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L'opera di Luigi Dallapiccola al Maggio Musicale. Poi i Quattro pezzi sacri di Verdi

Appunti su Il Prigioniero

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 20 Giugno 2018

180620_Fi_00_IlPrigioniero_MichaelBoderFIRENZE - Nel cartellone dell'ottantunesimo Maggio Musicale Fiorentino hanno trovato albergo due titoli apparentemente distanti dal punto di vista musicale, ma decisamente entusiasmanti e diventati affini per l’originalità dell’approccio: Il Prigioniero di Luigi Dallapiccola ed I quattro pezzi sacri di Giuseppe Verdi. Il primo rappresenta quella categoria di lavori teatrali del secolo scorso in cui c'è la dissociazione tra musica e dramma in un teatro a forti tinte tragiche e personalmente sofferto, con un linguaggio musicale estremamente aggiornato per il periodo storico in cui è stato composto e denso di significato tradotto attraverso un simbolismo acuto e lungimirante. Il Prigioniero è l'opera più sofferta del compositore in cui viene tradotto il patimento vissuto in tutta la vita; dalle incomprensioni e ostilità sopportate dopo il suo trasferimento a Firenze, che non riuscirono a far mutare la direzione del suo pensiero musicale e umanistico, alle vicende storiche della guerra dove "... uno sguardo alle date è già di per sé eloquente. È l'estate del 1939 quando il compositore s'imbatte a Parigi nel racconto La torture par l'espérance, uno dei Contes cruels di Auguste de Villiers de l'Isle Adam: ne resta impressionato e, nel viaggio di ritorno, comincia a riflettere sul suggerimento ricevuto dalla moglie Laura di ricavarne un lavoro teatrale. Il precipitare degli eventi ritarda l'attuazione del progetto ma non la sua necessità: un primo abbozzo del libretto, scritto dal compositore stesso, è pronto alla fine del 1943; la stesura della musica comincia nel 1944, l'anno stesso che vedrà la liberazione di Firenze, dove il musicista vive da più di vent'anni, e la nascita di sua figlia Anna Libera. «Erano gli anni - scrive Dallapiccola - in cui l'Europa, da tempo circondata da filo spinato, con ritmo ognora crescente si riduceva a un ammasso di rovine... " (Sergio Sablich).
Un componimento che fa della dodecafonia, parola ancora ignorata dai musicisti italiani del tempo e che si prestava a volgari storpiature, la ragione portante che riesce a restituire quell'unità drammatica e drammaturgica che "... è garantita dalla severa disciplina dodecafonica, basata non soltanto sulle nervature interne del contrappunto ma anche sulle rispondenze intervallari della serie, costruite in modo da consentire la massima ampiezza della gamma espressiva, fino a inglobare le tensioni del canto. Tra le varie "costellazioni dodecafoniche" che sostanziano la partitura un rilievo particolare assume il ricorrente segnale di morte costituito dai tre accordi iniziali: un gesto di pretta efficacia drammatica, che si imprime nella memoria con la forza immediata di un appello simbolico. Dal primo di questi accordi deriva la serie fondamentale dell'opera, quella che lo stesso Dallapiccola individua come «serie della preghiera» e che accompagna le fasi della vicenda, affiancata dalle serie della «speranza» e della «libertà». Un altro motivo, anch'esso collegato ai tre accordi iniziali, simboleggia «Roelandt», la campana di Gand, e lo si ritrova pertanto sia nella seconda scena sia nell'ultima, al culmine dell'esaltazione per la libertà illusoriamente intravista. Queste indicazioni del compositore rivelano un trattamento tematico ben caratterizzato nonostante il tessuto assai complesso delle elaborazioni e delle derivazioni, che si spingono non solo a tollerare bensì a richiedere scoperte relazioni tonali. Un esempio estremo di questa tendenza a risolvere con figure musicalmente pregnanti i nodi drammaturgici che vi sono sottesi si ha nell'inciso motivico che scolpisce la parola «fratello», vera chiave dell'opera, in modo affatto emozionante, indimenticabile: ogni suo ritorno sembra condensare in una formula magica quasi sottratta al divenire dell'azione l'ansia di libertà del Prigioniero, in una cosmica richiesta di appartenenza che rappresenta forse l'anelito più autentico nel suo cammino verso la speranza. Alle parole di solitudine che avevano aperto l'opera e che la chiudono, e all'interrogativo che la sospende senza risolvere, si oppone come un controcanto polifonico, anche nei momenti dell'illusione, la fede nella preghiera, con il richiamo della trascendenza. Ed è su queste parole che il dubbio del Prigioniero si placa, prima che la morte lo ghermisca: «Signore, aiutami a camminare. Così lunga è la via che mi pare di non poterla finire. Signore, aiutami a salire»" (Sergio Sablich).

