo momento nel mondo. Stiamo attraversando un periodo che passerà alla storia. “Pandemia mondiale”: praticamente un incubo. Ecco, spero vivamente con tutta me stessa di uscirne il prima possibile. Personalmente, apprezzerò molto di più tutto quello che davo per scontato prima e gli abbracci ne sono un esempio. Amo molto abbracciare le persone care perché grazie a questo trasmetto e ricevo energia e affetto. Questo bel gesto mi manca molto.

2. Trovare la forza di sorridere non è facile di questi tempi, tuttavia cerco una reazione dentro di me: quella forza che mi dice di andare avanti, che mi dà luce al volto e agli occhi. Credo sia la forza dell’amore per la vita e, ovviamente, i figli ci aiutano ad avere questo tipo di forza.

3. Sono una donna attiva “dell’oggi e del fare” e, come una buona contadina, cerco di seminare quotidianamente con tanto amore il mio terreno. Spero solo non arrivino tempeste.

 

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Lavinia Bini - Soprano
1. Due settimane fa sono tornata da Trieste dove, a causa del decreto ministeriale, avevano cancellato la produzione de La Bohème cui stavo partecipando. Al rientro (dopo tre settimane lontana da casa e da mia madre), nonostante venissi dal Friuli Venezia Giulia (non dichiarata al tempo “zona rossa”), ho aspettato ancora una settimana per vederla. Al momento del nostro incontro tanto desiderato, non solo non ho potuto abbracciarla e baciarla, ma mi sono tenuta a debita distanza: è stata una sensazione bruttissima, di impotenza... ma necessaria. Credo fermamente che, al termine di questa situazione, torneremo ad abbracciarci con un calore e una sincerità rinnovati, mai provati prima di questa terribile esperienza.

2. Cerco di tenermi impegnata, energica e di non soccombere alla pigrizia e alla noia. L’energia porta energia e per affrontare tutto questo è fondamentale averne. I miei rimedi contro la noia? Studio, cucino, pulisco casa, faccio ginnastica, leggo, ascolto musica... beh, di cose da fare ce ne sono tante anche senza uscire.

3. Diciamo che è l’aspetto più difficile. Il nostro paese uscirà profondamente colpito da questo momento complicato e il mondo della cultura lo sarà ancora di più, rispetto ad altri settori. Una soluzione che adotto per non farmi prendere dall’ansia è quella di vivere giorno per giorno. Il tempo attuale è questo e non ci resta che attendere. Come diceva anche Lorenzo De’ Medici, “del doman non v’è certezza”, ma quando tutto questo finirà, ci rimboccheremo le maniche, risorgeremo e vivremo la nostra vita in maniera più piena e consapevole rispetto a come l’abbiamo condotta fino a oggi.

 

200323_05_BisantiGiampaolo_Giampaolo Bisanti - Direttore d’orchestra
1. La mancanza di “fisicità” nei rapporti umani è una novità a cui dobbiamo abituarci, per il nostro bene e per quello delle persone che amiamo, in particolar modo se fragili o anziane. L’amore, l’affetto e l’empatia che si provano verso qualcuno, però, si possono esprimere attraverso gesti, attenzioni e sguardi: il “messaggio” arriva chiaro, nitido e forte allo stesso modo.

2. Il sorriso e la gioia di vivere non li abbandono mai. E credo che, in buona parte, questo sia dovuto proprio al fatto che vivo nella musica e con la musica. Anche se non posso dirigere, la musica è con me in ogni momento della giornata; una presenza costante, una compagna fedele, un’amica preziosa. Si ritaglia il suo posto nei miei pensieri e nel mio cuore e mi dona serenità e conforto, anche in momenti così difficili.

3. In realtà, questo momento buio della storia mondiale (che ci vede, involontari e inaspettati protagonisti), mi sta mostrando una visione dell’umanità meravigliosa. Gli uomini e le donne che si sacrificano per gli altri, i medici che lavorano con fervore e che amano profondamente ogni loro singolo paziente, le persone che si aiutano, la solidarietà tra vicini di casa, amici, conoscenti. Credo che tutti noi potremo trarre un grande insegnamento da questa parentesi della nostra vita: tragica, ma non priva di significato. E poi in questo momento sto studiando Guillaume Tell e, in una delle pagine più affascinanti di tutta la storia del melodramma, si canta: «Tutto cangia, il Ciel si abbella,/ il dì raggiante, la natura è lieta anch’ella./E allo sguardo incerto, errante tutto dolce e lieto appar./Quel contento che in me sento non può l’anima spiegar.»

200323_06_BrunoLuca_Luca Bruno - Baritono
1. La sensazione è duplice e ambigua. Sono un grande fan dell’abbraccio, usato per comunicare le cose più disparate: simpatia, compassione e partecipazione al dolore, ma anche semplice amicizia e gioia di stare, lavorare e divertirsi insieme, oppure desiderio e passione amorosa. Penso che questa mia propensione all’abbraccio si sia anche intensificata e meglio specificata nei miei anni americani (2004-2008), in cui sono passato da un disagio quasi da shock culturale (da ragazzo del sud Italia) alla filosofia dell’abbraccio americano (texano, per la precisione) come dimostrazione di non temere l’altro e di non avere difese quando si è con qualcuno di nostro gradimento. Ecco la duplicità e l’ambiguità della situazione attuale: dove sono ora nel mio percorso di “animale sociale”? Veramente non siamo più dotati di difese quando siamo in presenza non solo degli estranei, ma dei nostri cari? Davvero potrei essere un’arma per infettare altre persone con ciò che io stesso sarei ignaro di portare addosso? Questa nuova pandemia sta minando le basi stesse della nostra cultura occidentale, mediterranea e americana insieme: le due culture in cui sono cresciuto e si è sviluppata la mia arte di musicista e cantante. Cosa succederà quando, finalmente, potremo tornare a fare musica insieme, se avremo paura anche solo di tenerci per mano in scena? Come cambierà la percezione di gruppo in teatro, nella musica da camera o corale? Vorrei abbracciare e non vorrei, vorrei fare sentire il mio calore agli altri essere umani con cui condivido questo momento di grande crisi di valori e sicurezza, ma allo stesso tempo voglio tenermi lontano da loro per non essere contagiato, o peggio, per non essere responsabile io stesso di contagi altrui.

2. Lo alimento con un grande impegno di riflessione su me stesso: siamo in tempo di crisi e la forza è dentro di noi. Davanti agli occhi di mio nipote, che non può uscire e godersi i suoi diciannove anni. Davanti al sorriso dei miei genitori settantenni, che si sforzano di stare sempre allegri  in casa per noi (sebbene nei loro occhi si legga un po’ di paura). Essendo quello con meno svantaggi, non posso che avere sempre il sorriso addosso. Mi aiutano anche i miei allievi di Storia della Musica del Conservatorio di Cosenza, con i quali facciamo lezione a distanza. Poi, per un esibizionista di natura, la luce della webcam somiglia a quella dei riflettori: ho un uditorio, posso “muoverne gli affetti” anche senza cantare (a volte canticchiando gli esempi musicali di cui parliamo) e condurli nel mondo in cui voglio portarli. Col sorriso si può tutto.

3. Il risveglio per me è sempre un passaggio dal buio alla luce, progressivo e non troppo brusco. Il buongiorno di tanti amici (che ricevo sul telefono) è un grande conforto. La speranza è lì, al fondo del vaso di Pandora: basta sapere dove guardare. La ricerca attenta e spasmodica di ogni buona notizia, il voler sdrammatizzare ed esorcizzare la paura, gli impegni con i miei allievi: sono tutti ingredienti di una giornata che, per il momento, è ancora molto piena di cose da fare e quindi di speranza nel futuro. E poi sono un ottimista di natura: credo da quando avevo pochi mesi (son sicuro) e la speranza quasi mai mi ha tradito. Spero che ritorneremo a uscire e ad abbracciarci, spero che le conseguenze non saranno così disastrose come sembrano prospettarsi, spero che sapremo ingegnarci per risolvere il risolvibile e lasciar andare l’irrisolvibile, spero che i miei affetti stiano bene e spero che gli amici distanti sappiano che li tengo tutti nel mio cuore.

 

 

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Davide Burani - Arpista
1. È davvero innaturale rinunciare al contatto dei nostri cari. Paolo, il mio compagno, e io non possiamo raggiungere le nostre famiglie, né vedere i nostri nipoti e fare loro un po’ di compagnia. Ci siamo comunque organizzati e, con qualche sforzo, siamo riusciti a convincere i genitori a fare videochiamate in modo da sentirci vicini. Ci diamo appuntamenti a scadenza regolare e chiediamo ai nostri nipoti di raccontarci le loro giornate. Questo è quello che possiamo fare in un momento particolarmente delicato, in cui siamo chiamati a rispettare le regole e a stare in casa.

2. Riallacciandomi a quanto detto prima, credo sia importante dare sicurezza e infondere tranquillità nelle persone più deboli, che possono avere un momento di paura in questa difficile situazione. Una telefonata può essere un’occasione per raccontare aneddoti, confrontarsi su come fare determinate cose e chiedere consigli. Ricordo un colloquio molto divertente in questi giorni con mia madre: mi ha insegnato come cucinare la pizza. Esilarante sia per me che per lei, perché continuava a dirmi “quanto basta”, facendomi sbagliare tutte le quantità degli ingredienti, di cui non avevo idea.

3. Io sono fiducioso e ottimista come lo sono sempre stato. Mi alzo sempre prestissimo, ho sempre tantissime cose da fare e me ne invento sempre di nuove. Sono sicuro che riusciremo ad uscire da questa situazione, anche se non sappiamo quando e, probabilmente, è la cosa che maggiormente ci spaventa. Ci vuole tanta pazienza e occorre mantenere i nervi saldi. Un abbraccio fraterno e virtuale a tutti.

200323_08_CappielloDaniela_Daniela Cappiello - Soprano
1. È risaputo che gli artisti abbiano una spiccata sensibilità e siano accomunati da una forte emotività, la stessa che permette di ricercare e trasmettere emozioni mediante la forma d’arte che ci rappresenta al meglio: nel caso specifico, attraverso le melodie che cantiamo e suoniamo. Sono una persona molto espansiva e ho sempre creduto che la vicinanza fisica e gli abbracci sinceri possano incoraggiare più di tante belle parole. Di questi tempi il mio pensiero, per quanto mi sforzi di essere ottimista, va inevitabilmente a tutti i medici e gli infermieri che lavorano senza sosta e alle persone malate che non avranno la possibilità di ricevere neanche l’ultimo abbraccio. È una situazione molto difficile, ma voglio essere positiva e pensare che si tratti di una triste fase di transizione, che permetterà, in un futuro non troppo lontano, di riflettere sulla bellezza dei piccoli gesti trascurati o dati per scontato, nella “corsa alla sopravvivenza” degli ultimi anni.

2. Questa condizione non impedisce di donare un sorriso ed io provo a farlo con tanta creatività, nella convivenza (preparando i piatti preferiti dei miei cari e dando loro piccole attenzioni nel quotidiano) e nella distanza. Il lavoro mi porta spesso lontano e, quindi, purtroppo o per fortuna, sono abituata a vivere tutto ciò. La tecnologia mi permette di videochiamare tutti i giorni il mio compagno e gli amici più cari e di ironizzare sulle abitudini strane e divertenti che vengono a galla in questi giorni di quarantena. Ci scambiamo ricette e ci confrontiamo nello studio, a volte con telefonate che durano pochi minuti. Il mio è un semplice modo per dimostrare loro che ci sono. Ho notato che questa circostanza, allontanandoci dalla frenesia della routine, ha semplificato le comunicazioni e l’attenzione si sta lentamente spostando su tanti dettagli, che prima passavano inosservati, come un’espressione del volto o il tono della voce nel pronunciare una frase: in poche parole, siamo più attenti a chi ci circonda. Non che prima non accadesse del tutto: ho la fortuna di avere tanti rapporti genuini e proprio per questo motivo mi riconosco ancora più accurata nella lettura di questo linguaggio. Questa riflessione, forse, è uno dei pochi aspetti positivi e spero non cada nel dimenticatoio quando riprenderemo la nostra vita “normale”.

3. Sono una giovane artista, faccio questo lavoro perché credo fermamente che la musica e l’arte siano portatrici di bellezza non solo esteriore, ma soprattutto interiore: un faro capace di illuminare anche i momenti bui come questo. Spero che il domani, oltre a condurci alla guarigione (da questo e da tanti altri mali della nostra società), sia inondato di profondità d’animo, di civiltà e di rispetto nei confronti di chi non può darci nulla in cambio, dei più deboli, di coloro per cui stiamo lottando restando in casa e dei nostri affetti. Il lavoro è necessario, quanto i nostri diritti e doveri, ma si può badare a tutto questo anche restando esseri umani e non dimenticando di coltivare l’aspetto più importante delle nostre vite: la condivisione. Il vero scopo dell’Artista penso sia questo: non esibirsi per il proprio piacere, ma per donare qualcosa a chi ascolta. Anche un semplice brivido d’emozione è un grande risultato. Cio-Cio-San, una delle eroine pucciniane più nobili d’animo, canta: “Noi siamo gente avvezza alle piccole cose, umili e silenziose, ad una tenerezza sfiorante e pur profonda come il ciel, come l’onda del mare”. Vorrei tanto che la bellezza di queste parole ci fosse di ispirazione ancora una volta.

200323_09_CassiMario_.JPGMario Cassi - Baritono        
1. Complice il mestiere che faccio, ho sempre pensato che si possa comunicare più con la voce e uno sguardo che con un gesto fisico. Oggi la tecnologia ci permette di rimanere comunque vicini in modo molto più forte di un tempo. Non vorrei sembrare ottimista a oltranza, ma credo che il contatto fisico possa essere un dettaglio minore in questa situazione di emergenza. Certo altra cosa è il contatto fisico per le persone che sono in balia di questo virus terribile. È lì che la mancanza di un abbraccio, di un bacio o di una stretta di mano può diventare qualcosa di assolutamente insopportabile. A queste persone va il mio pensiero quotidiano, un pensiero dominante e che, finché quest’emergenza non verrà superata, difficilmente lascerà spazio ad altro.

2. Il sorriso si può vedere e ispirare anche con una videochiamata. Personalmente, cerco di suscitarlo nelle tante chat di WhatsApp che coinvolgono tutti in questo periodo (e che, pur nel dramma, ci fanno recuperare tanti rapporti umani che la distanza e il passare del tempo avevano fatto assopire), provando a sdrammatizzare e ad alternare il giusto cordoglio e la paura con momenti di leggerezza. Quando non si sposa alla superficialità, reputo la leggerezza un vero antidoto contro la tristezza e il dolore. Ogni tanto ricordiamoci, anche in queste tragedie, che si nasce e si vive per raggiungere la felicità, non per soffrire. E che la morte fa comunque parte del gioco della vita.

3. Piuttosto che il duetto di Tosca (che sappiamo come va a finire), preferisco ascoltare «Nessun dorma», specialmente con la voce solare e piena di vitale ottimismo di Luciano Pavarotti, ricordando anche come lui stesso affrontò, con energia e pensando sempre alla bellezza ricevuta dalla vita, un male non meno terribile e ancor più inesorabile di questo. Ogni sera mi addormento a fatica, sperando però di svegliarmi il giorno dopo con la notizia che i contagi si sono fermati e che il numero dei guariti è aumentato in maniera vertiginosa. Sarebbe bello svegliarsi in un’Italia e magari anche in un’Europa più unita, più concreta e pulita, non solo per il calo dell’inquinamento (un dato che dimostra come sia possibile frenare un dissesto ecologico che fino al Covid sembrava inarrestabile). Questa malattia ci fa sentire più fragili e soli, ma ci fa anche capire che nessuno si salva da solo e che solo uniti si può vincere. E vinceremo!

200323_10_ChiuriAnnamaria_Anna Maria Chiuri - Mezzosoprano
1. Forse sarò impopolare, ma la necessaria assenza di abbracci non mi infastidisce troppo. Non sono una persona che abbraccia con disinvoltura, escluse le persone a cui davvero tengo. Mia figlia e mio marito li abbraccio di continuo e, per fortuna, sono qui in quarantena con me. Per ciò che riguarda i miei amici più cari, ritengo che questa distanza obbligata alimenti il mio desiderio di rivederli e passare tempo con loro: pensandoli e scrivendogli è come se li abbracciassi. Comunque, una delle più belle sensazioni al mondo è quando abbracci qualcuno e lui ricambia stringendoti forte: sono gli abbracci che preferisco.

2. Io continuo a vedere il sorriso delle persone. Non una risata certo, ma anche un leggero sorriso lo riesco a cogliere. In certi momenti, in questi in particolare, provocare sorrisi non è sempre compreso da chi hai di fronte. A volte può offendere, altre viene frainteso. Io sorrido e spero di essere più contagiosa del virus. Sorriso: voce del verbo “nonostante tutto”.

3. Ogni risveglio per me è speranza. Ogni mattino è speranza. La luce del sole, aprire la finestra... è vita. Senza speranza è impossibile trovare l’insperato. Adesso continuo a sperare che passino meno ambulanze. Stiamo vivendo un tempo sospeso ma potremmo riavviare le nostre vite solo alimentando la speranza. Sono ottimista e credo negli altri.

200323_11_CiampaFrancescoIvan_Francesco Ivan Ciampa - Direttore d’orchestra
1. L’abbraccio è uno dei gesti più importanti della nostra esistenza: il linguaggio più alto dell’anima e del corpo. Per un direttore d’orchestra, è il gesto chiave: ogni volta che si trova di fronte ai musicisti, deve necessariamente tendere le proprie braccia, raccogliere i suoni e, soprattutto, raccogliere ogni piccolo pezzo di questo enorme puzzle per unirlo fra le sue braccia.

2. Il sorriso è la finestra dell’anima ed è la sorgente primaria della speranza. Nel sorriso nasce la speranza del mondo, nasce la forza di ripartire e credere possibile cioè che sembra irrealizzabile. Nel sorriso è insita la forza e la voglia di spingere le proprie possibilità e tendere la mano al divino. È la natura stessa che ci ha donato le armi per affrontare i momenti difficili e bui. Basta solo ritornare alla semplicità e alle radici.

