Pubblicato il 12 Febbraio 2022
La Fondazione romana manda in scena un cast eccellente sotto la bacchetta del neodirettore Mariotti
Bella Luisa Miller all'Opera servizio di Nicola Barsanti

20220212_Roma_00_LuisaMiller_RobertaMantegnaAntonioPoli_phFabrizioSansoniROMA - Sulla scia dell’interesse verdiano per Friedrich Schiller, il Teatro dell’Opera di Roma (dopo la preapertura con Giovanna d’Arco) prosegue la stagione 2021-22 con Luisa Miller, definita da Abramo Basevi “l’opera che inaugura la seconda maniera di Verdi”. Attingendo alla tragedia Kabale und Liebe (Intrigo e amore ), Verdi si allontana dai temi bellici e patriottici, votandosi invece un dramma familiare che gli permette di scavare nella psicologia dei personaggi e nel conflitto fra padri e figli.
L’eccezionale scenografia di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti e le luci di Alessandro Carletti consentono alla regia di Damiano Michieletto di immergere lo spettatore in una vicenda il cui destino appare segnato sin dall’inizio.
L’impianto scenico è fisso: una stanza rettangolare a due piani, contornata di porte, sedie e lampadari disposti a specchio (gli uni luminosi ed eleganti, gli altri vecchi e dismessi), che vanno a delineare in modo assai efficace la dicotomia fra due famiglie socialmente opposte. La rotazione della pedana centrale suggerisce i diversi ambienti a seconda delle esigenze del libretto, restituendo appieno il tema dell’innocenza distrutta dalla corruzione.
Più discutibili i movimenti mimici suggeriti da Carlo Diego Massari, che in determinati momenti rischiano di distogliere l’attenzione dal dramma principale (si veda il quintetto alla fine del primo atto, durante il quale vengono inseriti sullo sfondo due bambini che si passano un palloncino bianco).

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Venendo al cast, uno dei protagonisti indiscussi della serata è senza dubbio Amartuvshin Enkhbat (eccezionale baritono mongolo già ascoltato da noi in altre produzioni), che, ancora una volta, sorprende per canto, proiezione sonora e dizione straordinaria; il suo Miller emerge carico di pathos sia nei duetti, sia nei concertati, regalando al pubblico un momento davvero emozionante nell’aria di sortita “Sacra la scelta è d’un consorte”, dove Giuseppe Verdi e Salvatore Cammarano ci offrono una delle definizioni di paternità più belle mai scritte per melodramma (“In terra un padre somiglia Iddio per la bontade, non pe’l rigor”). Ugualmente da applausi la successiva cabaletta.
Eccellente il Conte di Walter di Michele Pertusi, basso dalla voce profonda che sorprende per l’abilità e l’attenzione rivolta al legato. Ottimo il cantabile d’apertura “Il mio sangue, la vita darei”: una romanza che consente di apprezzare non solo i meandri del carattere di Walter ma anche tutta la coloritura e le sfumature vocali richieste a quel canto complesso che Pertusi dimostra di saper padroneggiare.
Il Wurm di Marco Spotti risulta valido dal punto di vista scenico, ma pecca di intonazione nei recitativi e, in alcuni passaggi, il canto risulta stanco e farraginoso. Migliora però nel corso del secondo atto, specialmente nel duetto con Walter.
La Luisa di Roberta Mantegna padroneggia una tecnica vocale da manuale. Il giovane soprano sorprende non solo nelle agilità e nello sfoggio degli acuti, ma anche nella resa degli accenti drammatici. Particolarmente degne di nota le parti a cappella, in cui emergono chiarissimi i picchiettati e i pizzicati; anche per questi preziosismi, la sua è una voce che farà strada.
Molto bene anche il Rodolfo di Antonio Poli, tenore dalla viva presenza scenica e dalla voce calda e suadente, assai adatta alle partiti più concitate dello spartito. L’aria “Quando le sere al placido” riscuote un caloroso applauso. Unica critica: nel terzo atto il suo Rodolfo non sembra abbastanza lacerato dal rimorso per aver avvelenato inutilmente se stesso e l’amata Luisa.
Ottima la Contessa Federica di Daniela Barcellona, versatile mezzosoprano dalla voce forte e distinta, ma anche dolce e remissiva. Veramente ben riuscito il suo duetto con Rodolfo “Deh! la parola amara”.
Apprezzabili la Laura di Irene Savignano e il Contadino di Rodrigo Ortiz.
Sul piano prettamente musicale, Luisa Miller sorprende proprio per il suo carattere compositivo: l’ouverture è un tour de force di scienza musicale, forse il risultato più notevole di Verdi in questo campo (per quanto nella sinfonia dei Vespri Siciliani possa esserci più forza e in quella della Forza del destino più brio).

