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I concerti dell'Associazione Bal'danza nel Ridotto del Teatro Comunale Claudio Abbado

Recital di Davide Fabbri e disco

servizio di Edoardo Farina

Pubblicato il 10 Febbraio 2022

20220210_Fe_00_DavideFabbriFERRARA - Prosegue contrassegnata da grande partecipazione di pubblico la rassegna “Ferrara Musica al Ridotto” nell’ambito della stagione invernale 2021-2022, ove domenica 6 febbraio 2022, Davide Fabbri ha proposto una singolare performance dal titolo Viaggio tra i pizzichi: liuto, tiorba e chitarra barocca, usati per tracciare un percorso storico nel repertorio dall’Ars Antiqua alla seconda metà del Seicento. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con Bal’danza sotto la direzione artistica di Romano Valentini, conferma l’intento formativo che l’Associazione presieduta da Valeria Conte Borasio persegue da anni trovando piena sintonia nella programmazione connessa con il Teatro Comunale “Claudio Abbado”, rivolta anzitutto all’educazione all’ascolto. Dopo il caloroso consenso riscontrato con le magiche atmosfere nei meandri medioevali de laReverdie il cartellone ha inserito in senso cronologico pagine meno note ma di straordinaria bellezza, al di fuori delle consuete scelte riguardanti i vari repertori cameristici. Diplomatosi in chitarra classica, Fabbri, faentino di nascita nel 1980, ha conseguito i titoli Accademici di II° livello in Discipline musicali-chitarra al Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena, in Didattica strumentale al Conservatorio “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara e in liuto all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Franco Vittadini” di Pavia sotto la guida di Massimo Lonardi, fautore tra i primi e ancora oggi importanti docenti in Italia atti alla riscoperta e l’insegnamento del liuto e strumenti similari. Didatta, concertista - sia in veste di solista che di continuista in ensemble -  più volte premiato in concorsi nazionali e internazionali, ha da poco pubblicato con l’etichetta DotGuitar il suo primo compact disc suonando liuto, tiorba, chitarra barocca, romantica e classica, denominato Il mio viaggio dove viene proposta una breve ma significativa panoramica dedicata ai principali artefici che hanno offerto il loro apporto alla letteratura degli strumenti a corde pizzicate. Preceduto dai saluti e i ringraziamenti di Valentini, il concerto ha inteso seguire in parte le tracce della registrazione discografica, suddiviso in tre episodi ove l’apertura è stata dedicata al liuto interpretando Francesco da Milano detto “Il Divino” (1497-1543) nato a Monza il cui vero nome era Francesco Canova; tra più rilevanti innovatori musicali dell’epoca influenzò diverse generazioni di liutisti e pubblicò alcune raccolte, dalle quali sono stati attinti il Recercar 84 e il Recercar 4.

