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L'opera di Giuseppe Verdi in scena al Maggio Musicale Fiorentino nelle valutazioni dei nostri critici

Un Ballo per due

servizi di Nicola Barsanti e Simone Tomei

Pubblicato il 31 Maggio 2026

20260531_Fi_00_UnBalloUnMaschera_AlessiaPanza_phMicheleMonastaFIRENZE - (servizio di Nicola Barsanti) - Con il nuovo allestimento di Un ballo in maschera, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino affida a Valentina Carrasco una lettura che abbandona ogni riferimento alla corte svedese e trasporta l’intera vicenda negli Stati Uniti d'America degli anni Sessanta, intrecciando la figura di Riccardo con quella di John Fitzgerald Kennedy. Un’operazione registica che non si limita a suggerire un parallelismo storico, ma che ne fa il perno assoluto dell’intero spettacolo, condizionandone ogni sviluppo drammaturgico fino all’epilogo.
Sin dall’apertura del sipario il pubblico viene catapultato nello Studio Ovale della Casa Bianca. Riccardo non è più il governatore immaginato da Verdi e dai suoi librettisti, ma un presidente americano impegnato in una conferenza stampa, mentre Oscar assume i tratti della segretaria presidenziale. Da questo momento in avanti tutta l’azione viene riletta attraverso il filtro della storia americana e del mito kennediano.
L’impianto scenico di Andrea Belli appare sostanzialmente fisso e statico.
Lo spazio è dominato da una quantità impressionante di cartonati, sagome e simboli riconducibili all’immaginario statunitense: figure celebri, richiami patriottici, immagini della cultura popolare americana. A ciò si aggiunge un uso massiccio di video proiezioni che accompagnano costantemente l’azione scenica, sovrapponendo alla narrazione verdiana riferimenti storici, articoli di giornale e immagini legate alla presidenza Kennedy.
La sensazione complessiva è quella di una regia che non si limita a reinterpretare l’opera, ma che talvolta sembra volerla piegare con forza a una propria idea concettuale. Nel secondo atto Ulrica non è più la veggente misteriosa della tradizione, bensì una figura politica che pronuncia il proprio discorso da un pulpito dotato di microfono, quasi fosse impegnata in una campagna elettorale. Attorno a lei compaiono individui incappucciati che rimandano con evidenza al Ku Klux Klan, mentre sulle superfici sceniche scorrono riferimenti alla segregazione razziale, all’odio contro la popolazione afroamericana e alle tensioni sociali dell’America dell’epoca.
Il risultato è certamente forte dal punto di vista visivo, ma spesso appare ridondante e sovraccarico.
Emblematico il momento successivo alla profezia di Ulrica: nel celebre “È scherzo od è follia”, Riccardo canta appoggiato a un cartonato raffigurante Ray Charles seduto al pianoforte. Un’immagine che suscita inevitabilmente curiosità e sorpresa, ma che lascia interrogativi sulla sua reale funzione drammaturgica.
Se molte delle scelte registiche possono essere accolte come provocazioni interpretative più o meno riuscite, è nel rapporto tra Riccardo e Amelia che emergono le maggiori perplessità. Il loro duetto del secondo atto rappresenta uno dei vertici assoluti del melodramma romantico: un amore impossibile, combattuto, ma autentico e reciprocamente condiviso.

