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Al Teatro Carlo Felice entrambi i cast dell'opera 'genovese' di Verdi contribuiscono al successo

Entusiasmante Simon Boccanegra

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 20 Febbraio 2019

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero del 1971. “Ogni volta che mi succede di parlare del teatro, soprattutto di un fatto al quale ho partecipato direttamente, ogni volta che devo spiegare o introdurre qualcosa, provo una specie di senso di inutilità, perché sono convinto che il teatro, come del resto qualsiasi fatto d’arte, deve spiegarsi da solo, deve farsi capire da se stesso e basta. E anche perché sono sicuro che il pubblico, da solo, è sempre molto più pronto a capire e ad assentire di quello che tanti intellettuali credono con tutti i loro commenti a priori e a posteriori. Se perciò parlo oggi del Simon Boccanegra lo faccio un po’ come un prologo al suo prologo, più che altro rileggendo ad alta voce alcune riflessioni che mi sono servite a suo tempo per iniziare il mio lavoro su quest’opera di Verdi, su questa grande opera di Verdi per molto tempo, per troppo tempo misconosciuta. Forse, la prima cosa che mi ha aiutato a capire meglio questo misterioso Simon Boccanegra è stato il coraggio di accettarlo così com’è, cioè appunto come una cosa piena di mistero. Accettare cioè tutte le imprecisioni del racconto o l’incredibile del racconto, accettare la sua nebulosità prospettica, accettare anche l’incredibile del racconto, azione e storia e politica e vita che ne costituiscono la trama, una trama per certi aspetti forse non raccontabile, anche se è necessario, almeno questa sera, segnare alcuni punti di riferimento all’azione, ma saranno soltanto punti di riferimento, perché il Simon Boccanegra è un grande, complicato, artisticamente ordinato disordine, come la vita insomma, in cui risalta il movimento oscuro della storia, in cui le parti, i partiti o le fazioni si muovono, si contrastano, si dividono, si riuniscono, per poi dividersi ancora, non in una dialettica semplicistica, ma in un continuo scontro complesso, e quasi inafferrabile, in cui gli esseri umani vivono la loro avventura, sia come parti della storia di tutti, ma anche come attori della loro vita privata. Ecco, il pubblico e il privato mescolati insieme stretta- mente, la storia da una parte e l’uomo solo dall’altra, sono questi, secondo me, i veri protagonisti, con tutte le loro contraddizioni e le loro incertezze, del Simon Boccanegra. Sono nobili e plebei, ricchi e poveri, ieri come oggi, che si contrastano in una Genova che è una città vera, ma è anche una città d’opera e nel medesimo tempo potrebbe essere anche una specie di palcoscenico ideale della storia di tutti i tempi. Su questo palcoscenico il potere appare al tempo stesso come un punto da raggiungere, ma anche come un prezzo altissimo da pagare. C’è un plebeo, per esempio, innalzato quasi contro il suo volere ad una carica suprema che vive tutte le contraddizioni del potere e che soccombe nel gestire questo pesante potere, che quasi si simbolizza per lui nel grande manto regale che l’avvolge e che egli abbandona, che egli getta via alla fine, prima di morire, quasi per ritrovare se stesso. C’è l’odio, c’è molto odio in quest’opera, come c’è molto amore. C’è un odio antico, un odio duro, un odio fanatico: quello che divide le famiglie, che divide le fazioni, che divide gli uomini e che separa senza speranza due uomini giovani, e poi