3. Indubbiamente stiamo vivendo un momento storico molto difficile, di cui leggeremo sui libri di storia. La natura è sempre stata la nostra vera Maestra. Ci ha redarguito e dato il modo di salvarci ogni volta, da sempre. Questi eventi sicuramente cambieranno molto le nostre abitudini e la nostra vita. La cosa che più spaventa è la lontananza, ossia la mancanza di contatto e condivisione: quella coscienza tattile che così ci spaventa, ma della quale abbiamo un assoluto bisogno. Quando tutto sarà finito (speriamo molto presto), saremo tutti ancora diffidenti nell’esprimere le nostre emozioni, ma pian piano riusciremo a ritornare noi stessi, spero più profondi e più consapevoli. Come nel celebre mito greco di Pandora, i “mali” si sono riversati nel mondo e hanno preso il sopravvento. Ecco però che quella piccola luce, ancora chiusa nel fondo del vaso, è la speranza immortale, che restituirà ossigeno, aria, vita.

200323_12_DannunzioLombardiDonata_Donata D’Annunzio Lombardi - Soprano
1. Credo che il vero dolore per la mancanza di contatto fisico, di cui siamo privati in questo triste momento, possa essere sofferto veramente solo da quei poveri malati che trapassano dalla vita alla morte in totale solitudine o in una asettica sala di rianimazione. Per noi “sani” (fino a prova contraria) l’attesa dell’abbraccio “mancato” indica solo fortuna di non essere ammalati e l’impegno di non far ammalare gli altri. Chi può vivere in casa sua, nutrirsi e proteggersi, non dovrebbe affatto deprimersi perché in questo momento, riempito dall’intelligenza del cuore e della mente, troverà il privilegio di capire tante altre cose di se stesso e delle proprie capacità, per trovare poi, nell’abbraccio di domani, uno slancio e una motivazione ancora più forti.

2. Nessuno come noi artisti conosce l’abilità di trasformare il tempo e lo spazio, di ingannare i sensi e le percezioni per riversarli in un luogo che è proprio dell’anima. Nessuno come e quanto noi conosce la forza di saper attendere il domani riempiendo l’attesa di incantevoli sospensioni, grazie alla Grande Musica e al senso del Teatro. Questo per me rappresenta una rara occasione di conoscenza profonda, per cui dovremmo consolare e aiutare coloro per cui, invece, il tempo scorre per abitudine o perché scandito dagli orologi omologati, che procedono tutti insieme sincronizzati.

3. L’attimo di gioia, che fa ridere e sorridere l’umanità, non può sparire in questa circostanza drammatica. Se da un lato il propagarsi del Coronavirus svela le nostre intime debolezze, dall’altro mette in luce paradossalmente le nostre forze segrete, capaci (come hanno già detto i nostri padri, da Beethoven a Verdi, passando per Leopardi) di ridonarci la risorsa più grande destinata alla razza umana, ovvero il ritorno all’anima solidale, alla felicità dello stato naturale, alla fratellanza, alla speranza (che non sempre delude!) e all’amore, «ultimo incanto, ineffabile ebrezza». Così, tra breve, potremmo cantare con Puccini «Qui, vicino a me voglio il tuo volto… così mi baci», accorgendoci che in ogni persona c’è molto altro. L’augurio più fervido che sento di trasmettere a tutti è quello di pensare, in questo istante, a un abbraccio che, come ha detto qualcuno un giorno, ridoni vita alla vita.

200323_13_DapolitoMatteo_Matteo D’Apolito - Basso-baritono
1. In questo periodo di “clausura” forzata, posso ritenermi molto fortunato. Per un caso o per prudenza, io e la mia compagna ci troviamo in casa insieme, anche a causa della cancellazione preventiva, per entrambi, delle prossime produzioni. Da quasi un mese, purtroppo, sono lontano dalla mia famiglia, che si trova in un’altra regione. Ho tre fratelli e mi rendo conto di quanto sia difficile, per i miei genitori, saperci lontani. Nonostante gli impegni di studio e lavoro ci abbiano sempre portati in giro per l’Italia e nel mondo, in questo momento storico, la preoccupazione per la nostra salute, aumenta ancor di più la distanza fisica ed affettiva. Sta di fatto che risulta sempre molto difficile, in un caso o nell’altro, abituarsi all’assenza, alla lontananza, alla mancanza di baci e abbracci, soprattutto per chi, come noi, svolge una professione fatta di viaggi e spostamenti e che ci porta a star spesso fuori per lunghi periodi.

2. “L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno”. Fortunato, quindi, chi vive d’arte. Credo che, per chi, come me, sia riuscito a fare dell’arte la propria professione, sia facile risvegliarsi al mattino e cercare tutto ciò che di più bello il nostro lavoro può donarci, anche in un momento come questo, in cui la cultura è stata precauzionalmente messa in “standby” e noi siamo costretti in casa. Sperando di non risultare retorico o scontato, penso che ognuno di noi debba ricercare il sorriso nelle cose semplici, di cui, solitamente, non riusciamo a godere appieno e che, ora più che mai, assumono un valore e un significato totalmente diversi.

3. La speranza è una delle emozioni che più ci accomunano. Di certo, svegliarsi al mattino e non avere la certezza di quando torneremo alle nostre vite, crea un senso di instabilità. Da artista, mi chiedo quando potrò tornare sulle tavole di un palcoscenico e condividere con i colleghi le grandi emozioni che il nostro lavoro sa regalarci; o ancora sentire l’abbraccio del pubblico. Per quanto mi riguarda, sto cercando di ritagliarmi il mio angolo di “normalità”, in questo periodo un po’ noioso, tra attimi di preoccupazione e sconforto, cercando tutto ciò che, in un certo qual modo, può ricondurmi a quello che è il “mio mondo”…là fuori. L’augurio che faccio a tutti è quello di tornare presto alle nostre vite per poter condividere ancora tanti momenti felici con le persone che amiamo.

200323_14_DePaoliIsabel_Isabel De Paoli - Mezzosoprano
1. L’abbraccio è la vibrazione dei corpi, è una casa senza mura dove mi sento protetta, è la morbida nuvola di sensi dove si sprigiona l’odore del nostro IO, è energia calda che consente di “riconoscersi” e di trovare quella fusione chimica che non ci fa sentire soli. L’abbraccio unisce, guarisce e ci risveglia da quell’individualismo esasperato che, a volte, ci fa eclissare dal mondo. Per noi, abitanti del palcoscenico e servitori di musica e parole, esistono diversi modi di “toccarsi”, di entrare in contatto e di condividere le emozioni. È sufficiente un millesimo di secondo per entrare in connessione divenendo due entità indivisibili e “le braccia dell’anima” sono l’unico veicolo in grado di superare i limiti della lontananza e del distacco fisico. In questi giorni di isolamento, dove ogni contatto epidermico ci è negato, sto riscoprendo l’importanza del nutrire quei rapporti che spesso il rumore della vita, immersa in una quotidianità inquinata, non ti dà la possibilità di poter conoscere e approfondire. Quante belle persone non mi ero accorta di avere vicino, e per vicino intendo affini, empatiche, simili… tutti stretti in un collettivo abbraccio che sa di famiglia oltre ogni confine e restrizione. La limitazione, per chi sa sfruttarne il vero significato, è in realtà un grande dono e mi auguro che possa essere, per me e per molti, una fortunata occasione per risanare rapporti che credevamo persi nei rancori più stupidi o per annientare il pregiudizio che, troppo spesso, ci ha resi intolleranti e diffidenti. No, non mi manca l’abbraccio fisico poiché ora, finalmente, riesco a “sentire” le persone come mai era accaduto prima. Posso individuare in loro le mie stesse caratteristiche o diversità, posso scorgere che nella nudità delle nostre paure siamo tutti accomunati dal medesimo desiderio di ricominciare. Avverto la capacità di sognare il domani e di modellarlo coi più armoniosi propositi, come a trascrivere un nuovo spartito per il nostro grande Teatro della vita. Queste sono le infinite braccia che sento avvolte attorno me.

2. Sento costantemente vicino il mio Angelo. Mi sorride e mi guida verso le belle occasioni, mi illustra le grandi opportunità che la vita mi sta donando, agisce per creare in me le condizioni ideali per afferrare la “bellezza” e farla mia. Ieri, in una trafelata uscita per l’approvvigionamento e a nove giorni dall’ultima ora d’aria,  mi sono immersa nel deserto di un mondo che sta silentemente combattendo contro la paura che la luce della speranza e della sopravvivenza si possa spegnere e con essa, anche i colori vivi della nostra gloriosa identità. Ci sta toccando leggere una pagina davvero inaspettata ed è in queste righe di apprensione che ritrovo il gusto delle piccole grandi cose: nel sorriso che sento generarsi nel mio petto ogni mattina, quando al risveglio realizzo la fortuna di aver conosciuto l’Amore, di averlo al mio fianco, di poter preparare la colazione per due e di avere tanto tempo da dedicare a quelli che saranno poi i meravigliosi ricordi di una quotidianità diversa, inimmaginabile nella nostra ormai vecchia realtà. Sono azzurri, grandi e sapienti quegli occhi che illuminano le mie giornate, le ore galoppano lente e poi veloci, e poi ancora lente, attraversando diversi stati d’animo. Gli occhi di mia madre non sono mai stati tanto preziosi e rassicuranti: lei non ha mai paura, per lei “andrà tutto bene”. E quanto è avvincente la storiella che mi racconta mio padre, la stessa che mi narra da quando ero piccina ma che ora mi pare di non aver mai ascoltato prima. Il calore della famiglia, l’Amore per ciò che possiedo, l’orchidea di mamma Nelly che rifiorisce dopo quasi un anno della sua assenza… tutto mi sorride.

3. Oh, quanto è stimolante pensare che un fantasioso e coloratissimo spartito si sta riscrivendo. Che il palcoscenico sarà più grande e più sonoro di prima e che ognuno di noi avrà la possibilità di reinventarsi e di riproporre una nuova versione di sé. Lo sconforto di questa difficile transizione ci porterà verso una dimensione mai esplorata, dove la forza dei valori, quelli veri e fondamentali all’umanità, accompagnerà le nostre scelte là dove l’Arte, la Musica e le passioni faranno da medicina a ogni doloroso ricordo. Mi gusto ogni attimo, incamerandone il sapore e cercando di trasformare le onde negative in tsunami di positività, colmando le voragini interiori che mi colgono di sorpresa con una cascata di progetti futuri. Visualizzare i propri sogni li porta nella nostra realtà e, in questo modo, lo scrigno delle meraviglie non sarà mai vuoto.

200323_15_DeSimoneBruno_Bruno de Simone - Baritono
1. Profonda, ma anche relativa frustrazione e spiego il perché. L’abbraccio è un’eccezionale forma di linguaggio non verbale, di esso ne esistono vari tipi ma è pur sempre l’espressione di un input psicoemotivo, che nasce da qualcosa di profondo come lo sono i sentimenti. Non poter ricorrere a esso può rinforzare l’input stesso che non può concretizzarsi con l’atto fisico, ma che può arrivare ancora più forte al destinatario. È una vera “chance” quella che ci viene data da questi mancati contatti fisici e materiali: rafforzare e purificare il vero “sentire” per gli altri, iniziando dalla gratitudine per tutti coloro che si stanno prodigando senza tregua per aiutare le vittime di questa atroce epidemia, dando una lezione di solidarietà da cui tutti dovremmo apprendere. E l’occasione di riuscire ad uscire da una sorta di smaccato individualismo è davvero ghiotta: se ce la faremo, ce la faremo tutti come un’unica comunità. Chiaro che l’arte e, più precisamente, la musica non poteva restar fuori da simili discrasie, ammalandosi talvolta anch’essa proprio per aver perso in parte la sua funzione catartica: se far musica in pubblico eleva gli spiriti, bisogna ripristinare questa sua immagine come funzione primaria.

2. Solo se si arriva a una consapevolezza dell’assoluta importanza del “well be” si può trovare l’energia per sostenere tanto i propri cari quanto le persone che ne hanno bisogno. Il problema è che talvolta si vive solo in funzione del proprio benessere, inteso come traguardo essenziale nel proprio lavoro e nelle proprie attività, che devono a tutti i costi fruttarci al massimo: vivere per lavorare e non lavorare per vivere. Star bene con se stessi, con la propria coscienza, è essenziale per poterlo comunicare e, solo quando lo si è fatto, si può essere certi che l’altro ne possa giovare. È possibile comunicarlo anche col semplice tono della voce e noi cantanti, che lavoriamo con essa, dobbiamo esserne consapevoli. Io riesco a sentire, dopo anni di concentrazione in tal senso, lo stato d’animo del mio interlocutore solo dalla sua voce (intesa come vibrazione, sostegno, tono, decibel) e quindi comprendo l’importanza di quando uso la mia e voglio che esprima rassicurazione, affetto e sentimenti positivi. Mi rendo così consapevole dell’utilità sociale oltre che culturale della mia attività… e non è cosa da poco.

3. È la cosa più importante che abbiamo da quando siamo venuti al mondo: la speranza come fiduciosa attesa, abbracciando un novero infinito di cose. La più importante, forse, è quella di non perdere mai il primato, ma anzi farsi guida degli altri all’occorrenza: migliorare se stessi per migliorare l’umanità ed è per questo che sono nate le religioni, per fornirci gli strumenti idonei a perseguire un cammino senza mai interromperlo. Credo che dovremmo sperare appunto in un nuovo Rinascimento, un Neoumanesimo che ponga nuovamente al centro dell’universo l’uomo, non inteso come individualità, ma come singolo che deve restaurare se stesso con i veri valori spirituali che sembrava aver smarriti. Si potrebbe riproporre una società che, potendo sopportare adeguatamente il progresso tecnologico, non abdichi alla sua funzione primaria, che è quella di rispettare le leggi naturali come si rispetta se stessi. Uno strumento fondamentale per raggiungere tali obiettivi è l’umiltà, da recuperare con coscienza dei propri limiti. La speranza nel contesto odierno è da intendersi come una seria occasione di crescita e di doverosi cambiamenti da apportare alla nostra vita interiore e sociale. Per chiudere, e a monte di tutto, credo che ampia gratitudine vada rivolta al nostro prezioso amico Simone, autore di questa iniziativa che ci consente di esprimere la nostra in questo drammatico periodo: la sua sensibilità sia esempio per tutti noi. Grazie.

200323_16_FoglianiAntonino_Antonino Fogliani - Direttore d’orchestra
1. Questa maledetta pandemia tocca tutti noi in maniera violenta e subdola. Tutto quello che davamo per scontato, quella illusione di essere liberi e padroni del nostro agire viene messo in discussione. Questa forzata cattività però ha un suo lato non del tutto negativo. Noi interpreti siamo pressoché fuori di casa e lontano dai nostri affetti per la maggior parte dell’anno. Io sono un terrone col mito del Nord, ma, essendo fondamentalmente un terrone, amo la mia famiglia e, fino ad ora, passavo il tempo a lamentarmi della loro lontananza. Adesso invece sto vivendo un periodo di comunione così intensa con loro che sembra che qualcuno da lassù abbia voluto accontentarmi. «Vieni fra queste braccia» posso ripeterlo infinite volte durante la giornata a mia moglie Angelica e al mio Lorenzo, un meraviglioso ragazzo di quasi tredici anni. Essendo nel mio profondo un ottimista - un terrone ottimista - mi forzo a credere che anche questo momento difficile possa insegnarci qualcosa. I primi giorni pensavo quasi di recuperare tutto il tempo durante il quale sono stato assente nella mia famiglia. Ma l’attuale momento esige una consapevolezza diversa. Non serve rimpiangere il passato, né illudersi nell’attesa di un futuro migliore. Questo momento ci insegna a vivere l’unica cosa che abbiamo realmente: il presente. Così, facendo musica con mio figlio, mi piace vedere nel suo volto se anche lui, come me, si emoziona nel percepire l’effetto di una cadenza evitata o quando gli riesce sul violoncello una frase con sentimento. Con mia moglie riscopriamo l’intimità di vedere un film insieme e magari anche di piangere davanti ad un episodio di Don Matteo. Poi tutti e tre nel lettone con i nostri chihuahua sui cuscini. Così uniti niente può farci paura.

2. Il lavoro mi ha abituato a costruire e a guidare dal podio drammi più o meno complicati, siano essi tragici o buffi. Da quella posizione privilegiata, ti sembra spesso che sia tu a decidere se la fucilata di Cavaradossi debba essere a salve o reale, credi quasi di poter essere in grado di fare arrivare Pinkerton pochi istanti prima che Cio Cio-San si suicidi, o credi di poter decidere che il povero Don Pasquale ricambi con soddisfazione lo schiaffo appena ricevuto da Norina. Poi ti attieni alla tua partitura e, anche se non condividi, ti convinci che sei tu colui che deve fare in modo che le cose seguano il proprio naturale corso, così in realtà avviene anche nella vita. Per deformazione professionale, devo ammettere che anche a casa faccio il “direttore d’orchestra”, ma con meno personalità che nella vita professionale. Tuttavia provo a dirigere questo tempo come fosse un grande concertato. Cerco di armonizzare i diversi sentimenti che aleggiano nel palcoscenico della nostra vita e tendo a dare a tutti una forza che ci spinga a superare queste paure. Non sempre ci riesco: la chiusura forzata dei teatri sta mettendo in serio pericolo tutti noi. C’è però una paura ancora più grande della perdita del reddito e dello spettro della chiusura dei teatri: qui si rischia seriamente la vita e quella dei nostri cari. Difficile alimentare il sorriso sul viso di tuo figlio quando lui intercetta la paura nel tuo. Forse la pessima e insensata “partitura” che stiamo eseguendo in questo periodo può essere ancora cambiata sul finale in maniera lieta. E stavolta l’applauso ce lo saremo meritato tutto.

3. Sono convinto che usciremo presto da questo incubo. Ogni mattina ho la mia dose di vitamina nell’abbraccio della mia famiglia. Poi ci si attacca al telefono e si chiamano parenti e amici. Dedico anche del tempo allo studio: mi attendono debutti importanti. Ogni giorno cerco di trovare in me la forza per prepararmi al futuro. Non serve abbattersi, ma bisogna lottare con la nostra energia interiore perché spesso non ci rendiamo conto di quanta forza di volontà alberghi nel nostro animo. Torneremo a riabbracciarci senza paura, ritorneremo nei teatri a vivere e rivivere infinite volte le storie delle nostre opere preferite, torneremo ad ubriacarci di sole e a vivere le notti in euforia. Tutto ci sarà ridonato, ma questa volta avrà un sapore diverso e dovrà essere preservato da tutti noi con sacralità e riconoscenza.

200323_17_FroliSilvana_.JPGSilvana Froli - Soprano
1. È un tale tumulto di sensazioni che diventa quasi difficile rispondere. Mai come in questo momento si può e si deve dare priorità al distacco per la tutela dell’altro, ma è altresì vero che dovremmo farne tesoro e capire che l’abbraccio e un bacio sono atti forti, intimi, intensi e così carichi di responsabilità da non poterli più svendere con nessuno. La forte coscienza dell’assenza del contatto fisico ci deve dare una diversa chiave di lettura dei rapporti umani, più chiara e più rispettosa, facendoci tornare alla verità dei sentimenti. Personalmente, non vedo l’ora di poter riabbracciare i miei cari.

