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Pubblicato il 31 Maggio 2026
L'opera di Giuseppe Verdi in scena al Maggio Musicale Fiorentino nelle valutazioni dei nostri critici
Un Ballo per due
servizi di Nicola Barsanti e Simone Tomei
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FIRENZE - (servizio di Nicola Barsanti) - Con il nuovo allestimento di Un ballo in maschera, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino affida a Valentina Carrasco una lettura che abbandona ogni riferimento alla corte svedese e trasporta l’intera vicenda negli Stati Uniti d'America degli anni Sessanta, intrecciando la figura di Riccardo con quella di John Fitzgerald Kennedy. Un’operazione registica che non si limita a suggerire un parallelismo storico, ma che ne fa il perno assoluto dell’intero spettacolo, condizionandone ogni sviluppo drammaturgico fino all’epilogo. Sin dall’apertura del sipario il pubblico viene catapultato nello Studio Ovale della Casa Bianca. Riccardo non è più il governatore immaginato da Verdi e dai suoi librettisti, ma un presidente americano impegnato in una conferenza stampa, mentre Oscar assume i tratti della segretaria presidenziale. Da questo momento in avanti tutta l’azione viene riletta attraverso il filtro della storia americana e del mito kennediano. L’impianto scenico di Andrea Belli appare sostanzialmente fisso e statico. Lo spazio è dominato da una quantità impressionante di cartonati, sagome e simboli riconducibili all’immaginario statunitense: figure celebri, richiami patriottici, immagini della cultura popolare americana. A ciò si aggiunge un uso massiccio di video proiezioni che accompagnano costantemente l’azione scenica, sovrapponendo alla narrazione verdiana riferimenti storici, articoli di giornale e immagini legate alla presidenza Kennedy. La sensazione complessiva è quella di una regia che non si limita a reinterpretare l’opera, ma che talvolta sembra volerla piegare con forza a una propria idea concettuale. Nel secondo atto Ulrica non è più la veggente misteriosa della tradizione, bensì una figura politica che pronuncia il proprio discorso da un pulpito dotato di microfono, quasi fosse impegnata in una campagna elettorale. Attorno a lei compaiono individui incappucciati che rimandano con evidenza al Ku Klux Klan, mentre sulle superfici sceniche scorrono riferimenti alla segregazione razziale, all’odio contro la popolazione afroamericana e alle tensioni sociali dell’America dell’epoca. Il risultato è certamente forte dal punto di vista visivo, ma spesso appare ridondante e sovraccarico. Emblematico il momento successivo alla profezia di Ulrica: nel celebre “È scherzo od è follia”, Riccardo canta appoggiato a un cartonato raffigurante Ray Charles seduto al pianoforte. Un’immagine che suscita inevitabilmente curiosità e sorpresa, ma che lascia interrogativi sulla sua reale funzione drammaturgica. Se molte delle scelte registiche possono essere accolte come provocazioni interpretative più o meno riuscite, è nel rapporto tra Riccardo e Amelia che emergono le maggiori perplessità. Il loro duetto del secondo atto rappresenta uno dei vertici assoluti del melodramma romantico: un amore impossibile, combattuto, ma autentico e reciprocamente condiviso.

Verdi e il libretto costruiscono un legame fondato su una fortissima attrazione emotiva e spirituale, frenata soltanto dal senso del dovere e dalla fedeltà coniugale di Amelia. La lettura proposta da Carrasco sembra invece muoversi in direzione opposta. I due protagonisti appaiono costantemente distanti, non soltanto fisicamente ma anche psicologicamente. Riccardo assume talvolta atteggiamenti quasi aggressivi, mentre Amelia reagisce con un rifiuto continuo e glaciale. Persino nei momenti in cui il testo afferma apertamente il sentimento amoroso, la gestualità scenica comunica qualcosa di completamente diverso, come se l’amore dichiarato fosse una formula imposta piuttosto che una passione realmente vissuta. È probabilmente questo l’aspetto più problematico dell’intera concezione registica: non tanto una semplice attualizzazione, quanto una modifica sostanziale delle dinamiche emotive che costituiscono il cuore stesso del dramma. Interessante, invece, la scena dei congiurati. Il sorteggio del nome destinato a compiere l’assassinio assume la forma di una sorta di procedura elettorale: evento meno stravagante dell’intera messa in scena. Nel finale l’America invade definitivamente il palcoscenico. Il ballo si trasforma in una grande festa patriottica dominata dai colori bianco, blu e rosso. Palloncini, cheerleader, pompon e richiami alla cultura popolare statunitense costruiscono un quadro volutamente sopra le righe. Tra le varie apparizioni emerge anche una sagoma di Marilyn Monroe, ulteriore tassello del mosaico kennediano che la regia costruisce dall’inizio alla fine. L’epilogo abbandona però ogni tono giocoso. L’assassinio di Riccardo richiama esplicitamente quello di Kennedy attraverso la figura di un cecchino. Negli ultimi istanti, mentre il protagonista esala il proprio addio, compare una figura che richiama Jacqueline Kennedy accompagnata dai figli. A suggellare definitivamente il parallelismo intervengono le immagini reali dell’attentato di Dallas proiettate sul fondale. Una conclusione certamente d’impatto, ma che conferma come l’intero spettacolo finisca spesso per raccontare più il mito di Kennedy che l’opera di Verdi. Sul versante musicale, fortunatamente, la serata trova una solidità ben diversa. Max Jota affronta il ruolo di Riccardo con generosità e partecipazione. Il tenore evidenzia un fraseggio curato e una buona capacità di scolpire la parola verdiana, qualità che gli consentono di delineare efficacemente il profilo umano del protagonista. Nelle zone più acute della tessitura si percepisce talvolta qualche segno di affaticamento, ma la prova rimane nel complesso convincente grazie alla musicalità e alla credibilità scenica con cui sostiene il personaggio, anche all’interno di una caratterizzazione registica non sempre agevole.


