Pubblicato il 23 Dicembre 2023
Una grande prestazione delle masse musicali del Maggio Fiorentino per la Pétite Messe di Rossini
... e il Coro fa 90! servizio di Simone Tomei

20231223_Fi_00_PetiteMesseSolennelle_LorenzoFratini_phMicheleMonastaFIRENZE - Siamo a Passy e correva l’anno 1863: dopo aver finito di comporre il suo ultimo "péchés de veillesse" La Pétite Messe Solennelle, così il Gioachino Rossini infiorettava lo spartito musicale: «Bon Dieu - La voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée Musique? J’etais né pour l’Opera Buffa, tu le sais bien! Peu de science, un peu de coeur tout est là. Sois donc beni, et accorde moi le Paradis» («Buon Dio, eccola terminata questa povera Messa. Ho fatto della musica sacra o della musica maledetta? Io ero nato per l'opera buffa, lo sai bene! Poca scienza, un po' di cuore, tutto qui. Sia Tu dunque benedetto e concedimi il Paradiso»).
Già dal titolo, si capisce la predilezione del compositore per il paradosso anche se la parola “solennelle” può essere inteso in senso liturgico quale termine indicante le parti fisse della messa. La parola “pétite” si riferisce invece all’esiguo organico vocale e strumentale che controbilancia così l’ambizione dell’Autore. Il lavoro è in effetti di ampie proporzioni e presenta un’architettura formale estremamente chiara. La Messa è simmetricamente strutturata in 14 numeri e in 2 parti la prima delle quali termina con la fine del Gloria mentre la seconda inizia con il Credo. Non solo riso e gioia di vivere sono usciti dalla sua creatività, ma l’interesse per la musica sacra è sempre stato tale e tanto che non si è fatto mancare nemmeno un’interessante corrispondenza con il Pontefice Pio IX.
Un passo indietro: siamo ancora a Passy e correva l’anno 1829 allorché si consumava il ritiro dal Teatro alla “tenera” età di 37 anni e da quel momento in poi le uniche opere di grande respiro che Rossini fece uscire dal suo “genio creator” furono sostanzialmente due grandi composizioni religiose: lo Stabat Mater scritto fra il 1831 e il 1842 e la “Pétite" del 1863; l’estrema composizione è una Messa Solenne che mette in musica tutte le parti ordinarie della liturgia, ma è anche una Messa “piccola”, poiché Rossini la destina per la prima esecuzione a «Dodici cantori dei tre sessi, uomini, donne e castrati: otto per il coro, quattro per soli, totale dodici Cherubini», con l’accompagnamento di due pianoforti e di un harmonium: dunque, piccola e solenne al tempo stesso, non senza un sorriso del vecchio Maestro che non rinuncia a ironizzare bonariamente sul suo lavoro. L’organico strumentale pensato da Rossini corrisponde alla destinazione del lavoro che vede la sua esecuzione in forma del tutto privata: la Messa fu eseguita infatti solo due volte (il 13 e il 14 marzo 1863) a Palazzo Pillet-Will, alla presenza del bel mondo parigino (c'erano tra i pochi banchieri, nobili e finanzieri musicisti del calibro di Meyerbeer, Auber, Thomas) e ripresa due anni dopo, nella stessa sede. La composizione sacra, numero dopo numero, ci emoziona sempre più per chiudere con il canto mite e struggente del contralto e del coro su Dona nobis pacem, senza alcun tono trionfalistico quasi a voler abbandonare questo mondo in silenzio, come in punta di piedi, con la consapevolezza di lasciare un profondo testamento morale e spirituale.
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Sono passati molti anni - siamo al 22 dicembre 2023 - e da Passy a Firenze il passo non è breve, ma nella sala dedicata a Zubin Mehta all’interno del Teatro del Maggio, si è “consumato” l’ascolto di questo capolavoro rossiniano.
L’occasione è ghiotta, ma direi anche “sacra” in quanto vengono spente le novanta candeline del Coro del Maggio Musicale Fiorentino che nasce nel 1933, lo stesso anno in cui Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano e il grande Vittorio Gui istituirono il Festival omonimo.
A partire dai primi passi, mossi sotto la guida di Andrea Morosini, il Coro si qualifica presto come uno dei più prestigiosi complessi vocali italiani sia nell’ambito dell’attività lirica che di quella sinfonica; oltre a questo, l’attività del Coro si è sviluppata anche nel settore della vocalità da camera e della musica contemporanea, con importanti prime esecuzioni di compositori del nostro tempo quali Krzysztof Penderecki, Luciano Berio, Luigi Dallapiccola, Goffredo Petrassi, Luigi Nono e Sylvano Bussotti. Innumerevoli le collaborazioni con quelli che sono stati i direttori stabili, da Vittorio Gui a Daniele Gatti: Mario Rossi, Bruno Bartoletti, Riccardo Muti, Zubin Mehta e Fabio Luisi, alle quali si aggiungono le collaborazioni con i più grandi nomi della direzione del XX secolo come Carlos Kleiber, Herbert von Karajan, Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini, Gianandrea Gavazzeni, Georges Prêtre, Myung-Whun Chung, Seiji Ozawa, Semyon Bychkov, Giuseppe Sinopoli e Lorin Maazel.