2. È difficile alimentare il sorriso in questo periodo, in cui le tristi notizie ci circondano attimo dopo attimo. Francamente il sorriso se n'è andato, sono preoccupata e desolata per tutto quello che sta accadendo, nell’incertezza che il nostro lavoro di artisti dello spettacolo possa riprendere quota (gli sciacalli di questo mestiere saranno ancora più determinati e quindi fermi… a buon intenditore poche parole). Soffro per le innumerevoli morti di anziani rimasti soli e di giovani che hanno donato il loro servizio a chi ne aveva necessità. Soffro per le madri che non sono più riuscite a rivedere i propri figli, per i nonni che hanno chiesto l’ultima telefonata al nipote. C’è poco da sorridere, ma come mamma mi basta poco: mi basta di sentire la voce dei miei figli per alleggerire questo peso sul cuore. Soprattutto per loro si riesce a trovare quel po’ di positività per guardare nuovamente avanti.

3. Ogni mattina quando mi sveglio ringrazio Dio per il nuovo “bonus di ventiquattro ore di vita”. Lo ringrazio per avere protetto me e i miei cari fino a oggi. Sono un’inguaribile sognatrice romantica e spero che, da questo momento, si possa ripartire con altri valori e che non ci siano più prevaricazioni o lobbies. Mi auguro che i Teatri italiani aprano le loro porte ad artisti nazionali e che abbiano voglia di rimettersi in gioco fuori dai giochi di agenzie liriche o delle logiche di scambio poco fruttuosi. Spero si riparta dalla coscienza del bene, del merito e del rispetto. Sognatrice? Forse, ma se nessuno di noi avrebbe immaginato un inizio 2020 così funesto, si può sempre credere anche all’impossibile.

200323_18_GanciLuciano_Luciano Ganci - Tenore
1. Le cose si apprezzano quando non le abbiamo più a disposizione. In questo momento, oltre agli abbracci, mancano i contatti veri, quelli che durante la “vita normale” abbiamo anche evitato volutamente o che, per mera dimenticanza, davamo semplicemente per scontati. Ecco, adesso quelli mancano. Questo Covid-19 ha trasformato questo mondo globalizzato e connesso (che fino a ieri offriva ogni cosa a portata di mano) in un mondo che rende enormi anche le minime distanze. Questo virus non ha ingrandito il mondo, l’ha allontanato e reso servo di un’immagine temporanea che si può condividere solo indirettamente. Fortunatamente, godo della vicinanza della mia piccola giovane famiglia e questo mi fa ancor di più comprendere quanto possa essere difficile questo periodo per chi è davvero solo. La sensazione deve essere molto brutta.

2. Il sorriso e il senso dell’umorismo non mi sono mai mancati, anche nei momenti peggiori della vita. Io vedo la realtà sempre da due netti punti di vista, da due angolazioni: se da una parte l’occhio è tecnico e razionale, dall’altro è “perculatore seriale”. Devo ammettere che il secondo è il punto di vista preponderante, vista anche la natura romana del mio animo. In casa il sorriso non manca mai, ma mantenerlo sempre, anche nelle occasioni difficili, è davvero complicato. È una lotta anche questa. Con mia moglie Giorgia il sorriso lo costruiamo e lo alimentiamo anche nella semplicità. Con mio figlio basta farlo sognare e giocare, come è giusto che sia. Col cane niente, due croccantini e buonanotte.

3. Ti rispondo con un altro momento sublime (scegli se pensarlo in tono o mezzo tono sotto) pucciniano. A casa mia «v’ha preso stanza la speranza», ma una speranza che c'era anche prima e che adesso sta soltanto in vacanza operativa. Nei nostri cuori e nei nostri animi questa speranza non è mai mancata e mai mancherà e, come il sorriso e la gioia, va alimentata in ogni istante. Sul domani “globale” non ripongo troppe speranze, perché questa “livella” del Covid-19 avrà l’effetto del rastrello sulla sabbia: tutto sembra diventare nuovo, ma dopo una folata di vento le cose torneranno inesorabilmente come prima, se non peggio. Ma su questo mi auguro di aver torto. Dal “canto” mio, cerco sempre di dare il buon esempio e la speranza è che inizino a farlo più persone possibile. Il domani non esiste, ieri pure perché è passato: a noi resta l’oggi che nemmeno possiamo vivere completamente. Ricarichiamo dunque le anime e lasciamo che  possano purificarsi da un passato distratto e mirare a un futuro di attenzione e di amore verso il prossimo.

200323_19_GazaleAlberto_Alberto Gazale - Baritono
1. Mah, non saprei... So solo che stanotte ho fatto un sogno. Finivo una produzione e salutavo tutti con baci ed abbracci. L’affetto che lega gli artisti tra loro, in maniera profonda e capillare, rende sempre immediato e naturale il contatto fisico. Siamo abituati a portare le emozioni a un livello talmente epidermico che il confine tra il teatro e la vita si confonde e questo non sempre è un vantaggio. In poco tempo, nelle produzioni si instaura un rapporto difficile da descrivere: superficiale e profondo insieme. Nel sogno, una di queste persone si riempiva di saliva e all’improvviso mi faceva realizzare che nessuno di noi stava considerando il “Covid-19”. Questo mi ha fatto capire l’importanza di qualcosa che ci è sempre appartenuta e che forse oggi viene messa in discussione fino alla sua stessa sopravvivenza. Non potersi abbracciare mette in crisi uno dei motivi per i quali la vita ha un valore così alto e merita di essere vissuta. Un abbraccio ha un potere straordinario e per il momento ci abbracceremo col pensiero. Siamo una generazione che brucia tutto e oggi ci troviamo nel disagio di due cose che abbiamo perso per strada: la pazienza e l’attesa. Ci abbracceremo con calma e per ora riscopriamo il valore della vita, degli affetti e dei valori. Nulla è scontato, soprattutto l’amore delle persone e ogni giorno è un regalo.

2. Il sorriso vince sulla bellezza del raggio di una stella. La vita è come un mosaico le cui tessere sono gli istanti. In un momento siamo cupi e nell’altro, senza dissolvenze e senza chiedere permessi, il sorriso arriva e scolpisce i nostri volti. Quando giunge, un sorriso sincero è un miracolo dell’esistenza umana. Non si può essere sempre tristi o felici. Tante volte ho riso ai funerali e pianto ai matrimoni e non per irriverenza, forse semplicemente per non morire in quell’istante. Il sorriso ci aiuta a vedere luce laddove il buio impertinente ha magari esagerato con la sua presenza.

3. Sono un uomo molto semplice, dominato dalla fretta e suddito della bellezza in tutte le sue forme. L’arte come propensione al miglioramento dell’uomo diventa motore di un’inquietudine inconsapevole. Un ottimo progetto per godere ogni istante della vita. Mi alzo e mi sforzo di vivere in maniera intensa, senza regalare spazio alla noia, come in un film che funziona ed emoziona anche senza colonna sonora. Prima di dormire devo sempre avere un sogno e, con quello, lasciare che il sonno diventi dolce.

200323_20_IervolinoTeresa_Teresa Iervolino - Mezzosoprano
1. Cosa mi suscita non è facile da descrivere: per me l’abbraccio è la forma di scambio d’energia più grande che esista al mondo. Adesso è come non poter più caricare o caricarsi di luce, di positività e dobbiamo cercare di farlo in altri modi finché non potremmo di nuovo abbracciarci. Tutto questo ci farà capire più a fondo quanto sia importante un sorriso, una carezza o un abbraccio rispetto ad ogni altra cosa. Spesso dimentichiamo l’importanza di ciò che è fondamentale per la nostra anima e anche questo periodo di “isolamento” potrà darci una consapevolezza maggiore.

2. In questi momenti, molte persone siano costrette a stare lontano dai propri genitori, dalla propria famiglia, dalle persone che amano: pensar questo mi toglie il sorriso, ma subito ritorna non appena mi collego in videochiamata con i miei genitori o i miei suoceri per scherzare e coccolarci. Alimento la luce nei miei occhi e quel sorriso sulle mie labbra con i ricordi e la speranza che presto staremo di nuovo tutto insieme, davanti a un buon vino, a nutrirci di sorrisi e abbracci

3. La speranza si accende in me pensando a quanto sia bella la vita e a quanto un momento così difficile e delicato possa farci meditare su questo. Una speranza che si irradia con una preghiera per tutte le persone che non ce la stanno facendo: è per loro che dobbiamo combattere con ancor più forza questo invisibile nemico. Una speranza che alimento come un fuoco con la musica, l’arte e la lettura. Ce la faremo e torneremo migliori di prima, con più consapevolezza e maggior voglia di vivere, amare e… cantare.

200323_21_IotaMax_Max Iota - Tenore
1. La lontananza e la mancanza di contatto fisico per noi brasiliani sono situazioni e comportamenti che incidono profondamente sull’equilibrio psico-fisico. Nella nostra lingua, per esprimere questa sensazione dolorosissima dell’anima, usiamo un termine che risulta non totalmente traducibile e comprensibile ad altre latitudini: la saudade. Credo che tale parola in Italia sia ben conosciuta in quanto diventata l’etichetta di molti calciatori che, una volta arrivati nel vostro paese, sono stati gradualmente, ma inesorabilmente colti dalla tristezza. Anche per me non è stato facile superarla (o, almeno, attenuarla) e le circostanza odierne la fanno riemergere, spingendomi a riscoprire in me stesso la stessa forza che ho trovato dieci anni fa arrivando in Italia. Oggi la situazione è un po’ diversa perché non riguarda solo me. Questa solidarietà certamente aiuta perché tutti la viviamo con diversa percezione e cerchiamo di superarla: nessuno è solo con se stesso.

2. I rapporti umani, quelli veramente importanti ed imprescindibili, si sedimentano a diverse latitudini del nostro essere e la mia latitudine più profonda è l’anima. Essendo il sorriso l’espressione dell’anima, quello dei miei occhi, in questi giorni, si accende e si trasmette attraverso l’etere alle persone che amo e che condividono con me lo stesso profondo sentimento.

3. Premesso che ho un risveglio molto lento, con una carburazione assimilabile ai diesel di vecchia generazione, la speranza si accende perché è lo stesso sentimento che nutro e coltivo ogni sera prima di addormentarmi. Speranza alimentata dalla determinazione e dalla volontà di essere una persona migliore per me stesso e gli per altri, facendo sì che ogni passo sia indirizzato verso questa meta.

200323_22_LandolfiFrancesco_Francesco Landolfi - Baritono
1. Voglio pensare a quello che suscita un abbraccio e la vicinanza fisica. Non voglio pensare all’assenza di tutto questo, perché sono sicuro che ci saranno, che torneremo a dimostrarci con il contatto e la presenza quanto ci vogliamo bene, quanto ci è piaciuto e ci ha trascinato uno spettacolo, il calore dello stare insieme, il bollore che trasmette la musica, le vibrazioni che suscita un acuto, i brividi che risuonano dentro di noi quando siamo su un palcoscenico, la delicatezza di un sussurrato che ci ammalia. Abbraccio è esserci, vivere, sentire il respiro dell’altro, il battito del suo cuore, il suo tremore, la sua emozione. È una sorta di ponte, un canale di comunicazione al momento chiuso al traffico, una sospensione momentanea che ci sta facendo capire ancora di più l’importanza del “transito”, di quello che adesso purtroppo non c’è e inevitabilmente ci manca. Abbiamo però il passato, le emozioni vissute e condivise, il presente che viviamo con chi è con noi: ogni volta che sentiamo di perderci, attracchiamo al porto dei ricordi e lasciamoci cullare dal silenzio. Se qualcosa ci manca, esiste. E tornerà. Noi siamo qui.

2. Alimento il mio sorriso nutrendomi di quello delle mie figlie. Nella loro spontaneità, fantasia, simpatia, affetto e amore inconsapevoli risiede la mia voglia di vivere e di continuare a sperare. La mia quotidianità “anomala” si trasforma in qualcosa di speciale quando mi stupisco dei loro piccoli passi avanti e imparo da loro che la vita è nelle piccole cose, come un aereo di carta, una bolla di sapone, un ovetto condiviso, un gioco improvvisato, un disegno colorato, una canzoncina ripetuta.

3. La mia speranza nel domani? Sarò scontato, ma si accende in me con la musica. La musica c’è sempre. Ovunque, in ogni momento, in qualsiasi situazione. Nessuno può fermarla, nessuno può metterla a tacere. Fuori e dentro le nostre case. Dentro e fuori le nostre vite. Per tutti, per ogni gusto, per ogni emergenza, per ogni attesa, per ogni desiderio, per ogni dolore, per ogni rabbia, per ogni sogno. Basta trovare la colonna sonora adatta e riusciamo a liberarci, a depurarci, a bruciare e a superare i pensieri negativi. Con la musica allontaniamo quello che ci turba e ci fa stare male, perché disinnesca il tormento e fa brillare il nostro ottimismo. Si può continuare a comporre, scrivere, cantare, suonare, lasciarsi inebriare dalla bellezza e dalla maestosità delle note. Facciamo parlare il silenzio, del resto in musica anche la pausa ha un valore. Approfittiamone per fare un bilancio personale. Chiediamoci cosa siamo, cosa vorremmo essere, cosa avremmo potuto evitare, cosa possiamo ancora fare? Facciamolo nell’attesa di riabitare le nostre vite, di viaggiare, di ricalcare il palcoscenico, di riabbracciare colleghi, di cantare con altri, di intrecciare le nostre voci e di intonare tutti insieme un finale che sarà l'inizio, l’inizio di una nuova vita, la celebrazione di valori e ideali rinsaldati e della nostra amata e adorata Madre Musica.

200323_23_LanzillottaFrancesco_Francesco Lanzillotta - Direttore d’orchestra
1. Un abbraccio, un bacio quando ci si saluta, anche una forte stretta di mano, sono scambi di energia. Io ne ho bisogno come l’acqua, ho sempre la necessità del contatto fisico, anche per “percepire” la persona che ho di fronte. L’assenza del contatto, oggi, diventa mancanza di energia che circola fra noi umani.

2. Io vivo in una casa piena di sorrisi e dolcezza con due bambine piccole. Ci sono momenti così forti che ti fanno dimenticare qualsiasi cosa: basta semplicemente una frase detta con quel sorriso innocente. Per i bambini è necessario percepire che i loro genitori siano sempre sereni. Per questo cerco di vivere questa paradossale situazione senza far trapelare nulla. Hanno il diritto di essere felici e non sentire lo stress che la vita ci sta riservando.

3. Sto imparando a non pensare troppo al domani; cerco di convincermi che ora è necessario pensare minuto per minuto. Non ho le conoscenze per sapere quando tutto finirà e, soprattutto, che conseguenze ci saranno. Una cosa, però, posso dirla con certezza: qualsiasi situazione mi ritroverò a vivere, avrò la forza per uscirne, anche se ciò dovesse significare un cambio radicale nella mia vita.

200323_24_LoforteElena_Elena Lo Forte - Soprano
1. «Vieni, non mi sarai rapita finché ti stringo al cor!» Così continua Arturo nella musica di Bellini. Ecco, la nostra consolazione è quella di poterci stringere al cuore tutti i nostri cari affetti ed è una consolazione che prima di tutto fa bene a noi stessi. In questo momento così drammatico non avere contatti fisici può addirittura salvarci la vita. Lo dobbiamo alle persone care. Il popolo italiano è avvezzo, come tutti sappiamo, alle esternazioni fisiche affettive e non poterlo fare è una grande limitazione. Mi ritengo fortunata perché sono “chiusa” in casa col mio compagno, con il quale ci scambiamo gli abbracci che fanno bene al cuore. Non posso abbracciare il mio nipotino, che mi manca tantissimo, come pure il resto della famiglia, ma sono consapevole che è un sacrificio necessario, che tutti noi facciamo per il bene del prossimo. Ora c’è tanto dolore nel mio cuore al pensiero di tutte le anime che, in questi giorni terribili, stanno morendo colpite dal virus e dei loro cari, che non hanno potuto dare loro l’ultimo abbraccio. Penso non ci sia nulla di più doloroso: il senso di solitudine è devastante e mai avrei potuto crederci se me lo avessero raccontato. Io li stringo al mio cuore e li abbraccio con le mie preghiere ogni giorno: l’unica cosa che posso fare per loro e per mettere a tacere il mio cuore, che piange lacrime di dolore per tutti. Il mio sguardo al futuro è volto verso quegli abbracci che spero un giorno potremo tornare a regalarci.

2. «Un giorno senza sorriso è un giorno perso» diceva Charlie Chaplin: una frase che sposo appieno. Credo profondamente nell’importanza di un sorriso. Noi ovviamente sentiamo ogni giorno le nostre famiglie e, per fortuna, oggi la tecnologia ci aiuta a entrare nelle case dei nostri cari, con i quali riusciamo sempre a scambiare un sorriso, anche semplicemente per la gioia di comunicare. Stiamo imparando a sorridere con gli occhi, in questi tempi fatti di mascherine. Le poche volte che esco per andare a fare la spesa cerco gli occhi di chi incontro, delle cassiere, del personale che lavora al supermercato e delle persone che fanno la fila in cassa a due metri da me. Quando incontro i loro occhi, vi scorgo un sorriso che, quando non parte da me, ricambio immediatamente. In quei sorrisi c’è affetto, vicinanza, condivisione e unione.

3. La speranza nasce in me proprio a ogni risveglio mattutino, nel sapere ancora credere in qualcosa e sperare in un futuro. So che nulla sarà più come prima, ma l’inverno si trasforma sempre in primavera. E allora curo i miei fiori, così pieni di vita, canto e studio con la gioia che la musica da sempre porta nel mio cuore. Io e Alberto stiamo coltivando il nostro orto con tanto amore e ogni giorno è sempre più rigoglioso. Con questo spirito guardo avanti e spero che tutto passi e che il bene vinca sempre sul male.

200323_25_LucianoDavide_Davide Luciano - Baritono
1. Credo che quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi ci stia “regalando” qualcosa di grande. Non voglio essere frainteso e tengo a sottolineare quanto sia vicino alla sofferenza di tutte quelle persone che hanno perso i propri cari. Ma abbiamo la possibilità e probabilmente l’obbligo di poterci finalmente spogliare di tutte le maschere che indossiamo, di tutti quegli schemi predefiniti e modificabili giorno dopo giorno che usiamo per adattarci al mondo esterno e che ci pongono continuamente in conflitto con noi stessi e con gli altri. Ora possiamo guardarci dentro profondamente e avvicinarci a ciò che siamo realmente, ossia individui diversi con un comune obiettivo: la ricerca della felicità e dell’amore. Se saremo in grado di capire questo, il prossimo abbraccio avrà un grado di umanità molto più significativo.