Alessia Panza è una Amelia di notevole spessore. La voce si proietta con facilità in sala, sostenuta da un’emissione sicura e da un fraseggio sempre accuratamente controllato. L’artista riesce a valorizzare tanto la dimensione lirica quanto quella drammatica del personaggio, alternando slanci appassionati a colori più scuri e tormentati. Gli acuti risultano ben sostenuti e l’interpretazione mantiene costantemente una tensione emotiva che rende pienamente giustizia alla complessità della protagonista. Di assoluto rilievo anche la prova di Hae Kang nel ruolo di Renato. Fin dalla sua aria d’ingresso, "Alla vita che t’arride", emerge la solidità di uno strumento vocale di qualità. Il baritono possiede un timbro caldo, avvolgente e ben proiettato, che gli permette di attraversare con naturalezza tutte le sfumature psicologiche del personaggio. L’affetto dell’amico fedele, il dolore del tradimento, la rabbia e il desiderio di vendetta trovano sempre una traduzione musicale efficace e sincera. La sua interpretazione si distingue per intensità e coerenza drammatica, risultando tra le più riuscite dell’intera compagnia. Molto positiva anche la prestazione di Oscar interpretato da Lavinia Bini, che offre una lettura brillante del paggio verdiano. La vocalità agile e luminosa si accompagna a una presenza scenica vivace, capace di restituire tutta la freschezza del personaggio. Sebbene non esule da alcune imprecisioni convince inoltre Ksenia Dudnikova nei panni di Ulrica, autorevole sia vocalmente sia scenicamente nonostante le particolari richieste della regia. Completano degnamente il cast Matteo Denti (Silvano), Adriano Gramigni (Samuel), Francesco Congiu (Tom) e Roberto Miani (il giudice), insieme agli altri comprimari, tutti impegnati con professionalità nel dare coerenza e solidità all’insieme. Sul podio il maestro Emmanuel Tjeknavorian conferma le qualità che ne stanno caratterizzando il percorso artistico. La sua lettura mantiene costantemente l’equilibrio tra buca e palcoscenico, sostenendo con attenzione le esigenze vocali degli interpreti senza rinunciare alla costruzione delle grandi arcate drammatiche verdiane. I tempi risultano ben calibrati, le tensioni musicali emergono con chiarezza e l’orchestra risponde con precisione e partecipazione. Ne nasce una concertazione condivisa, capace di valorizzare sia il respiro teatrale sia quello strettamente musicale della partitura. Ottima anche la prova del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato dal maestro Lorenzo Fratini, protagonista di un’esecuzione compatta, sonora e sempre ben rifinita sul piano dinamico e dell’articolazione. Al termine della serata resta dunque l’impressione di uno spettacolo musicalmente riuscito e sostenuto da un cast di buon livello, ma accompagnato da una concezione registica destinata inevitabilmente a dividere. L’ambizioso parallelo tra Riccardo e John Fitzgerald Kennedy offre spunti di riflessione e immagini di forte impatto, ma finisce spesso per sovrapporsi alla drammaturgia originale fino ad alterarne alcuni aspetti fondamentali. Se la componente musicale rende pienamente onore alla grandezza di Verdi, la regia sceglie invece una strada che, pur nella sua coerenza interna, appare a tratti eccessivamente forzata, sacrificando quella verità emotiva che costituisce l’essenza stessa di Un ballo in maschera. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 22 maggio 2026)


(Servizio di Simone Tomei) - Mi accodo al pensiero del mio collega Nicola Barsanti in merito a quanto già osservato sullo spettacolo, permettendomi tuttavia di soffermarmi con maggiore analiticità su alcuni aspetti delle prove vocali e sceniche degli artisti che si sono succeduti nella recita di domenica 24 maggio e riservandomi una riflessione personale sull’allestimento. Per quanto riguarda Riccardo, Antonio Poli conferma una linea di canto di grande pulizia formale, sostenuta da un timbro luminoso e naturalmente proiettato. La sua emissione si distingue per omogeneità nei registri e per una dizione nitida, qualità che restituiscono alla parola scenica una chiarezza espressiva non sempre scontata. L’eleganza dell’interprete si coglie soprattutto nella cura del fraseggio, mai forzato e sempre coerente con il disegno musicale. Ne deriva un Riccardo credibile nella sua dimensione aristocratica, più incline alla riflessione che all’esuberanza, ma proprio per questo stilisticamente centrato. Nel ruolo di Renato, Bogdan Baciu rappresenta senza dubbio una delle presenze più convincenti della serata. Si tratta di un artista completo, capace di coniugare solidità vocale e presenza scenica con notevole efficacia teatrale. La voce, piena e ben timbrata, si impone con naturalezza, sostenuta da un controllo tecnico che gli consente di affrontare gli acuti con sicurezza, sempre ben centrati e sonori, senza mai scadere nell’effetto gratuito. A ciò si aggiunge una costruzione del personaggio attenta e progressiva, che evolve con coerenza drammaturgica dalla fiducia iniziale alla tensione interiore fino all’esplosione tragica finale. Più sfumata la prova di Amelia affidata a Chiara Isotton. Se sul piano vocale l’artista offre una prestazione complessivamente solida con una linea di canto ben sostenuta, un’emissione stabile e intonazione sicura, sul versante interpretativo emerge una certa cautela che finisce per limitare l’impatto drammatico del personaggio. Amelia richiederebbe un abbandono espressivo più deciso: in diversi passaggi si percepisce una ritenutezza che smorza il carattere volitivo e passionale della donna, pur restando