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Verdi e il libretto costruiscono un legame fondato su una fortissima attrazione emotiva e spirituale, frenata soltanto dal senso del dovere e dalla fedeltà coniugale di Amelia.
La lettura proposta da Carrasco sembra invece muoversi in direzione opposta. I due protagonisti appaiono costantemente distanti, non soltanto fisicamente ma anche psicologicamente. Riccardo assume talvolta atteggiamenti quasi aggressivi, mentre Amelia reagisce con un rifiuto continuo e glaciale. Persino nei momenti in cui il testo afferma apertamente il sentimento amoroso, la gestualità scenica comunica qualcosa di completamente diverso, come se l’amore dichiarato fosse una formula imposta piuttosto che una passione realmente vissuta. È probabilmente questo l’aspetto più problematico dell’intera concezione registica: non tanto una semplice attualizzazione, quanto una modifica sostanziale delle dinamiche emotive che costituiscono il cuore stesso del dramma.
Interessante, invece, la scena dei congiurati. Il sorteggio del nome destinato a compiere l’assassinio assume la forma di una sorta di procedura elettorale: evento meno stravagante dell’intera messa in scena.
Nel finale l’America invade definitivamente il palcoscenico. Il ballo si trasforma in una grande festa patriottica dominata dai colori bianco, blu e rosso. Palloncini, cheerleader, pompon e richiami alla cultura popolare statunitense costruiscono un quadro volutamente sopra le righe. Tra le varie apparizioni emerge anche una sagoma di Marilyn Monroe, ulteriore tassello del mosaico kennediano che la regia costruisce dall’inizio alla fine.
L’epilogo abbandona però ogni tono giocoso. L’assassinio di Riccardo richiama esplicitamente quello di Kennedy attraverso la figura di un cecchino. Negli ultimi istanti, mentre il protagonista esala il proprio addio, compare una figura che richiama Jacqueline Kennedy accompagnata dai figli. A suggellare definitivamente il parallelismo intervengono le immagini reali dell’attentato di Dallas proiettate sul fondale. Una conclusione certamente d’impatto, ma che conferma come l’intero spettacolo finisca spesso per raccontare più il mito di Kennedy che l’opera di Verdi.
Sul versante musicale, fortunatamente, la serata trova una solidità ben diversa.
Max Jota affronta il ruolo di Riccardo con generosità e partecipazione. Il tenore evidenzia un fraseggio curato e una buona capacità di scolpire la parola verdiana, qualità che gli consentono di delineare efficacemente il profilo umano del protagonista. Nelle zone più acute della tessitura si percepisce talvolta qualche segno di affaticamento, ma la prova rimane nel complesso convincente grazie alla musicalità e alla credibilità scenica con cui sostiene il personaggio, anche all’interno di una caratterizzazione registica non sempre agevole.