20231223_Fi_02_PetiteMesseSolennelle_facebook_phMicheleMonastaAlla guida del Coro, dopo Morosini subentrano Adolfo Fanfani, Roberto Gabbiani, Vittorio Sicuri, Marco Balderi, José Luis Basso, Piero Monti e, dal 2013, Lorenzo Fratini. Negli ultimi anni il Coro amplia il proprio repertorio alle maggiori composizioni sinfonico-corali classiche e moderne e partecipa a numerose tournée internazionali sia come complesso autonomo che con l’Orchestra del Maggio. La disponibilità e la capacità di interpretare lavori di epoche e stili diversi in lingua originale sono caratteristiche che hanno reso il Coro del Maggio fra le compagini più duttili e apprezzate dai direttori d’orchestra e dalla critica nel panorama internazionale, e fra i protagonisti anche di particolari ed importanti ricorrenze artistiche e civili.
La versione della Pétite messe solennelle eseguita a Firenze è la seconda versione - quella con orchestra - in merito alla quale il compositore fu pressato dalle molte istanze; è molto significativa, in merito a questa decisione, una lettera a Liszt del 1865 nella quale accenna a queste richieste: «... Si vorrebbe ch’io la strumentassi per eseguirla poscia in qualche grande Basilica Parigina: io ho ripugnanza ad intraprendere tal lavoro, avendo posto in questa composizione tutto il mio piccolo sapere musicale e lavorato con vero amore di religione. Esiste (per quanto mi si assicura) una fatale Bolla di un Pontefice passato che proibisce la promiscuità dei due sessi nelle Chiese. Potrei io mai acconsentire di sentir cantare le mie note da ragazzetti stuonatori di prima classe, piuttostoché da femmine che educate ad hoc per la musica sacra rappresenterebbero (musicalmente parlando) colle loro intonate voci bianche gli angeli celesti???
Fatto è che intorno all’inizio del 1867 Rossini termina la versione per orchestra. Si tratta di un’orchestrazione compatta, dal timbro pastoso, mirata ad aggiungere al canto una severa cornice di solennità il cui vero colore e tono sono dati dalla parte d’organo con pedali che accompagna tutta la partitura Tra le due versioni l’organo diventa quindi il punto di raccordo dove la prima propugnava un suo arcaismo col timbro pianistico di ascendenza clavicembalistica, mentre quella orchestrale lo rinviene in una veste e in un timbro che si può far risalire all’organo, alla cui organizzazione sonora e ai cui impasti Rossini sembra far continuamente riferimento, soprattutto nell’uso dei fiati.
Ecco quindi in scena una compagine artistica che ha fatto vibrare la sala fiorentina di emozioni quasi paradisiache.
Partirei parlando proprio dal Coro che si è distinto in maniera superlativa per un canto perfettamente attagliato alla partitura rossianiana; momenti mistici curati nel minimo dettaglio con pianissimi penetranti e affondi solenni sempre ben misurati e corposi; nitore nella dizione ed un’amalgama di suono che ha saputo esaltare appieno ogni sfumatura delle complesse dinamiche rossiniane.
L’orchestra del Maggio Fiorentino sotto l’esperta bacchetta del M° Lorenzo Fratini (direttore attuale del Coro) ha saputo assecondare il gesto e le intenzioni del concertatore che ha saputo trarre dalle note rossiniane tutte quelle particolarità che non è facile ascoltare, evidenziando, tra l’altro, alcune frasi violoncellistiche nel qui tollis che hanno infuso ancor più religiosità ed elegia al momento. Le pagine più roboanti non hanno virato verso suoni esorbitanti o sguaiati, ma nella loro misurata sontuosità hanno restituito appieno la sacralità che gli è propria.
Posso dire, senza se e senza ma, come già avevo esplicitato “a caldo” in altri lochi che questa è la più emozionate e bella “Pétite” - nella sua versione orchestrale - mai ascoltata nel mio lungo peregrinare.
Un grande plauso va inoltre ai quattro talenti dell’Accademia del Maggio. Il soprano Olha Smokolina, ha un emissione morbida e misurata che vanta un fraseggio molto curato; non essendo quella della “Pètite” una tessitura particolarmente impervia, ci potrebbe essere stato il rischio di perdere alcuni suoni, ma l’omogeneità in tutta l’estensione ha fatto sì che anche il Crucifixus - quasi in zona mezzosopranile - non abbia perso di consistenza, anzi, è stato eseguito in maniera impeccabile. Ottima anche l’intesa vocale del Qui tollis, con il mezzo Danbi Lee che ha concluso magistralmente la composizione con l’Agnus dei eseguito a regola d’arte in perfetta amalgama con coro ed orchestra.
Lorenzo Martelli, giovane tenore di Avezzano (AQ) si è distinto per nitore nell’emissione e timbro cristallino che ben ha valorizzato il difficile momento del Domine Deus per poi incastonarsi bene nei brani concertati.
Infine il basso Lodovico Filippo Ravizza, oltre ad un colore vocale di tutto rispetto non si è fatto fagocitare dalla complessità del Quoniam riuscendone a snocciolare ogni nota con precisa dizione e perfetta intonazione.
Di ciascuno ho potuto constatare inoltre la coerente vis interpretativa propria del repertorio sacro; si denota un lavoro certosino che ha dipinto un quadro di rara bellezza.

