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La quinta opera di Richard Wagner non andava in scena al Grand Opera dal 2001 |
Tannhäuser torna a Houston |
servizio di Ramón Jacques |
| Pubblicato il 07 Giugno 2025 |
HOUSTON (USA) - Grand Opera. Wortham Theatre Center. La Houston Grand Opera ha concluso con successo un’altra stagione con Tannhäuser, un’opera in tre atti con musica e libretto in tedesco di Richard Wagner (1813-1883). Come la maggior parte delle sue opere, Tannhäuser trae ispirazione da leggende medievali tedesche. La quinta opera di Wagner debuttò il 19 ottobre 1845 a Dresda, diretta dallo stesso compositore. Considerata una pietra miliare e un punto fermo del repertorio dei principali teatri d’opera odierni, Tannhäuser è stata rappresentata molto raramente in questo Paese dal periodo post-pandemico, ad eccezione delle produzioni della Los Angeles Opera nel 2021 e della Metropolitan Opera di New York nel 2023. Le esigenze musicali, vocali e finanziarie di un’opera di tale portata sono notevoli, pertanto l’impegno del teatro di Houston nel realizzarne una nuova produzione è encomiabile. Questa sarà l’unica rappresentazione in programma per quest’anno. L’opera non veniva rappresentata in Houston città dal 2001, quando fu proposta in una memorabile produzione teatrale del leggendario regista Werner Herzog. Come è noto, Tannhäuser trasgredisce le rigide norme sociali dei trovatori medievali e si avventura nel regno mistico di Venere, dea dell’amore eterno, che lo conduce a un’esplosione di sensualità. Invece di essere accolto con favore, Tannhäuser viene allontanato dalla sua comunità, profondamente religiosa, per essersi congiunto all’insaziabile Venere. Tuttavia, tornare in una società immobile e refrattaria al cambiamento si rivelerà arduo, sebbene alla fine Tannhäuser ottenga una miracolosa redenzione grazie al sacrificio della sua amata Elisabetta. Questa è la storia straordinariamente presentata al pubblico, grazie alla raffinata, elegante e variopinta produzione di Peter J. Davidson. I costumi sorprendenti di Constance Hoffmann, le eccellenti luci di Amith Chandrashaker e le proiezioni sul fondale di S. Katy Tucker hanno reso la foresta che i pellegrini attraversano in cammino verso Roma una delle immagini più suggestive e artistiche dell’intera rappresentazione. Le scenografie, come sempre frutto di una coproduzione tra i teatri di Houston, la Washington National Opera, la Seattle Opera e la Canadian Opera Company di Toronto, sono senza dubbio tra le migliori che abbia mai visto della regista Francesca Zambello. La regista ha ambientato l’antica leggenda germanica all’inizio del XX secolo, all’interno di una setta isolata di una comunità profondamente religiosa. La gara di canto, ad esempio, si è svolta all’interno di un tempio religioso, mentre il Venusburg, che qui rappresenta il mondo esterno, era ambientato in un salotto edonistico o bordello, all’interno di un opulento appartamento newyorkese, abitato da Venere, la dea dell’amore, e dalle sue muse. Si susseguivano feste con ballerini che hanno eseguito coreografie stravaganti ed esotiche, senza mai ricorrere a nudità, volgarità o scene fuori contesto. In questa produzione, Tannhäuser ha vissuto in un mondo seduttivo per oltre un anno, ma il senso di colpa per aver abbandonato Elisabetta, il suo primo amore virginale, è troppo pesante da sopportare, e viene immediatamente riportato nella sua comunità. È lì che sorgono i problemi derivanti dalle sue scelte. L’approccio romanzesco, molto operistico, della Zambello non nuoce all’opera di Wagner; al contrario, narra una storia semplice con personaggi più umani, affrontando le implicazioni dell’appartenenza e del confronto con una rigida entità religiosa e con i suoi valori, una situazione che sembrerebbe non lontana da ciò che viviamo oggi.


