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La discussa opera contemporanea di John Adams ha aperto il Maggio Musicale |
Morte di Klinghoffer confessione collettiva |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 24 Aprile 2026 |
FIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino si colloca esattamente su questo crinale affidando l’inaugurazione a The Death of Klinghoffer di John Adams: un titolo che non si limita a occupare la scena, ma la problematizza trascinando l’istituzione in un territorio in cui storia, memoria e rappresentazione si sovrappongono senza possibilità di semplificazione. Attorno a quest’opera, fin dalla prima assoluta del 1991 a Bruxelles si è stratificata una ricezione complessa e tutt’altro che pacificata. Una parte della critica ha insistito a lungo su una presunta ambiguità dell’impianto drammaturgico, leggendo nella pluralità delle voci una possibile attenuazione della distanza morale tra vittime e attentatori. Gli autori di musica e libretto hanno sempre respinto con fermezza questa interpretazione, rivendicando la natura non assertiva e profondamente interrogativa del lavoro. E tuttavia il dibattito non si è mai davvero esaurito: ogni ripresa dell’opera sembra riattivare la stessa zona di attrito segno di una materia teatrale che non si lascia mai fissare in una lettura definitiva. L’approdo fiorentino assume così il valore di una soglia ulteriore, quasi un passaggio simbolico. Non solo perché il titolo e lo stesso Adams mancavano da sempre dal cartellone del Maggio, ma anche per la concentrazione di debutti che ne definiscono la fisionomia.




ll regista Luca Guadagnino affronta per la prima volta il teatro musicale misurandosi con un materiale che rifiuta ogni linearità narrativa; il M° Lawrence Renes si confronta con una partitura che appartiene al nucleo più significativo del teatro musicale contemporaneo, ma in un contesto produttivo nuovo e fortemente esposto; attorno a loro si struttura un’équipe creativa che ha più la natura di un laboratorio in atto che di una macchina interpretativa consolidata. Ma andiamo con ordine È lo stesso Guadagnino a esplicitare con chiarezza la chiave di lettura: «Questa opera ci mette di fronte alla complessità dell’anima e ci chiede di confrontarci con essa senza rifugiarci in semplificazioni. Non esistono categorie nette di bene e di male: pensare in questi termini significherebbe tradire la natura stessa del lavoro. Il centro è l’immedesimazione, la possibilità di entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è lontana o difficile da accettare. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere. In questo senso, Klinghoffer è un teatro profondamente psicologico che si avvicina alla forma di una confessione collettiva.» Questa impostazione trova una corrispondenza diretta nella struttura dell’opera che rinuncia deliberatamente a qualsiasi sviluppo narrativo tradizionale del sequestro della nave "Achille Lauro" e dell’uccisione di Leon Klinghoffer. L’evento storico non viene ricostruito secondo una logica drammatica lineare, ma frammentato in una serie di prospettive che si affiancano senza mai risolversi in sintesi. La scrittura di Adams e il libretto di Alice Goodman costruiscono così una forma che guarda più all’oratorio che al melodramma, se non ad una sorta di sacra rappresentazione contemporanea: non c’è evoluzione dell’azione nel senso tradizionale, ma una permanenza dell’evento come nucleo immobile attorno a cui si dispongono le voci. In questa prospettiva si comprende anche la scelta registica di accentuare una forte frontalità scenica. I personaggi non si confrontano tra loro secondo dinamiche drammatiche convenzionali, ma si rivolgono spesso direttamente alla platea come in una struttura quasi concertistica. La “nonna svizzera”, la donna austriaca, i comandanti, la ballerina inglese, i quattro palestinesi non costruiscono relazioni organiche, ma si configurano come individualità isolate che espongono il proprio punto di vista; c’è chi riduce l’evento a una cronaca quasi distante, chi lo ricollega a memorie belliche o familiari, chi tenta di ordinare razionalmente ciò che accade, chi invece ne restituisce solo la pressione emotiva trattenuta. Ne emerge un mondo in cui la paura non esplode mai in forma spettacolare, ma si deposita in una condizione diffusa di sospensione, disagio e coabitazione forzata. Su questo tessuto si innesta un impianto visivo di grande coerenza. I costumi di Marta Solari riportano con precisione l’atmosfera agli anni Ottanta; le luci di Peter van Praet costruiscono ambienti rarefatti quasi sospesi, in cui lo spazio sembra più mentale che fisico; il sound design di Mark Grey integra la componente elettronica in modo tale da non percepirla come intervento esterno, ma come estensione naturale della materia sonora che riesce a mantenere mantenendo una continuità percettiva costante tra orchestra “classica” e tecnologia. Un ulteriore livello di articolazione è affidato alla coreografia di Ella Rothschild che introduce una dimensione parallela rispetto all’azione principale. Un gruppo di danzatori composto da Micah Best, Zachary Buri, Jenna Davis, Matilde Di Ciolo, Flavio Ferruzzi, Ria Girard, Shaked Heller, Emilia Martinez, Skye Notary, Riley O’Flynn, Margherita Petrosino e Reika Shirasa occupa lo spazio scenico con movimenti circolari sostenuti da costumi ampi e rotanti che ne amplificano il gesto. L’effetto non è decorativo bensì concettuale: la scena si dilata, perde rigidità narrativa e si apre a una dimensione percettiva in cui il tempo sembra sospendersi e ripiegarsi su sé stesso.