vecchi, prima che tra di loro riesca a nascere quella meravigliosa pianta che è la pietà, ma nasce quando è troppo tardi. E anche l’amore qui riesce difficile, persino l’amore paterno e filiale, perché i padri e i figli e le figlie non si riconoscono più, non sanno più riconoscersi e quando si riconoscono, si ritrovano, ormai, il loro tempo è passato. C’è anche il faticoso tentativo di dare una vita scenica e plastica ad una democrazia, c’è l’aspirazione vivissima ad una unità nazionale, fu questo, lo sappiamo, un grande sogno di Verdi. E nel Simone c’è la sete e l’orgoglio del potere, ma anche la grande stanchezza e il grande senso di inutilità del potere, la ricerca di una giustizia e quindi anche l’inevitabile incontro con l’ingiustizia, c’è l’amore e c’è la pena. Insomma, in quest’opera balenante, quasi alla rinfusa, mi sembra che sono racchiuse molte cose della vita che possono parlare ancora a noi uomini d’oggi perché i caratteri dell’avventura umana, nel fondo, non mutano, sono di ieri e di sempre. E poi, al di là di questa storia teatrale, al di là cioè del libretto, c’è qualche cosa che rileva ogni incertezza, che dà contorno e carne ad ogni schema, nello slancio impetuoso dell’ispirazione del cuore, e questo qualcosa è la musica. La musica di un Verdi qui quanto mai grande e quanto mai complesso, complesso ma non complicato: i grandi agiscono sempre per rendere più limpidi e comprensibili i fatti che sono più oscuri, sono soltanto i piccoli che intorbidano e complicano le cose. E qui Verdi con la massima perentorietà e con la massima semplicità risolve in musica qualsiasi perplessità, qualsiasi cedimento della parola. Qui Verdi innalza veramente con la musica la storia e i piccoli e i grandi uomini che la fanno ad una misura universale che ancora oggi non può non scuoterci e non commuoverci. Ecco, allora io, regista di teatro, vorrei dire agli altri questa sera di fare alla fine quello che in certe ore di incertezza sulla trama, sulle parole, sulle situazioni drammatiche di quest’opera, come di tutte le opere che ho allestito, ho fatto io: cioè di ascoltare, ascoltare semplicemente, con amore e con umiltà la musica. E, per quanto mi riguarda, ascoltare cercando di far il meno possibile, di disturbare il meno possibile la musica…
In queste parole si trovano sia l’essenza dell’opera, sia il significato più profondo della musica, delle parole, dei sentimenti. Con questo spirito nel cuore mi sono lasciato trasportare nella visione e nell’ascolto di un capolavoro che sprizza davvero emozioni da ogni singola nota. La musica è ovunque onomatopeica: richiama tanto la soave brezza marina quanto l’implacabile odio che alberga nel cuore di Fiesco, rende palpabili i sentimenti del protagonista, uomo di pace e “duce” politico (che si divide per dovere di Stato tra amore paterno), ed evidenzia le torbide trame di Paolo, per giungere a quel senso di morte che piano piano annienterà la vita del Doge genovese.
Questa constatazione di Anselm Gerhard coglie ancor più l’animus dell’opera: “I melomani più accaniti sono unanimi nel loro giudizio: davanti a Simon Boccanegra non possono trattenersi dal dimostrare il loro entusiasmo. L’amore incondizionato degli affezionati verdiani si spiega probabilmente grazie ai pregi peculiari dell’opera: dopo la vasta revisione del 1881, infatti, la partitura risulta da un lato non meno sfaccettata di quella di Otello, ma dall’altro piena di melodie di immediata cantabilità al pari di quelle di Rigoletto.