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Prima dell’inizio dell’esecuzione della “Pétite” la proiezione di un video ci ha fatto conoscere ancor più da vicino le “gesta” del Coro del Maggio intervallato da interventi registrati di cui ho il piacere riportarne il contenuto puntale.
Il commissario Onofrio Cutaia si è detto orgoglioso di poter essere presente per festeggiare questo traguardo: «... Nel lavoro quotidiano in teatro ho potuto constatare, da quando sono stato nominato Commissario, che il Coro del Maggio Musicale Fiorentino - per vastità di repertorio (dal Barocco alla musica novecentesca e contemporanea), duttilità e pertinenza stilistica, pur in presenza di linguaggi musicali assai lontani fra loro - deve essere considerato come una della compagini corali più prestigiose a livello non solo nazionale, ma anche internazionale, come testimoniato dai successi ottenuti in numerose tournées. Di questo va dato merito a Lorenzo Fratini, maestro del nostro Coro, per le grandi capacità artistiche e il costante impegno per migliorare ulteriormente il livello delle prestazioni, senza dimenticare ovviamente il maestro Daniele Gatti, il nostro direttore principale e il maestro Zubin Mehta il nostro direttore onorario a vita. Sono dunque felice e orgoglioso di festeggiare i 90 anni del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, nella certezza che il futuro riserverà sempre nuove occasioni di crescita artistica e di conferme del suo altissimo valore
Il direttore principale Daniele Gatti ha sottolineato la sua grande gioia nel vedere da anni il Coro ai più alti livelli artistici internazionali: «... Un coro che mi ha sempre colpito per la sua estrema duttilità, abbiamo affrontato insieme diversi repertori e ho sempre notato da parte di tutti una partecipazione davvero sentita a quanto messo in scena in questi anni: oltre a cantare, deve muoversi e interagire sul palcoscenico e in questo non posso che sottolineare la grande capacità gestuale e la grande professionalità nel seguire sempre ciò che il regista richiede; insieme all’Orchestra è davvero una delle colonne portanti che fa di questo Teatro uno dei riferimenti del panorama internazionale
Sulla stessa linea di pensiero il maestro Zubin Mehta, direttore onorario a vita del Maggio: «... La prima collaborazione con il Coro del Maggio risale ai miei primi impegni fiorentini e precisamente al luglio 1964 per La traviata. Da allora fino ad oggi, innumerevoli sono state le occasioni di lavoro comune e, negli anni, ho potuto apprezzare la costante crescita artistica del Coro del Maggio, di cui sono fiero e felice, che grazie al lavoro di Lorenzo Fratini col quale mi congratulo, è oggi ai vertici in Italia e nel mondo, come testimoniano i successi delle numerose tournées internazionali che abbiamo effettuato insieme
«... Essere qui a festeggiare, da Direttore, i 90 anni di questo splendido Coro è davvero un grande orgoglio e una grande responsabilità...» ha invece affermato, parlando del ‘suo’ Coro, il maestro Lorenzo Fratini «... è come avere un vero e proprio ‘monumento’ fra le mani, di cui si ha l’onore e l’onere di portarne avanti il nome e la tradizione; ma lavorare - come facciamo tutti i giorni - in modo così appassionato ha fatto sì che la qualità di questa istituzione non venisse mai meno, e di questo sono davvero molto orgoglioso.»
Il maestro Roberto Gabbiani, che ha guidato il Coro del Maggio dal 1974 al 1990, ha fatto eco a quanto affermato dal maestro Fratini, rimarcando la grandissima qualità artistica che lo ha sempre definito: «... Il Coro del Maggio, che ho sentito ‘mio’ per sedici anni, è sicuramente un complesso di enorme prestigio e di altissima professionalità, guidato da grandi maestri in passato che avevano sempre chiare in mente le partiture che eseguivano e il loro peso; sentivano la necessità che le voci fossero tali da poter essere degne delle musiche eseguite. Questo fu evidente anche per la bellezza delle voci coinvolte nel Coro, una bellezza che ho faticato a ritrovare successivamente nella mia carriera. Mi piace pensare che insieme abbiamo creato un ricordo di quella che è la storia della musica corale nel nostro mondo, anche lavorando su opere in lingue straniere, dal russo al francese sino al tedesco.»
Molto emozionante alla fine del concerto il saluto di ex coristi presenti in sala a festeggiare quell’istituzione di cui sono stati membri ed il saluto ad un artista che l’indomani sarebbe andato in pensione ha quasi concluso la serata musicale non prima di averci regalato un rutilante bis composto da una miscellanea di musiche natalizie sapientemente armonizzate.
Grande successo, entusiasmanti applausi con l’augurio di altri mille anni di successi per il Coro del Maggio Musicale Fiorentino.
Voglio concludere con un pensiero “dedicato” che scrissi anni fa: «... Caro Gioachino, mi voglio rivolgere a te con la consapevolezza che attraverso la tua musica ho vissuto le emozioni più intense; mi hai fatto ridere, mi hai fatto piangere, mi hai fatto riflettere, ma con questo tuo ultimo peccato, come lo hai chiamato tu, mi hai toccato veramente nella parte più profonda dell'animo e mi hai donato la gioia dell’emozione in una serata veronese; ti ringrazio mio caro Cigno di Pesaro e spero che la tua musica mi possa accompagnare sempre nel mio personale percorso di crescita umana e spirituale per farmi palpare sempre più le vette dell’emozione e del bello che scaturiscono dalle tue sublimi pagine.» Ad maiora!
(la recensione è riferita al concerto del 22 dicembre 2023)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il maestro Lorenzo Fratini
Sotto, in sequenza: alcuni momenti della serata dedicata al 90° del Coro del Maggio Musicale Fiorentino