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Ubi major, minor cessat; cercare di comprendere appieno questo capolavoro del '900 non è stato facile e riportare qualche frase delle mie letture preparatorie l'ho ritenuto il miglior modo per cercare di rendere al meglio giustizia ad un compositore ancor troppo poco conosciuto ed eseguito la cui musica ascolto dopo ascolto regala delle superbe e corroboranti emozioni proprio come la visione di questo titolo all'interno del Festival del Maggio Musicale Fiorentino.
Tengo a precisare che il mio resoconto è riferito alla prova generale del 17 giugno 2018 cui ho assistito per gentile permesso del Teatro del Maggio essendo impossibilitato a farlo nelle serate previste dal cartellone.
Sono rimasto letteralmente colpito dalla lettura del regista e coreografo Virgilio Sieni coadiuvato per scene e costumi da Giulia Bonaldi e alle luci da Mattia Bagnoli; una lettura che ha fatto parlare oltre la musica e le parole anche i corpi degli straordinari componenti della Compagnia Virgilio Sieni che qui vale la pena di menzionare per intero: Jari Boldrini, Ramona Caia, Nicola Simone Cisternino, Lorenzo De Simone, Lucia Guarino, Maurizio Giunti, Maya Oliva, Andrea Palumbo, Asia Pucci, Sara Sguotti.
Corpi che parlano, che reagiscono al suono, alle parole, ai silenzi; corpi che esaltano la sofferenza e la amplificano talora ristorandola, talora intensificandola; la lettura in una visione cristica del personaggio eponimo mi ha catapultato nelle Sacre Scritture e nell'epilogo della passione di Gesù Cristo; la parola “Fratello” pronunciata dal carceriere – in realtà l'Inquisitore mascherato – che sembra dare apparente sollievo e fiducia al Prigioniero, mi ha riportato a quel senso di illusione e di speranza – nel Vangelo letta come debolezza – del Cristo che nell'Orto dei Getsemani prega affinché il Padre possa allontanare da lui quel calice amaro.
Scenicamente la storia si dipana in maniera circolare su due piani: il primo – Prologo della Madre – con una visione di “rassegnata speranza” esaltata da un velo divisorio per mezzo del quale si compongono delle immagini fatte di luci nebulose e spettri che ritorneranno alla fine nella quarta scena dove andranno ad assumere la destinazione finale del Prigioniero: ossia la sua “libertà" - che in realtà non è altro che la morte -; nelle scene intermedie invece il tutto si concretizza in uno spazio tendenzialmente vuoto in cui "parlano" soprattutto i corpi e a livello scenico vediamo solo l'apparire di un muro che rappresenta il cammino verso quella “libertà”; l'uomo lo usa come sostegno ed appoggio nel suo viaggio e ad ogni passo questo muro a contatto con il suo corpo si colora di rosso, di quel sangue che sgorga dalle ferite del condannato; una visione che impressiona, che scuote e che può essere efficacemente didascalizzata con le parole dello stesso regista.

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Dice infatti Sieni:"... Il Prigioniero apre una voragine che è anche mappa emozionale dell’uomo davanti alla tragedia. Il tempo diviene giudice di un gesto luminoso quale la speranza, affossandola per volere degli uomini. L’uomo sopraffà l’uomo e in questo spazio indicibile si assiste all’annientamento di un corpo, allo schiacciamento dell’anima. In questo Prigioniero si addensano le storie infinite di altri esseri umani, l’uno addossato all’altro, così come nel prigioniero flagellato - sostenuto nei suoi inciampi da una speranza di pura luce e attratto da un bagliore che lo trascina verso la morte come un satellite in balia delle forze gravitazionali del cosmo - o come nell’ultimo cammino di tanti uomini verso la costruzione della propria bara. Ho pensato che in quest’adiacenza di carne si potesse intuire, nonostante tutto, la bellezza dell’ultimo gesto, il paradosso emozionale dove il gesto e la figura rappresentano il crocevia di un vuoto tragico...".