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Alla guida della strepitosa orchestra del teatro, il neo direttore musicale dell’Opera di Roma Michele Mariotti punta a rendere al massimo la grandiosità del preludio “milleriano”, scegliendo talvolta tempi larghi e flemmatici laddove sarebbe preferibile maggiore vivacità. Tuttavia il Maestro dimostra valide intuizioni e gli attacchi, sempre precisi e puntuali, pongono l’intera concertazione a servizio del canto.
Squisito il coro preparato dal Maestro Roberto Gabbiani. Ovazioni per tutti.
(La recensione si riferisce alla recita di giovedì 10 febbraio 2022)

Crediti fotografici: Fabrizio Sansoni per il Teatro dell'Opera di Roma
Nella miniatura in alto: Roberta Mantegna (Luisa) e Antonio Poli (Rodolfo)
Al centro in sequenza: Daniela Barcellona (); Roberta Mantegna, Irene Savignano (Laura) e Amartuvshin Enkhbat (Miller); ancora Roberta Mantegna con Antonio Poli
Sotto: bella panoramica di Fabrizio Sansoni sull'allestimento





Pubblicato il 14 Agosto 2021
Il regista Davide Livermore per la sua messinscena riempie il palcoscenico di linee temporali alternative
L'universo parallelo di Elisabetta servizio di Valentina Anzani

20210814_Ps_00_ElisabettaReginaDInghilterra_KarineDeshayes_phAmatiBacciardiPESARO, 8 agosto 2021 – La regia di Davide Livermore per Elisabetta Regina d’Inghilerra, seconda opera del Rossini Opera Festival 2021, ci trasporta nella prima stagione della serie The Crown, con una Regina Elisabetta (seconda) che fa con la sua aria di apertura un discorso alla nazione. È immersa in scene (di Giò Forma) dall’aura tipicamente British, intrise di un glamour post seconda guerra mondiale e coadiuvate da suggestioni dell’esperienza cinematografica recente, tra cui almeno il film The Queen e la serie Netflix The Crown. Come se non bastasse, sullo schermo a led che domina il palcoscenico si susseguono bellissimi effetti prospettici e di luce delle proiezioni di D-Wok.
Questa regia si configura come un’imponente, accattivante, accurata operazione estetica fatta di profili luminosi che svaporano in esplosioni acquee e fumose (che a loro volta tramutano anche in effetti marmorei alle pareti), porte a specchi che rilucono e fermi immagine che risultano in tableau vivants di grande effetto visivo (grazie anche ai bellissimi costumi di Gianluca Falaschi). È un allestimento che punta sull’impatto visivo e che demanda la narrazione alla scenografia più che all’attore cantante, per quanto comunque le proiezioni di eventi atmosferici (irrealistici) amplificano il sentire dei personaggi in scena, mentre le prospettive architettoniche (realistiche come se fossero una scenografia fisica), li posizionano nello spazio.
Le suggestioni cinematografiche citate però, per essere efficaci, devono essere estrapolate dal loro contesto originario (e dal dato storico da cui prendono le mosse) per essere fruite come niente meno che quello che sono: suggestioni, appunto.