Alla fine, Tannhäuser rimane intrappolato in una luce celestiale davanti al corpo di Elisabetta, lasciando in sospeso il suo destino: vivrà per cantare di nuovo o tornerà nell’oscurità per ricongiungersi a Venere? Dal punto di vista vocale, il cast vantava cantanti e artisti di talento, principalmente americani.: tra questi, il tenore drammatico-spinto Russell Thomas, dotato di buone qualità vocali. Sebbene non possa essere definito un heldentenor puro, la sua incursione in questo repertorio e la sua esperienza in ruoli wagneriani, come il Tannhäuser a Los Angeles nel 2021 o Parsifal sempre a Houston nel 2024, gli hanno permesso di perfezionare e comprendere lo stile, gestendo la voce per esprimere al meglio il personaggio di Tannhäuser e le sue esigenze. La sua proiezione è stata adeguata e, sebbene non possieda una voce potente e robusta, si è distinto per il calore del timbro, l’omogeneità e la solidità tecnica nell’emettere le note acute, conferendo significato ed espressività alla sua parte. Nel ruolo di Elisabetta, il soprano Tamara Wilson, attrice diplomata all’accademia del teatro e attualmente rinomata interprete, ha primeggiato nel canto, dimostrando di possedere una voce con un’adeguata proiezione, ferma e vigorosa. Sul palco, è riuscita a tratteggiare una ragazza semplice con gioia e timidezza, con forza e convinzione, pronta a sostenere la redenzione di Tannhäuser.

Il mezzosoprano Sasha Cooke ha incarnato perfettamente il ruolo di Venere, trasmettendo un’immagine sensuale e una vocalità ricca e corposa che le ha permesso di affrontare con naturalezza questo repertorio. La sua interpretazione, caratterizzata da una tonalità scura e magnetica, ha dimostrato come il canto wagneriano possa essere apprezzato anche attraverso uno stile misurato e raffinato, piuttosto che con un’esecuzione energica e potente. Analogamente, il basso greco Alexandros Stavrakakis, nel ruolo di Landgraf Hermann, ha saputo coniugare potenza vocale e intensità espressiva, interpretando il personaggio con sfumature ed efficacia. Ottime interpretazioni sono state offerte anche dal tenore Martin Luther Clark nel ruolo di Walther von Wogelweide, dal baritono Luke Sutliff nel ruolo di Wolfram von Eschenbach, dal basso-baritono Cory McGee in quello di Biterolf, dal tenore Shawn Roth in quello di Heinrich der Schreiber, dal basso cinese Ziniu Zhao nel ruolo di Reimar von Sweter e dal mezzosoprano Ani Kushyan nel ruolo del pastore. Questi ultimi cinque cantanti, ex allievi attualmente legati all’accademia del teatro, sono destinati a interpretare ruoli di rilievo in importanti teatri. Come nel passato è successo a una sconosciuta mezzosoprano che veniva dal Kansas, chiamata Joyce di Donato, tra tanti altri. Il coro si è distinto per la sua performance, in particolare nell’esecuzione del Coro dei pellegrini, dove ha cantato con determinazione, esaltazione ed entusiasmo, mantenendo la consueta professionalità sotto la direzione di Richard Bado.

Nel suo debutto in questo teatro il direttore d’orchestra Erik Nielsen ha esordito con grande successo. Il maestro americano, che raramente dirige negli Stati Uniti, ha dimostrato la sua abilità come concertatore dalla buca d’orchestra, oltre alla competenza e all’autorevolezza derivanti dalla sua lunga carriera principalmente nella direzione di opere liriche su palcoscenici internazionale specialmente in Europa . Fin dall’iconica Ouverture, ha offerto un pregevole viaggio musicale, mettendo in risalto i suoi tre leitmotiv centrali, evidenziando inoltre una magistrale padronanza dei tempi, interpretando in modo brillante, evocativo e anche estatico. I musicisti dell’orchestra, motivati e coinvolti, hanno offerto una serata memorabile. La prossima stagione si aprirà nel mese di ottobre con un classico americano: Porgy and Bess di Gershwin, nella versione originale del compositore, che nel passato ha fatto vincere al teatro di Houston, Grammy e Tony Awards in passato con la direzione della stessa Francesca Zambello. I biglietti sono già disponibili e oggi sono quasi tutti venduti. (La recensione si riferisce alla recita di giovedì 8 maggio 2025)
Crediti fotografici: Michael Bishop / Houston Grand Opera Nella miniatura in alto: la regista Francesca Zambello Sotto, in sequenza: Tamara Wilson (Elisabetta) e Russel Thomas (Tannhäuser); ancora Russel Thomas con Sasha Cooke (Venere) Al centro e in fondo: belle panoramiche di Michael Bishop sull'allestimento
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