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E, se di entusiasmo si deve parlare, quello degli spettatori del Teatro di Genova ha trovato più di un motivo per potersi manifestare con sì tanto calore ed enfasi.
Andrea De Rosa realizza le scene e firma la regia, ripresa in quest’occasione da Luca Baracchini. L’elemento visuale rappresenta un punto saldo nella produzione e l’idea parte proprio dai luoghi del Boccanegra e dal suo mare, riprodotto sullo sfondo dal video maker Pasquale Mari, che ne ha ripreso la luce e i vari colori e proprio nelle ore specifiche in cui si svolge la vicenda. I costumi di Alessandro Lai completano egregiamente un quadro che sa ben prendersi cura dell’equilibrio tra musica e parola, infondendo ai personaggi quell’aspetto umano e sacrale che trasuda dal libretto (nonostante una trama piuttosto ingarbugliata). La scena è semplice e, dai cupi colori del Prologo, vira alla luminosità del primo atto per poi passare al color amaranto delle stanze del palazzo dogale nel secondo atto. Infine il monolite (che, immobile, ha dominato tutti i quadri precedenti) sembra sfaldarsi e con un gran coup de théâtre ci trasporta nell’immensità della “marina bella”, donandoci quel senso di infinito e di pace che ciascuno dei personaggi riuscirà a trovare nel proprio cuore, incluso il protagonista che, per quanto paradossale possa sembrare, lo raggiungerà proprio con la morte.
Il regista stesso, parlando della complessità narrativa dell’opera, spiega come ha lavorato per rendere fluido e lineare il dipanarsi degli eventi. “Mi è capitato di osservare come questa complessità, nelle mani del genio musicale di Verdi, si trasformi in una straordinaria ricchezza narrativa. Una ricchezza che si svela solo a patto di non cedere alla tentazione di ridurre grossolanamente i personaggi in caratteri, ma al contrario ci si sforzi di approfondire la difficile prova umana che essi devono sopportare. Se a ciò si aggiunge la grande dilatazione temporale che accomuna le due storie, allora ci sembrerà addirittura di essere come di fronte alla scrittura di un romanzo, all’interno del quale i personaggi, proprio grazie alla complessità delle situazioni che si trovano ad affrontare, evolvono in maniera sorprendente e inaspettata. Lungi dal risultare contraddittori, questi personaggi manifestano una grandissima umanità perché Verdi nutre queste complicate storie di profonde e continue suggestioni musicali, curando il dettaglio in modo maniacale. Ed è proprio lì, nel dettaglio, che i personaggi prendono vita, come accade nel grande romanzo europeo che in quegli anni si affermava. Ho cercato di tenere fermo il mio sguardo su queste apparenti contraddizioni, dunque, con la convinzione che in esse si celi qualcosa che le avvicina alla sensibilità dello spettatore moderno… Ho cercato, sia con il lavoro di regia che con quello scenografico, di rendere espliciti alcuni fili che tengono insieme la complicata trama e che legano tutti i personaggi, ma soprattutto Simone, a quel passato. Il più importante di questi fili è sicuramente il mare che nel mio allestimento sarà una presenza costante sullo sfondo della scena. Dal mare Simone, che era un corsaro, è stato irrimediabilmente allontanato a causa della sua elezione a Doge di Genova e della contemporanea morte di Maria, che lo hanno imprigionato dentro i palazzi del potere e nel cupo dolore per la morte della donna amata e la scomparsa della figlia. Maria e il mare, come ombre e fantasmi di un passato lontano ma incancellabile, saranno sempre presenti nella sua vita, lungo tutto lo spettacolo, ma si ricongiungerà con entrambi solo con la morte, che sopraggiunge alla fine del dramma. Solo a quel punto infatti, il mare sarà visibile per intero e la donna amata potrà di nuovo stringerlo tra le sue braccia.