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Dagli stilemi lontani e introspettivi soprattutto per l’uso del sistema di scrittura modale anziché tonale, il noto anonimo Greensleeves così come Pescator che va cantando di Pietro Paolo Borromo (1490-1563?) e Bianco Fiore attribuito all’Opera Le gratie d’amore del danzatore e coreografo Cesare Negri (1535?-1605?) sono stati sicuramente più in linea con il comune immaginario cinquecentesco, dedicando la fine della prima parte a John Dowland (1563-1626), massimo esponente del liuto rinascimentale a otto ordini di cori per polifonia e difficoltà esecutiva. Estroso e in parte ambigua figura, pur non sapendo molto dei suoi anni giovanili a parte la nascita avvenuta presumibilmente a Londra, diverse fonti lo pongono danese di adozione; apprezzatissimo come compositore e interprete viaggiò molto iniziando da Parigi dove visse per tre anni al seguito dell’Ambasciatore inglese Sir Henry Cobham.  Si recò poi in Germania, Italia e, dal 1598 al 1606, fu attivo alla corte di Cristiano IV°, risultando uno degli artisti meglio retribuiti in assoluto. Per motivi legati alla condotta, aneddotica lo vuole niente meno in veste di brigante fuorilegge, dovette lasciare la Danimarca per tornare nella capitale britannica, prima ingaggiato da Baron Howard de Walden e poi da Re Giacomo I° (James Stuart). Nell’ambito della produzione scrisse un centinaio di pezzi per liuto solo e più liuti, fra i quali Preludium, Fortune e Mrs. Winter’s Jump, eseguiti a chiusura della prima esposizione, per continuare con la tiorba detta anche chitarrone, riscoperta solo alla fine del secolo scorso, le cui radici francesi e italiane sono prevalentemente collocate alla Corte di Versailles, Roma, Bologna e Venezia.
20220210_Fe_02_DavideFabbri_CDUtilizzata in massima parte nel continuo, ovvero la prassi esecutiva espressa nel barocco atta all’improvvisazione e relativo accompagnamento soprattutto delle arie vocali, in forma analoga al clavicembalo ma dotata di un suono dalla dinamica molto più tenue e assorta, i liutisti che ne hanno dedicato il repertorio solistico sono assai pochi tra cui emerge Alessandro Piccinini (1566-1638); bolognese, iniziò l’attività alla corte di Alfonso II° d’Este e, in seguito, fu al servizio del Cardinale Pietro Aldobrandini, legato pontificio della Santa Sede a Ferrara e Arcivescovo di Ravenna. Due sono le sue raccolte giunte fino a noi, Intavolatura di Liuto et di Chitarrone, libro primo (Bologna, 1623), dove al musicista si attribuiva l’invenzione tra l’altro di un nuovo strumento, il cosiddetto arciliuto, dotato di un maggiore numero di bordoni descrivendone dettagliatamente le caratteristiche esecutive, e Intavolatura di Liuto, libro secondo (Bologna, 1639), pubblicato postumo dal figlio Leonardo Maria; alla sua produzione appartengono la Toccata IV, la Corrente II e la Ciaccona in Partite Variate, qui eseguite. Ultimo brano, la celeberrima Toccata Arpeggiata, uno dei più suggestivi di Johann Hieronymus Kapsberger (ca. 1580-1651); figlio di un Colonnello tedesco di istanza a Venezia, nonostante fosse nativo della città lagunare venne soprannominato “Il tedesco della tiorba” e con tale appellativo conosciuto negli ambienti artistici di Roma, recatosi dopo la formazione giovanile. Portò avanti una carriera molto prestigiosa nelle vesti di compositore, virtuoso del chitarrone e del liuto, organizzatore di “accademie” nella sua lussuosa residenza.
Nella prosecuzione della terza e ultima parte, Fabbri ha portato in scena la chitarra barocca non smettendo di stupire soprattutto per via della straordinaria capacità di sostituire in forma poliedrica un cordofono con un altro molto lontani tra loro per tecnica e approccio, volgendo lo sguardo sulla Spagna considerando la letteratura di Gaspar Sanz (1640-1710) e Santiago de Murcia (1673-1739). Il primo, chitarrista, organista e compositore, studiò teologia, filosofia e musica alla prestigiosa Università di Salamanca, venne poi in Italia a perfezionarsi probabilmente tra il 1699 e il 1703 soggiornando anche a Napoli per un lungo periodo. Ritornato nella Penisola Iberica, divenne maestro di chitarra di Don Giovanni Giuseppe d’Austria figlio illegittimo di Filippo IV° al quale dedicò tre volumi intitolati rispettivamente Instrucción de música sobre la guitarra españolaLibro segundo, de cifras sobre la guitarra española e Libro tercero de música de cifras sobre la guitarra española, stampati a Saragozza tra il 1674 e il 1675 veri e propri capisaldi della letteratura chitarristica di ogni tempo comprendenti in totale circa novanta brani inclusi  Españoletas e Folías, tra gli altri in questa sede mirabilmente interpretati. Di Santiago de Murcia (1673-1739), ove ne sono stati scelti Folías Gallegas e Cumbees, si sa invece veramente poco, tranne che nacque a Madrid e insegnò chitarra alla Regina Maria Luisa di Savoia, moglie di Filippo V° (come asserisce l’autore sulla copertina del suo Resumen de acompañar la parte con la guitarra, stampato nel 1714). Particolare curioso, due raccolte da lui curate, Passacalles y obras de guitarra por todos los tonos naturales y accidentales e il Codex Saldívar n. 4, datate fra il 1730 e il 1732, nonostante siano state ritrovate in Messico non si conosce ancora attraverso quali vie vi siano giunte dal momento in cui sembra appurato che non emigrò mai dall’Europa.
Il risultato complessivo dell’amico e collega Davide si concretizza in un excursus di notevole valenza collocandosi indubbiamente tra i più interessanti della stagione; dotato di maestria, versatilità e ottima capacità esecutiva, in una sala gremita soprattutto da numerosi non esperti ma estremamente interessati e affascinati, ha offerto un raro repertorio supportato dalla bellezza degli strumenti assai desueti dai pragmatici contesti e dalle scuole accademiche relativamente recenti, illustrati in modo decisamente esaustivo fornendo inoltre di pari passo ampie e dotte spiegazioni di carattere storico-documentale.   
Il rimanente percorso temporale lo possiamo seguire attraverso il cd giunto in redazione, dopo una precedente recensione già avvenuta altrove a cura del critico musicale Marco del Vaglio recentemente scomparso, ove la parte finale della registrazione è dedicata invece all’Ottocento, secolo che conobbe una notevole diffusione della chitarra (“romantica” agli albori, “classica” nella seconda metà), grazie all’affermarsi di autori che furono contemporaneamente virtuosi e ottimi compositori. In tale contesto Fabbri ricorda innanzitutto Luigi Legnani (1790-1877) con il Capriccio, n. 15 in Si minore. Nato a Ferrara, ma trasferitosi a Ravenna, fu uno dei più grandi chitarristi del suo tempo osannato dai pubblici di mezza Europa stringendo anche rapporti con interpreti altrettanto noti quali Liszt e Paganini. Ancora incerta, invece, l’attività di liutaio che molti gli attribuiscono, non essendo stato finora rinvenuto alcuno strumento recante la sua firma. Rimanendo in ambito romantico, notevole risulta la versione chitarristica del lied schubertiano Lob der Tränen (Elogio delle lacrime) a opera di Johann Kaspar Mertz (1806-1856), nato a Pressburg, l’attuale Bratislava in una famiglia di umili origini, ad appena dodici anni dava già lezioni di flauto e chitarra per contribuire al magro bilancio familiare. Perfezionare la tecnica chitarristica fu l’unico svago della gioventù e, conscio dei propri mezzi, a 34 anni decise di andare a Vienna a cercare fortuna ove ebbe subito un successo strepitoso al punto da essere nominato musicista di corte; intraprese successivamente numerosi spostamenti giungendo addirittura fino in Russia.