apprezzabile la qualità del canto, sempre controllato e musicalmente coerente. Il resto del cast si è distinto per una partecipazione scenica e drammatica complessivamente solida, pur con alcuni distinguo che meritano di essere messi a fuoco. Ulrica, affidata a Ksenia Dudnikova, si impone per autorevolezza scenica e per un’emissione vocale ben strutturata, capace di restituire il carattere enigmatico e profetico del personaggio. La linea di canto è sostenuta da un registro grave consistente e da una proiezione che conferisce alla figura un’aura credibile, anche se in alcuni momenti si potrebbe auspicare una maggiore varietà dinamica per accentuare il senso di mistero. Oscar, interpretato da Lavinia Bini, porta in scena vivacità e freschezza, qualità imprescindibili per il ruolo. La vocalità è duttile, ben controllata nelle agilità e sostenuta da una presenza scenica brillante, capace di movimentare l’azione con leggerezza senza scadere nella caricatura. Egregie le prove di Janusz Nosek (Silvano), Mattia Denti (Samuel) e Adriano Gramigni (Tom), che assolvono con correttezza ai rispettivi compiti, garantendo coesione d’insieme e adeguata tenuta musicale. Corretti e ben inseriti nel tessuto drammaturgico anche i ruoli minori: il Giudice (Francesco Congiu) e il servo di Amelia (Roberto Miani), entrambi puntuali sul piano musicale e scenico. Di assoluto rilievo la prova del Coro, preparato dal maestro Lorenzo Fratini, che si distingue per compattezza timbrica, precisione ritmica e partecipazione espressiva, risultando elemento determinante nella riuscita di diverse pagine collettive. Per quanto concerne la direzione musicale mi associo al pensiero di Nicola Barsanti, riconoscendo una lettura che ha garantito coerenza strutturale e sostegno efficace all’impianto vocale e teatrale dell’intera rappresentazione. Resta tuttavia una riflessione di ordine più generale che travalica il singolo allestimento. L’operazione di accostare una partitura e una drammaturgia ottocentesca a eventi e figure della storia recente, in questo caso il parallelismo con John Fitzgerald Kennedy, comporta inevitabilmente un rischio strutturale: quello di generare fratture tra musica, testo e azione scenica. La partitura verdiana nasce da un equilibrio estremamente preciso tra parola, gesto e costruzione musicale. Quando l’impianto registico sovrappone un ulteriore livello narrativo così fortemente connotato, il rischio è che questo finisca per entrare in conflitto con la drammaturgia originaria anziché dialogare con essa. Ne deriva una tensione continua tra ciò che si ascolta e ciò che si vede: la musica afferma un sentimento mentre la scena ne suggerisce un altro, spesso divergente. È in questa discrepanza che si consuma, a mio avviso, lo snaturamento più evidente. Non si tratta semplicemente di attualizzare o reinterpretare, operazioni legittime e talvolta feconde, ma di intervenire sulle dinamiche profonde dell’opera, alterandone gli equilibri emotivi e simbolici. Il risultato può produrre immagini di forte impatto e stimolare una riflessione contemporanea, ma rischia al tempo stesso di allontanare l’opera dalla sua verità teatrale, sostituendola con una costruzione concettuale che, per quanto coerente, rimane esterna alla natura stessa del melodramma. In questo senso l’allestimento finisce per sollevare una questione cruciale per il teatro d’opera contemporaneo: fino a che punto è possibile spingere la rilettura senza compromettere l’identità profonda del testo musicale e drammaturgico? Una domanda aperta alla quale questo spettacolo offre una risposta tanto radicale quanto inevitabilmente divisiva. Applausi convinti per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di domenica 24 maggio 2026)
Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino Nella miniatura in alto: il soprano Alessia Panza (Amelia) Sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi di Un ballo un maschera
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Pubblicato il 30 Aprile 2026
Il capolavoro incompiuto di Puccini in scena al Giglio cosė come rimase alla morte del Maestro
La Turandot della prima volta
servizio di Nicola Barsanti
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LUCCA - Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della prima rappresentazione di Turandot, il Teatro del Giglio, luogo profondamente legato alla memoria di Giacomo Puccini, nato a Lucca , rende omaggio a uno dei titoli più amati e complessi del repertorio pucciniano. La scelta di presentare proprio Turandot assume un valore che va oltre la semplice ricorrenza: significa confrontarsi con il testamento artistico del compositore, con quella partitura che più di ogni altra mostra la tensione di Puccini verso una modernità sonora nuova, aspra, visionaria, e al tempo stesso ancora profondamente teatrale. L’opera, come noto, resta incompiuta alla morte del compositore nel 1924; sarà poi completata da Franco Alfano e rappresentata per la prima volta alla Teatro alla Scala nel 1926 sotto la direzione di Arturo Toscanini. Rimane memorabile il gesto di Toscanini che, giunto al punto della morte di Liù, interrompe l’esecuzione rivolgendosi al pubblico con le parole: «Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto.» Proprio questo valore storico e simbolico viene accolto con particolare consapevolezza in questa produzione lucchese, che nel centenario sceglie di arrestarsi esattamente in quel punto, restituendo all’ascoltatore il senso di un’interruzione che non è mancanza, ma memoria viva, ferita ancora aperta della storia musicale del Novecento.