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Artisti di grande livello hanno saputo integrarsi e reagire alle forti  "provocazioni" registiche in maniera sublime; nel ruolo eponimo il baritono Levent Bakirci ha sapientemente delineato sia con il fisico che con la voce il personaggio nella sua totalità; il canto si è fatto preghiera, lamento, speranza, disperazione con una partecipazione emotiva che mi ha coinvolto intensamente; ha modulato con la voce tutte le emozioni mettendo in risalto l'eleganza di un fraseggio seppur discontinuo come richiesto dalla partitura, ma anche la capacità di saper gestire con fermezza i difficili intervalli musicali non perdendo mai di vista l'obiettivo drammaturgico e le esigenze sceniche in cui ha saputo mirabilmente amalgamarsi offendo il suo corpo alla compagnia di danzatori che lo hanno fatto esprimere in maniera molto suggestiva e realistica di pari passo con la voce.

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La madre, interpretata dal mezzosoprano Annamaria Chiuri, porta il titolo della prima scena dove diventa assoluta protagonista; il suo corpo quasi raffigurante una Maria Egiziaca, si muove spasmodicamente guidata dalle ombre sognate che rappresentano "presagi incombenti"; la sua figura come dice lo stesso Sieni è "...figura primordiale, “ghianda” di gesti fondativi, una madre dall’animo stanco e avvolta dai suoi capelli come la Maria Maddalena di Donatello e quella di Desiderio da Settignano..."; e queste nebulose immaginate sono  vissute assieme ad un suo doppio che la bracca passo passo e la fa muovere nella direzione voluta; un'altra lei che le avvolge il corpo con gesti ascetici, tragici nel loro definirsi con pesantezza e al tempo stesso con lucidità; l'impegno vocale non è da meno per tradurre tanta sostanza emozionale; gli intervalli portano alla terza battuta ad un salto impervio al Si naturale in piena voce sotto una gamma orchestrale piuttosto consistente ed il dialogo con se stessa cresce misura dopo misura di pathos emozionale fino ad arrivare alla “Ballata” del prologo in cui si delineano, attraverso l'appropriato uso di intervalli – semitoni e terze minori –, i presagi femminili e materni di ciò che accadrà al figlio; il testo musicale riporta all'inizio l'indicazione di affidare questo ruolo ad un soprano drammatico; ecco che l'eleganza, la vocalità e l'esperienza dell'interprete hanno fatto sì che la sua corda mezzosopranile abbia saputo affrontare con quel piglio drammatico e feroce le impervie note; l'uniformità vocale di questa grande interprete ha fatto sì che in tutta la grande estensione del ruolo ogni nota trovasse quella giusta messa a fuoco, corretta intonazione e quella precisione ritmica da attagliarsi appieno alla scrittura musicale e alle esigenze sceniche.
Voce molto interessante e precisa anche quella del tenore John Daszak nel doppio ruolo di Carceriere ed Inquisitore; squillo notevole e grande duttilità per le esigenze di partitura.
A completamento del cast Primo sacerdote Antonio Garés e Secondo sacerdote Adriano Gramigni.
Grande protagonista è stato infine il Coro del Teatro fiorentino diretto e preparato come sempre dal M° Lorenzo Fratini; in questo primo componimento il suo ruolo è relegato a personaggio fuori scena con funzione direi quasi liturgica cui sono affidati i due intermezzi ed il finale concertato con il Grande Inquisitore ed il protagonista; la precisione stilistica del Coro è stata un fiore all'occhiello di questa produzione in cui è emerso in tutta la sua professionalità e con una cura particolare dei colori e delle intenzioni.