Pubblicato il 20 Novembre 2023
Ottimo successo di pubblico a Torino per l'opera-operetta di Giacomo Puccini
La Rondine applaudita al Regio servizio di Simone Tomei

20231120_To_00_LaRondine_FrancescoLanzillottaTorino - «... Ho ricevuto un sacco di telegrammi ma sono stato sorpreso di non averne trovato nessuno da parte di Angeli o di Ricordi - Lui disse che avevo scritto un'opera senza futuro, e che era del cattivo Lehár. Ho insistito troppo perché la prendesse col risultato di umiliarmi nei suoi confronti. Ma lui non vuole averci niente a che fare - e ora sono spiacente perché La Rondine è un'opera piena di vita e di melodia - che ti attrarrà moltissimo. La partitura non è ancora pronta - ma quando lo sarà ti spedirò una copia...».
Questo estratto di una lettera scritta da Giacomo Puccini a Sybil Seligman - tratta da “ V. Seligman, Puccini among Friends, London, MacMillan & Co Ltd., 1938 - dopo l’esecuzione della prima rappresentazione al teatro de l’Opera di Monte-Carlo il 27 marzo 1917 ci fa capire un po’ il clima in cui quest’opera ha la sua genesi; anche la scelta del campo neutro monegasco per la prima esecuzione è indice di eventi storici che hanno modificato le originarie scelte.
L’albore dei fatti ci fa risalire al 1913 quando al maturo Puccini, desideroso di affrontare il genere operettistico alla viennese - con dialoghi recitati e pezzi cantati - viene offerta una consistente somma di denaro dalla direzione del Karltheater di Vienna. L’interesse dimostrato fu molto scarso, ma a seguito dell’inasprirsi dei rapporti con il suo editore Tito Ricordi - che era succeduto al padre Giulio, morto nel 1912, nella direzione dell’azienda familiare - il musicista mutò poi d'avviso. Il primo soggetto ricevuto fu rifiutato dal compositore a causa dell’avvertire una sostanziale estraneità nei confronti del genere operettistico, al quale preferiva nettamente quello della commedia. Il nuovo soggetto ottenuto in forma di canovaccio a firma di Willner-Reichert, divenne materiale per il letterato veronese Giuseppe Adami che fu incaricato di stendere un libretto che non contenesse dialoghi parlati, in lingua italiana (il contratto prevedeva che la prima esecuzione dovesse avvenire a Vienna, in lingua tedesca), rinunciando quindi, con il beneplacito di Vienna, al progetto originario. L’aprile dell’anno successivo fu il momento della firma del nuovo accordo ma Tito Ricordi, probabilmente insoddisfatto della clausola contrattuale che riservava i diritti per i paesi di lingua tedesca, Spagna e Sud America agli impresari viennesi, rifiutò di acquistare la partitura. Alla fine dell'anno i primi due atti dell'opera erano già composti, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e i conseguenti disagi determinati dall'entrata in guerra dell'Italia, spinsero Puccini, che nel frattempo aveva messo mano alle prima battute di Il Tabarro, a richiedere, inutilmente, la risoluzione del contratto. La composizione dell’opera vede il suo epilogo solamente nell'aprile del 1916 e fu poi acquistata da Sonzogno. La prima rappresentazione, a Monte-Carlo, con Gilda Dalla Rizza e Tito Schipa nei ruoli dei protagonisti e Ines Ferraris e Francesco Dominici in quelli di Lisette e di Prunier, registrò un esito trionfale.