  
La regia, le scene e i costumi di Nadir Dal Grande delineano fin dall’apertura un universo cupo, severo, quasi rituale. L’impianto scenico è sostanzialmente fisso, ma tutt’altro che statico. La fissità dello spazio diventa infatti una scelta drammaturgica precisa: non semplice contenitore dell’azione, ma metafora di un ordine immobile, oppressivo, dominato dalla legge e dalla paura. La scena appare come un luogo sospeso fra architettura sacrale e spazio del sacrificio, dove ogni gesto sembra inscritto in una liturgia collettiva. A colpire immediatamente è soprattutto il lavoro sul coro, elemento centrale in Turandot. In quest’opera il popolo non è mera massa sonora di sfondo: è presenza drammatica, coscienza collettiva, spettatore e insieme motore dell’azione. Nadir Dal Grande ne coglie pienamente la funzione teatrale e costruisce un organismo scenico compatto, vivo, attraversato da tensione interna. La forte presenza fisica dei coristi genera una pulsazione continua che abita l’intera rappresentazione. I costumi, giocati su tonalità bianco-argentee percorse da sfumature nere, definiscono con grande efficacia il linguaggio visivo della produzione. Le mani dei coristi, intrise di nero come immerse nel catrame, diventano una delle immagini più potenti dell’allestimento. Quel nero non appare come semplice segno decorativo: sembra piuttosto traccia di contaminazione, marchio di una condizione esistenziale segnata dalla sottomissione e dalla violenza del potere. Le ombre scure che si addensano sul fondo delle vesti ricordano radici che trattengono i corpi al suolo, come se ogni individuo fosse inchiodato a una terra che non concede liberazione. L’immagine suggerisce una comunità immobilizzata dalla paura, prigioniera di una legge antica e crudele. In questa lettura si possono cogliere echi intertestuali di grande forza: da una parte l’idea della folla tragica, quasi da teatro greco, testimone e giudice dell’azione; dall’altra un immaginario che richiama la dimensione archetipica del sacrificio e della colpa collettiva. Il contrasto fra il bianco e il nero - purezza apparente e oscurità profonda - riflette inoltre la stessa ambiguità del personaggio di Turandot, principessa glaciale e insieme figura lacerata da un trauma ancestrale. Le luci di Jenny Cappelloni assecondano con intelligenza questa visione, scolpendo volumi e penombre, accentuando la natura simbolica dello spazio scenico. Sul piano interpretativo, trattandosi della prova generale antecedente la prima, conviene limitarsi ad alcune osservazioni di carattere generale.


Turandot, Oksana Dyka, nel ruolo del titolo, mostra una presenza scenica di grande autorevolezza. La figura domina lo spazio con rigidità regale e magnetismo teatrale, incarnando efficacemente la distanza emotiva e la durezza del personaggio. Sul piano vocale emerge una linea solida, pur con qualche difficoltà nel passaggio all’acuto, e l’aria "In questa reggia" ne offre un esempio significativo. Ciò che resta maggiormente impresso è tuttavia la tenuta scenica, perfettamente coerente con la natura del ruolo. Il Principe Ignoto (Calaf), Roberto Aronica, offre una presenza scenica intensa e immediatamente comunicativa. La sua figura si distingue per slancio drammatico e fermezza. La linea vocale appare piena e vigorosa, con accenti scuri, forti e ben sostenuti, qualità che restituiscono al personaggio il necessario profilo eroico. Liù, Maria Novella Malfatti, costruisce un’interpretazione di forte partecipazione emotiva. L’interprete riesce a trasportare il pubblico nel dolore di un amore non corrisposto ma assoluto, sino alla scelta estrema del sacrificio. La sua presenza scenica possiede delicatezza e verità teatrale. Particolarmente toccante risulta il momento finale, in cui la morte di Liù coincide con il punto in cui si arresta la partitura di Puccini: qui la dimensione drammatica del personaggio e la memoria storica dell’opera si fondono con intensità autenticamente commovente. Timur, George Andguladze, conferisce al personaggio un profilo umano e autorevole. La figura paterna emerge con nobile compostezza e con una presenza scenica misurata ma significativa. Ping, Paolo Ingrasciotta, Pang, Giacomo Leone, e Pong, Alfonso Zambuto, trovano un buon equilibrio fra funzione drammaturgica e dinamica teatrale. Nel loro celebre episodio del secondo atto restituiscono efficacemente quel contrasto tipicamente pucciniano fra ironia, malinconia e nostalgia di un’umanità perduta, contribuendo ad alleggerire senza mai spezzare la tensione dell’insieme. L’imperatore Altoum, Gianluca Moro, offre una presenza coerente con la fragilità simbolica del personaggio; Un Mandarino, Omar Cepparolli, e il Principe di Persia, Valerio Dimarti, assolvono con puntualità e misura il proprio compito scenico. Sul versante musicale, la direzione del M° Alessandro D’Agostini si distingue per equilibrio, chiarezza e attenzione teatrale. I tempi risultano ben calibrati, sempre vigili nel sostenere la linea del canto e nel mantenere compatta la grande architettura drammatica dell’opera. La concertazione valorizza con efficacia i contrasti timbrici e la densità orchestrale di una partitura che vive di tensioni improvvise, di impasti cangianti, di violenza e lirismo. Ottima la prova dell’Orchestra della Toscana, che segue con precisione e partecipazione l’andamento della lettura musicale. Un rilievo particolare spetta al Coro Arché Turandot 100, preparato e diretto dal M° Marco Bargagna. In Turandot il coro rappresenta una vera forza drammatica e qui tale funzione emerge con evidenza: compattezza sonora, incisività ritmica e presenza scenica concorrono in modo determinante alla riuscita dello spettacolo. Una menzione va anche al Coro delle Voci Bianche Teatro del Giglio Giacomo Puccini, diretto dai maestri Marco Ramacciotti e Serena Salotti, il cui intervento aggiunge un colore timbrico particolare e contribuisce ad ampliare la dimensione rituale e visionaria dell’allestimento.

