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Dittico inusuale ma ben congegnato nel Teatro Filarmonico apre al canto barocco

Didone abbandonata e Dido and Æneas

servizio di Angela Bosetto

Pubblicato il 03 Aprile 2021

210403_Vr_00_Didone_GiulioPrandi_phFotoEnneviVERONA – Quale miglior modo di festeggiare il Dantedì (il 25 marzo 2021, ossia la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri per il Settecentenario della morte) che assistere all’anteprima dal vivo di un dittico lirico votato al mito di Didone? Difatti, sebbene il Sommo Poeta la collochi all’Inferno fra le regine lussuriose (Semiramide, Cleopatra ed Elena), non solo pone accanto a lei le anime amanti per eccellenza, ossia Paolo e Francesca («Quali colombe dal disio chiamate/con l’ali alzate e ferme al dolce nido/vegnon per l’aere dal voler portate;/cotali uscir de la schiera ov’è Dido,/a noi venendo per l’aere maligno,/sì forte fu l’affettuoso grido»), ma la nomina persino nel Paradiso in relazione al cielo di Venere («Ma Dïone onoravano e Cupido,/quella per madre sua, questo per figlio,/e dicean ch’el sedette in grembo a Dido»).
Trasmesso in streaming domenica 28 marzo e tuttora disponibile sul canale YouTube della Fondazione Arena, il terzo appuntamento della Stagione Lirica 2021 celebra dunque Didone (colei che, citando il Canto V dell’Inferno, «s’ancise amorosa,/e ruppe fede al cener di Sicheo»), abbinando la cantata per soprano di Nicolò Jommelli Giusti Numi che il ciel reggete (detta anche Didone abbandonata) a Dido and Æneas, capolavoro barocco composto nel 1689 da Henry Purcell su libretto del poeta Nahum Tate (liberamente ispirato al  libro IV dell’Eneide virgiliana).
«Un accostamento del tutto antistorico, ma di grande suggestione», come lo definisce il M° Giulio Prandi nelle Note al Programma, dato che, nella cantata del napoletano Jommelli, Didone è una figura mitica che «sceglie di morire insieme alla sua Cartagine, divorata da un incendio catartico, rifiutando le profferte di un Re per restare fedele a Enea», mentre in Purcell è «una donna sola e tormentata, circondata da cortigiani, minacciata da figure oscure, amata dalla sola Belinda».

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Utilizzando le prerogative melodiche di «Giusti Numi che il ciel reggete» come una sorta di prologo (affidato alla voce agile ed espressiva del soprano Maria Grazia Schiavo), Prandi prepara la strada alla straordinaria duttilità di Purcell, nella cui opera la dimensione fiabesca della tradizione britannica (la cupa marcia che accompagna le streghe e gli spiriti si evolve in coro demoniaco, quindi in gioco polifonico e, infine, in danza strumentale) si mescola ai lirismi archetipici della cultura classica (la solennità dolente, la ricchezza fraseologica e il contrappunto coreutico da tragedia greca). Una ricchezza che il Direttore (al debutto sul podio del Teatro Filarmonico) amplifica e sonda in tutta la sua malia armonica, guidando l’Orchestra areniana alla ricerca di un suono malinconico, intenso e avvolgente. Analogo lavoro compie Vito Lombardi, nel condurre il Coro alla piena valorizzazione di una musicalità barocca rarefatta e sentimentale.
Spalleggiata dalla partecipe Belinda di Maria Grazia Schiavo, la Dido di Josè Maria Lo Monaco si erge in tutta la sua regalità e il suo dolore, arrivando ad abbracciare l’intero teatro con il celebre lamento «When I am laid in earth», eseguito con commovente e vellutata morbidezza. Sul fronte maschile, i contrasti interiori di Æneas trovano invece valida resa nell’incisiva interpretazione del baritono Renato Dolcini. Molto bravi pure Eleonora Bellocci (elegante Seconda donna), Lucia Cirillo (suadente Maga), Federico Fiorio (il quale si dimostra particolarmente efficace nella doppia parte della Prima strega e dello Spirito che appare a Enea sotto le sembianze di Mercurio), Marta Redaelli (Seconda strega) e Raffaele Giordani (Marinaio), così come i mimi, capitanati da Tony Contartese (che ritaglia per se stesso l’apparizione in qualità di Jack o’Lantern) e chiamati a incarnare i membri della corte, le altre streghe, gli spiriti e i marinai.

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Anche senza i limiti imposti dal Covid-19, non è semplice allestire un’opera di Purcell senza cadere nel vetusto ridicolo o nella modernizzazione incomprensibile, ma Stefano Monti (che firma anche i raffinati costumi atemporali e le scene, valorizzate dalle luci di Paolo Mazzon) risolve la sfida in modo brillante. Anche se, tecnicamente, questo spettacolo è nato nel 2020 a Modena, il regista ripensa il suo Dido and Æneas, plasmandolo ex novo sugli spazi del Filarmonico. I coristi occupano dunque i primi due ordini dei palchi, mentre mimi e personaggi si muovono fra il palco (le cui architetture scomposte evocano la reggia e il porto) e la platea, coperta da enormi teli che alludono tanto alle rocce (boschive e marine) quanto ai flutti (metafora che diviene esplicita nell’ultimo atto). Il teatro si fa culla viva del dramma e, non a caso, Didone (spogliatasi dei simboli della propria regalità) lo attraversa per andare a morire fuori, fra le colonne del Museo Lapidario Maffeiano, dopo aver lanciato un ultimo sguardo verso un mondo esterno così vicino eppure così lontano. Una scelta stilistica già assai potente di suo, ma che acquista ulteriore forza alla luce della grave situazione che stanno vivendo i teatri italiani. «Remember me» canta la sventurata regina. E noi, di certo, non dimenticheremo.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per il Teatro Filarmonico - Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Giulio Prandi
Sotto: panoramica sull'allestimento di Dido and Æneas
Al centro in sequenza: Maria Grazia Schiavo (Didone abbandonata); Josè Maria Lo Monaco e Renato Dolcini (Dido and Æneas)
In fondo, in sequenza: Didone (José Maria Lo Monaco) va a morire scenicamente fuori del Teatro Filarmonico, fra le colonne del Museo Lapidario Maffeiano; il Coro della Fondazione Arena grande protagonista dello spettacolo






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