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Serata da concerto con musiche di due grandi autori russi per due eccellenti interpreti

Zangiev/Gadijev accoppiata vincente

servizio di Nicola Barsanti

Pubblicato il 17 Maggio 2025

20250517_Fi_00_ConcertoTimurZangievFIRENZE - Due opere monumentali della musica russa, lontane nel linguaggio ma accomunate da una tensione emotiva profonda, si incontrano in un’unica serata: il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Sergej Prokof’ev e la Sesta sinfonia di Pëtr Il’ič Tchaikovsky, la celebre Patetica. Da un lato, un’esplosione di energia, una scrittura virtuosistica al limite dell’eseguibile, un pianismo spigoloso e percussivo; dall’altro, un testamento spirituale, una sinfonia che si spegne nel silenzio, attraversata da un senso tragico della vita che infrange ogni convenzione formale.
È su queste due vette del repertorio che si misura il programma proposto nella Sala Zubin Mehta del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, affidato al giovane direttore russo Timur Zangiev, classe 1994, e al pianista Alexander Gadjiev, chiamato a confrontarsi con una delle sfide tecniche e interpretative più impervie del repertorio novecentesco.
Zangiev, nonostante l’età, vanta una solida esperienza e una sorprendente maturità interpretativa. Il suo gesto è preciso, sicuro, ma mai rigido. Mostra un’attenzione scrupolosa ai dettagli dinamici e timbrici, e una naturale capacità di dialogo con il solista. La sua direzione è brillante, coinvolgente, capace di tenere insieme l’impeto ritmico di Prokof’ev e la complessità emotiva di Tchaikovsky, senza mai perdere chiarezza o equilibrio.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Sol minore op. 16 di Prokof’ev è una vetta temibile del repertorio pianistico. La cadenza del primo movimento (Andantino. Allegretto. Andantino), lunga quasi quanto il movimento stesso, è un vero campo di battaglia tecnico ed espressivo. Alexander Gadjiev la affronta con eccezionale padronanza, scolpendo il suono con forza e precisione, senza mai sacrificare la limpidezza del fraseggio. Le mani corrono su tutta l’estensione della tastiera, tra arpeggi incrociati, accordi ribattuti e passaggi in fortissimo a velocità vertiginosa: è un momento di autentico virtuosismo, ma anche di chiarezza musicale.
Nel secondo movimento (Scherzo.Vivace), Gadjiev dimostra un’agilità cristallina e una resistenza fuori dal comune. Il suo tocco, leggero e controllato, mantiene nitidezza anche nei passaggi più intricati, mentre Zangiev guida l’orchestra con precisione ritmica e grande flessibilità, creando un dialogo serrato. Il terzo movimento (Intermezzo. Allegro moderato) è reso con solennità e gravitas, quasi marziale: qui il direttore esalta le tinte cupe e l’atmosfera sospesa, mentre il pianoforte intreccia un discorso più raccolto, ma sempre teso.

20250517_Fi_01_ConcertoTimurZangiev_Facebook


Il Finale (Allegro tempestoso) è la vera esplosione conclusiva. Il virtuosismo trascina l’intero ensemble in un turbine sonoro che tocca punte di drammaticità assoluta. In sottofondo aleggia il dolore per la morte dell’amico Maximilian Schmidthof, cui Prokof’ev dedica l’opera: un lutto devastante, che imprime al concerto un tono tragico e quasi elegiaco, raro in una chiusura concertistica. Gadjiev riesce a suggerire anche questo, mantenendo in equilibrio forza e interiorità, senza mai cadere nell’eccesso espressivo.
Al termine della travolgente esecuzione, il pianista ha voluto ringraziare il pubblico con ben quattro bis: due Bagatelle di Beethoven, una Mazurca di Chopin e un Preludio di Debussy, regalando così un momento di intimità e raffinatezza dopo la furia del concerto.

Nella seconda parte della serata, l’orchestra del Maggio affronta la Sinfonia n. 6 in Si minore op. 74 Patetica” di Tchaikovsky, in una lettura intensa e misurata. Sinfonia atipica fin dalla struttura, la Patetica abbandona il modello ciclico delle due precedenti sinfonie, rinuncia a un finale brillante e afferma invece un’idea nuova, rivoluzionaria: quella di una sinfonia che si conclude nel silenzio, con un Adagio lamentoso dolente, estenuato, che trasforma il dolore in contemplazione.
Timur Zangiev coglie con intelligenza questo aspetto formale e lo mette in risalto in ogni sezione dell’opera.
Il primo movimento (Adagio. Allegro non troppo) è gestito con grande attenzione alla costruzione delle tensioni: il tema principale emerge con lirismo struggente, mentre i contrasti dinamici sono scolpiti con nitidezza. Il secondo tempo (Allegro con grazia), un valzer in 5/4, mantiene un’eleganza inquieta, quasi sospesa, con un fraseggio che danza tra ironia e malinconia. Il terzo movimento (Allegro molto vivace), spesso accolto con applausi a scena aperta per il suo slancio, è qui reso con energia contenuta, come a voler suggerire che l’entusiasmo è solo apparente, preludio a un epilogo devastante.
Nel Finale (Adagio lamentoso), Zangiev offre la lettura più profonda della serata. I tempi sono larghi, le dinamiche controllate al limite del silenzio, gli archi sprofondano in un canto morente che avanza come una processione funebre. L’orchestra respira con il direttore, e il pubblico resta sospeso, come catturato da un dolore che non esplode mai ma consuma lentamente. È una chiusura meditativa, coerente, che lascia nella sala un silenzio più eloquente di qualsiasi ovazione.
Il concerto si conclude così, con un senso di compiutezza rara. Un programma di grande ambizione, affrontato da due interpreti che dimostrano maturità, visione e controllo. Una serata di musica che non cerca solo di impressionare, ma di comunicare, con forza e verità.
(La recensione si riferisce al concerto del 15 maggio 2025)

Crediti fotografici: Nicola Barsanti
Nella miniatura in alto: il direttore Timur Zangiev
Sotto: il direttore Zangiev con il pianista
Alexander Gadjiev






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