Questa Turandot non si limita dunque a commemorare un anniversario: interroga la memoria di un’opera-simbolo e ne restituisce la complessità storica, teatrale e umana. Nella scelta di fermarsi alla morte di Liù si concentra forse il significato più profondo dell’intera serata: non un finale mancato, ma il punto esatto in cui la storia dell’opera incontra quella dell’uomo, e dove la voce di Puccini continua ancora oggi a parlare con intatta forza emotiva. Applausi e ovazioni per tutti a fine recita. (il servizio si riferisce alla prova generale di giovedì 23 aprile 2026)
Crediti fotografici: Foto Alcide Lucca per il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" Nella miniatura in alto: il soprano Oksana Dyka (Turandot) Sotto: panoramica su allestimento e costumi Al centro, in sequenza: Oksana Dyka; Roberto Aronica (Calaf); Maria Novella Malfatti (Liù); George Andguladze (Timur) con Maria Novella Malfatti Sotto, in sequenza: ancora Roberto Aronica, George Andguladze e Maria Novella Malfatti; Paolo Ingrasciotta (Ping), Giacomo Leone (Pang), Alfonso Zambuto (Pong) In fondo: panoramica con Gianluca Moro (Altoum) al centro della scena
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Pubblicato il 24 Aprile 2026
La discussa opera contemporanea di John Adams ha aperto il Maggio Musicale
Morte di Klinghoffer confessione collettiva
servizio di Simone Tomei
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FIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino si colloca esattamente su questo crinale affidando l’inaugurazione a The Death of Klinghoffer di John Adams: un titolo che non si limita a occupare la scena, ma la problematizza trascinando l’istituzione in un territorio in cui storia, memoria e rappresentazione si sovrappongono senza possibilità di semplificazione. Attorno a quest’opera, fin dalla prima assoluta del 1991 a Bruxelles si è stratificata una ricezione complessa e tutt’altro che pacificata. Una parte della critica ha insistito a lungo su una presunta ambiguità dell’impianto drammaturgico, leggendo nella pluralità delle voci una possibile attenuazione della distanza morale tra vittime e attentatori. Gli autori di musica e libretto hanno sempre respinto con fermezza questa interpretazione, rivendicando la natura non assertiva e profondamente interrogativa del lavoro. E tuttavia il dibattito non si è mai davvero esaurito: ogni ripresa dell’opera sembra riattivare la stessa zona di attrito segno di una materia teatrale che non si lascia mai fissare in una lettura definitiva. L’approdo fiorentino assume così il valore di una soglia ulteriore, quasi un passaggio simbolico. Non solo perché il titolo e lo stesso Adams mancavano da sempre dal cartellone del Maggio, ma anche per la concentrazione di debutti che ne definiscono la fisionomia.




ll regista Luca Guadagnino affronta per la prima volta il teatro musicale misurandosi con un materiale che rifiuta ogni linearità narrativa; il M° Lawrence Renes si confronta con una partitura che appartiene al nucleo più significativo del teatro musicale contemporaneo, ma in un contesto produttivo nuovo e fortemente esposto; attorno a loro si struttura un’équipe creativa che ha più la natura di un laboratorio in atto che di una macchina interpretativa consolidata. Ma andiamo con ordine È lo stesso Guadagnino a esplicitare con chiarezza la chiave di lettura: «Questa opera ci mette di fronte alla complessità dell’anima e ci chiede di confrontarci con essa senza rifugiarci in semplificazioni. Non esistono categorie nette di bene e di male: pensare in questi termini significherebbe tradire la natura stessa del lavoro. Il centro è l’immedesimazione, la possibilità di entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è lontana o difficile da accettare. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere. In questo senso, Klinghoffer è un teatro profondamente psicologico che si avvicina alla forma di una confessione collettiva.» Questa impostazione trova una corrispondenza diretta nella struttura dell’opera che rinuncia deliberatamente a qualsiasi sviluppo narrativo tradizionale del sequestro della nave "Achille Lauro" e dell’uccisione di Leon Klinghoffer. L’evento storico non viene ricostruito secondo una logica drammatica lineare, ma frammentato in una serie di prospettive che si affiancano senza mai risolversi in sintesi. La scrittura di Adams e il libretto di Alice Goodman costruiscono così una forma che guarda più all’oratorio che al melodramma, se non ad una sorta di sacra rappresentazione contemporanea: non c’è evoluzione dell’azione nel senso tradizionale, ma una permanenza dell’evento come nucleo immobile attorno a cui si dispongono le voci. In questa prospettiva si comprende anche la scelta registica di accentuare una forte frontalità scenica. I personaggi non si confrontano tra loro secondo dinamiche drammatiche convenzionali, ma si rivolgono spesso direttamente alla platea come in una struttura quasi concertistica. La “nonna svizzera”, la donna austriaca, i comandanti, la ballerina inglese, i quattro palestinesi non costruiscono relazioni organiche, ma si configurano come individualità isolate che espongono il proprio punto di vista; c’è chi riduce l’evento a una cronaca quasi distante, chi lo ricollega a memorie belliche o familiari, chi tenta di ordinare razionalmente ciò che accade, chi invece ne restituisce solo la pressione emotiva trattenuta. Ne emerge un mondo in cui la paura non esplode mai in forma spettacolare, ma si deposita in una condizione diffusa di sospensione, disagio e coabitazione forzata. Su questo tessuto si innesta un impianto visivo di grande coerenza. I costumi di Marta Solari riportano con precisione l’atmosfera agli anni Ottanta; le luci di Peter van Praet costruiscono ambienti rarefatti quasi sospesi, in cui lo spazio sembra più mentale che fisico; il sound design di Mark Grey integra la componente elettronica in modo tale da non percepirla come intervento esterno, ma come estensione naturale della materia sonora che riesce a mantenere mantenendo una continuità percettiva costante tra orchestra “classica” e tecnologia. Un ulteriore livello di articolazione è affidato alla coreografia di Ella Rothschild che introduce una dimensione parallela rispetto all’azione principale. Un gruppo di danzatori composto da Micah Best, Zachary Buri, Jenna Davis, Matilde Di Ciolo, Flavio Ferruzzi, Ria Girard, Shaked Heller, Emilia Martinez, Skye Notary, Riley O’Flynn, Margherita Petrosino e Reika Shirasa occupa lo spazio scenico con movimenti circolari sostenuti da costumi ampi e rotanti che ne amplificano il gesto. L’effetto non è decorativo bensì concettuale: la scena si dilata, perde rigidità narrativa e si apre a una dimensione percettiva in cui il tempo sembra sospendersi e ripiegarsi su sé stesso.