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E solo in tal prospettiva l’allestimento funziona, senza la pretesa di far perfettamente aderire la figura di Elisabetta I (protagonista dell’opera) e le sue vicende amorose a quelle della tuttora vivente Elisabetta II. In alternativa, lo spettatore può giocare al gioco dei paradossi: e se, in una linea temporale alternativa, Lilibeth avesse amato altri all’infuori del Principe Filippo? E se quel tale non l’avesse ricambiata? E se Churchill le fosse stato nemico? E se l’avesse tradita, e con lei avesse tradito l’Inghilterra? 
È proprio in questo scenario che si muove un cast di livello, di cui è il versante femminile a compiacere maggiormente: Karine Deshayes è un’Elisabetta portentosa, Salome Jicia è un’impettita Matilde facile agli acuti e con agilità definite e penetranti. Marta Pluda nei panni en travesti di Enrico è dinamica, agile e pienamente convincente. Il Leicester di Sergey Romanovsky ha un mezzo potente ed equilibrato, mentre il Norfolc di Barry Banks (che ricorda un Churchill) ha poca voce ed è spesso fuori tempo. Di grazia gli interventi di Valentino Buzza nei panni di Guglielmo. Senza troppo polso invece è stata la direzione di Evelino Pidò in testa all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

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Crediti fotografici: Studio Amati Bacciardi per il Rossini Opera Festival di Pesaro
Nella miniatura in alto: la protagonista Karine Deshayes (Elisabetta)
Sotto in sequenza: Salome Jicia (Matilde); Sergey Romanovsky (Leicester); Karine Deshayes con  Sergey Romanovsky; Barry Banks (Norfolc)
Al centro e in fondo: due belle immagini della protagonista nel ruolo di Elisabetta





Pubblicato il 13 Agosto 2021
Il trionfo dell'Amneris di Veronica Simeoni e la riflessione sul colonialismo di Valentina Carrasco
Aida ai tempi degli oleodotti servizio di Valentina Anzani

210813_Mc_00_Aida_MariaTeresaLeva_phTabocchiniMACERATA, 12 agosto 2021 – L’Aida in scena sul palcoscenico maceratese è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica in onore dei 100 anni di spettacoli in Sferisterio, e la qualità dell’allestimento non avrebbe potuto meglio celebrare tale importante ricorrenza. La regia di Valentina Carrasco - con le scene di Carles  Berga, chevalorizzano al meglio l’immenso palcoscenico, e i costumi di Silvia Aymonino dai fini riferimenti storici, ideologici e culturali - ha fatto dell’opera uno strumento di riflessione sul colonialismo e i suoi deleteri effetti. Su queste dinamiche sociali e culturali, pur applicabili a innumerevoli epoche e storie di conquiste e conquistatori, Carrasco ambienta l’umanissimo dramma di amore non corrisposto, gelosie e implicazioni politiche in una Menfi di inizio Novecento. Indiscussa protagonista dell’allestimento è l’Amneris di Veronica Simeoni nei panni di una Lady Mary della Downtown Abbey d’Egitto, raffinata e nobile nella figura così come nella sua resa vocale.
In un allestimento come questo, con una regia concentrata sui movimenti delle masse e sul colpo d’occhio dalle grandi distanze, e dunque poco attenta alle minime interazioni di recitazione tra cantanti (ma forse non potrebbe essere altrimenti, date le dimensioni dell’arena), Simeoni riesce comunque a far parlare il corpo, mettendo in primo piano una fisicità che è un tutt’uno con la sua emissione vocale, e che dà all’interprete un’identità specifica di grande impatto e in pieno contrasto con l’Aida di Maria Teresa Leva: se l’una è algida ed elegante, l’altra è tutto sangue. Leva ha tanta voce, acuti solidi e un bel fraseggio che spesso commuove, soprattutto nell’apertura del Terzo Atto.