2. Non ti nascondo che, all’inizio, ho sofferto di forti crisi d’ansia e qualche giorno fa apprendendo della scomparsa di una persona molto cara, avvenuta proprio a causa di questo virus, sono entrato in uno stato di pessimismo totale. È stato allora che la mia compagna, parlandomi con il sorriso e con la serenità che la contraddistingue, mi ha esortato a continuare a fare la mia vita e che eravamo fortunati a ritrovarci insieme in un momento simile. Mi ha aiutato a capire che le persone che amavo avevano bisogno della mia positività proprio come io avevo avuto bisogno della sua. Ecco che il mio sorriso è dunque alimentato dall’amore e dalla necessità di vedere felici le persone che amo: sorridiamo e sconfiggiamo la paura.

3. La mia speranza è nutrita dal grande spirito di collettività che vedo nell’essere umano in questo momento difficile. Sento tanta vicinanza da parte di persone che conoscevo appena e provo un sentimento di fratellanza nei confronti di ogni essere umano. Spero inoltre che questa guerra ci possa unire come specie vivente (a prescindere dai mali che sempre faranno parte del mondo), portandoci a riabbracciare un pianeta che stiamo calpestando irrispettosamente.

200323_26_LupinacciRaffaella_Raffaella Lupinacci - Mezzosoprano
1. Che incanto di sentimenti domina l’incontro fra Elvira e Arturo! Mi rimanda alla mente l’affermazione che vuole l’abbraccio comparabile solo con la musica: un paragone molto affascinante. Per me, l’abbraccio sottolinea l’importanza di stare insieme e vicini nelle varie vicissitudini della vita, condividendo momenti di gioia ma anche di dolore. Certo, non è cosi facile abituarsi alla totale assenza di un contatto fisico, però non necessariamente questo è un male. Fortunatamente, viviamo in un momento storico nel quale è facile restare in contatto anche senza essere fisicamente vicini. Nelle ultime settimane, con mia sorpresa, ho scoperto il sincero affetto in persone molto lontane e che non sentivo da tanti mesi, così molte delle vecchie amicizie si sono rafforzate. Dobbiamo avere pazienza: quando tutto questo finirà, torneremo ad abbracciarci con più affetto e sincerità di prima.

2. Mi piacciono le persone che sorridono ogni giorno con gli occhi, perché dentro di loro si riflette la vita intrapresa con ottimismo ed energia. In questi giorni tristissimi, non è facile coltivare con costanza un ottimismo sicuro e maturo. Io cerco di farlo restando in contatto con le persone a me care e continuando, per quanto possibile, a fare quello che amo: studio nuovi ruoli, suono il pianoforte, leggo libri di narrativa e saggi, mi perdo nei musei di mezzo mondo grazie alle visite “virtuali”, faccio ginnastica in casa. Soprattutto, continuo ad avere cura di me stessa sia perché mi voglio bene, sia per trasmettere serenità a chi mi vuole bene.

3. Porto sempre nel cuore le parole del dott. Umberto Veronesi: «Guardare al futuro pensandolo migliore del presente e desiderare il bene per sé stessi è un bisogno della nostra specie. Perché ci aiuta a superare i momenti difficili». Ecco, cerco di vivere appieno ogni momento, godendo di quello che ho di bello e cercando di valorizzarlo. Ogni giorno mi siedo al mio pianoforte e, con lo spartito davanti, penso che, quando l’epidemia mondiale finirà, dovrò essere pronta per ricominciare e portare avanti al meglio gli impegni presi. Cerco di caricarmi di energia positiva, di grinta e di fiducia nel futuro. E voglio sperare che questo tragico momento possa determinare nelle istituzioni italiane una vera presa di coscienza della situazione in cui versano i lavoratori dello spettacolo: noi cantanti lirici portiamo nel mondo la bellezza della cultura e della musica italiana, anche con grandi sacrifici personali, ma, purtroppo, non abbiamo forme di tutela.

200323_27_MasieroDaira_Daria Masiero - Soprano
1. È una grande rinuncia, che va contro la mia natura. Amo il calore umano e sono naturalmente portata a dimostrare fisicamente l’affetto che mi lega alle persone più care. Per fortuna e purtroppo, il lavoro mi costringe a lunghi periodi in giro per il mondo, nei quali la separazione dalla mia famiglia è un malinconico leitmotiv. Al ritorno, i baci, le carezze e gli abbracci diventano un nuovo leitmotiv dal sapore dolce, che mi riempie il cuore e darà forza nel prossimo viaggio. Posso dire che la mia vita è scandita da due melodie opposte che suonano all’unisono.

2. Con l’ottimismo: in ogni momento, soprattutto in uno così buio e incerto, cerco sempre di vedere il lato positivo e questo mi conforta molto. La necessaria quarantena che viviamo mi ha fatto riscoprire il valore relativo del tempo e dello spazio. Slegarsi da tali concetti è la chiave per ottenere la piena libertà, cioè la più alta vetta emotiva raggiungibile dall’essere umano. I piccoli gesti quotidiani diventano occasioni di gioia e di serenità se affrontati con questo tipo di consapevolezza.

3. Prima di continuare, vorrei ringraziarti per il taglio di questa intervista, perché solo sviscerando la sfera più personale dell’artista si può comprendere fino in fondo il modo in cui affronta la sua verità in scena. Con quest’ultima domanda hai centrato il bersaglio! Si tratta di un tema a me molto caro. Il mantra, che ripeto a me stessa ogni sera prima di dormire e al risveglio, è: “We live from hope to hope”, ovvero viviamo di speranza in speranza. Così, ogni notte è un po’ come morire dolcemente e la mattina è come nascere di nuovo. Il risveglio è forza, determinazione, energia, mentre la sera è pace e serenità. Quando non lavoro, confesso di andare a dormire molto presto e svegliarmi altrettanto presto. Ovviamente, quando ho una recita è tutto stravolto.

200323_28_MuglialdoGioele_Gioele Muglialdo - Direttore d’orchestra
1. Sebbene il verbo “abbracciare” derivi da “braccio” e benché il suo significato sia riferito all’atto fisico, abbracciare significa anche avvolgere, estendersi, dedicarsi a qualcosa/qualcuno. “Abbraccio”, oltre che manifestazione d’amore, indica anche fraternità, omaggio, fedeltà, rispetto. Se questa realtà del Coronavirus impone distanziamento sociale per la salvaguardia della salute di tutti, può darci modo di essere vicini gli uni agli altri in altro modo: impegno in prima linea, altruismo, solidarietà, generosità. In un senso più ampio, un abbraccio consapevole al nostro mondo può spronarci a mitigare la nostra propensione ad abusare della natura, ad interrompere il consumismo smodato che ammala il nostro pianeta, a rivalutare il valore della fratellanza. Sta a ogni singolo decidere come comportarsi e quale insegnamenti trarre dagli eventi.

2. Ad alimentare il mio sorriso ci pensano i due gattini che, in questo momento, sono qui accanto a me, con la loro innocenza, la loro dolcezza e il loro amore incondizionato. Quale conforto ci danno i nostri fratelli animali. Creature meravigliose che non dovrebbero essere assoggettate all’uomo. Il mio pensiero va a Francesco d’Assisi, filo conduttore della cui esistenza è stato l’amore per la natura, declinato in tutte le sue forme: egli chiamava fratello il Sole e sorella la Luna, per lui tutti gli animali meritavano rispetto e il suo Cantico delle creature inizia proprio con una lode: Laudato sie, mi Signore cum tucte le Tue creature.

3. È molto interessante osservare come la parola speranza abbia avuto ed assunto significati diversi nel corso della storia. Nella filosofia di Aristotele, “la speranza è un sogno a occhi aperti”, mentre la Spes romana veniva onorata come una dea. Nella visione stoica (dove l’uomo deve adeguarsi all’ordine razionale se vuole raggiungere la saggezza, garanzia di una vita serena) tra le passioni da mettere da parte vi è in primo luogo la speranza poiché «il saggio è colui che sa vivere senza speranza e senza paura», invece la speranza cristiana d’immortalità trova certezza in Dio. Citando Sant’Agostino, «la nostra speranza è così certa che è come se già fosse divenuta realtà. Non abbiamo infatti alcun timore, poiché a promettere è stata la Verità, e la Verità non può ingannarsi né ingannare; la speranza nella visione esistenzialista dove il richiamo alla speranza generata dall'angoscia è un elemento frequente per la salvezza dell'uomo ovvero: ci è data l’angoscia. Ma l’angoscia è il fondamento della speranza». Tralasciando varie correnti di pensiero per giungere a una delle definizioni date ai giorni nostri, «la speranza è la fiduciosa attesa di un bene che quanto più desiderato tanto più colora l’aspettativa di timore o paura per la sua mancata realizzazione». A ogni risveglio mattutino, dunque, mi focalizzo sul presente, o almeno cerco di farlo. Come tutti, nutro la speranza che la tragedia del Covid-19 si concluda quanto prima e che tutti gli esservi che soffrono possano trovare sollievo. Nel “domani” (inteso come prosieguo e compimento della vita) non ho speranze, bensì ho certezze. Ho certezza che esista l’inconoscibile, quello che attraverso i sensi e la razionalità e che mai si può arrivare a conoscere (ancor meno a comprendere), ma soltanto ad intuire e “sentire”, in quanto mistero che non è alla nostra portata. Ho certezza che il tempo e lo spazio ci mostrano il cammino verso la comprensione, facendo della vita un’esperienza durante la quale abbiamo la libertà di scegliere se e come sperimentare l’Amore. Ho certezza che esistano fenomeni illimitati, che l’anima lasci il corpo e che la morte corporale non sia una fine, bensì un nuovo inizio.

200323_29_NicoliBruno_.JPGBruno Nicoli - Direttore dei complessi musicali di palcoscenico del Teatro alla Scala e Direttore d’orchestra
1. Il momento di “transizione” che ha preceduto l’emergenza (quando non eravamo ancora in isolamento, ma abbiamo cominciato ad evitare abbracci e strette di mano con conoscenti, colleghi, amici e persino genitori) è stato di una freddezza necessaria, ma che imbarazza e fa dispiacere. Tutti noi ci portiamo dentro un bambino, che cerca il calore di un contatto prima ancora di qualsiasi parola, e oggi quel bambino piange un po’. Proprio in questi giorni mi trovo a seguire le mie figlie nei compiti online. Elena (la più grande, che è in seconda scientifico) sta studiando Pascoli con il tema del “fanciullino”e del “nido”. Ecco, diciamo che il mio nido, quantomai prezioso in questo momento, è la mia famiglia dove dò e ricevo tanto calore. Gli abbracci di Sofia (la mia figlia piccola, che ha undici anni) sono la mia miglior cura attuale.

2. Chi mi conosce sa che la mia prima valvola di sfogo è una affettuosa ironia sul mondo che mi circonda, compreso quello della lirica. Oggi, in casa, la convivenza forzata h24 al dì genera urla e risate che si accavallano in un costante caos. Per questo, reduce dal ripasso forzato dei poeti italiani, ti rispondo in versi proprio per riderci un po’ su: 

Quando i pavidi fuggono
verso miraggi di terre vergini,
tu, reietto cittadino milanese,
resta paziente a casa,
al caro focolare. 

Scoprirai gli interminati spazi
delle virali chat di classe,
gli infiniti silenzi
di piattaforme interattive,
il moto di disgusto della prof
che alle otto di mattina
ti coglie,
mentre passi, assonnato,
in mutande. 

Non udrai parole che dicono i figli,
umane,
ma echi di fieri animali,
feriti da aulenti equazioni,
da oscure espressioni,
e come in giovine etade,
cercherai invan soluzione,
che come ieri t’illuse,
ancor oggi t’illude,
o incapace. 

Non udrai parole che dice la moglie,
umane,
ma echi di spirto guerrier
ch’entro le rugge,
talor aspri rimbrotti,
pel tuo bestial disordine,
talor disperati lai,
perché sudicio sei. 

Non udran lor, né moglie né figli,
parole che tu dici,
umane,
ma solo invocazioni,
inver pesanti,
di madonne e di santi,
finché, provato da quanto
sa di sal la quarantena in casa,
ti lascerai cullare un poco
in questo mare...
poi menerai.

3. Questi giorni ci danno un’importante opportunità: tornare alla semplicità, ai bisogni primari, spogliandosi della veste di “artisti” e dal “sublime” della musica che pure fa parte irrinunciabile di noi, per ricordare che abbiamo bisogno anzitutto di mangiare, della salute, di volerci bene e tutelare queste cose per tutti, con doverose rinunce personali. Così mi ritrovo a riscoprire il “sublime” per come l’ho conosciuto da ragazzo, mettendomi al piano e studiando, solo per me, la quarta ballata di Chopin. Senza pubblico, senza applausi. Ogni tanto mi fischierei da solo, perché le mie mani sono un po’ arrugginite, ma godo di queste note con un piacere che non provavo da anni. Certo sono preoccupato per i teatri, per il mio lavoro, per i colleghi, ma il fatto di vedere attorno a me sofferenza e tante perdite ben più gravi delle mie, ammorbidisce molto il peso delle rinunce personali. Vedere svanire le cose quando meno te lo aspetti, nella loro inaffidabile caducità, è un’esperienza necessaria, anche se amara. Ci migliora. Il 25 aprile avrei dovuto dirigere il mio primo concerto sinfonico alla Scala, non so cosa ne sarà. Ma la primavera tornerà per tutti, prima o poi. Per ora, va bene anche così. 

200323_30_NizzaAmarilli_Amarilli Nizza - Soprano
1. Credo che questo virus, che ci ha costretti a modificare tanto le nostre vite, abbia condotto ciascuno di noi verso una profonda introspezione. A questo aggiungi il fatto che, dal sette marzo, sono praticamente immobilizzata dalla terribile infiammazione di una ernia lombare, che mi ha letteralmente paralizzato la gamba sinistra e il collo. Comprenderai quante riflessioni io abbia fatto in questi giorni. Non posso farmi visitare, né trovare un terapista o un osteopata e, in questo momento, nulla può aiutarmi, se non delle tremende iniezioni mattina e sera, che però non portano a grandi risultati. Non amo compatirmi e odio avvilirmi, ma ho attraversato momenti davvero difficili (nulla a confronto di chi sta in rianimazione ovviamente) e da cui bisogna trarre degli insegnamenti. Il primo, sicuramente, è quello di non dare per scontato nulla di nulla, nemmeno il fatto di poter camminare. Quando realizzi che nulla è scontato, capisci che tutto è un dono e anche la cosa più piccola e, all’apparenza, insignificante assume un’enorme importanza. Ed ecco che, quando ti viene imposto all’improvviso di non farlo più, abbracciarsi (come facciamo noi italiani ogni volta che ci incontriamo, spesso distrattamente) diventa qualcosa di cui si sente moltissimo l’assenza. Nel mio caso, gli abbracci non mancano perché sono a casa con la mia famiglia e non essere soli in questo momento è una grande, grande fortuna.

2. Questa domanda è davvero profonda perché coglie il punto essenziale. Non basta sorridere con la bocca, dobbiamo sorridere con gli occhi e quindi con l’anima: dobbiamo trovare dentro di noi le risorse (che tutti abbiamo) per non cadere nel tunnel della paura, nella spirale del dolore e della disperazione. Vediamo continuamente tragiche notizie e veniamo a sapere di tante persone (alcune che conoscevamo personalmente) che ora non ci sono più, cadute nella battaglia di questa assurda guerra contro un nemico invisibile. Dobbiamo assolutamente reagire con forza e credere che passerà perché la storia ci insegna che tutto passa, prima o poi. È vitale in questo momento “vibrare alto”, immergersi nell’armonia. E allora? Meno notizie, meno social, tanta musica classica e buone letture. Esponiamoci al sole più che possiamo: basta un terrazzo. Io mi obbligo a vibrare alto, lo faccio di indole, ma adesso ho la motivazione ancora più forte di cercare di non far percepire nulla a Niccolò, il mio figlio più piccolo, che non ha ancora tre anni e a cui non posso spiegare perché all’improvviso non andiamo più al parco a giocare con gli scivoli e le altalene, perché non può andare sulla spiaggia a dare da mangiare ai cigni con gli altri bambini e spiegargli perché non possiamo andare a prendere un gelato. Ecco quindi che giochiamo, giochiamo tutto il giorno e ridiamo tanto. Disegniamo, coloriamo, scriviamo lettere e numeri, cantiamo canzoni, suoniamo il pianoforte, studiamo l’alfabeto e agguantiamo in ogni gesto la nostra voglia di vivere.

3. La speranza è negli occhi dei miei figli. Filippo (il più grande) non è con noi per questioni lavorative e non lo vediamo dall’inizio del decreto, ma sta bene e lo sentiamo tutti i giorni. Invece Niccolò mi sorride con fiducia e, alla fine di ogni gioco fatto insieme, mi abbraccia e mi dice: “Ancora, ancora, mamma!” Ecco, questa è la speranza. Un bambino che, ignaro di tutto, sorride alla vita con fiducia e amore. E allora impariamo dai bambini e andiamo avanti con fiducia e amore, certi che, fra qualche mese, il Coronavirus sarà stato solo un brutto incubo incontrato lungo il nostro percorso.

200323_31_PalombiAntonello_Antonello Palombi - Tenore
1. Tre domande che rigirano il coltello nella piaga. Sono solito affrontare le mie paure ignorandone la fonte (per quanto è possibile), come se non mi appartenessero, dacché la paura non è una cosa oggettiva, materiale, ma uno stato mentale. Finché resta tale non può ferirmi e quindi la ignoro. Ora, per rispondere alle tue riflessioni, caro Simone, mi costringi ad analizzare questa situazione tremenda che stiamo vivendo tutti e a scendere a terra come un comune mortale. Orsù, non sia mai che io mi tiri indietro! Veniamo alla prima sollecitazione, a cui posso rispondere così: non vivo con disperazione questa assenza di effusioni perché so che non è né voluta, né un atteggiamento personale rivolto direttamente contro di me. È uno status generale e quindi preferisco immaginare a quanto sarà bello quel giorno in cui queste barriere potranno essere eliminate e torneremo alla nostra spontaneità. Un’altra considerazione: a ciò che non si esprime con i gesti, sopperiscono bene gli sguardi e le parole. Anzi, l’evitare abbracci o quant’altro oggi è una dimostrazione di vero affetto.