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Alessia Panza è una Amelia di notevole spessore. La voce si proietta con facilità in sala, sostenuta da un’emissione sicura e da un fraseggio sempre accuratamente controllato. L’artista riesce a valorizzare tanto la dimensione lirica quanto quella drammatica del personaggio, alternando slanci appassionati a colori più scuri e tormentati. Gli acuti risultano ben sostenuti e l’interpretazione mantiene costantemente una tensione emotiva che rende pienamente giustizia alla complessità della protagonista.
Di assoluto rilievo anche la prova di Hae Kang nel ruolo di Renato. Fin dalla sua aria d’ingresso, "Alla vita che t’arride", emerge la solidità di uno strumento vocale di qualità. Il baritono possiede un timbro caldo, avvolgente e ben proiettato, che gli permette di attraversare con naturalezza tutte le sfumature psicologiche del personaggio. L’affetto dell’amico fedele, il dolore del tradimento, la rabbia e il desiderio di vendetta trovano sempre una traduzione musicale efficace e sincera. La sua interpretazione si distingue per intensità e coerenza drammatica, risultando tra le più riuscite dell’intera compagnia.
Molto positiva anche la prestazione di Oscar interpretato da Lavinia Bini, che offre una lettura brillante del paggio verdiano. La vocalità agile e luminosa si accompagna a una presenza scenica vivace, capace di restituire tutta la freschezza del personaggio.
Sebbene non esule da alcune imprecisioni convince inoltre Ksenia Dudnikova nei panni di Ulrica, autorevole sia vocalmente sia scenicamente nonostante le particolari richieste della regia.
Completano degnamente il cast Matteo Denti (Silvano), Adriano Gramigni (Samuel), Francesco Congiu (Tom) e Roberto Miani (il giudice), insieme agli altri comprimari, tutti impegnati con professionalità nel dare coerenza e solidità all’insieme.
Sul podio il maestro Emmanuel Tjeknavorian conferma le qualità che ne stanno caratterizzando il percorso artistico. La sua lettura mantiene costantemente l’equilibrio tra buca e palcoscenico, sostenendo con attenzione le esigenze vocali degli interpreti senza rinunciare alla costruzione delle grandi arcate drammatiche verdiane. I tempi risultano ben calibrati, le tensioni musicali emergono con chiarezza e l’orchestra risponde con precisione e partecipazione. Ne nasce una concertazione condivisa, capace di valorizzare sia il respiro teatrale sia quello strettamente musicale della partitura.
Ottima anche la prova del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato dal maestro Lorenzo Fratini, protagonista di un’esecuzione compatta, sonora e sempre ben rifinita sul piano dinamico e dell’articolazione.
Al termine della serata resta dunque l’impressione di uno spettacolo musicalmente riuscito e sostenuto da un cast di buon livello, ma accompagnato da una concezione registica destinata inevitabilmente a dividere.
L’ambizioso parallelo tra Riccardo e John Fitzgerald Kennedy offre spunti di riflessione e immagini di forte impatto, ma finisce spesso per sovrapporsi alla drammaturgia originale fino ad alterarne alcuni aspetti fondamentali. Se la componente musicale rende pienamente onore alla grandezza di Verdi, la regia sceglie invece una strada che, pur nella sua coerenza interna, appare a tratti eccessivamente forzata, sacrificando quella verità emotiva che costituisce l’essenza stessa di Un ballo in maschera.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 22 maggio 2026)