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Sabato 16 febbraio 2019 - Secondo Cast
Il baritono Alberto Gazale gioca senza dubbio le sue carte migliori per delineare ogni recondito sentimento di Simone. La voce è salda, robusta e risuona nel Teatro mettendo in luce la ricchezza di armonici e l’ottima proiezione vocale. Gazale sa coniugare recitazione e canto con l’arte proveniente da una lunga esperienza e gioca sul fraseggio con amabile disinvoltura, senza farsi intimorire dagli impervi passaggi che spesso sollecitano la sua corda. Ne esce un personaggio regale e altero, ma anche umano capace di provare nobili sentimenti e incline al perdono.
Il giovane basso russo Roman Lyulkin affronta temerario l’impervia parte di Fiesco, svelando un materiale vocale e una baldanza scenica non indifferenti. La grande aria di sortita Il lacerato spirito trasuda pathos e dolore . E il resto della  sua prova non è da meno, come nel caso del commovente duetto con il protagonista, in cui Lyulkin privilegia il sentimento alla tecnica, ottenendo un risultato considerevole.
Vera scoperta, nel ruolo prettamente lirico di Amelia Grimaldi, il soprano Angela Nisi. Dopo averla già ascoltata in altri ruoli (sia pur in un repertorio leggermente distante da questo), non posso che constatare l’efficacia della nuova strada intrapresa e il relativo “salto” di qualità. Voce adamantina, trilli bellissimi e precisi in acuto, grande legato ed elegante portamento scenico le sono valsi il lauro di un riuscitissimo debutto. Ha saputo conferire al personaggio i giusti accenti in tutte le situazioni con quell’accorto senso della misura guidato dalla consapevolezza di dover pesare ogni parola ed ogni suono per arrivare all’epilogo in ottima forma. L’aver colto inoltre il carattere più intimo del personaggio le ha permesso di dipingere il disegno dei sentimenti e delle loro mutazioni con sagge intuizioni vocali.
Nei panni di Gabriele Adorno Matteo Desole si rivela un interprete che sa ben cantare e gode di un timbro molto accattivante. L’unico “difetto” è che la sua voce, al momento, non può essere dirottata su parti così impegnative. Manca quella “polpa” vocale necessaria a rendere onore e merito al suo rigo musicale e sia l’aria del secondo atto, sia il duetto successivo sono stati uno scoglio piuttosto duro da superare. A scanso di equivoci, mi preme ribadire che quanto affermo non vuole mettere in secondo piano la sua musicalità, davvero interessante e ben curata nella tecnica. Parlo piuttosto di aderenza a un repertorio più adatto per le propria corde, aderenza su cui deve basarsi la scelta primaria di un artista per costruire una carriera equilibrata e soprattutto longeva.
Paolo Albiani trova in Leon Kim un fedele e preparato interprete, che mette in luce un’emissione ben timbrata e sonora, in cui la zona acuta pare aver la meglio per nitidezza e corposità. Anche scenicamente si è ben calato nella parte, suggerendo tramite le parole e dai gesti quella repulsione che emana l’animo del personaggio.
Luciano Leoni è un sicuro Pietro che, con interventi sonori perentori, garantisce una sicura spalla al suo “socio” in affari Paolo. Completano il cast Simona Marcello (Ancella di Amelia) e un innominato Capitano dei Balestrieri.
Strepitoso per preparazione vocale e interpretativa il Coro del Teatro Carlo Felice (preparato e diretto dal M° Francesco Aliberti), di grande effetto nelle pagine fuori scena e magnifico sul palco con accenti multicolori e sempre in grado di restituire ogni momento con puntuale precisione, rispettando il volere di una partitura esigente e complessa.