Sul piano musicale, il M° Lawrence Renes offre una lettura di grande controllo e intelligenza teatrale. La sua direzione mantiene costantemente coeso un materiale orchestrale complesso, governando con precisione le transizioni tra densità e rarefazione. L’orchestra risponde con disciplina e flessibilità, seguendo una linea che non spezza mai il flusso ma lo modella come un organismo in continua trasformazione: le masse sonore si addensano e si dissolvono senza soluzione di continuità alternando impulsi ritmici e momenti di sospensione. Ne deriva un discorso musicale che conserva sempre una doppia tensione, narrativa e riflessiva senza mai risolversi completamente in una sola direzione. Il cast vocale si inserisce con coerenza in questo impianto, adottando una modalità di declamazione che privilegia la parola scenica in tutta la sua evidenza. Daniel Okulitch (Captain) costruisce una figura salda e controllata sempre funzionale alla chiarezza del testo; Laurent Naouri (Leon Klinghoffer) offre una prova di notevole rigore tutta giocata sulla precisione dell’enunciazione e sulla densità dell’accento; Susan Bullock (Marilyn Klinghoffer) imprime al ruolo una tensione continua sostenuta da una presenza scenica intensa e da una parola sempre nitidamente scolpita ancorché rarefatta da un timbro che sente leggermente l’usura del tempo; Marina Comparato, nel doppio ruolo della Swiss Grandmother e dell’Austrian Woman, differenzia con intelligenza timbrica e interpretativa le due figure mantenendo una coerenza stilistica complessiva. Joshua Bloom (Rambo) costruisce un personaggio solido e ben definito, mentre tra i comprimari si distinguono la precisione di Andreas Mattersberger (First Officer), la solidità di Roy Cornelius Smith (Molqi) e la chiarezza di Levent Bakirci (Mamoud). Proprio quest’ultimo è al centro di uno dei momenti più significativi dell’allestimento: un lungo monologo che, grazie a una scelta registica precisa, si apre fisicamente allo spazio della sala. Bakirci lascia il palcoscenico e attraversa la platea trasformando il suo intervento in un gesto che rompe la distanza convenzionale tra scena e pubblico. Le parole, dense e stratificate, si diffondono nello spazio condiviso del teatro con una forza quasi diretta, come se il personaggio si rivolgesse individualmente a ciascun ascoltatore. Janetka Hoșco (British Dancing Girl) e Marvic Monreal (Yazmir) completano il quadro con interventi misurati e coerenti con l’equilibrio generale. Elemento strutturale dell’intera costruzione è infine il coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini che assume qui una funzione che va ben oltre il ruolo tradizionale di massa sonora. Esso si configura infatti come una vera voce collettiva, una coscienza plurale che attraversa l’opera e ne sostiene l’architettura interna. Le sue sezioni non si limitano a commentare l’azione, ma articolano prospettive storiche e identitarie differenti: da un lato la memoria della tradizione ebraica, della diaspora e della sopravvivenza; dall’altro la narrazione palestinese, segnata da perdita, esilio e rivendicazione. Non c’è fusione tra questi piani, ma una coesistenza tesa volutamente non ricomposta che restituisce la complessità del conflitto senza ridurlo a sintesi. In questo senso il coro diventa uno dei luoghi più densi dell’opera in cui la dimensione storica si sedimenta senza mai cristallizzarsi. La direzione di Fratini ne valorizza la chiarezza e la funzione discorsiva mantenendo sempre leggibile la parola e preservando la dimensione teatrale dell’insieme anche nei passaggi più stratificati. Nel suo complesso la produzione si presenta come un organismo articolato e coerente, in cui le diverse componenti non si sommano semplicemente, ma costruiscono un unico campo di esperienza. Ed è proprio in questa sospensione del giudizio conclusivo, nella scelta di non chiudere mai il senso in una lettura definitiva che The Death of Klinghoffer conferma la propria natura più profonda: quella di un’opera non pacifica: grimaldello per riaprire vecchie domande e stimolo per proporne di nuove. Teatro molto affollato ed applausi sentiti per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di mercoledì 22 aprile 2026)
Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino Nella miniatura in alto: Laurent Naouri (Leon Klinghoffer) Al centro, in sequenza: il Balletto; Susan Bullock (Marilyn Klinghoffer); Daniel Okulitch (Captain); Marina Comparato (Swiss Grandmother e Austrian Woman); panoramica sull'allestimento Sotto, in sequenza: Levent Bakirci (Mamoud); Joshua Bloom (Rambo); altre panoramiche sull'allestimento
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Parliamone
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Ecco una Tosca classica
intervento di Simone Tomei FREE
GENOVA - C’è una Tosca che nasce dalla tradizione ma rifiuta di restare confinata in una dimensione museale, scegliendo piuttosto di interrogare il presente attraverso gli strumenti del passato. È in questo spazio intermedio che colloco l’allestimento approdato al Teatro Carlo Felice di Genova, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma: una ricostruzione filologica solo in apparenza, che ambisce invece a restituire vitalità contemporanea a un impianto storico. L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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L'estate e... oltre del Gruppo dei 10