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Il tenore Luciano Ganci è un Radamès pavarottiano anche nel porgere a volte poco misurato del suono, ma la rotondità penetrante del bel timbro ne fanno un interprete prezioso.
Alessio Cacciamani interpreta il sacerdote egizio Ramfis con voce piena e gravi ben sostenuti e perfettamente udibili anche nei più delicati pianissimi.
Completano il cast Marco Caria nei panni di Amonasro, re Etiope e padre di Aida, e Fabrizio Beggi, il Re egizio, entrambi convincenti e apprezzati.
Il maestro Francesco Lanzillotta dirige con sobrietà l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra le imponenti dimensioni del luogo e i tempi richiesti dall’opera verdiana. Di particolare effetto sono state anche le scene corali, sia per l’oculato dispiegamento di comparse e ballerini, sia per la qualità degli interventi del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” (maestro del coro, Martino Faggiani), specialmente quella dedicata alla preghiera a Fhtà, con Maritina Tampakopoulos notevole nel ruolo della Sacerdotessa.

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È sulle note della marcia trionfale che viene proposto (nelle coreografie di Massimiliano Volpini) con maggiore enfasi il trionfo dell’invasore che porta modernità e tecnologia, con un iperrealismo nella rappresentazione - soprattutto della violenza - che ha fatto sollevare proteste da qualche spettatore tra i più tradizionalisti. È qui che emergono le contraddizioni di un colonialismo che deride l’oppresso nella sua fame, che gli impone un’istruzione, che ne sfrutta le risorse, che lo sveste dei suoi abiti rivestendolo dei propri, che si impossessa di una cultura “altra” feticizzandola e delegittimandola. Ed è qui che si impone la profonda riflessione operata da Carrasco (in linea con i più aggiornati temi di riflessione geopolitica) sull’imposizione da parte dell’invasore di quelle che possono apparire migliorie (come infrastrutture, trasporti, istruzione, sanità), che però vanno di pari passo con lo sfruttamento delle risorse e delle popolazioni autoctone. Sono tutte pratiche che causano l’impoverimento del conquistato e la sua dipendenza economica rispetto al conquistatore, a dispetto di tante frasi ripetute a sproposito, secondo cui un certo colonialismo ha fatto anche del bene perché ha portato progresso tecnologico in determinate regioni: in realtà non è così, soprattutto quando il progresso è finalizzato all’ottimizzazione dei processi di depauperamento del territorio occupato.
E infatti l’oleodotto costruito dal conquistatore dell’Aida di Carrasco finisce per deturpare il territorio e danneggiare il clima. In questo senso la coraggiosa produzione maceratese ci ricorda quale dovrebbe essere il valore dell’opera e del teatro di oggi, ossia strumenti che possano ancora muovere valide ed efficaci critiche al mondo contemporaneo, e in questo sta il suo meritato successo e plauso.

Crediti fotografici: Alfredo Tabocchini per il Macerata Opera Festival
Nella miniatura in alto: la protagonista Maria Teresa Leva (Aida)
Sotto in sequenza: Luciano Ganci (Radames); Marco Caria (Amonasro) e Maria Teresa Leva; panoramica sulla scenografia di Carles Berga e i costumi di Silvia Aymonino
Al centro: Maria Teresa Leva, Marco Caria, Fabrizio Beggi (il Re egizio) e Veronica Simeoni (Amneris)
Sotto: ancora la Simeoni all'inizio del secondo atto
In fondo: una bella panoramica sull'intero allestimento maceratese






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Parliamone
Michelle Candotti non solo Chopin
intervento di Athos Tromboni FREE

20220513_Fe_00_MichelleCandotti_EnsembleMusikFestivalFERRARA - La pianista Michelle Candotti è ritornata a suonare nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" otto mesi dopo il suo debutto nella città estense come concertista: nel settembre 2021 presentò un programma tutto incentrato su Fryderyk Chopin perché in quel periodo stava preparando la propria partecipazione al Concorso Internazionale Chopin di Varsavia, uno fra i più prestigiosi e difficili del mondo. Ebbene partecipò, arrivando fino alla semifinale: un risultato lusinghiero se si considera che già l'ammissione al concorso è uno scoglio niente affatto semplice da superare; e poi mediamente sono selezionati dai 150 ai 200 giovani pianisti da tutto il mondo, perciò la strada per arrivare alla finale è perigliosa e difficile e il raggiungimento almeno della semifinale è un risultato più che eccellente.
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Nord
In principio era ŦLe Willisŧ
servizio di Simone Tomei FREE