La direzione del M° Michael Boder si è perfettamente inserita in questo contesto così corroborante e coinvolgente ed è riuscita ad amalgamare appieno le esigenze del palcoscenico con quelle della buca orchestrale che si avvale di numerosi mezzi tecnici; così scrive Massimo Venuti ne “Il Teatro di Dallapiccola”: "... l'impiego di un organico esteso è compiuto solo in funzione dell'apertura verso la possibilità, cioè della non preclusione a certi mezzi che l'espressività impone. Se la disponibilità di tali elementi esiste, allora appare necessario che il senso della dosatura e della scelta coerente e consapevole sia fondamentale per non cadere nell'effetto, ovvero nella quantità e nella materialità del suono. Questa lucidità dell'impiego dei mezzi che continuamente evita il facile effettismo è perfettamente presente in Dallapiccola, e qui ancor più che in Volo di notte; il senso del colore infatti, pur essendo usato secondo nature strumentali sempre variate è comunque compiuto organicamente, non sorprende o aggredisce mai l'orecchio: è, insomma, coerente.." e coerente è stato l'uso che Boder ne ha fatto rispettando musica, strumentisti e palcoscenico.
La seconda parte del concerto ha visto in campo ancora il complesso corale del Maggio che con grande eleganza e preparazione ha affrontato il componimento estremo del Cigno di Busseto.
I Quattro Pezzi Sacri si sono succeduti intervallati ed accompagnati da una coreografia sempre curata da Virgilio Sieni e realizzata dalla compagnia eponima in cui i danzatori, truccati a mo' di uomini di terracotta hanno fatto da preludio e accompagnamento ad ogni singolo brano mettendo in evidenza gli aspetti della nostra società malata e povera; sul palcoscenico ci sono oggetti del quotidiano: un uomo che cerca da mangiare nei cassonetti dell’immondizia simbolo di una povertà materiale, un gommone simbolo dell'uomo in fuga, un triciclo, simbolo di una fanciullezza violata dalla guerra; uomini di terracotta, fragili e vulnerabili in questo mondo dove "... fermando i corpi nell’immagine della terracotta rinascimentale di Niccolò dell’Arca, così come appare nel Compianto di Cristo morto, ogni scena si sospende in un tempo che non è mai accaduto ma è sempre. Lo spazio è racchiuso in un fazzoletto e torna in mente La zattera della medusa di Théodore Géricault. Corpi vicini, a volte ammassati e sovrapposti, corpi, deboli, fragili, stremati..."
Vorrei qui riproporvi per finire un altro pensiero di Sieni di cui una personale sintesi potrebbe far perdere il significato profondo che porta in sé: "... Nell’Ave Maria una donna anziana è colta nel momento in cui, ricurva su se stessa, raccoglie dei frutti per terra in un mercato appena sgomberato e tutt’intorno le presenze si levano a un momento di fragilità e umiltà del gesto. Lo Stabat Mater mostra dei naufraghi sorretti dai loro compagni: due grandi travi (come nella quarta scena de Il Prigioniero) danno misura a ogni passaggio del quadro, diventando il luogo di un groviglio tragico. Una sospensione che si origina dal ricordo dell’affresco aretino di Piero della Francesca La Regina di Saba in adorazione del sacro legno nel ciclo Storia della Vera Croce. Laudi alla Vergine include il rannicchiamento doloroso di donne e uomini in somma liturgia di fronte ai corpi perduti. Nel Te Deum infine la morte; l’azione è marcata da alcuni oggetti che vediamo nelle tragedie quotidiane, fatti che avvengono nei nostri mari o nell’esplosione di bombe in terre anch’esse vicine (tricicli, passeggini, palle, gommoni), giochi e oggetti che riguardano i bambini e che marcano inesorabilmente lo scorrere di questo quadro.