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Una conferenza stampa fiume stamattina nel rinomato ristorante "Marinai in coperta" di via Otello Putinati 24 per presentare la programmazione estiva di Tutte le direzioni in Summertime... and more 2026, dove sono intervenuti Massimo Cavalleretti (presidente del Gruppo dei 10), Alessandro Mistri (direttore artistico), il batterista Ellade
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Eventi
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Gli spettacoli tornano a casa
redatto da Athos Tromboni FREE
BOLOGNA - Tante storie un filo comune. La frase ha l'apparenza di uno slogan, invece è il titolo vero con cui la città felsinea e il suo maggior teatro si apprestano a far tornare nelle sale del Bibbiena le stagioni di opera, danza, musica sinfonica e cameristica. L'annuncio delle Tante storie è stato dato nella conferenza stampa del 25 giugno scorso,
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Eventi
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Lirica prosa sinfonica fanno 50
redatto da Athos Tromboni FREE
LIVORNO - Oltre cinquanta serate tra lirica, prosa, musica sinfonica ed eventi: è questo il ricco programma della nuova stagione teatrale 2026-27 della Fondazione Goldoni presentato nel corso di una conferenza stampa direttamente sul palcoscenico dello storico Teatro di tradizione livornese. A delinearne genesi e sviluppo, il
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Echi dal Territorio
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Gli Approdi da Figaro a San Francesco
redatto da Simone Tomei FREE
GENOVA, 27 giugno 2026 — Il Teatro Carlo Felice presenta la stagione artistica 2026–2027, un cartellone ampio e articolato che attraversa i grandi repertori dell’opera, della danza, del musical e della musica sinfonica, confermando la vocazione del teatro come centro propulsore della vita culturale cittadina e nazionale. La nuova stagione si
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Pagina Aperta
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MMF trecent'anni in un cartellone
redatto da Simone Tomei FREE
FIRENZE - Presentata il 19 giugno 2027, la nuova stagione del Maggio Musicale Fiorentino insieme all’89ª edizione del Festival si impone come uno dei progetti artistici più ampi e strutturati nel panorama europeo. Un cartellone che intreccia opera, concerti e danza in un percorso attraverso tre secoli di storia musicale,
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Eventi
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Pietro Mascagni a Livorno e altrove
redatto da Athos Tromboni FREE
LIVORNO - È on-line il programma completo della settima edizione del Mascagni Festival, la rassegna lirica e musicale dedicata alla valorizzazione e alla reinterpretazione dell’opera di Pietro Mascagni, promossa dalla Fondazione Teatro Goldoni. Dal 17 al 23 agosto la città di Livorno ospiterà un ricco programma di spettacoli, concerti
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Eventi
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La nuova stagione del Teatro Celebrazioni
servizio di Edoardo Farina FREE
BOLOGNA - Giovedì 11 giugno 2026 si è svolta la conferenza stampa relativa alla presentazione dei nuovi spettacoli del Teatro Celebrazioni di Via Saragozza, 234 - presso la Biblioteca San Genesio di Casa Lyda Borelli - alla presenza di Daniele Del Pozzo, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna, Filippo Vernassa, Direttore artistico
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Classica
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Giovanni Bergamasco fa sold-out
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto e in parte qui riportate, presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio
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Opera dal Centro-Nord
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Un Ballo per due
servizi di Nicola Barsanti e Simone Tomei FREE
FIRENZE - (servizio di Nicola Barsanti) - Con il nuovo allestimento di Un ballo in maschera, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino affida a Valentina Carrasco una lettura che abbandona ogni riferimento alla corte svedese e trasporta l’intera vicenda negli Stati Uniti d'America degli anni Sessanta, intrecciando la figura di Riccardo con quella di
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Classica
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Jordan-Lisiecki accoppiata di valore
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – Il concerto proposto dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Philippe Jordan si sviluppa lungo un percorso che unisce due vertici del sinfonismo austro-tedesco, Beethoven e Bruckner, con al centro il Terzo Concerto per pianoforte op.37 affidato a Jan Lisiecki, interprete tra i più richiesti e celebrati della
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Opera dal Nord-Ovest
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Macbeth convince il Carlo Felice
servizio di Nicola Barsanti FREE
GENOVA - Il nuovo allestimento di Macbeth del Teatro Carlo Felice firmato da Fabio Ceresa, già visto e recensito al Teatro Goldoni di Livorno, (consultabile qui), continua a confermarsi uno spettacolo efficace e suggestivo, capace di restituire con immediatezza le atmosfere oscure, febbrili e visionarie del capolavoro shakespeariano
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Pagina Aperta
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Cronaca di una serata al Maggio