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La "prima" italiana (Bologna, Teatro Comunale, 2 giugno 1917), con Aureliano Pertile e Toti Dal Monte nei ruoli di Ruggero e Magda, segnò l'inizio delle prime incomprensioni da parte della critica, disorientata dalla natura ambigua dell'opera e sostanzialmente incapace di intenderne lo spirito ed il significato. La Rondine apparve più che altro frivola e presto si diffuse l'opinione, ancora oggi non del tutto tramontata, che Puccini avesse composto un'operetta; in ogni caso, il lavoro apparve scarsamente riconosciuto, ed è a tutt'oggi tra i meno popolari tra quelli del musicista toscano.
Puccini stesso, non convinto del finale originario, ritoccò più di una volta la partitura, studiando con Adami soluzioni diverse: una prima, più o meno conforme all'edizione viennese del 1920, Magda approfittando dell'assenza di Ruggero, partiva per Parigi ritornando alla vita di sempre; una successiva che risale al 1921-22, ma che solo nel 1994 è stata messa in scena proprio a Torino, Ruggero, informato da una lettera anonima del passato di Magda, la affrontava con durezza e quindi la abbandonava nelle braccia di Rambaldo. Con il senno di poi vi è unanimità nel decretare che queste revisioni alla lunga non si sono rivelate né più convincenti né più vitali di quella ideata per Monte-Carlo.
La vicenda originaria è ambientata nel Secondo Impero e Puccini, riesce a trovare una tinta sonora per dipingere il mondo fatuo che circonda i protagonisti e la loro gioia di vivere; egli infatti impiega con generosità e particolare originalità creativa balli alla moda del suo tempo one-step, slow-fox di derivazione nordamericana, (il racconto di Ruggero a Magda "Così timida e sola" e per il loro duetto "Perché mai cercate", entrambi nel secondo atto ), il tango che accompagna la figura di Prunier ed infine il tempo di valzer che domina su tutti gli altri; è qui che possiamo scorgere un parallelismo delicato con la festa della Fledermaus - opera buffa di Strauss - che viene ulteriormente sollecitato, anche dal comportamento Lisette, serva e “compagna” della protagonista che va al ballo indossando gli abiti della padrona.
Il linguaggio, che sostanzialmente prende le mosse dall'esperienza della Fanciulla del West, utilizza molti tratti distintivi connaturati allo stile pucciniano: modalità e scale pentafoniche, quinte parallele, dissonanze impiegate con libertà e molto spesso non risolte, cambi improvvisi di tonalità e di tempi, passaggi cromatici ed addirittura bitonali (si pensi all'ingresso di Lisette in scena), oltre al consueto e frequente impiego di motivi ricorrenti legati ad alcuni personaggi tali da definirne la loro psicologia e le loro aspettative. Un’oper(etta) quindi tutt’altro che frivola e retrò, come fu definita dalla critica di inizio ventesimo secolo - basti pensare a quanto scrisse il critico-compositore Giannotto Bastianelli sulle pagine de “La Nazione": «il ritorno alle origini di un buon toscano, che ha l’aria di sfamarsi a un tratto di cibi paesani, stufatini, stracotti, ecc., dopo essersi gustato lo stomaco con dei cibi esotici e artefatti.»
Al Teatro Regio di Torino prende vita una produzione di questo capolavoro pucciniano con un mix di interpreti variamente assortito.
Olga Peretyatko è una Magda di alto livello in quanto, almeno scenicamente, riesce a centrare appieno il ruolo; vocalmente non ha problemi con la partitura pucciniana anche se talvolta “azzanna” le note con una vis, a mio giudizio, troppo drammatica - almeno nei primi due atti - perdendo un po’ quel senso di leggerezza e frivolezza che sono proprie del personaggio.

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Il tenore messicano Mario Rojas (Ruggero Lastouc) fa il suo ingresso con l’aria Parigi è la città dei desideri sfoggiando un timbro nitido e cristallino; è meno preciso nello stare al passo con l’orchestra, rispetto alla quale - soprattutto nel terzo atto - ha fatto fatica a seguire il passo anticipando sovente il ritmo battuto dal direttore.
Valentina Farcas è una Lisette di altissimo livello e nella sua goffaggine, mai macchiettistica, offre un ottimo quadro musicale; la voce è limpida, gli acuti ben piazzati e nel duetto con l’altrettanto bravo - sia in recitazione e dizione che in emissione vocale - Santiago Ballerini (Prunier) trova uno dei momenti migliori della serata.
Un lusso per il teatro avere il baritono Vladmir Stoyanov nei panni di Rambaldo; sebbene il ruolo non offra grandi soddisfazioni, nei suoi interventi non viene mai meno l’eleganza di porgere il suono ed un fraseggio perfetto.
Eccellenti anche gli interpreti di fianco: Irina Bogdanova (Bianca e Lolette), Kenia Chubunova (Susy e Gabriella), Amélie Hois (Yvette e Georgette), Rocco Lia (Crébillon e Un maggiordomo), Pavel Zak (Gobin e Adolfo).
La direzione del M° Francesco Lanzillotta entra nelle viscere della partitura che ritengo tutt’altro che semplice ed immediata. Puccini compone un’opera, ma strizza l’occhio all’operetta ed il canto - tranne ovvie eccezioni - non è legato alle zone più impervie del rigo musicale nonostante una ricca orchestrazione; non è dunque facile trovare l’equilibrio tra le sonorità della buca e le voci in palcoscenico, ma ciò è stato possibile grazie ad un’attenta agogica del concertatore cui l’Orchestra del Regio ha risposto in maniera molto precisa.
Ottimo anche il Coro preparato e diretto dal M° Ulisse Trabacchin che si amalgama bene sia da un punto di vista musicale che scenico.