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Un quadro della nostra vita e del mondo che ci circonda; un quadro, anzi più quadri, per riflettere e per cercare anche attraverso la bellezza ed il ristoro della musica di migliorare noi stessi e per diventare portatori di quella "pace" che non è solo assenza di guerra, ma una pace dell'animo, del cuore e delle intenzioni che avvolga l'umanità in un abbraccio tanto silente quanto assordante ed al contempo ristoratore, per porre le basi di un domani migliore più altruista e soprattuto più giusto.
E per aiutarci in questo la musica con il canto del Coro ed i suoni dell'Orchestra del Maggio amalgamati dal direttore Michael Boder hanno sicuramente contribuito nell'intento affrontando queste pagine con partecipate intenzioni e con la ricerca di bellezza e di pura emozione nel suono; una sola parola: eccellenti.
Queste sono state le “emozioni” in un afoso pomeriggio di giugno.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Michael Boder






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Questa Traviata vincente
servizio di Salvatore Aiello FREE

190918_Pa_00_Traviata_RuthIniesta_phRosellinaGarboPALERMO - Dopo la pausa estiva il Teatro Massimo ha ripreso la sua attività con La traviata di Giuseppe Verdi, opera plebiscitariamente amata dal pubblico e di sicuro richiamo; tutto esaurito, infatti. per un’edizione già collaudata nella Stagione 2017, con la regia di Mario Pontigia ripresa da Angelica Dettori, nata sotto buoni auspici. Una produzione del Teatro
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Opera dal Centro-Nord
Noi due no, Pagliacci s
servizio di Simone Tomei FREE

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro…
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Eventi
Al Teatro Bonci Bye Bye '900?
redatto da Edoardo Farina FREE

190914_Cesena_00_StagioneTeatroBonci_ClaudioLonghiCESENA - Conferenza stampa del Teatro Comunale “Alessandro Bonci“ in data 11 settembre 2019, dove è stata annunciata la programmazione  della  stagione invernale 2019/2020 caratterizzata da un ampia scelta intesa come luogo di confronto, esplorazione e dialogo, ovvero filtro e racconto del nostro vivere, offrendo ancora una volta una visione il più possibile ampia
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Pagina Aperta
Arena Festival 2019 i risultati
servizio di Athos Tromboni FREE

190911_Vr_00_ArenaConsuntivo_FedricoSboarinaVERONA – E così il Festival 2019 della Fondazione Arena va in archivio con una serie di record, illustrati oggi dal sindaco Federico Sboarina, dalla sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdia e dal direttore generale della Fondazione, Gianfranco De Cesaris, nella tradizionale conferenza stampa di consuntivo. Al tavolo dei relatori erano presenti anche
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Concorsi e Premi
Il Premio Caruso 2019 alla Devia
FREE

190910_Lastra_00_PremioCaruso2019_MariellaDevia.JPGLASTRA A SIGNA (FI) - Sabato 7 settembre 2019, nello scenario  di Villa Bellosguardo sede del Museo Enrico Caruso, sulle magnifiche colline di Lastra a Signa, si è svolta la cerimonia di consegna del prestigioso premio che fin dal 1979 viene assegnato ai grandi interpreti del teatro d’opera. Il primo insignito fu il grande tenore Galliano Masini e poi
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Opera dal Nord-Est
Arena ultime quattro recite
servizio di Simone Tomei FREE

190909_Vr_00_Ultime4Recite_CarmenTraviataToscaAida_FotoEnneviVERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.


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Eventi
Teatro Duse la stagione 2019/2020
redatto da Edoardo Farina FREE

190909_Bo_00_TeatroDuse_WalterMramorBOLOGNA - La conferenza stampa del 5 settembre riguardante la presentazione della nuova Stagione invernale 2019/2020 del Teatro Duse di Bologna alla presenza tra gli altri del direttore organizzativo Gabriele Scrima e Rossella Fino proveniente dal dipartimento Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna, ha voluto prevalentemente porre in
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff versione commedia dell'arte
servizio di Athos Tromboni FREE

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente
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Opera dall Estero
Successo per La Dori
servizio di Simone Tomei FREE

190905_Innsbruck_00_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK - "Pietro Antonio Cesti (1623-1669): La Schiava Fortunata ó vero La Dori. Dramma musicale in tre atti su libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Prima rappresentazione: Innsbruck, Hoftheater, 1657."
Così si presenta questo lavoro barocco che, a distanza di oltre trecentocinquant'anni, torna "a casa" (al Tiroler Landestheater nel
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Soci Uncalm
Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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