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Parlando di partitura, non possiamo che scendere nel Golfo mistico, sul podio troviamo il M° Andriy Yurkevych. La lettura dello spartito tende a veicolare la musica in una dimensione quasi ascetica dove risulta sacrale il rapporto tra strumenti e palco. Vocalmente tale approccio è più faticoso perché incede su tempi (leggermente più dilatati), ma la cura del suono e degli effetti che vuol trarre dagli strumenti è stupefacente. In ogni pagina si percepiscono i colori del mare, dell’odio e dell’amore, mentre il gesto, sempre calmo e pacato, infonde quel senso di sinergia e di intimità viscerale con la voce dell’interprete, mai orfana della linfa nutriente delle armonie musicali. Non nascondo che, a un primo ascolto, sono rimasto piuttosto colpito da questa lettura, confermatasi vincente il giorno successivo con il ritorno del primo cast.
Anche il pubblico, piuttosto numeroso, è stato unanime nel manifestare il proprio apprezzamento con sonori e calorosi applausi sia durante l’opera, sia alla fine.

190220_Ge_07_SimonBoccanegra_LudovicTezierDomenica 17 febbraio 2019 - Primo Cast
Avendo perso la sua interpretazione nel 2017 al Teatro dell’Opera di Montecarlo, sono stato felice di ascoltare nel ruolo di Simon Boccanegra l’eccellente baritono francese Ludovic Tézier, che reputo un fuoriclasse assoluto del panorama musicale mondiale. La conferma l’ho avuta proprio questa domenica, una conferma che si esplicita in due aspetti fondamentali di un artista: la sua “arte” e la sua umanità.
La prima l’ho apprezzata sul palcoscenico e la seconda in camerino attraverso un’intervista che mi ha concesso, pubblicata su questa testata (che potete leggere qui ).
Veniamo all’arte: voce sublime, fraseggio paradisiaco e musicalità innata, culminate in un’interpretazione magistrale frutto di solida esperienza e tanto “mestiere” alle spalle. Le ampie frasi musicali vengono eseguite con lunghi respiri che sembrano ancor più rendere immortali le sensazioni vissute dal Padre-Doge, il cui destino avverso, nell’epilogo del terzo atto, emerge con somma intensità proprio grazie all’arcobaleno di colori della sua voce. “Oh refrigerio!... la marina brezza!” sembra davvero provenire dall’aldilà, come se l’uomo ormai vinto dal veleno volesse parlare all’anima di Maria, che di lì a poco riapparirà sotto forma di Fantasma (Luisa Baldinetti, attrice), nelle cui braccia si andrà a spegnere.
Ecco apparire il grande basso Giorgio Giuseppini nei panni dell’antagonista Fiesco per dar vita a un duetto che nella mia mente resterà immortale. Quello di Giuseppini è un Fiesco maturo e di spessore, un Fiesco che in ogni pagina dell’opera sa esprimere quella tempra vendicativa insita nel personaggio con una vocalità salda, piena, roboante e corroborante, dalla preghiera-lamento Il lacerato spirito al pianto causato dalla verità svelatagli dal Boccanegra. In un momento simile anche il cuore più insensibile non può rimanere freddo di fronte a tanta intensità interpretativa. Basti pensare alla frase Piango perché mi parla in te la voce del ciel, sublime e indimenticabile come la risposta del Doge: Vien, ch’io ti stringa al petto. Tézier e Giuseppini: due titani che danno tutti se stessi in quasi tre ore di musica
Elegante anche l’Amelia Grimaldi interpretata dal soprano Vittoria Yeo, molto a suo agio nella zona acuta del rigo musicale (in cui ha saputo trarre ottimi accenti ed eleganti sonorità), ma con qualche insicurezza nelle note più gravi, spesso prive del timbro necessario per essere incisive e sonore. Nel complesso una valida artista, in grado di coniugare l’aspetto vocale a quello scenico con armonia e naturalezza.
Ulteriore cambio per Gabriele Adorno, affidato alla voce del tenore genovese Francesco Meli, il quale regala una prova magistrale in un ruolo che pare scritto proprio per la sua voce. L’eleganza del fraseggio e il timbro morbido risultano vincenti, rendendo la natura antieroica del personaggio inversamente proporzionale alla sublimità dell’interpretazione.
Alla Gorobchenko è Un’ancella di Amelia.

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Anche domenica una platea gremita rende omaggio a tutti gli interpreti. Indimenticabile il lungo e caloroso applauso dopo la grande scena del Consiglio, scaturito della consapevolezza di trovarsi di fronte ad un capolavoro musicale (grazie al  compositore), scenico (in virtù del regista) e interpretativo, merito di artisti che sul palco esaltano l’essenza dello spartito. Uno spartito che, pur essendo stato definito dallo stesso Verdi “tavolo zoppo”, “gambe storte da raddrizzare” e “cane ben bastonato” (portandolo persino a dire  “Gli ho voluto bene come si vuol bene al figlio gobbo”), mi commuove e mi carezza il cuore al pari del gesto di una madre che vive costantemente nel pensiero e nel ricordo dell’amato figlio.

Crediti fotografici: Marcello Orselli per Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore d'orchestra Andriy Yurkevych
Sotto in sequenza: Leon Kim (Paolo Albiani) e Alberto Gazale (Simon Boccanegra); Angela Nisi (Amelia Grimaldi); Roman Lyulkin (Fiesco) insieme a Leon Kim; Angela Nisi; Alberto Gazale
Al centro: scenografia d'assieme del Simon Boccanegra genovese
Nella miniatura al centro: Ludovic Teziér (Simon Boccanegra)
Sotto: Vittoria Yeo (Amelia Grimaldi) assieme a Ludovic Teziér
In fondo in sequenza: Giorgio Giuseppini (Fiesco); Vittoria Yeo; Francesco Meli (Gabriele Adorno)






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