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A Torino, la vicenda prende vita nel 1973, momento scelto dal regista Pierre-Emmanuel Rousseau; è questo infatti l’anno dell’apertura del Nuovo Teatro Regio a cinquant’anni esatti dall’evento. Vuole essere un omaggio all’architetto della ricostruzione Carlo Mollino e proprio nel secondo atto le scenografie riprendono quasi in toto lo stile e gli arredi del foyer del Teatro composti da divani, scalinate, lampadari rispettando - mi hanno detto - fedelmente le cromie. Non manca in questo quadro il contesto più lussurioso che viene risolto con l’inserimento di un tocco carnascialesco: troviamo comparse e coristi abbigliati in maniera sgargiante con richiami a drag queen, camerieri in tacco alto con stivali a coscia alta atti a dar vita ad un vogueing senza soluzione di continuità nel quale si apprezzano le accattivanti coreografie di Carmine De Amicis. Più sobri gli altri atti, ma sempre di gran gusto. Teatro affollato e applausi per tutti.
(la recensione si riferisce alla recita di Domenica 19 novembre 2023)

Crediti fotografici: Andrea Macchia per il Teatro Regio di Torino
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Lanzillotta
Al centro e sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi di La Rondine





Pubblicato il 17 Ottobre 2023
A Midsummer Night's Dream di Britten reso magico da regia costumi luci e orchestra
Meraviglioso Sogno di una notte servizio di Simone Tomei

202317_Ge_00_AMidsummerNightSDream_SydneyMancasolaGENOVA - Il Teatro Carlo Felice ha inaugurato la stagione lirica 2023-2024 con il capolavoro di Benjamin Britten scritto nel 1960 con la collaborazione del librettista e suo compagno di vita Peter Pears tratto dall’omonima commedia shakesperiana: A Midsummer Night’s Dream. Non è sicuramente il primo compositore a tradurre in musica quel lavoro letterario e questo rappresenta un ulteriore omaggio del più grande compositore inglese del Novecento al più grande poeta della sua patria ed il libretto di Pears è, nella sostanza, molto fedele al testo letterario: «... Nove parole soltanto in questo libretto non sono di Shakespeare: divertitevi a cercarle...» fu una frase del compositore durante la presentazione della sua opera ad Amsterdam all'inizio della tournée mondiale dello spettacolo che ebbe la sua prima assoluta ad Aldeburgh l'11 giugno 1960.
Lo stimolo alla composizione di questo è ricordata dallo stesso Britten con queste parole: «... nell'agosto del 1959 vennero iniziate varie modifiche di carattere tecnico alla Jubilee Hall e parallelamente presi la decisione di scrivere una nuova opera da rappresentare alla serata inaugurale della prossima edizione del festival di Aldeburgh: non c'era affatto il tempo di stendere un libretto originario e cosi rivolsi le mie attenzioni ad un testo che da anni esercitava sul mio animo un'ammaliante seduzione e che era pressoché già pronto...

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Io ho sempre nutrito una passione sconfinata per  'Un sogno di una notte di mezza estate' e, man mano che invecchio, noto che le mie predilezioni s'incentrano sempre più sugli approdi artistici degli autori più vicini o più lontani nel tempo: questo testo teatrale evoca in me l'immagine di una creatura nel fulgore della sua adolescenza, indipendentemente dalla giovane età che poteva avere Shakespeare quando scrisse 'Un sogno'. Dal punto di vista operistico un interesse assai eccitante è fornito dalla simultanea sua tridimensionalità nell'interazione di tre gruppi autonomi di personaggi — gli innamorati, gli artigiani, le fate. Normalmente quando procedo alla stesura di un'opera ho sempre anteposto al libero sgorgare dell'ispirazione musicale la concreta definizione del testo, sono solito infatti avviare rapporti di strettissima collaborazione con il librettista per decidere pariteticamente assieme le linee del soggetto e della sua riduzione: è successo con Crozier («Albert Herring»), con Forster («Billy Budd») e con Plomer («Gloriana»), e da quella specifica sbozzatura compiuta in comune, l'opera ha potuto prender vita come una scultura. Nel caso di 'Un sogno di una notte di mezza estate' il primo obiettivo che m'ero proposto è stato quello di tracciarne le linee essenziali per una progressione teatrale... e non mi sento affatto in colpa per aver tagliato una buona metà dei versi di Shakespeare. L'inizio della composizione musicale ebbe luogo in ottobre per concludersi definitivamente nella primavera successiva, la sera del venerdì santo: sette mesi in tutto, strumentazione compresa. Anche se non ho eguagliato i primati di un Mozart o di un Verdi, quel tempo mi è bastato, proprio perché avevo maturato sufficientemente in me lo spirito dell'opera, sbozzandone poi esattamente i lineamenti essenziali
L’allestimento proposto a Genova, in collaborazione con Royal Opera House di Muscat (Oman) è stato affidato al regista Laurence Dale con scene costumi di Gary McCann, le coreografie di Carmine de Amicis e le luci di John Bishop.
Nella messa in scena genovese tutto ruota intorno al luogo prediletto della commedia: la foresta, alberi che girano ruotando sul palcoscenico atti a creare gli ambienti scenici richiesti dalla drammaturgia. I colori tendenzialmente cupi della selva si ravvivano con gli splendidi costumi e tagli di luce mozzafiato. Tutto scorre con naturalezza e nel terzo atto anche il proscenio diventa elemento indispensabile a rappresentare il parterre della commedia degli artigiani - il teatro nel teatro - costruita e riproposta con elegante ilarità.