Sul piano musicale, il M° Lawrence Renes offre una lettura di grande controllo e intelligenza teatrale. La sua direzione mantiene costantemente coeso un materiale orchestrale complesso, governando con precisione le transizioni tra densità e rarefazione. L’orchestra risponde con disciplina e flessibilità, seguendo una linea che non spezza mai il flusso ma lo modella come un organismo in continua trasformazione: le masse sonore si addensano e si dissolvono senza soluzione di continuità alternando impulsi ritmici e momenti di sospensione. Ne deriva un discorso musicale che conserva sempre una doppia tensione, narrativa e riflessiva senza mai risolversi completamente in una sola direzione. Il cast vocale si inserisce con coerenza in questo impianto, adottando una modalità di declamazione che privilegia la parola scenica in tutta la sua evidenza. Daniel Okulitch (Captain) costruisce una figura salda e controllata sempre funzionale alla chiarezza del testo; Laurent Naouri (Leon Klinghoffer) offre una prova di notevole rigore tutta giocata sulla precisione dell’enunciazione e sulla densità dell’accento; Susan Bullock (Marilyn Klinghoffer) imprime al ruolo una tensione continua sostenuta da una presenza scenica intensa e da una parola sempre nitidamente scolpita ancorché rarefatta da un timbro che sente leggermente l’usura del tempo; Marina Comparato, nel doppio ruolo della Swiss Grandmother e dell’Austrian Woman, differenzia con intelligenza timbrica e interpretativa le due figure mantenendo una coerenza stilistica complessiva. Joshua Bloom (Rambo) costruisce un personaggio solido e ben definito, mentre tra i comprimari si distinguono la precisione di Andreas Mattersberger (First Officer), la solidità di Roy Cornelius Smith (Molqi) e la chiarezza di Levent Bakirci (Mamoud). Proprio quest’ultimo è al centro di uno dei momenti più significativi dell’allestimento: un lungo monologo che, grazie a una scelta registica precisa, si apre fisicamente allo spazio della sala. Bakirci lascia il palcoscenico e attraversa la platea trasformando il suo intervento in un gesto che rompe la distanza convenzionale tra scena e pubblico. Le parole, dense e stratificate, si diffondono nello spazio condiviso del teatro con una forza quasi diretta, come se il personaggio si rivolgesse individualmente a ciascun ascoltatore. Janetka Hoșco (British Dancing Girl) e Marvic Monreal (Yazmir) completano il quadro con interventi misurati e coerenti con l’equilibrio generale. Elemento strutturale dell’intera costruzione è infine il coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini che assume qui una funzione che va ben oltre il ruolo tradizionale di massa sonora. Esso si configura infatti come una vera voce collettiva, una coscienza plurale che attraversa l’opera e ne sostiene l’architettura interna. Le sue sezioni non si limitano a commentare l’azione, ma articolano prospettive storiche e identitarie differenti: da un lato la memoria della tradizione ebraica, della diaspora e della sopravvivenza; dall’altro la narrazione palestinese, segnata da perdita, esilio e rivendicazione. Non c’è fusione tra questi piani, ma una coesistenza tesa volutamente non ricomposta che restituisce la complessità del conflitto senza ridurlo a sintesi. In questo senso il coro diventa uno dei luoghi più densi dell’opera in cui la dimensione storica si sedimenta senza mai cristallizzarsi. La direzione di Fratini ne valorizza la chiarezza e la funzione discorsiva mantenendo sempre leggibile la parola e preservando la dimensione teatrale dell’insieme anche nei passaggi più stratificati. Nel suo complesso la produzione si presenta come un organismo articolato e coerente, in cui le diverse componenti non si sommano semplicemente, ma costruiscono un unico campo di esperienza. Ed è proprio in questa sospensione del giudizio conclusivo, nella scelta di non chiudere mai il senso in una lettura definitiva che The Death of Klinghoffer conferma la propria natura più profonda: quella di un’opera non pacifica: grimaldello per riaprire vecchie domande e stimolo per proporne di nuove. Teatro molto affollato ed applausi sentiti per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di mercoledì 22 aprile 2026)
Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino Nella miniatura in alto: Laurent Naouri (Leon Klinghoffer) Al centro, in sequenza: il Balletto; Susan Bullock (Marilyn Klinghoffer); Daniel Okulitch (Captain); Marina Comparato (Swiss Grandmother e Austrian Woman); panoramica sull'allestimento Sotto, in sequenza: Levent Bakirci (Mamoud); Joshua Bloom (Rambo); altre panoramiche sull'allestimento
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