2. Alla seconda, onestamente, rispondo che non mi è facile. Chi mi conosce, sa che, anche se non parlo, mi si legge negli occhi quello che penso. Credo che, in questi momenti, sia fortunato chi ha Fede e riesce con essa a mantenersi in equilibrio per sfuggire alla morsa della disperazione. Ciò non toglie che resti comunque una dura battaglia, ma con la consapevolezza di non essere soli nella lotta. Lo sconforto è sempre dietro l’angolo pronto a ghermirti appena abbassi la guardia, però la Preghiera, almeno a me, aiuta. In famiglia abbiamo sempre condiviso il più possibile tutto e oggi ancor di più condividiamo tempi e spazi. Adesso, fortunatamente, siamo in un contesto isolato, dove vivono non più di otto anime: abbiamo spazio all’aperto, riusciamo ad affrontare questa situazione in un modo il più possibile vicino alla normalità, ritrovando persino momenti e occasioni di “cazzeggio” che nella quotidianità spesso vengono rimandate, fino ad intonare insieme brani d’opera o filastrocche. D’altronde, potrebbe mai mancare la musica?

3. All’ultimo punto mi è abbastanza facile rispondere. Al di là delle circostanze che stiamo vivendo, Rossella O’Hara docet: “Domani è un altro giorno”. Vedere l’alba di un nuovo giorno non può che accendere un sorriso, soprattutto grazie alla vista di cui godo dalla finestra della mia camera: una verde vallata dove risuona il verso degli uccelli e splendono tanti alberi in fiore.

 

 

200323_32_PasqualettiLaura_

Laura Pasqualetti - Maestro collaboratore
1. Potrei darti anche un’unica risposta perché il sentimento che anima la mia reazione al tuo interessante stimolo verbale emotivo è lo stesso, ma vediamo di articolare il ragionamento. Devo dirti che, a seguito di un periodo segnato da problematiche legate alla salute, la mia quarantena emotiva è iniziata a dicembre 2018. Mi intristisce altresì l’imposizione di un divieto e come sempre, quando sento una limitazione esterna al mio comportamento e alla mia istintività, la reazione è quella di eludere ogni prescrizione. Le rare volte che mi trovo a uscire per rapide commissioni provo un'enorme sofferenza nel vedere la distanza che si è creata fra noi esseri umani. Mi auguro che tale distanza da spaziale non si tramuti in qualcosa di più profondo.

2. Il mio sorriso non è mai venuto meno e, dopo lacrime copiose, si è affacciato sempre più luminoso e radioso. Sorrido sempre e comunque e, in questa desolazione, cerco di incoraggiare mia figlia e i miei studenti in conservatorio. Ho attivato delle lezioni online con i miei allievi pianisti accompagnatori, per creare un feedback musicale e umano e allietare il tempo donando la mia esperienza in questo settore, godendo dell’interesse vivo che questi ragazzi dimostrano e… sorrido pensando alla loro attenzione.

3. Ogni mattina, aprendo gli occhi, ringrazio il nuovo giorno ripetendo in aramaico una frase di Gesù: “Andrà tutto bene”. Mi emoziona pronunciare queste tre parole nella lingua parlata da un essere di cui sono da sempre profondamente innamorata e a cui mi affido. Credo necessario rendere ogni giorno costruttivo e prezioso perché preziosa è la vita. Non mi piace la parola “speranza” e cerco di bandirla dalle mie espressioni verbali, anche se a volte mi sfugge. Preferisco sostituirla con certezza di gioia e serenità. Utilizzo questa sosta forzata per pensare a come ripartire, una volta che la situazione si sarà sbloccata. Intanto il ritmo di vita forzatamente rallentato mi ha permesso di distinguere tra falsi e veri amici e, di conseguenza, di eliminare persone moleste e intossicanti più di un virus. Sono sicura che la mia vita senza queste creature sarà più luminosa. Sembrerò retorica e scontata, ma sono convinta che ogni periodo critico e buio celi in sé i semi di una rinascita rigogliosa e splendente… «Trionfal di nuova speme l’anima freme!»

200323_33_PeRaffaele_Raffaele Pe - Controtenore
1. Siamo come in un’opera allestita da Bob Wilson. Le emozioni più grandi si vivono nella prossimità… ma senza mai toccarsi.

2. Ho la fortuna di vedere la mia famiglia tutti i giorni e, tra i miei passatempi preferiti, c’è una bella raccolta di manoscritti e disegni a schizzo, che ora ho tempo di osservare con cura. In essi si vede tutto di chi li ha tracciati. In questo momento così particolare, dovremmo spingerci tutti a collezionare le nostre immagini preferite per ritrovare in esse chi siamo, chi siamo diventati e chi vorremmo essere.

3. Con la fantasia, un bene che per fortuna possediamo in grande quantità. Glenn Gould svegliava gli amici al telefono in piena notte per l’emozione di aver trovato un nuovo fraseggio al pianoforte. Questo è senza dubbio il momento migliore per accrescere la nostra capacità immaginativa, inventare cose nuove, ma, soprattutto, pensare a come cambiare ciò che prima non andava… e non mi riferisco solo alla musica.

200323_34_PirozziAnna_Anna Pirozzi - Soprano
1. In questo momento difficile gli abbracci mi mancano tanto. Avendo un carattere molto affettuose ed espansivo, faccio veramente fatica. Per fortuna di abbracci, con mio marito e i bambini, ce ne scambiamo tanti. Quando vedi sul telefono un’amica o una persona cara, la voglia di abbracciarla è forte, ma ci si rassegna. La distanza e l’isolamento forzati facilitano questo dovere ingrato. Gli abbracci e baci rimandati ce li scambieremo poi raddoppiati.

2. A me il sorriso non lo toglie niente e nessuno. Sono così: sempre gioiosa e positiva. Anche se ho i miei momenti tristi e di depressione, mi faccio forza e, in ogni situazione negativa, cerco di trovare il buono e la soluzione per stare meglio, così fa vivere sempre con il sorriso. In questo momento ho la fortuna di essere con la mia famiglia: con i bambini di sorrisi ce ne scambiamo continuamente e con mio marito parliamo molto di questa brutta situazione. A volte il sorriso ci viene a mancare, ma ci facciamo forza e andiamo avanti. Penso comunque che nella vita, Covid-19 o non Covid-19, dovremmo ridere e sorridere di più: fa bene all’umore.

3. Quando sono a casa il mio risveglio è sempre dolce e pieno di speranza, al solo sentire la voce di mio figlio Daniel, che ha tre anni: “Mamy? Ti svegli?” La speranza è l’ultima a morire ed anche in questo aiuta il mio essere positiva pensare che “tutto andrà bene”. Non può finire così: tutto ha un inizio e una fine. A Napoli diciamo “più nera della mezzanotte non può venire”. Adesso stiamo vivendo il momento più brutto, ma dopo la salita ci sarà la discesa e tutto si sistemerà… certo non senza perdite e grandissimi problemi economici, ma ci rialzeremo: siamo un paese forte, coraggioso e combattivo. Forza Italia, forza italiani, forza mondo. Un sorriso a tutti. Vorrei concludere dedicando un pensiero e una preghiera a tutti i morti per questo brutto virus, ma soprattutto vorrei abbracciare e regalare un po’ di conforto a tutti i familiari delle persone volate via.

200323_35_PiuntiGiuseppina_Giuseppina Piunti - Mezzosoprano
1. L’assenza di abbracci e di vicinanza è una cosa pesante da sopportare proprio perché sono una persona che cerca sempre il contatto fisico. Quando incontro amici, abbraccio, bacio,”tocco” e con i conoscenti devo almeno stringere la mano, toccare una spalla: ho bisogno (sia per ridere, sia per piangere) di sentire e dare calore. Un momento storico che impone la distanza mi sembra così innaturale, ma questo nemico invisibile è davvero subdolo e pericoloso. Sono sposata, ma non abbiamo avuto figli e vivo questi giorni con mio marito, noi due soli in casa. Mi prendo anche cura di una zia novantatreenne rimasta sola: vive nella casa che fu dei miei con una badante. Non poter abbracciare quell’esserino ormai così debole e fragile per me è una vera tortura. Le porto la spesa, le parlo a distanza (per precauzione), la chiamo, le mando video messaggi, ma mi manca farle sentire un po’ di calore e penso manchi anche a lei. Al contempo, mi sento fortunata per non essere sola: con Matti possiamo abbracciarci e lo facciamo spesso, anzi ancor più spesso e più a lungo, fino a percepire il respiro ed il battito dei nostri cuori per restarne in ascolto. È necessario, è vitale e così bello. Come diceva Alda Merini, «C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte, dove rimani senza fiato per quanta emozione provi; dove il tempo si ferma e non hai più l’età. Quel posto è fra le tue braccia in cui non invecchia il cuore, mentre la mente non smette mai di sognare».

2. Beh, mio marito è molto ironico e spiritoso dunque lui alimenta il mio sorriso quotidianamente. Detto questo, sono una che ama sorridere. Mi piace l’energia positiva che scatena vedere un viso sorridente, quindi cerco a mia volta di sorridere alle persone quando le incontro, anche solo mentre si dà il buon giorno al passante o si dice ciao al vicino, e mi viene spontaneo. Per avere il sorriso negli occhi bisogna averlo nel cuore. Al momento, nonostante la criticità della situazione, le notizie dagli ospedali e le incognite sul futuro, cerco di nutrire il mio sorriso con buone letture, bei film, ascoltando musica che mi piace, sperimentando nuove ricette in cucina, curando le piante, stando al sole in terrazzo e facendo lavoretti in casa rimandati da tempo immemorabile: il lavoro manuale libera la testa. E poi canto, qualunque cosa, senza pensarci troppo, fa sempre bene al cuore ed allo spirito. Naturalmente, un po’ di tecnica vocale per tenere lo strumento in ordine la facciamo ma, senza poter finalizzare il lavoro ad uno spettacolo (avendo una struttura mentale da performer), non riesco a dedicarmi con troppa perizia a un preciso repertorio. Citando Thich Nhat Hanh, «A volte la tua gioia è la fonte del tuo sorriso, ma spesso il tuo sorriso può essere la fonte della tua gioia.»

3. Spesso la notte arrivano pensieri più grevi, più pesanti e al mattino non sempre è facile spazzarli via facendo solamente entrare luce nella stanza, ma mi sforzo di pensare positivo. Cerco di aggrapparmi alle cose belle della mia vita, soprattutto agli affetti. Se questo non basta a scacciare l’angoscia di un futuro nebuloso, mi metto a respirare, profondamente e a lungo, cercando di svuotare la mente per mettermi in contatto con il mio Io interiore, con l’energia vitale e spesso prego. Quando la luce del giorno filtra dalle finestre, spero di trovare fuori un sole splendente per caricarmi della sua energia, poi preparo un caffè a mio marito o viceversa; quindi col sorriso, un abbraccio e con buoni propositi avvio la giornata che ho davanti. «Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare.» (Papa Giovanni XXIII)

200323_36_QuatriniSesto_Sesto Quatrini - Direttore d’orchestra
1. Certamente è una sensazione nuova quella della totale assenza di contatto fisico con gli altri, anche con i propri cari che non si possono raggiungere a causa delle restrizioni forzate. Allo stesso tempo, vivere come in una camera iperbarica mi sta spingendo ad immaginare il “dopo” e a pormi l’interrogativo: come sarà? Io credo sarà bellissimo e liberatorio. Spero in un mondo pieno di abbracci.

2. Lo alimento grazie alla presenza costante della donna che amo, la quale rende la vita un viaggio meraviglioso. La mia famiglia ed i miei più cari amici sono un balsamo. Purtroppo (proprio a causa del Coronavirus) ho perso il mio caro amico e manager Luca Targetti, che per me era anche una figura paterna. Questo enorme dolore è lancinante soprattutto per le modalità con cui si è materializzato. Al tempo stesso, l’essere diventato zio per la prima volta, da poco più di un mese, è invece una gioia incommensurabile. Questo per dire che la vita, fatta di gioie e dolori, sa spesso creare una speranza nella disperazione, un germoglio dopo un incendio. L’auspicio è quello di ritrovare tutti il sorriso, specialmente nelle piccole gioie.

3. La speranza è qualcosa che non va mai perduta. Come Mario e Tosca, come Rodolfo, come Des Grieux o come tanti altri eroi ed eroine che abbiamo imparato ad amare nell’Opera. Il finale di molte opere (non tutte per fortuna) si trasforma da dramma in tragedia con la morte di uno o più personaggi. Tutte le nostre vite, necessariamente finiscono con la morte, che rappresenta un minimo comune denominatore o, parafrasando Totò, una “livella”. Cosa ci rimane dunque? Come vivere, in cosa credere, come, quanto e per cosa lottare? Come gioire quotidianamente della vita, amare ed essere amati? E, infine, come interpretare questo segmento chiamato Vita? Proprio l’evento Morte l’accende improvvisamente di un senso più alto, qualificando o fissando eternamente ciò che si è fatto. Il senso della mia vita, anche professionale, è questo: vivere instancabilmente, ricercare strenuamente, studiare disperatamente, godere infinitamente, sperando di arrivare al momento della morte con la consapevolezza di aver dato un senso alla mia esistenza ed aver acceso anche le vite di chi ho incontrato con i sentimenti più puri ed “alti”.

200323_37_RinaldiRossana_Rossana Rinaldi - Mezzosoprano
1. Non sono una dispensatrice di abbracci perché ho sempre dato un grande valore a questo gesto e l’ho usato in situazioni dove c’era bisogno di infondere coraggio o dimostrare affetto e riconoscenza. Oggi, però, vorrei abbracciare tutte le persone che hanno paura, si sentono sole e disperate in questo momento di domicilio forzato. Vorrei abbracciare tutti coloro che non possono ricevere l’abbraccio rassicurante dei propri cari nel momento del loro saluto alla vita. Vorrei abbracciare tutti i medici e gli infermieri che con coraggio, abnegazione e passione mettono a rischio la propria vita per sostenere quella di tutti noi e vorrei abbracciare anche coloro che ancora non capiscono che bisogna stare a casa per il bene di tutti perché sono certa che, con un abbraccio sincero, potrebbero sentirsi parte di una comunità che deve lottare rimanendo unita. Vorrei abbracciare te che mi ascolti e mi leggi per dimostrare la mia gratitudine, insomma, vorrei davvero abbracciare tutti e certamente quando tutto questo finirà, sarà bellissimo abbracciare chiunque.

2. Contrariamente agli abbracci, sono una dispensatrice seriale di sorrisi e chi mi conosce lo sa. Un sorriso lo si può donare a chiunque, fa bene, risolleva e scalda l’animo non solo di chi lo riceve, ma anche di chi lo dona. Spesso sorrido e mi sorridono quando sono in un negozio o in giro per la città, senza distinzione di provenienza o condizione sociale, e non c’è stata volta in cui qualcuno non abbia ricambiato: tutti abbiamo bisogno di un sorriso. NOI siamo il mondo, io sono te e tu sei me: quanto può essere meraviglioso tutto questo? Forse questo virus ci porterà a capire che non siamo entità separate, che dobbiamo amarci tutti perché tutti soffriamo, gioiamo, ci abbandoniamo al sonno della morte indistintamente. Per questo anche adesso continuo a sorridere alla mia famiglia e alla vita stessa. Il sorriso è la cura per creare un onda di felicità proprio perché scaturisce dal cuore, passa dalle labbra ed arriva agli occhi, che sono lo specchio dell’anima. Un proverbio dice: “Non sorridiamo perché qualcosa di buono è successo, ma qualcosa di buono succederà perché sorridiamo”.

3. Mi sveglio tutte le mattine sognando: sogno un futuro meraviglioso e sogno una vita felice dove tutti possano sentirsi a proprio agio. Sogno, sogno ed ancora sogno, sogno che tutto questo finirà presto ed avrà insegnato qualcosa, a livello umano, a tutti noi. Penso sempre a queste parole: “Non importa quale situazione ci sia nella tua vita, tu la cambierai”. Infatti, un concetto buddista esprime che bisognerebbe essere inclini a non accettare mai di vivere in un luogo in cui regni la tristezza. Quando la tua vita sta crollando, prega in quel momento per apprezzarla. Se siamo in armonia, tutto intorno cambierà. La nostra vita ha un incredibile potere e, se ne saremo consapevoli, potremo influenzare qualsiasi cosa intorno a noi. Siamo perfettamente dotati, possiamo cambiare il negativo in positivo e trasformare ogni cosa in felicità: non dobbiamo mai farci sconfiggere dall’infelicità. Ce la faremo, non c’è dubbio. Con amore e rispetto.

200323_38_RomanoMarcoFilippo_Marco Filippo Romano - Baritono
1. Un abbraccio è quasi sempre preceduto da un sorriso. Ecco, in questo momento, ci manca la seconda parte del gesto e, per questo, dobbiamo rafforzare più che possiamo la prima: il sorriso. Da uomo del sud, gli abbracci ed i baci sono fondamentali, ci si bacia anche fra persone che non hanno proprio una confidenza, è l’estensione del nostro io. Mi mancano in questo momento, ma ne mando tanti sotto forma di emoticon.

2. Il sorriso che precede l’abbraccio è un sorriso verso gli altri, ma in questo momento serve un sorriso anche verso noi stessi. Ridere e sorridere fa bene, anzi, fa benissimo. Nel mio piccolo, ho trovato una formula: pensare alle cose buffe successe in passato e non lasciare tanto spazio alle notizie tristi che ci circondano in questo momento. Con un caro amico e collega abbiamo inventato “Ora d’arie e duetti”. Ogni giorno ci colleghiamo in una diretta Instagram e, partendo da un’opera, raccontiamo aneddoti e scherziamo con chi si unisce a noi.

3. La speranza sta nella conoscenza: bisogna essere consapevoli di cosa è la storia della nostra umanità. Nei millenni, l’uomo ha superato prove dure come questa, forse anche peggiori, e si è sempre rialzato. Perché quindi non dovremmo adesso? Naturalmente il mio pensiero va alle persone meno fortunate, che magari nel quotidiano stanno vivendo la tragedia che ci affligge con maggiore serietà, ma a noi e a loro voglio dare un messaggio di speranza: passerà perché già è accaduto ed è soltanto un ricordo lontano o qualcosa scritto sui libri del tempo.

200323_39_RossiAlessandra_Alessandra Rossi - Soprano
1. È difficile abituarsi all’assenza di abbracci e vicinanza fisica, che danno sempre calore, forza e sicurezza. Quelli di cui sentiamo la mancanza sono soprattutto gli abbracci dei cari amici, dei familiari e, per chi insegna, anche degli allievi. Se però penso a chi, magari anziano, vive completamente solo e senza nemmeno un familiare a fargli compagnia, mi sento veramente affranta perché gli abbracci sono importanti, ma il dialogo di più.