20220621_Lu_00_LeWillis_SeleneZanetti_phImaginariumCreativeStudio.jpegLUCCA - Il genio compositivo giovanile di Giacomo Puccini si cimentava nel concorso Sonzogno con un libretto di Fernando Fontana dal sottotitolo “Le Willis - leggenda in un atto e due parti”. Il componimento teatrale del venticinquenne compositore lucchese non fu ritenuto all’altezza di figurare tra i cinque lavori degni di menzione; ebbero
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Nuove Musiche
Let's Prog che spettacolo!
servizio di Attilia Tartagni FREE

20220621_Ra_00_LetSProg_GiovanniSollima_phMarcoBorrelliRAVENNA - Non l’avevamo dimenticata, l’invasione della città nel Ravenna Festival 2016 a opera di una schiera di violoncellisti ossessionati dal proprio strumento con cui coinvolgere e trascinare il pubblico donando emozioni e creando nuove sensibilità. A volte ritornano e chissà se sono ancora gli stessi di sei anni fa. Di certo non sono cambiati
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Soci Uncalm
Saccon e Génot un gioiello di esecuzione
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20220619_Lucca_00_SacconGenotLUCCA - Chiesa dei Servi, 18 giugno 2022. Raramente abbiamo partecipato e assistito a un concerto per violino e pianoforte con un programma così fascinoso, coinvolgente, stimolante il duo degli artisti a realizzare una naturale e viva comunicazione al pubblico della loro arte.
È successo con il violinista Christian Joseph Saccon e il
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Opera dal Nord-Est
Carmen torna accolta dal tripudio
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20220618_Vr_00_Carmen_ClementineMargaine_EnneviFotoVERONA – Doveva essere kolossal per celebrare il regista Franco Zeffirelli, e kolossal lo è stata questa Carmen inaugurale dell’Arena Festival 2022 perché al di là degli esiti ricercati da puristi e “intenditori”, o da filologi e “integralisti”, per la Fondazione veronese ciò che più conta (attenzione: diciamo ciò che più conta, non ciò che solo conta)
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Luglio a teatro 2022
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A teatro vive il sogno illuminista
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20220531_Fe_00_PresentazioneProsa2022-2023_MichelePlacidoFERRARA - È stata presentata la stagione di prosa 2022-2023 del Teatro Comunale "Claudio Abbado": saranno 12 spettacoli in abbonamento che spaziano dai grandi classici, agli autori internazionali, alle nuove drammaturgie. A questi appuntamenti (in programma il venerdì e il sabato alle 20,30 e di domenica alle ore 16), si aggiungono anche i
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Vocale
Requiem e altro in una sera d'aprile
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20220404_Fe_00_RequiemFaure_BasilicaSanFrancesco_MarcoTitotto_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Buon afflusso di spettatori per il concerto a ingresso gratuito organizzato nella basilica di San Francesco ieri sera, 3 aprile 2022, dal Conservatorio di musica "Girolamo Frescobaldi" di Ferrara: come hanno precisato sia Mauro Vignolo (presidente del Coro Polifonico di Santo Spirito) che Fernando Scafati (direttore del Conservatorio
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Opera dal Nord-Est
Ernesto scappa sulla luna
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20220403_Ts_00_DonPasquale__phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Ci siamo molto divertiti a mettere in scena questo Don Pasquale di Gaetano Donizetti» ha affermato il regista Gianni Marras alla presentazione dell’opera, avvenuta pochi giorni prima del debutto al Teatro Lirico ‘Giuseppe Verdi’ di Trieste. Ed è probabilmente questa la motivazione per cui l’allestimento
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Concorsi e Premi
Premio alla carriera a Gabriele Sagona
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20220328_Pd_00_PremioAllaCarrieraAGabrieleSagonaPADOVA - Sarà una domenica che i soci del Circolo della Lirica e del Circolo Unificato dell'Esercito non dimenticheranno quella del 27 marzo 2022, quando alla presenza di una sala gremita fino all'esaurito è stato conferito il Premio alla carriera al basso bergamasco (padovano di adozione) Gabriele Sagona, protagonista di un rapido e prestigioso
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