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Durante uno dei suoi concerti incontrò la giovane pianista Joséphine Plantin, che nel 1842 sarebbe divenuta sua moglie con la quale costituì un sodalizio di considerevole valore artistico. La produzione di Mertz comprende soprattutto pagine per chitarra e chitarra terzina in Sol, originali o parafrasi di temi d’opera e sinfonici, tutti di grandissimo valore, ma la fama è legata principalmente al Bardenklänge, op. 13, raccolta di trenta brani chitarristici, pubblicata fra il 1849 e il 1853. Penultimo musicista in traccia, Francisco Tárrega (1852-1909), che fornì un grande impulso alla chitarra classica, suonando strumenti di nuova concezione, simili a quelli utilizzati tuttora, costruiti dal liutaio Antonio de Torres Jurado (1817-1892). All’autore spagnolo va anche l’indubbio merito di aver portato la sei corde nelle grandi sale da concerto, preferendo comunque esibirsi in ambienti piuttosto raccolti, rilanciando il recital solistico grazie a una produzione comprendente sia pezzi originali quali Lágrima e Adelita qui inclusi, che trascrizioni e arrangiamenti operistici in auge all’epoca. Il disco termina con il Capriccio n.6 Colpo di remo di Luigi Mozzani (Faenza,1869 - Rovereto,1943), compositore, chitarrista e liutaio, per un ristretto lasso di tempo ha rivoluzionato la chitarra con l’avvento dei modelli Aquila, Lyra e Mezza-lyra a nove corde e innovato il sistema costruttivo dei “plettri” (mandolini, mandole e mandoloncelli) montando il fondo piatto anziché l’uso delle doghe, in modo molto più pratico ed economico. Numerose furono le tournée in vari periodi in diverse parti del mondo, una breve presenza a Napoli nell’orchestra del Teatro “San Carlo” in qualità di primo oboista, un soggiorno negli Stati Uniti (1894-1896), dove pubblicò i suoi Studies for the guitar presso l’editore Mills, una discreta produzione per chitarra e infine una seconda parte della vita rivolta in prevalenza alle attività di stimato docente.
Da quanto finora descritto per sommi capi, ci si rende conto del valore e dell’importanza di tutti gli artisti   che Davide Fabbri ha scelto come suoi compagni di viaggio sottolineando inoltre l’enorme lavoro svolto a cominciare dalle notevoli difficoltà nel rispetto della corretta prassi filologica, legate a un repertorio per il quale è stato necessario, allo scopo di potere entrare in piena sintonia con protagonisti e atmosfere di varie epoche, servirsi di ben cinque diverse tipologie organologiche, quali un liuto rinascimentale a otto ordini di cori, una tiorba a quattrodici corde singole, costruiti dal liutaio Giuseppe Tumiati, una chitarra barocca per opera di Anna Radice, una chitarra romantica senza carteggio restaurata da Giuseppe Baracani e una chitarra classica realizzata da Antonino Scandurra.
“Il Liuto è il più perfetto instrumento di tutti gli altri” Giovanni Maria Lanfranco, Scintille di Musica (Brescia 1533)

Crediti fotografici: Edoardo Farina






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