2. Sono d’accordo sul fatto che il sorriso vada sempre alimentato e cercato. Le varie battute che abbondano in questo periodo dimostrano il nostro insopprimibile senso dell’umorismo, una dote che rispecchia la voglia di vivere e che, specie per noi italiani, è “contagiosa” nel senso positivo del termine. Pur non essendo certo un momento facile, anche ascoltare musica, vedere spettacoli teatrali e di intrattenimento culturale (attraverso i vari mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione) serve a mantenere alti i cuori e gli animi sorridenti.

3. La mattina mi sveglio ancora con buona disposizione d’animo e con sempre viva la speranza, che (a differenza di quanto canta Turandot) non credo “deluda sempre”, ma sia invece la scintilla capace di accendere tutte le altre fiammelle. Sursum corda, dunque… e per noi cantanti anche “corde”.

200323_40_SerracchianiGiorgia_Giorgia Serracchiani - Soprano
1. Innanzitutto, saluto te, Simone, e tutti i lettori della rivista. Credo che questo momento, in cui ci è stato tassativamente vietato ogni contatto, possa essere utile a capire quanto è importante poterci stringere e darci calore vicendevolmente, soprattutto nei frangenti difficili. Mi auguro di poter tornare a stringere presto le persone che ho a cuore, perché sono una che ama molto il contatto e credo che valga più di mille parole. Il mio pensiero va anche a tutte le persone che affrontano questo momento in solitudine, una delle cose che mi spaventa di più.

2. Ammetto di essere molto fortunata a trascorrere questa quarantena con la mia famiglia. Mio marito e mio figlio sono le persone più importanti della mia vita, ci ricarichiamo le energie a vicenda tutto il giorno. Essendo mamma, credo che il sorriso di un figlio, che non si rende bene conto di ciò che sta accadendo e ha la spensieratezza nel volto, sia il balsamo migliore. La gioia negli occhi devo dire di non averla mai persa, anche quando la vita mi ha messa a dura prova. Bisogna tenere a mente che la vita è fatta di sfide e noi dobbiamo avere tenacia e forza d’animo: solo così si ritorna vincitori.

3. Premetto che Tosca è un’opera che ho molto a cuore e questa frase, secondo me, è uno spunto meraviglioso da accogliere per guardare all’orizzonte bramando speranza. Mi sveglio al mattino pensando che non saranno vani gli sforzi che l’Italia intera sta facendo in questo momento terribile, perché è una sfida mondiale, la più dura che abbiamo affrontato e la vinceremo solo restando uniti senza mollare mai: per noi, per il prossimo, per tutte le persone che hanno perso la vita e per quegli angeli che lavorano senza sosta negli ospedali. Sbocceremo di nuovo come fiori a primavera. Siamo guerrieri: concentriamo le energie e cicatrizziamo le nostre ferite nell’amore.

200323_41_SotgiuDavide_Davide Sotgiu - Tenore
1. Direi un dolore quasi fisico. Per me il contatto umano con gli amici, con gli affetti e col pubblico rappresenta una linfa imprescindibile per il benessere della mia anima.

2. Indubbiamente il contatto virtuale non potrà mai sostituire il contatto reale: l’energia che ogni anima emana si percepisce soprattutto con la vicinanza. La speranza è che questo “film” passi nel minor tempo possibile.

3. Si accende vedendo la luce del sole (che, in questi giorni, splende magnificamente),  ascoltando il canto meraviglioso degli uccelli e l’amata musica, cercando di convogliare le riflessioni verso il positivo. Sono sicuro che l’introspezione forzata dei giorni di questa esperienza/sofferenza ci porterà a una crescita.

200323_42_SpireiJacopo_Jacopo Spirei - Regista
1. È un percorso questa quarantena: la mancanza di contatti fisici ci obbliga, volenti o nolenti, a scendere in noi stessi, a esplorare quello che siamo, a metterci davanti allo specchio de La Storia Infinita e confrontarci con il nostro vero io, con le nostre bruttezze e i nostri difetti. Credo sia anche per quello che in molti si riscoprono super attivi e con una voglia matta di fare e uscire. Stare in casa chiusi con se stessi può essere molto impegnativo. Ci è stato in qualche modo donato del tempo e penso proprio che il tempo e la solitudine siano una grande scoperta per l’essere umano. Sapere stare in propria compagnia ci permette di essere più solidi e profondi. Ci permetterà, in seguito, di dare abbracci e baci che abbiano un peso ed un senso e magari anche di perdonarci le nostre inadeguatezze e le nostre fragilità.

2. In questi tempi, in effetti, è difficile sorridere, tanti e tanto tragici sono i fatti che ci stanno accadendo. Devo dire, però, che per natura il sorriso non mi manca mai. A volte, nel constatare quanto fragili e deboli siamo noi esseri umani,  è amaro. Mi fa sorridere stare sul balcone e sentire i vicini che cominciano a parlarsi (cosa che nel mio quartiere è a dir poco inaudita). Come se fossi nella Finestra sul cortile, osservo mille piccoli dettagli che mi portano il sorriso: i piccioni che si corteggiano, il vicino che riceve continuamente pacchi da corrieri (probabilmente ordinati compulsivamente online), la primavera che si affaccia e infine l’aria, che quest’anno è particolarmente fresca e pulita.

3. Io sono una creatura notturna, per cui spesso il domani lo vedo arrivare da sveglio e, in qualche modo, in questo c’è un senso di grande ottimismo. Mi sento tranquillo quando arriva il nuovo giorno e allora posso dormire: è una cosa buffa a pensarci. C’è una battuta de film Il Corvo che mi accompagna sempre: “Non può piovere per sempre”. Si potrebbe dire che sono un pessimista ottimista. Credo, in ogni momento, che dobbiamo guardare avanti, al futuro, cercando sempre di migliorarci e migliorare il mondo che ci circonda, a qualunque costo.

200323_43_StanisciRachele_Rachele Stanisci - Soprano
1. La mia sensazione, personalissima e un po’ critica, è che, in un momento cruciale come questo, ci vorrebbe un atto di umiltà da parte di coloro che si proclamano difensori della patria pur essendosi dimostrati, di fatto, inadeguati. E questo non solo ora, ma anche in precedenza. Dove erano allora coloro che parlano adesso e che scaricano le proprie colpe gli uni sugli altri? Si dovrebbe lasciare la parola agli specialisti, invece coloro che ne sanno di più vengono spesso messi a tacere. Sono polemica, lo so, ma, per arrivare al punto, chi fa le spese dello scempio perpetrato per anni contro sanità (che io reputo un delitto contro l’umanità) è la gente. Non possiamo più godere di un abbraccio e ci si guarda con circospezione, quasi con cattiveria. Abbiamo perso tutto, lavoro, affetti e serenità.

2. Il sorriso lo alimento con la speranza di un futuro migliore, in cui non esistano differenze, non ci siano persone di serie A o di serie B, una presa di coscienza accomuni tutti gli esseri umani e un sorriso valga più di tutto. Regalarne uno, anche con gli occhi, non costa nulla. Nessuno ci impedisce di farlo ed è una delle poche cose che ci resta al momento. Approfittiamone.

3. La speranza che ognuno di noi prenda coscienza della propria umanità, soprattutto della caducità della vita, dalla quale nessuno è escluso. Quando ci troveremo davanti al muro dell’imponderabile, chiamati a fare i conti con le nostre azioni, saremo giudicati per come avremo vissuto. Oggi, se facessimo appello al nostro senso introspettivo, potremmo tutti vivere meglio. Mio nonno diceva: “Non chiedere alla vita più di quanto ti consenta di vivere con dignità e fa’ che non ti basti mai la conoscenza, che sarà l’unica cosa che ti porterai nella fossa. Il resto lo dovrai lasciare”.

200323_44_StoyanovVladimir_.JPGVladimir Stoyanov - Baritono
1. Ci troviamo in una prova collettiva molto difficile, che sta mutando le relazioni sociali e travolgendo le abitudini: siamo dentro una “bolla sospesa”. In questa situazione, coltiviamo i nostri affetti e le amicizie virtualmente. Tutto ormai sta nello schermo di un smartphone o di un pc, ma, di fatto, non possiamo vivere la vera vicinanza di amici, parenti o conoscenti perché non ci è consentito. L’Italia che canta e suona alla finestra è la dimostrazione che non possiamo vivere virtualmente e che siamo fatti di carne ed ossa. Abbiamo bisogno di socializzare e di stare insieme. La tecnologia sicuramente è utile all’Uomo, ma non potrà mai sostituirsi al calore di un abbraccio, di una carezza della mano sul volto o di un bacio. È come ascoltare un disco nella solitudine di una stanza rispetto al fatto di andare in teatro per sentire la stessa musica dal vivo, suonata da un’orchestra: le vibrazioni sono completamente diverse. A casa, pur riuscendo ad ottenere un suono “tecnicamente perfetto” (grazie agli impianti audio e video di ultima generazione), non potrai mai assaporare le stesse sensazioni che dona  uno spettacolo dal vivo. Questa è la mia opinione.

2. Rivedere ogni mattina il volto di mio figlio mi dà gioia immensa. “Il balen” vive e si nutre delle piccole cose quotidiane, come fare il pane insieme, ascoltare musica o giocare a carte. Essere padre senza ombra di dubbio resta il ruolo più bello e più arduo della mia vita.

3. Devo ammettere che, in questo momento, mi sento molto triste, come tante altre persone, soprattutto in Italia e nel mondo. Viviamo questo momento di “sospensione” con grande ansia ed incertezza per il futuro. Quando parlo del futuro, non mi riferisco tanto al mio, quanto a quello del mio figlio e dei nostri ragazzi. Il risveglio mattutino nei giorni di quarantena inizia con il pensiero e con la preghiera che qualcosa cambi in meglio. Credo che l’Uomo riuscirà a trovare una soluzione ai suoi problemi ricorrendo alle sue risorse più profonde e connettendosi col proprio Io. Questo è un discorso articolato, lungo e un po’ alchemico (se vogliamo chiamarlo così), ma sento che ce la faremo. Usciremo da questa crisi con nuove conoscenze, riscoprendo antiche saggezze e forse con un po’ più di rispetto per la natura e per il nostro prossimo.

200323_45_SurguladzeNino_Nino Surguladze - Mezzosoprano
1. Il contatto fisico per me è molto importante, ma in questo periodo così difficile ci è praticamente proibito. Tutto ciò fa riflettere molto su quello che possedevamo e davamo per scontato. Quello che adesso non è possibile ci permette di apprezzare maggiormente ciascuna cosa (piccola o grande) che facevamo quotidianamente. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni stretta di mano che non possiamo scambiare ci fa capire in che maniera repentina tutto può cambiare e quanto la vita sia così preziosa in ogni sua bellissima sfaccettatura. Forse servirà davvero, come una grande lezione di vita, per permetterci di apprezzare molto di più ogni attimo, vissuto con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

2. Per me il sorriso è sempre stato una sensazione interiore che ci deve accompagnare anche nei momenti più difficili. Oggi dobbiamo farlo come una terapia indispensabile per noi e per gli altri. Anche ora che la faccia è nascosta dietro una mascherina protettiva, il vero sorriso viene dall’anima e passa dagli occhi. Mi auguro e auguro a tutto il mondo di mantenere sempre accesa questa candela sacra chiamata sorriso nel proprio cuore, in modo da illuminare noi e tutto ciò che ci circonda.

3. Come molti, tendo ad associare la speranza al colore verde e alla primavera. Ma purtroppo questa primavera è appesantita dal dolore e dalla paura del pericolo che minaccia la nostra vita e quella di chi amiamo. I giorni passano veloci e portano via molti dei nostri cari, senza avvisare, ciecamente. Tuttavia, penso che non dobbiamo dimenticare la celebre frase (forse banale, ma così vera) “La speranza è l’ultima a morire”. Come essere umano, come artista e come donna (in questo momento in dolce attesa di due gemelli) non posso permettermi di perderla. Anche se questo è un momento di lutto e riflessione, credo fortemente che il futuro dipenda da noi. Domani sarà un altro giorno con tanto amore e affetto: un mondo migliore, che dobbiamo ricostruire noi.

200323_46_UlivieriNicola_Nicola Ulivieri - Basso
1. Penso spesso al momento in cui potrò riabbracciare le persone che amo, ma questa è un’occasione per guardarsi un po’ dentro e riflettere sull’affanno della propria esistenza. Si possono chiamare persone che magari hai trascurato per troppo tempo e dare loro un abbraccio virtuale, sperando di essere migliori una volta usciti dall’emergenza.

2. Siamo fortunati: possiamo sorridere a persone lontane attraverso lo smartphone e dobbiamo contrastare questo momento proprio con i sorrisi. “Andrà tutto bene” non è solo uno slogan ottimistico, dobbiamo alimentare questa speranza noi, con gli occhi ed il sorriso. Questo è quello che cerco di fare tutti i giorni con i miei figli che non sono qui con me.

3. Confesso che il mio primo pensiero al risveglio è guardare le ultimissime notizie e cercare di capire cosa ci riserverà il futuro, dopo di che, cerco di fare cose che non faccio quasi mai: riordinare il guardaroba, pulire casa mia (è una cosa bellissima curare personalmente le proprie cose) e, perché no?, tagliarmi i capelli a zero, così, per fare una cosa diversa, avere un Nicola inedito allo specchio e far ridere qualcuno.

200323_47_VentreCarlos_.JPGCarlos Ventre - Tenore
1. La sensazione che mi provoca questo virus è quella di vuoto profondo. Quando andiamo in Teatro per iniziare una nuova produzione (specialmente chi fa questo meraviglioso mestiere da tanto tempo), si ritrovano amici e fratelli di palcoscenico e, in quei momenti, subito scattano gli abbracci e i baci. Dopo meno di una settimana, la stessa cosa succede con gli artisti da poco conosciuti. Iniziano le recite ed ecco che  l’ormai famoso “in bocca al lupo” è sempre accompagnato da un gesto di affetto. Terminata la recita, dopo gli applausi, ancora abbracci con gli amici che ti vengono ad ascoltare e, alla fine di tutto, il commiato. Sono questi ultimi gli abbracci che reputo i più intensi perché, con tale gesto, facciamo entrare nel nostro spirito e nel cuore l’animo del collega che ha condiviso con noi un periodo importante: si diventa tutt’uno con l’altro. Ecco perché sento un grandissimo vuoto in questo momento.

2. Ho la fortuna infinita di avere tanti figli e in loro, il mio cuore, la mia mente, il mio spirito e persino il mio corpo sempre si ristorano. Quando li guardo mi viene in mente una frase che ho tante volte cantato: «Ecco la bellezza della vita.»

3. Questo periodo è difficile per tutti (tanti pensieri, angosce e paure), ma dà modo di riflettere su molte cose. Mi auguro che ci sia un cambiamento nell’essere umano e che si cominci a pensare di più alla bellezza del prossimo, in tutte le sue forme, lasciando da parte l’egoismo, il rancore, la rabbia, la derisione, la divisione, la cattiveria, l’invidia e chi più ne ha più ne metta. E che, consci del fatto che siamo di passaggio, ci sia un cambio radicale. È inoltre un’occasione per togliere questa armatura bruttissima (che, nella frenesia di ogni giorno, la vita e il tempo ci ha fatto mettere) e tornare a vivere da autentici esseri umani.

200323_48_VestriAnnunziata_Annunziata Vestri - Mezzosoprano
In tutto questo dolore e dall’effimero vuoto di questa corrotta società, si propaga l’eco delle canore voci risuonati nel petto e nelle menti, il presente ricordo di sguardi amati brucianti di profonde passioni, dei loro profumi, dei loro silenzi, degli immensi sorrisi d’amore e di gioia.  Una bellezza infinita converge in questo abbraccio di anime in armonia che infonde speranza… Che genera musica.

200323_49_ZanellatoRiccardo_Riccardo Zanellato - Basso
1. Rinunciare al contatto con le persone che ami è una grande fatica, in certi casi una vera sofferenza, ma necessaria. Di conseguenza, quando obbligatoriamente siamo costretti a rinunciare a qualcosa, ne riscopriamo il valore più intrinseco e profondo, quello che alla fine ti fa apprezzare un banale sorriso o un semplice sguardo. Ecco quindi che, nel male, ritroviamo certe magie perdute. Forse ne avremmo potuto fare a meno, ma, volendo vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, è l’occasione per ritrovare l’incantesimo delle cose che solitamente diamo per scontate.

2. Senza aver letto la seconda suggestione mi son trovato ad anticiparla già nella prima risposta. In questi giorni di isolamento volontario (essendo tornato in Italia da tre giorni) vedo mia figlia da dietro il cancello di casa quando viene per portarmi la spesa. Bene, quello sguardo meraviglioso e il suo sorriso sono la mia dose necessaria di sostegno: i nostri occhi che si incontrano hanno una forza che va oltre ogni immaginazione. È quindi l’amore che alimenta il nostro sguardo e il nostro sorriso. Mi viene da pensare a coloro che hanno questo privilegio e spero che il nostro amore, unito a quello di tutte le persone fortunate come noi, possa giungere in qualche modo dove vi è carenza. Percepisco parimenti il sentimento dell’altro mio figlio, che in questo momento è a Chicago ad inseguire il suo sogno artistico, e quello della mia compagna, che vive in Sardegna, pur non sapendo quando sarà possibile incontrarci di nuovo.

3. Io sono un ottimista cronico, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e sono sicuro che ne usciremo vincitori. Come l’Araba Fenice risorgeremo ancora più splendenti di prima, per tornare a donare al mondo e ai cuori di chi ci ascolta, la forza che sprigiona dalla nostra arte. È con questa convinzione che mi sveglio ogni mattina.

200323_50_ZizzoElisabetta_Elisabetta Zizzo - Soprano
1. Per me che sono siciliana, intimamente legata (direi quasi per DNA) al contatto fisico con chi mi sta intorno, diventa ancora più difficile rinunciare a quel calore che solo un abbraccio o una stretta di mano possono trasmettere. Oggi credo che la più grande forma d’amore verso i nostri cari sia preservarli da ogni pericolo ed ecco che, in vista del bene loro e della collettività, tutto questo diventa più sopportabile. L’aspetto positivo di questa situazione è quello di iniziare a renderci conto di quanto nulla sia scontato e di come la felicità stia nelle piccole cose di ogni giorno: il momento perfetto per meditare e ricaricare le batterie per ripartire più forti, più consapevoli, più consci di quanto valgano i caffè con gli amici, il potersi recare a lavoro tranquillamente, il poterci esibire con passione nei nostri amati teatri, le passeggiate all’aria aperta senza preoccuparci che chi ci stia intorno rispetti le distanze di sicurezza.