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(Servizio di Simone Tomei) - Mi accodo al pensiero del mio collega Nicola Barsanti in merito a quanto già osservato sullo spettacolo, permettendomi tuttavia di soffermarmi con maggiore analiticità su alcuni aspetti delle prove vocali e sceniche degli artisti che si sono succeduti nella recita di domenica 24 maggio e riservandomi una riflessione personale sull’allestimento.
Per quanto riguarda Riccardo, Antonio Poli conferma una linea di canto di grande pulizia formale, sostenuta da un timbro luminoso e naturalmente proiettato. La sua emissione si distingue per omogeneità nei registri e per una dizione nitida, qualità che restituiscono alla parola scenica una chiarezza espressiva non sempre scontata. L’eleganza dell’interprete si coglie soprattutto nella cura del fraseggio, mai forzato e sempre coerente con il disegno musicale. Ne deriva un Riccardo credibile nella sua dimensione aristocratica, più incline alla riflessione che all’esuberanza, ma proprio per questo stilisticamente centrato.
Nel ruolo di Renato, Bogdan Baciu rappresenta senza dubbio una delle presenze più convincenti della serata. Si tratta di un artista completo, capace di coniugare solidità vocale e presenza scenica con notevole efficacia teatrale. La voce, piena e ben timbrata, si impone con naturalezza, sostenuta da un controllo tecnico che gli consente di affrontare gli acuti con sicurezza, sempre ben centrati e sonori, senza mai scadere nell’effetto gratuito. A ciò si aggiunge una costruzione del personaggio attenta e progressiva, che evolve con coerenza drammaturgica dalla fiducia iniziale alla tensione interiore fino all’esplosione tragica finale.
Più sfumata la prova di Amelia affidata a Chiara Isotton. Se sul piano vocale l’artista offre una prestazione complessivamente solida con una linea di canto ben sostenuta, un’emissione stabile e intonazione sicura, sul versante interpretativo emerge una certa cautela che finisce per limitare l’impatto drammatico del personaggio. Amelia richiederebbe un abbandono espressivo più deciso: in diversi passaggi si percepisce una ritenutezza che smorza il carattere volitivo e passionale della donna, pur restando apprezzabile la qualità del canto, sempre controllato e musicalmente coerente.
Il resto del cast si è distinto per una partecipazione scenica e drammatica complessivamente solida, pur con alcuni distinguo che meritano di essere messi a fuoco.
Ulrica, affidata a Ksenia Dudnikova, si impone per autorevolezza scenica e per un’emissione vocale ben strutturata, capace di restituire il carattere enigmatico e profetico del personaggio. La linea di canto è sostenuta da un registro grave consistente e da una proiezione che conferisce alla figura un’aura credibile, anche se in alcuni momenti si potrebbe auspicare una maggiore varietà dinamica per accentuare il senso di mistero.
Oscar, interpretato da Lavinia Bini, porta in scena vivacità e freschezza, qualità imprescindibili per il ruolo. La vocalità è duttile, ben controllata nelle agilità e sostenuta da una presenza scenica brillante, capace di movimentare l’azione con leggerezza senza scadere nella caricatura.
Egregie le prove di Janusz Nosek (Silvano), Mattia Denti (Samuel) e Adriano Gramigni (Tom), che assolvono con correttezza ai rispettivi compiti, garantendo coesione d’insieme e adeguata tenuta musicale.
Corretti e ben inseriti nel tessuto drammaturgico anche i ruoli minori: il Giudice (Francesco Congiu) e il servo di Amelia (Roberto Miani), entrambi puntuali sul piano musicale e scenico.
Di assoluto rilievo la prova del Coro, preparato dal maestro Lorenzo Fratini, che si distingue per compattezza timbrica, precisione ritmica e partecipazione espressiva, risultando elemento determinante nella riuscita di diverse pagine collettive.
Per quanto concerne la direzione musicale mi associo al pensiero di Nicola Barsanti, riconoscendo una lettura che ha garantito coerenza strutturale e sostegno efficace all’impianto vocale e teatrale dell’intera rappresentazione.
Resta tuttavia una riflessione di ordine più generale che travalica il singolo allestimento. L’operazione di accostare una partitura e una drammaturgia ottocentesca a eventi e figure della storia recente, in questo caso il parallelismo con John Fitzgerald Kennedy, comporta inevitabilmente un rischio strutturale: quello di generare fratture tra musica, testo e azione scenica.
La partitura verdiana nasce da un equilibrio estremamente preciso tra parola, gesto e costruzione musicale. Quando l’impianto registico sovrappone un ulteriore livello narrativo così fortemente connotato, il rischio è che questo finisca per entrare in conflitto con la drammaturgia originaria anziché dialogare con essa. Ne deriva una tensione continua tra ciò che si ascolta e ciò che si vede: la musica afferma un sentimento mentre la scena ne suggerisce un altro, spesso divergente.
È in questa discrepanza che si consuma, a mio avviso, lo snaturamento più evidente. Non si tratta semplicemente di attualizzare o reinterpretare, operazioni legittime e talvolta feconde, ma di intervenire sulle dinamiche profonde dell’opera, alterandone gli equilibri emotivi e simbolici. Il risultato può produrre immagini di forte impatto e stimolare una riflessione contemporanea, ma rischia al tempo stesso di allontanare l’opera dalla sua verità teatrale, sostituendola con una costruzione concettuale che, per quanto coerente, rimane esterna alla natura stessa del melodramma.
In questo senso l’allestimento finisce per sollevare una questione cruciale per il teatro d’opera contemporaneo: fino a che punto è possibile spingere la rilettura senza compromettere l’identità profonda del testo musicale e drammaturgico? Una domanda aperta alla quale questo spettacolo offre una risposta tanto radicale quanto inevitabilmente divisiva.
Applausi convinti per tutti.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 24 maggio 2026)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il soprano Alessia Panza (Amelia)
Sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi di Un ballo un maschera






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