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – Il concerto del 16 maggio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino subisce un importante cambiamento rispetto alla programmazione originaria: il maestro Myung-Whun Chung, inizialmente previsto sul podio, è costretto a rinunciare all’impegno e viene sostituito da Emmanuel Tjeknavorian, che accetta con disponibilità di assumere
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Eventi
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Fatale č il prossimo futuro
redatto da Simone Tomei FREE
TORINO - È stata presentata giovedì 7 maggio 2026, presso il Foyer del Toro, la nuova Stagione d'Opera e di Balletto 2026/2027 del Teatro Regio. Sono intervenuti il Sindaco della Città di Torino e Presidente della Fondazione Stefano Lo Russo, il Sovrintendente Mathieu Jouvin, il Direttore artistico Cristiano Sandri e il Direttore musicale
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Eventi
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Ferrara Musica nuova stagione
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Venticinque concerti in cartellone con l'inserimento della novità Aperitivo in Musica (sono 5 concerti alle ore 18), più il consueto nugolo di altre iniziative musicali collaterali, che definire "minori" sarebbe non solo sbagliato ma assolutamente fuorviante: questo il cartellone di Ferrara Musica presentato oggi nel Teatro Comunale "Claudio
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Opera dal Nord-Est
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Romeo e Giulietta ieri e oggi
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. C’è un balcone a Verona sotto il quale i visitatori fanno la fila. Vi si recano per vedere il famoso luogo da cui Giulietta Capuleti dichiarava il suo amore a Romeo Montecchi. Si entra da via Cappello in un cortile dove un balconcino di epoca gotica fa bella mostra di sé sulla facciata di un palazzetto trecentesco.
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Classica
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Antonio Rolfini e i Moments
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto della domenica mattina e in parte qui riportate, presso la sala Stemma
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Echi dal Territorio
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La Nona per un novantennale
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE – C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Zubin Mehta scelga di celebrare il proprio novantesimo compleanno sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, l’istituzione con la quale ha costruito un legame artistico e umano lungo oltre sessant’anni. La Sala Grande, gremita in ogni ordine di posti, accoglie il Maestro
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Echi dal Territorio
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Il mandolino nella storia della musica
servizio di Edoardo Farina FREE
FERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto
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Opera dal Centro-Nord
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La Turandot della prima volta
servizio di Nicola Barsanti FREE
LUCCA - Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della prima rappresentazione di Turandot, il Teatro del Giglio, luogo profondamente legato alla memoria di Giacomo Puccini, nato a Lucca , rende omaggio a uno dei titoli più amati e complessi del repertorio pucciniano. La scelta di presentare proprio Turandot assume un valore che va oltre
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Classica
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Rachmaninov e Sostakovič, sė perō...
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko
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Opera dal Centro-Nord
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Morte di Klinghoffer confessione collettiva
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º
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Opera dall Estero
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Cosė fan tutte negli anni '30
servizio di Ramón Jacques FREE
CHICAGO (USA) - Civic Opera House. Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti K.588, opera buffa in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, che debuttò nel gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna, è tornata sul palcoscenico della Lyric Opera of Chicago otto anni dopo le sue ultime rappresentazioni qui nella stagione
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Dischi in Redazione
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Nisi e Ruggiero e... Schumann
recensione di Simone Tomei FREE
Robert Schumann: Lieder per soprano e pianoforte Angela Nisi soprano; Enrica Ruggiero pianoforte (Amadeus / Registrazione inedita, allegata al n. 414, aprile 2026) C’è qualcosa di felicemente controcorrente nel fatto che Amadeus, una delle riviste musicali più autorevoli d’Italia, scelga di dedicare la copertina
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Opera dal Nord-Est
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Ingenua Butterfly ma Pinkerton...
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Una Madama Butterfly pasqualina quella andata in scena al Teatro Verdi di Trieste e che concluderà le sue repliche il prossimo 12 aprile. L’opera di Giacomo Puccini, libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, basato sull’omonimo dramma di David Belasco è stata riproposta nell’allestimento della
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Classica
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Mozart e Beethoven per un bel concerto
servizio di Nicola Barsanti FREE
PECCIOLI (PI) – Nella suggestiva cornice della Galleria dei Giganti si conclude, in prossimità della Pasqua, il ciclo di tre concerti organizzato dalla Fondazione Peccioli insieme al Comune, con il sostegno di Belvedere S.p.A., affidato all’Orchestra Regionale della Toscana. Un percorso pensato con intelligenza, che trova proprio in quest’ultimo
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