2. Il sorriso lo si alimenta ogni mattina quando ci si sveglia perché abbiamo la grazia di star bene e di  poter in qualche modo svolgere (seppur in casa) le nostre attività giornaliere. In tempi di quarantena ne approfittiamo tutti per far ciò per cui non si trovava mai tempo. La vita frenetica ci impediva spesso di godere dei nostri affetti, delle cose davvero importanti. Beh, ogni sera vado a letto e ogni mattina mi sveglio sorridendo perché ho ritrovato tutto questo e, nel momento in cui quest’incubo finirà, ne usciremo tutti un po’ cambiati dentro... in meglio.

3. La speranza è che la nostra “normalità” torni quanto prima e ogni cosa acquisti un sapore diverso. Anche ciò che prima giudicavamo scocciante lo vedremo con uno spirito differente. La speranza è svegliarsi, aprire la finestra, prendere una boccata d’aria ed emanare energie positive senza lamentele che servono a ben poco, con un enorme sorriso stampato sulle labbra. Dunque, amici miei, avanti tutta: uniamoci in un abbraccio virtuale e ricordiamo che il virus ci potrà anche impedire di toccarci… ma non di amare.


*****

 

200323_51_TomeiSimone_A questo punto torna il cronista: io. E mi concedo una chiosa.
Gioachino Rossini conclude il primo atto di Il Viaggio a Reims con un concertato a quattordici voci, ma noi siamo riusciti a realizzare un assieme a cinquantuno voci: ognuna con il suo timbro, ognuna con il suo colore, ognuna con il suo sentimento, ognuna con la voglia di raccontare e raccontarsi, come nel ritiro del Boccaccio in cui i giovani tenevano lontana la paura delle peste nera narrandosi novelle a turno.
Qui non parliamo per novelle, ma temi portanti quali l’abbraccio, il sorriso e la speranza si sono succeduti nelle molteplici sensazioni della vita di ciascuno.
Il mondo dell’Arte, della Musica e di ogni forma di creatività ringrazia e gode di tanta generosità nel donarsi con la parola e con i sentimenti.
Cari Artisti, vi ho chiesto a tutti una foto con il sorriso proprio perché chi legge, oltre ad essere pervaso dal vostro essere, abbia un ricordo lieto e sereno da portare nel cuore, in attesa di tornare a vivere assieme.
Mi hanno accompagnato in questo lavoro il supporto fattivo e morale della cara amica Angela Bosetto e di Gabriella Girardin, che considero la mia seconda mamma. A entrambe va il mio più sentito abbraccio e un sorriso di ringraziamento.
Ma la mia riconoscenza va soprattutto a voi Artisti, per aver accolto con entusiasmo e partecipazione questa mia idea notturna. Il mio più grande desiderio è che il nostro primo Abbraccio e il nostro primo Sorriso che ci scambieremo, ci accolgano nutriti dalla Speranza (coltivata oggi per il nuovo tempo) e siano davvero densi del sentire più profondo ed intimo che pervade il nostro animo.
Vi voglio bene.

 

 

 

 

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Pubblicato il 09 Febbraio 2020
In ricordo del grande soprano scomparso oggi pubblichiamo un suo profilo e una serie di fotografie rare
Omaggio a Mirella Freni servizio di Edoardo Farina

200207_00_OmaggioAMirellaFreni_miniaturaMODENA - La scomparsa del soprano Mirella Freni (pseudonimo di Mirella Fregni), avvenuta il 9 febbraio 2020 all’età di quasi 85 anni (li avrebbe compiuto a breve) dopo una lunga malattia, è stata resa nota con profonda tristezza da Jack Mastroianni, manager di una vita. Una delle grandi artiste della seconda metà del '900, si è spenta nella sua casa della città natale di Modena, circondata dai familiari: la figlia Micaela Magiera, i nipoti Gaia e Mattia Previdi, il cognato Matteo Cuoghi, la sorella Marta e l’amica di sempre Fausta Mantovani. Era stata sposata con il M° Leone Magiera e in seconde nozze nel 1981 per oltre trent’anni con il noto basso bulgaro Nicolai Ghiaurov, deceduto nel 2004. Nata il 27 febbraio 1935, fu una "bambina prodigio", essendosi esibita in pubblico già all'età di dieci anni in un concorso RAI, cantando Un bel dì vedremo dalla Madama Butterfly di Puccini. Aveva cominciato ad amare la musica in famiglia e a esprimere da voce bianca le arie d'opera popolari, mentre uno zio materno le aveva insegnato a leggere le prime note.
Beniamino Gigli, dopo averla ascoltata in un'audizione privata a Roma, le consigliò di dedicarsi in maniera sistematica allo studio del canto, debuttando così dopo qualche anno con grande successo nel 1955 al Teatro Comunale di Modena come “Micaela” in Carmen di Georges Bizet.
Nell’arco di breve tempo interruppe però gli impegni acquisiti in seguito al matrimonio, riprendendo soltanto tre anni dopo quando, affermandosi a Vercelli al "Concorso Internazionale di Musica Gian Battista Viotti”, cantò nel ruolo di “Mimì” nella Bohème di Puccini al Teatro Regio di Torino.

200207_01_OmaggioAMirellaFreni_AdrianaLecouvreur_PeterDvorsky 200207_02_OmaggioAMirellaFreni_Ernani_RenatoBruson
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Seguirono gli esordi al Glyndebourne Festival Opera, poi ruoli mozartiani di “Susanna” e “Zerlina” nel Così fan tutte, intraprendendo nel 1961 al Royal Opera House di Covent Garden le vesti di “Nannetta” nel Falstaff di Verdi, celebri teatri siti entrambi nel Regno Unito, replicatosi alla Scala di Milano il 9 gennaio dell’anno successivo sostituendo Renata Scotto, sotto la direzione di Antonino Votto e il 16 dello stesso mese in “Romilda” per il Serse di Händel sul palco del “ridotto” de la Piccola Scala, oggi inesistente.
Fin dall’inizio, il fascino della voce e la vivace personalità riguardo le scelte musicali tardo settecentesche e  belcantistiche del secolo romantico, le fecero guadagnare la stima e l’affetto sia del pubblico che dei numerosi artisti che la attorniavano. Un caso felice la condusse all’incontro con Herbert von Karajan ancora al Piermarini per la prima della leggendaria produzione di Zeffirelli della Bohème del 1963, trovando la sua “Mimì” ideale, insieme a un affine spirito elettivo tanto da esserne considerata per antonomasia fra le Mimì più acclamate del secolo scorso, giungendo allo Staatsoper di Vienna dove la riportò in scena per trentatré rappresentazioni fino al 1992.

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200207_06_OmaggioAMirellaFreni_Pa030608_PulzellaDOrleans

Nota per la sua disciplina vocale unita alla capacità di rifiutare ruoli vocalmente compromettenti, declinò allo stesso Karajan l’invito a rivestire gli abiti del titolo nella Turandot di Puccini. Cominciò in seguito una fruttuosa collaborazione durata oltre vent’anni nel corso della quale fu ingaggiata in melodrammi più impegnativi, quali Otello, Requiem, Simon Boccanegra di Verdi, Manon Lescaut di Puccini e Adriana di Cilea. 
Con gli anni ‘90 ampliò il repertorio nell’ambito del verismo ancora con voce fresca e con il desiderio di spingersi nell'area dell'opera russa con Eugene Onegin e La Dama di picche di Chajkovskij o  veriste, come  Fedora di Giordano, ebbe la fortuna di essere prima étoile in numerose occasioni con i tenori Plácido Domingo e Luciano Pavarotti, quindi direttori come, tra gli altri, Claudio Abbado, Carlos Kleiber, James Levine, Riccardo Muti, Seiji Ozawa, Giuseppe Sinopoli. Un ricco catalogo di dischi, cd e dvd restano a testimonianza della sua grande arte. 
Raggiunse l’ultimo decennio di attività a Washington nel 2005 con ancora Chajkovskij nel personaggio di “Giovanna” de La pulzella d'Orleans dando l’inatteso annuncio del ritiro dalle scene, celebrando il quarantesimo anniversario dell'esordio al Metropolitan Opera House di New York con uno speciale "Mirella Freni Gala Anniversary Concert", rendendole onore il 15 maggio dello stesso anno in occasione dei cinquant’anni di carriera, decretando ufficialmente l’ultima apparizione in pubblico.
Negli ultimi anni si era dedicata all’insegnamento fino a quando l’avanzare dell’infermità le ha precluso la possibilità di condurre un’attività caratterizzata, come è anche trasparso dal percorso evolutivo, da un affinamento e uno studio continuativo sia della tecnica vocale che dell'interpretazione scenica.
Si può dire che la sua vita sia stata legata alla lirica sin dalla nascita: raccontava la Freni che per poco non nacque su una delle panche del Teatro comunale di Modena. Infatti la madre, operaia alla Manifattura Tabacchi della città, recatasi a teatro nonostante fosse agli ultimi giorni di gravidanza arrivò a casa appena in tempo prima del parto. Ebbe, inoltre, la stessa balia del suo coetaneo Pavarotti, circostanza favorita dal fatto che le mamme erano colleghe di lavoro.                  
«Mentirei se dicessi che la notizia della morte di Mirella Freni mi ha colto di sorpresa  - mi confida  l’editore musicale Filippo Michelangeli - Era malata da tempo e sapevo che sarebbe accaduto. Ho avuto la fortuna di conoscerla la prima volta 25 anni fa per un'intervista. Non ero nessuno, mi ha accolto come una persona di famiglia. Ha voluto farsi chiamare per nome e ha parlato di musica, dei giganti con cui ha cantato con una naturalezza e una spontaneità che non ho mai più ritrovato. Era al Regio di Torino per la Bohème del centenario, divideva il palco con il collega e amico di sempre, Luciano Pavarotti. Trovarmi di fronte a una voce che mi aveva emozionato fino alle lacrime fu cosa che non ho mai dimenticato. Prima di congedarmi, mi rivolse lei una domanda: «Come facciamo ad essere credibili io e Luciano nel ruolo di Mimì e Rodolfo, due bohémien che facevano la fame, grassi come siamo?». Mirella Freni era così: semplice e immensa.»


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Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica.Net
Nella miniatura in alto: il soprano Mirella Freni
Sotto in sequenza, alcune grandi figure femminili di opere interpretate in carriera: Adriana Lecouvreur (con Peter Dvorsky alla Scala, 1989); Ernani (con Renato Bruson alla Scala,1982); Fedora (con Placido Domingo alla Scala, 1993); La bohème (con Luciano Pavarotti al Teatro dell'Opera di San Francisco, 1988)
Al centro in sequenza: panoramiche da Adriana Lecouvreur (Milano, Teatro alla Scala, 1989); La pulzella d'Orleans (Palermo, Teatro Massimo, 2003)
In fondo: Mirella Freni riceve l'applauso del pubblico dopo un concerto; e felice mentre riceve il "Premio Giuseppe Verdi" dall'omonima associazione musicale di Carpi (2005)





Pubblicato il 10 Gennaio 2020
Nostra intervista ai due tenori che interpreteranno il ruolo pucciniano al Regio di Parma
Ventre e Simoncini i due Calaf intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i due Calaf che, sino al 19 gennaio, si alterneranno sul palco del Regio: Carlo Ventre, veterano della parte del principe ignoto, e Samuele Simoncini, per la prima volta nei panni dello “scioglitore degli enigmi”.

Se vi diciamo «Turandot», qual è la primissima cosa a cui pensate?
Carlo Ventre – Penso alla volta in cui, diversi anni fa, incontrai per prima volta la Signora Giovanna Casolla, in occasione di Turandot alle Terme di Caracalla. Durante la prova scenica, lei cantò (magnificamente, come sempre) «In questa reggia», poi subentrai io con la frase «No! No! Gli enigmi sono tre, una è la vita!» e quindi eseguimmo insieme la frase che portava entrambi al Do acuto, al che la Signora fermò la prova e mi lanciò uno sguardo di quelli che gelano. Subito dopo, però, sorrise a me e ai direttori del teatro che stavano assistendo alla prova, dicendo: “Bravi, finalmente un tenore che sa cantare e con la voce adatta per questo ruolo!” È stato un momento meraviglioso e non l’ho mai dimenticato!
Samuele Simoncini Turandot è stata in assoluto la prima opera che ho visto dal vivo e grazie alla quale è sbocciato il mio amore per la lirica. Ero solo un bambino quando i miei mi portarono all’Arena di Verona: nel cast c’erano Ghena Dimitrova, Cecilia Gasdia e Nicola Martinucci. Nutro un profondo amore per questa Principessa e avere l’opportunità di “sciogliere i suoi enigmi” significa realizzare il sogno più grande del bimbo che è ancora in me.

Carlo, quest’opera segna il tuo rientro a Parma dopo l’Otello che ha inaugurato il Festival Verdi 2015. Cosa provi nel tornare al Regio con una parte che ti accompagna da tanti anni?
Tornare a Parma è un privilegio e un onore come artista. Al Regio ho debuttato grazie all’Inno delle Nazioni di Verdi (con il meraviglioso M° Romano Gandolfi) e, oltre all’Otello diretto dal bravissimo M° Daniele Callegari, ho cantato Zamoro in Alzira sotto la guida del fantastico M° Bruno Bartoletti. Turandot (opera che amo molto) sarà il mio primo titolo pucciniano in questo teatro e, come provo a fare in occasione di ogni spettacolo, spero di lasciare nel pubblico un’emozione.
Samuele, per te cosa significa, invece, debuttare nel ruolo di Calaf su un palco così prestigioso? Il fatto che tu, a Parma, abbia già cantato in parti minori ha aiutato?
Non c’è nulla che possa aiutare nell’affrontare un ruolo così. Non nascondo che sia il più difficile che abbia cantato finora: non sarei sereno neanche se avessi la voce di Corelli...
L’unica alleata è una sana dose di incoscienza, senza la quale non avrei accettato di cimentarmi nelle varie sfide che mi si sono presentate l’anno scorso. Debuttare in un ruolo di questo calibro su un palcoscenico come il Regio è una gioia incredibile: ogni giorno varco la soglia del teatro con il rispetto che si deve ad un tempio sacro e dico a me stesso: “Domine, non sum dignus, sed accipio”. Se sono qui, ci deve essere sicuramente un motivo e questo mi dà la forza.

A livello personale, cosa avete in comune con Calaf e in cosa, invece, il principe ignoto non vi somiglia per nulla?
Ventre – Al personaggio di Calaf penso mi accomuni la grande forza di volontà nell’affrontare sfide molto difficili, quasi impossibili, rimanendo però saldo nella consapevolezza di chi sono, nonché mantenendo quel distacco e quella freddezza necessari per riuscire a portare avanti progetti, pensieri e sogni che sembrano irrealizzabili. Infatti, da quando, in Uruguay, vendevo giocattoli in strada per vivere ad adesso, dopo tanti anni di carriera, credo di non aver sbagliato quasi niente nel mio percorso. Inoltre, come il principe ignoto decide quando è il momento giusto per mostrarsi, credo che ognuno abbia una diversa crescita personale e artistica: c’è chi è già maturo all’inizio, chi a metà carriera e chi, come me, raggiunge il meglio di sé dopo anni di studio e lavoro, così da poter scoprire e donare al pubblico il proprio miglior Calaf.
Simoncini – Con Calaf condivido la spregiudicatezza nel voler raggiungere un obiettivo a ogni costo. Sicuramente non imporrei i miei sentimenti a qualcuno che non mi ricambia, ma questa è una favola.

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Vi siete confrontati sulla parte oppure preferite lavorare ciascuno in autonomia?
Ventre – Ovviamente, durante le prove, ci confrontiamo sul personaggio, sui movimenti in scena e su come affrontare certe frasi.
Simoncini – Con Carlos ci siamo conosciuti lo scorso anno in Giappone, dove abbiamo condiviso alcune recite di Tosca. Da subito è nato un bellissimo rapporto professionale e di amicizia: lo stimo davvero tanto, sia come cantante, sia come persona, motivo per cui non mi astengo da chiedergli spesso consigli sulla voce, soprattutto su come risolvere il registro acuto.

A vostro giudizio, quale tenore ha incarnato il Calaf perfetto?
Ventre – Ce ne sono tanti, ma per completezza, aderenza vocale e bellezza fisica forse il Calaf definitivo è stato Franco Corelli.
Simoncini – Amo tantissimo il Calaf di Gianfranco Cecchele, ma il mio idolo assoluto è Giuseppe Giacomini.

In un certo senso, la vostra staffetta in Turandot è stata anticipata la scorsa estate in Arena, dove Carlo ha interpretato Radamès per il dodicesimo anno consecutivo e Samuele ha debuttato proprio grazie ad Aida.
Ventre – Cantare in Arena è sempre una emozione enorme perché ogni volta è come se fosse la prima! Sono onorato e felice di essere uno dei tenori che hanno cantato di più in questo tempio: sedici anni, se non erro. Il mio orgoglio è poter dire di essere riuscito a rappresentare il gusto artistico e professionale dei vari direttori che si sono susseguiti alla guida del Festival Lirico. Non è una cosa semplice e dimostra che lo studio e la professionalità pagano sempre.
Simoncini – Sono arrivato a cantare Aida in Arena grazie alla concatenazione di una serie di fortunate circostanze. Mi sono ritrovato catapultato in una dimensione onirica, della quale ricordo soltanto la mia presenza sul carro del trionfo, che è stato in assoluto il momento più bello di tutta la mia vita. Giuro di non ricordare nient’altro di tutta la serata.

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Come è nata e si è sviluppata la vostra vocazione tenorile?
Ventre – Ho sempre cantato sin da bambino e il passaggio da voce bianca a tenore è avvenuto a dodici anni. Cantavo in chiesa e nella congregazione c’era una signora del Coro del Sodre, la quale, quando mi ascoltò per la prima volta, disse: “Tu devi studiare canto per fare il cantante lirico”. Avevo quattordici anni e da lì è partito quel sogno che coltivo tuttora e che mi spinge a continuare a crescere e perfezionarmi, per tentare di dare sempre il meglio di me.
Simoncini – Devo ammettere di essermi innamorato della “Voce del Tenore” dopo un concerto assieme ad Andrea Bocelli nel 1992 a Siena al Teatro dei Rinnovati. Lui (non ancora fenomeno globale) cantava alcune arie d’opera, mentre io eseguivo dei brani pop. Ricordo di aver detto a me stesso: “Un giorno canterò proprio come lui!” E così, a 18 anni, ho iniziato seriamente lo studio del canto lirico. Inizialmente ho affrontato il repertorio lirico leggero, debuttando nel 2001 con La scala di seta di Gioachino Rossini. Successivamente sono arrivati Il barbiere di Siviglia, Cenerentola e Il viaggio a Reims, fino ad arrivare a trenta recite quasi consecutive di Don Pasquale. Solo dopo l’incontro con Laura Brioli ho trovato la chiave tecnica per cantare nel mio registro naturale, giusto per affrontare l’attuale repertorio.