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Il M° Donato Renzetti è padrone della partitura e ne evidenzia ogni singola particolarità; il suono è cristallino, ma deciso, il gesto è nitido e gestito in maniera sublime nelle agogiche. L’orchestra del teatro genovese in uno spiegamento di grandi dimensioni traduce con grande pathos le pagine musicali assecondando con rigore gesti le intenzioni del direttore.
Giova ricordare un piccolo passo dello studioso Peter Evans tratto da The music of Benjamin Britten del 1979: «... né qui né altrove Britten ha guardato alle dodici note come per istituire una negazione delle gerarchie tonali, ma piuttosto come a una loro ramificazione. In nessun contesto dato, per quanto possano esserlo note centrali rapidamente fluttuanti, è permesso loro di usare il vecchio potere di attrazione. E dal momento che Britten raramente consente alla sua armonia di pagare oltre a ciò che l'orecchio può ricostruire secondo le norme triadiche, in nessun luogo questo ma materiale melodico di dodici note ci porta verso la dissoluzione del motivo nella tessitura praticata da Schönberg, e dal suo conseguente abbandono delle funzioni armoniche tonali.»
Ottimo l’apporto delle voci bianche preparate e dirette dal M° Gino Tanassini  e qui preposte a rappresentare il mondo delle fate, sempre ben accompagnate da una strumentazione variegata ci ha fatto immergere nei variai quadri drammaturgici. Dopo il cenno sulle formazioni collettive, novissima autem non minimus, un commento per i solisti.
Non troppo a fuoco è risultato l’Oberon di Christopher Ainslie; il timbro è di notevole fattura, ma è mancata quella pregnanza vocale che il contesto avrebbe richiesto; il ruolo in origine fu creato da Britten per il celebre controtenore inglese Alfred Deller il quale tramutò il rigo musicale in pura magia.
Brillante, seducente e carambolica per i precisi virtuosismi la Tytania di Sydney Mancasola che non teme le impervie e vorticose note della parte.
Perfettamente assortite le due coppie di amanti formate da Peter Kirk (Lysander), John Chest (Demetrius), Hagar Sharvit (Hermia) e Keri Fuge (Helena); hanno saputo interagire in maniera sublime sia con la partitura personale che nelle scene d’insieme trovando il giusto calibro vocale per non sovrastarsi, bensì enfatizzando tutte le variegate sfumature.
Brillanti, simpatici e bravi vocalmente il nugolo degli artigiani capitanati da un perfetto David Shipley nei panni di Bottom; il Quince di David Ireland, il Flute di Seumas Begg, lo Snug di Sion Goronwy, lo Snout di Robert Burt e lo Starveling di Benjamin Bevan. Sontuosi ed elegiaci l’Hippolyta di Kamelia Kader e il Theseus di Scott Wilde.
Un piccolo approfondimento sul rocambolesco ed eccellente Puck (attore-acrobata) di Matteo Anselmi; pur non essendo la sua una parte cantata, in quanto Britten gli attribuisce uno speaking-rôle, non è mai estromesso dal contesto dei personaggi “musicali” e le sue parole hanno una serrata griglia ritmica da rispettare, molto dettagliata dal compositore nella partitura. Sono infatti sue le ultime parole della commedia:

“If we shadows have offended,
think but this,
and all is mended,
that you have but slumber'd here
while these visions did appear.
Gentles, do not reprehend:
If you pardon,
we will mend:
Else the Puck a liar call;
so, good night unto you all.
Give me your hands,
if we be friends,
and Robin shall restore amends.“
e, battendo le mani - he claps his hands -, “Quick Curtain”.
Successo senza se e senza ma, quello tributato da un’affollata platea in una domenica pomeriggio dal calore quasi estivo.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 15 ottobre 2023)

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: la carambolica Tytania di
Sydney Mancasola
Sotto, in sequenza: panoramiche e primi piani su scene, costumi e luci
Al centro, in sequenza: Christopher Ainslie (Oberon); Sydney Mancasola (Tytania);
David Shipley (Bottom); Peter Kirk (Lysander), Hagar Sharvit (Hermia), John Chest
(Demetrius), Keri Fuge (Helena)
In fondo: Matteo Anselmi (Puck) con
Christopher Ainslie






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Parliamone
Messa di Gloria di poca gloria
intervento di Simone Tomei FREE

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Al Teatro del Giglio di Lucca è andata in scena la Messa a quattro voci del doge lucchese, meglio conosciuta come Messa di Gloria. Si tratta di un’opera giovanile in quattro parti scritta per coro, tenore e baritono solisti e orchestra; viene presentata come saggio di diploma all’Istituto Musicale Pacini di Lucca ed eseguita il 12 agosto 1880.
Puccini, che non ha mai pubblicato la partitura, ha riutilizzato i temi dell’Agnus Dei e del Kyrie rispettivamente in Manon Lescaut e in Edgar.
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Nord-Est
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Ecco la stagione 2024 del Filarmonico
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Opera dal Nord-Est
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Operetta and Musical
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Opera dal Nord-Est
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servizio di Rossana Poletti FREE