«Vien con me, sarò tua guida» dice Liù a Timur. Invece la vostra guida (a livello umano e/o musicale) chi è stata?
Ventre – Ho avuto la fortuna di avere maestri meravigliosi, come Gino Bechi, Magda Olivero, Carlo Cossutta, Vittorio Terranova, Boiayan a New York! Oltre a queste guide, non ho mai dimenticato da dove sono uscito, cosa ero, cosa facevo, e questo indubbiamente mi da tantissima forza per non perdere la giusta via in ogni ambito della mia vita, principalmente in quella lavorativa che mi ha consentito di essere chi sono oggi.
Simoncini – Le mie guide sono i miei genitori, a cui devo tutto: senza di loro non sarei quello che sono oggi. Vocalmente mi sono invece affidato a Laura Brioli, la mia attuale insegnante.

Carlo, calchi da anni i palcoscenici di tutto il mondo. Al di là della grande esperienza acquisita, cosa pensi di dover ancor imparare in relazione al canto ed alla tecnica vocale?
Tento ogni giorno di affinare sempre di più la tecnica canora e vocale, per poter trasmettere quel sentimento che sento fortemente dentro di me e farlo arrivare senza barriere al pubblico. Per creare un ponte solido che faciliti questo percorso, bisogna studiare tantissimo e trovare la propria via non è semplice, occorre una ricerca quasi ossessiva. Per questo, anche se “la macchina vocale” va benissimo, mi fermo ogni giorno per fare un “controllo tecnico”!

Samuele, nel 2017, durante il Festival Pucciniano di Torre del Lago, hai dato voce all’ultimo grido del Principe di Persia: «Turandot!». Da allora la tua carriera di solista ha fatto un bel salto in avanti…
Vado altamente fiero di aver incarnato il Principe di Persia per diverse recite: considerando l’impegno vocale (una singola parola), è il ruolo per cui mi hanno pagato di più in assoluto. All’epoca ero appena rientrato in una Fondazione, dopo anni trascorsi in giro per il mondo, a portare uno spettacolo lirico nei teatri delle grandi navi da crociera. Ammetto di non aver accettato a cuor leggero perché, insomma, cantare solo una parola in tutta l’opera non è molto gratificante, specie se si ha la consapevolezza di poter dare molto di più. Ho mantenuto comunque un profilo basso e da lì è stato tutto un crescendo di occasioni. Mi sono indirizzato verso un repertorio più spinto e, grazie ad Alberto Paloscia, ho avuto accesso all’Opera Studio di Livorno dove ho debuttato in Iris di Pietro Mascagni come Osaka, ruolo che canterò anche a Berlino il prossimo febbraio. Quindi ho conosciuto il mio attuale agente e, dopo diversi anni di assenza, sono rientrato nel giro che conta grazie a lui.

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Qual è vostro maggior pregio e quale il peggior difetto?
Ventre – Il mio maggior pregio è la grande voglia di continuare a studiare, crescere, imparare, capire e sentire: quella “fame” di impormi come tenore che ho dai quattordici anni e che, da quando ho conosciuto le meraviglie della lirica, non ho mai ho perso. Il peggior difetto (che però forse è anche un pregio, dato che mi mantiene sempre sull’attenti) è che non sono mai soddisfatto al 100%: trovo sempre qualcosa da correggere, un dettaglio da rivedere o un limite da superare. Anche dopo tanti trionfi, sono sempre alla ricerca di quello che posso rendere migliore.
Simoncini – I miei pregi maggiori sono l’umiltà e la semplicità. D’altro canto, sono molto disordinato in qualunque ambito della mia vita.

Come accogliete le critiche (positive e negative)?
Ventre – Per gli artisti le critiche (tanto positive quanto negative) sono importanti solo se fatte con il giusto commento tecnico/vocale che consente di poter crescere e migliorare.
Simoncini – Oggi, fra chi scrive d’opera, sono poche le persone con le competenze necessarie per valutare le voci e le esecuzioni canore, per cui prendo veramente in considerazione solo le recensioni firmate da critici di cui conosco la formazione. In ogni caso, non ho la presunzione di piacere a tutti e, ovviamente, ben vengano le critiche costruttive.

Siccome il vostro nome lo conosciamo, rivelateci qualcosa di voi che nessuno sa… finora.
Ventre – La prima volta che arrivai in Italia lo feci via terra passando col treno dalla Spagna alla Francia, fino alla frontiera di Ventimiglia. Lì mi fermarono due Carabinieri e, alla domanda “Cosa fa nella vita?”, risposi “Sono un tenore”. Al che loro dissero: “Se lei è un tenore, ci faccia sentire la sua voce”. Così cantai «Che gelida manina» alla dogana. Fu la mia prima audizione e penso sia andata bene perché, dopo la frase «chi son? chi son!... e che faccio...», non solo mi fecero passare, ma mi aiutarono a salire sul treno per Firenze.
Simoncini – Negli ultimi anni ho scoperto di avere un disturbo nell’apprendimento: mi hanno certificato una dislessia (DSA) nella lettura musicale. Questo ha penalizzato le prime fasi della formazione in conservatorio, però ho comunque adottato dei metodi compensativi che mi hanno permesso una totale autonomia nello studio. Pare ne soffrissero anche Mozart ed Einstein: purtroppo non ho ancora sviluppato il loro genio, ma sono fiducioso...

Facciamo il gioco della torre su Turandot. Allestimento fiabesco o realistico?
Ventre – L’allestimento può essere concepito in qualunque modo e per me va benissimo. L’unica cosa fondamentale è che il messaggio del Maestro Puccini rimanga invariato.
Simoncini – Allestimento fiabesco, ma anche un po’ splatter.

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«Non piangere, Liù» o «Nessun dorma»?
Ventre «Non piangere Liù» assolutamente. Certo come romanza è meno d’effetto rispetto a «Nessun Dorma» (che tutti conoscono), ma è più complessa nei colori e nelle dinamiche.
Simoncini «Nessun Dorma»! È l’aria tenorile per antonomasia.

Turandot o Liù?
Ventre – Liù tutta la vita.
Simoncini – Butto dalla torre Liù. Crollasse il mondo, voglio Turandot!

Team Arturo Toscanini («Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto») o Team Ettore Panizza (Turandot e il pubblico hanno diritto a un finale). Quale preferite?
Ventre – Ho avuto la fortuna di fare Turandot in entrambe le versioni e devo dire che, a livello personale, l’incompiuta mi lascia un’emozione enorme, perché evoca immediatamente il Maestro Puccini e i suoi ultimi momenti su questa Terra. Quando la folla sospira «Liù, bontà, perdona!» (poco prima che inizino gli accordi che portano al duetto «Principessa di morte»), sento il cuore e lo spirito allinearsi in modo incredibile.
Simoncini – Il pubblico ha diritto a un finale per completare il senso del libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni.

Finale raro di Luciano Berio o canonico di Franco Alfano?
Ventre – Ho solo sentito una volta il finale di Berio e, anche se mi è piaciuto molto, per il momento continuo a reputare stupendo quello di Alfano.
Simoncini – Per me, invece, il finale di Berio è inascoltabile. Inoltre, ho scoperto di recente che Alfano ha aggiunto davvero poche battute agli appunti originali di Puccini, quindi il cambiamento è minimo.

Dopo questa Turandot, cosa vi porterà il 2020?
Ventre – Mi aspettano la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi a Monte Carlo, Aida a Shanghai, Turandot a Rimini e a Xi’An, Cavalleria rusticana, Pagliacci e Aida in Arena, Manon Lescaut a Palermo e la tournée di Aida in Giappone con il Teatro Petruzzelli.
Simoncini – Canterò Iris a Berlino e avrò una lunga permanenza a Verona, dove sarò impegnato al Teatro Filarmonico prima con Amleto di Franco Faccio e poi con il dittico pucciniano composto da Le Villi e Il tabarro. Per quanto riguarda l’estate... chissà che non ci si riveda in Arena!

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«Crollasse il mondo, voglio Turandot!» E voi cosa vorreste, a tutti costi, per il futuro?
Ventre – Tanta salute: cosa fondamentale per la vocalità tenorile e per poter continuare a esprimere col canto quello che più sento interiormente. Non avendo una voce “piccolina”, ho bisogno di avere la salute in ordine per poter donare tutto me stesso. E, siccome in questo momento a Parma siamo nel bel mezzo di un inverno freddo e cangiante, faccio di tutto per arrivare nel miglior modo possibile a questa Turandot… e incrocio le dita.
Simoncini – Vorrei continuare ad avere tanta salute e un po’ meno di solitudine affettiva.

In una lettera al librettista Adami (datata marzo 1924), Puccini scriveva: «Penso ora per ora, minuto per minuto a Turandot e tutta la mia musica scritta fino ad ora mi pare una burletta e non mi piace più. Sarà buon segno? Io credo di sì».
Insieme ai nostri gentili artisti, speriamo in aver suscitato in voi la curiosità di voler approfondire la conoscenza di questo capolavoro, capace di proiettare il melodramma verso lidi ove molti hanno provato a navigare, ma dove ancora nessuno (a nostro avviso) è riuscito ad approdare.

Crediti fotografici: fotografie fornite dagli Artisti intervistati
Nella miniatura in alto: Giacomo Puccini al tempo di
Turandot
Al centro: Carlo Ventre e Samuele Simoncini nei panni di Radames in due diversi allestimenti di Aida
Sotto: diverse sequenza con i due tenori impegnati nelle opere del loro repertorio






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Arena ecco il cast stellare
servizio di Athos Tromboni FREE

200214_Vr_00_PresentazioneCastArena2020_DiegoMatheusVERONA – Presentazione del 98° Festival (titoli in programma e cast) con suspence, giovedì 13 febbraio 2020, nel Teatro Filarmonico: la mattina la stessa presentazione era stata fatta a Milano, il pomeriggio alle 16,30 era prevista la replica a Verona, sennonché tutto lo staff (la sovrintendente della Fondazione, Cecilia Gasdia, il
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Pianoforte
La Vacatello sa emozionare
servizio di Athos Tromboni FREE

200212_Fe_00_RecitalPianisticoMariangelaVacatello_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La pianista Mariangela Vacatello lascerà un ricordo indelebile negli spettatori di Ferrara Musica, perché il suo recital eseguito martedì 11 febbraio 2020 nel Teatro Comunale Claudio Abbado è di quelli che non si scordano. Si è presentata con molta semplicità e molta sicurezza di sé, in un programma che ha mischiato novità e grande repertorio solistico
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Vocale
Due concerti Mikrokosmi
servizio di Attilia Tartagni FREE

200211_Ra_00_Mikococosmi_GiuseppeFaustoModugnoRAVENNA - In Sala Corelli, nel ridotto del Teatro Alighieri è iniziata la 22° edizione di Mikrokosmi, concerti mattutini della domenica organizzati dalla Scuola musicale Mikrokosmos di Ravenna con la direzione artistica di Barbara Valli. E’ stato particolarmente interessante l’incipit del 19 gennaio 2020 quando, all’insegna delle celebrazioni del 250°
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Personaggi
Omaggio a Mirella Freni
servizio di Edoardo Farina FREE

200207_00_OmaggioAMirellaFreni_miniaturaMODENA - La scomparsa del soprano Mirella Freni (pseudonimo di Mirella Fregni), avvenuta il 9 febbraio 2020 all’età di quasi 85 anni (li avrebbe compiuto a breve) dopo una lunga malattia, è stata resa nota con profonda tristezza da Jack Mastroianni, manager di una vita. Una delle grandi artiste della seconda metà del '900, si è spenta nella sua casa
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Opera dal Centro-Nord
Il dittico del Trittico
servizio di Attilia Tartagni FREE

200204_Ra_00_SuorAngelica_phFilippoBrancoliPanteraRAVENNA - Il Puccini del Trittico su versi di Giovachino Forzano, che debuttò a New York nel 2018, non è quello di Bohème o di Tosca dove imperano le grandi arie espansive: per i più, questo, è un Puccini minore; ma per i musicologi è un Puccini di maggior respiro europeo. Al Teatro Alighieri il 31 gennaio e il 2 febbraio 2020, di quel Trittico, sono andati in
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Opera dall Estero
La bella Bohčme di Monte Carlo
servizio di Simone Tomei FREE

200128_MonteCarlo_00_LaBoheme_IrinaLungu_phAlainHanelMONTE CARLO - Un inizio di anno 2020 sontuoso alla Salle Garniér dell’Opéra di Montecarlo nel solco del grande repertorio pucciniano per il proseguire della stagione monegasca 2019-2020. L’allestimento de La Bohème di Giacomo Puccini porta la firma registica di Jean-Louis Grinda con una produzione che va nella direzione della più marcata tradizione
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Libri in Redazione
Parliamo di Leone, Mirella e Luciano
recensione di Athos Tromboni FREE

200127_Libri_00_LaBambinaSottoIlPianoforte_MicaelaMagieraMicaela Magiera
La bambina sotto il pianoforte
Edizioni Artestampa, Modena, pagg. 230, euro 18
Il sottotitolo di questo libro è indicativo come un sommarietto: «Storie d'amore e di musica nella Modena di Mirella Freni, Leone Magiera e Luciano Pavarotti»; sì perché l'autrice, Micaela Magiera,
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Opera dal Centro-Nord
Risurrezione nel teatro fiorentino
servizio di Simone Tomei FREE

200123_Fi_00_Risurrezione_AnneSophieDuprels_phMicheleMonastaFIRENZE - Qual è la via da percorrere per arrivare all’espiazione di un atto d’amore che la società considera come colpa? Per Katerina Mikalowna (alias Katiuscia) è stata quella di scendere fino agli inferi, toccarne il fondo e da lì risorgere e tornare a rivivere i sentimenti della fanciullezza e quindi risorgere. Risurrezione di Franco Alfano è la storia di questa
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Opera dal Centro-Nord
Turandot, primo e secondo cast
servizio di Simone Tomei FREE

200122_Pr_00_Turandot_GiuseppeFrigeniPARMA - La città di Giuseppe Verdi, eletta Capitale Italiana della Cultura 2020, ha dao il via alla stagione lirica del Teatro Regio con la Turandot di Giacomo Puccini; l'ultimo capolavoro del genio lucchese prende vita con un allestimento nato a Modena nel 2003 e che porta la firma di Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci), coadiuvato dalla di lui
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Classica
Riccardo Muti e la Cso un trionfo
servizio di Nicola Barsanti FREE

200122_Fi_00_RiccadoMuti-Cso_miniaturaFIRENZE - Grandi ovazioni da parte del pubblico hanno accolto il Maestro Riccardo Muti, tornato sul podio del Maggio Musicale Fiorentino con la sua fidata Chicago Symphony Orchestra, compagine orchestra che  mancava da Firenze dal lontano 20 settembre 1974 (per l’occasione aveva suonato al Teatro Comunale sotto la direzione di Sir Georg Solti).
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Echi dal Territorio
AmaDeus ex Mantova celebra il genio
servizio di Laura Gatti FREE

200121_Mn_00_AmaDeus_MozartATrediciAnniMANTOVA - Dal 10 al 20 gennaio 2020 Mantova ha vissuto un grande momento musicale e culturale con “AmaDeus ex Mantova”, riuscitissima iniziativa di Oficina OCM in collaborazione con l’Accademia Nazionale Virgiliana e con il sostegno dell’Amministrazione Comunale, tendente a restituire ai mantovani (come ha affermato il maestro Carlo
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Opera dal Centro-Nord
Gilda nella gabbia di Rigoletto
servizio di Simone Tomei FREE

200118_Lu_00_Rigoletto_DevidCecconi_phRolandoPaoloGuerzoniLUCCA - Rigoletto di Giuseppe Verdi approda al Teatro del Giglio in una coproduzione realizzata con la Fondazione Teatro Comunale di Modena e con la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Un allestimento la cui realizzazione sembra andare nell'ottica della sottrazione (nella lettura delle didascalie testuali) depurando scene e costumi per una
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Opera dal Centro-Nord
Serse adatto al pubblico moderno
servizio di Attilia Tartagni FREE

200112_Ra_00_Serse_AriannaVenditelli_phAlfredoAnceschiRAVENNA - La stagione d’opera 2020 del Teatro Alighieri si è aperta il 10 e il 12 gennaio portando per la prima volta a Ravenna il Serse,  una delle tante opere scaturite dal genio prolifico di Georg Friedrich Händel, il cui debutto avvenne al  King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738.
Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione
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Opera dal Nord-Est
Ottimo Boris Godunov
servizio di Rossana Poletti FREE

200111_Ts_00_BorisGodunov_AnissimovAlexanderTRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena a Trieste il Boris Godunov, capolavoro del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij, a cura del Dnepropetrovsk Academic Opera Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Lirica di Trieste. Si propone nella versione del 1872, con la revisione originale di Alexander Anissimov, attuale direttore
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i
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Opera dal Centro-Nord
Ritorno di Bohčme, primo e secondo cast
servizio di Simone Tomei FREE

200105_Fi_00_LaBoheme_FrancescoIvanCiampa_phMicheleMonastaFIRENZE - Di questa produzione di Bohème, andata in scena al Teatro del Maggio Fiorentino nello scorso periodo natalizio, già parlai nel settembre del 2017 (qui potete leggere il mio intervento). Sebbene in questa ripresa il posizionamento delle scene sembri essere più funzionale alla drammaturgia, i problemi strutturali del palcoscenico fiorentino
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Vocale
Natale alla Scala con Berlioz
servizio di Francesco Lora FREE

200102_Mi_00_ConcertoBerlioz_HectorBerliozMILANO – «Il coro dei pastori è molto più moderno (dell’ouverture) e bisogna essere ignoranti come una carpa (sic) per credere che un maestro di cappella del Settecento abbia mai immaginato la modulazione che si trova nel mezzo di questo coro»: così Hector Berlioz scriveva a Théophile Gautier, intorno al Natale 1853, a proposito della sua
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
servizio di Laura Gatti FREE

200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Opera dal Nord-Ovest
Ottima la Bohčme tutta colorata
servizio di Simone Tomei FREE

191231_Ge_00_LeonardoSiniGENOVA - Lo stupore, la magnificenza, il brio, l’elettricità che si sprigiona nell’aria non possono lasciare indifferente (se non addirittura a bocca aperta) lo spettatore che entra nella grande sala del Teatro Carlo Felice di Genova per assistere a La bohème di Giacomo Puccini: il pannello che sostituisce il sipario ci offre una già un’anticipazione di quello che sarà la visione dei 
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