20231209_Ts_00_IlflautoMagico_BeatriceVeneziTRIESTE - Teatro Verdi. Non ci soffermeremo qui sulla miracolosità del lavoro di Mozart, sulla sua rivoluzione che, senza essere tale, mise le premesse per un nuovo mondo musicale, di un compositore iniziatore di nuove concezioni. La rappresentazione del Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart, in scena al Teatro Lirico Giuseppe Verdi
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Classica
Applausi calorosi per Lupo e Gatti
servizio di Nicola Barsanti FREE

20231208_Fi_00_ConcertoDanieleGattiBenedettoLupo_DanileGattiFIRENZE - Dopo il fortunato Ciclo Chajkovskij, il direttore musicale del Teatro del Maggio, Daniele Gatti, porta a termine un altro nuovo interessante progetto musicale: il Ciclo Beethoven-Honegger e l'Europa, costruito accostando le rare sinfonie del compositore franco-svizzero Arthur Honegger ai ben più celebri cinque concerti per pianoforte
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Opera dal Nord-Est
Pigmalione cattura l'attenzione
servizio di Athos Tromboni FREE

20231204_Ro_00_Pigmalione_BrunoTaddia_phValentinaZanagaROVIGO - Il 16 ottobre 1714 il poeta e librettista veneto Francesco Passarini (da non confondere con l'omonimo compositore bolognese vissuto nel secolo precedente) scrisse una dedica al Podestà di Rovigo: «... Eccellenza, è un debito indispensabile del mio reverendissimo ossequio il consacrare alla grandezza di Vostra Eccellenza questo mio
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Opera dal Centro-Nord
Una bella Rondine a Pisa
servizio di Nicola Barsanti FREE

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Opera dal Centro-Nord
Le guerre di Ulisse raccontano
servizio di Athos Tromboni FREE

20231203_Fe_00_LeGuerreDiUlisse_MarcoSomadossiFERRARA - Il Teatro Comunale "Claudio Abbado" era gremito sabato 2 dicembre 2023, per l'opera contemporanea Le guerre di Ulisse, musica di Marco Somadossi, libretto di Patrizio Bianchi, ex rettore dell'Università di Ferrara ed ex Ministro della Pubblica Istruzione, oggi professore emerito di Economia Applicata, presso il "suo" ateneo.      
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Opera dall Estero
Roméo et Juliette da applausi
servizio di Ramón Jacques FREE

20231202_00_Bilbao_RomeoEtJuliette_LorenzoPasseriniBILBAO VIZCAYA (Spagna) - Palacio Euskalduna, 24 ottobre 2023.
Dalla sua creazione nel 1953, l'ABAO (Asociación Bilbaína de Amigos de la Ópera)), conosciuta anche come Ópera di Bilbao, si è affermata come una delle compagnie d'opera più importanti della Spagna, poiché nel corso della
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Opera dall Estero
Jenufa in ambiente minimalista
servizio di Ramón Jacques FREE

20231201_00_Chicago_NinaStemme_phMichaelBrosilowCHICAGO Il, USA - Civic Opera House, 26 novembre 2023.
Jenůfa, opera in tre atti del compositore ceco Leoš Janáček (1854-1928) basata sull'opera Její pastorkyňa ("la sua figliastra") della scrittrice Gabriela Preissová (1862-1946), è entrata nel repertorio della Lyric Opera di Chicago
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Opera dal Centro-Nord
Eccola di nuovo: La bohčme
servizio di Nicola Barsanti FREE

20231201_Fi_00_LaBoheme_GiacomoSagripantiFIRENZE - Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino torna La bohème nella  classica e tradizionale regia firmata da Bruno Ravella (già vista e recensita nel 2017 che potete leggere qui), in quest’occasione ripresa da Stefania Grazioli con ottima cura, e  come allora si apprezzano le luci di D. M. Wood, qua riprese da Emanuele Agliati.
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Opera dal Centro-Nord
La Turandot viene dall'oriente
servizio di Athos Tromboni FREE

20231127_Fe_00_Turandot_MarcelloMottadelli_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La nuova Stagione d’Opera e Balletto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" si è inaugurata con la messa in scena della Turandot di Giacomo Puccini, coproduzione tra la coreana Daegu Opera House e la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Tutto esaurito, sia per la "prima" che nella replica della domenica
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Opera dal Nord-Est
Borras magnifico Werther
servizio di Simone Tomei FREE

20231126_Ge_00_Werther_JeanFrancoisBorrasGENOVA - Il secondo titolo della stagione 2023-2024 del Teatro Carlo Felice ci riporta al melodramma francese di fine ottocento con una sublime messinscena del Werther di Jules Massenet che trova ambientazione negli anni ’30 del novecento. La trasposizione temporale come più sotto ben esplicitata dal suo fautore, non fa venir meno le peculiarità
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Opera dall Estero
Rodelinda dei tanti virtuosismi
servizio di Ramón Jacques FREE

20231125_00_LosAngeles_Rodelinda_HarryBicket_phTheEnglishConcertLOS ANGELES, CA USA - Dorothy Chandler Pavilion, 21 novembre 2023.
Dopo il successo delle rappresentazioni di Alcina e Solomon offerte consecutivamente nelle ultime due stagioni, l'Opera di Los Angeles continua la sua collaborazione con l'orchestra barocca inglese
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