Pubblicato il 31 Maggio 2026
Il diciassettene pianista ferrarese ha incantato il numeroso pubblico dei Concerti al Ridotto
Giovanni Bergamasco fa sold-out servizio di Edoardo Farina

20260531_Fe_00_GiovanniBergamascoFaSoldOut_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto e in parte qui riportate, presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto nello svolgimento della sola prima parte dal mese di ottobre al 21 dicembre ben quindici appuntamenti, più altri ventisette dall’inizio del nuovo anno al mese di maggio a venire, tra cui moltissimi dedicati al pianoforte sia classico che contemporaneo avendo avuto la possibilità di assisterne da parte di eccellenti musicisti proponendo pagine sia tradizionali che moderne in continua evoluzione stilistica e di generi, tramite uno strumento considerato principe della storia della musica.
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Pianisti di grande notorietà tra i più e meno giovani, alcuni tra i migliori studenti provenienti da vari istituti musicali, altri con maturata esperienza ormai decennale… ma definire la dote artistica di Giovanni Bergamasco, significherebbe limitarla. Figlio d’arte di Carlo Bergamasco (anch’egli noto tastierista, giurista e Direttore Generale del Teatro Comunale “Claudio Abbado”) nato nel 2008 è un talentuoso concertista ammesso precocemente al Conservatorio “Girolamo Frescobaldi” della sua città, Ferrara, e dal 2025 all’Accademia di Imola. Vincitore di numerosi primi premi assoluti in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali, vanta una solida formazione perfezionata con masterclass di fama mondiale. Il suo repertorio spazia da Mozart a Ravel, eseguiti come solista con orchestre sinfoniche e in importanti rassegne come Piano City e Piano Estense.
Nel 2024 si è aggiudicato un concerto premio a Cracovia, consolidando un’attività concertistica regolare iniziata con la prima esibizione a soli dodici anni. Attualmente sta proseguendo gli studi sotto la guida di Giovanni Bertolazzi e Mauro Minguzzi, confermandosi come una delle promesse del concertismo italiano e internazionale.
Tra le date più attese della stagione, il 10 maggio scorso ha avuto come protagonista un esecutore in un viaggio tra tre secoli di letteratura, per un programma di quelli che meglio possono metterne in luce la maturità e il virtuosismo per l’età e non solo, senza eguali. Ma al di là degli autori eseguiti, di normale e difficoltoso repertorio inserito nella forma più classica e nota, ciò che ha portato la sala in sold out è stato sicuramente il nome di un diciassettenne in grado di sbalordire per la capacità dinamica e interpretativa, un po’ come avvenne decenni or sono con Simone Ferraresi, poco più che adolescente (o molto prima ancora… con il piccolo Mozart!) sino a oggi mai più replicatosi tranne che con il talento di Bergamasco, per come è riuscito a catturare una platea incredula davanti alla sua bravura esemplare, ove timidezza ed eleganza nel porsi ma allo stesso tempo disinvoltura, semplicità ma sicurezza esecutiva.
L'apertura è stata affidata al genio barocco di Domenico Scarlatti (1685-1757) con la Sonata in Do maggiore K.159, tra le sue invenzioni più celebri, con squilli di fanfara che evocano un'atmosfera venatoria da cui deriva il celebre soprannome di Caccia. In questa pagina il serrato gioco di incroci delle mani e la brillantezza dei ribattuti testimoniano la straordinaria inventiva del compositore napoletano.

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Il percorso è continuato con la Toccata in Mi minore Bwv 914 di Johann Sebastian Bach (1685-1750), un’opera giovanile di formidabile compattezza, che si dipana tra una libera Introduzione improvvisatoria, un poco “Allegro” rigorosamente fugato, un “Adagio” ricco di ornamentazioni vocali e una poderosa “Fuga” conclusiva a tre voci, dalle difficoltà scontate e sempre imprevedibili come tutta la musica bachiana per qualsiasi strumento.
Il recital ha proseguito con Franz Joseph Haydn (1732-1809) e la sua Sonata n.60 in Do maggiore Hob: XVI:50, composta durante l'ultimo soggiorno londinese, dedicata alla virtuosa Therese Jansen; la composizione sfrutta appieno le potenzialità dei nuovi pianoforti dell'epoca, alternando un primo tempo ricco di pause umoristiche e improvvisi contrasti dinamici a un “Adagio” di profonda cantabilità, per concludersi con un finale eccentrico e anch’esso ricco di humor.
La seconda parte della mattinata è stata dedicata al giovane Frédéric Chopin (1810-1849) tramite il Rondò in Mi bemolle maggiore op.16: l'Introduzione con l'“Andante” declamato prepara il terreno a un “Allegro” vivace travolgente, dove il polacco massimo esponente del secolo romantico distilla una raffinatezza aristocratica unita a una tecnica digitale vertiginosa.
A suggellare il proseguo, sono state le sfumature impressionistiche di Maurice Ravel (1875-1937) con Une barque sur l'océan, terzo tassello della suite Miroirs; ispirato alla fluttuazione dell'acqua e ai riflessi luminosi, il brano richiede un controllo timbrico attento nell’indicazione. D'un rythme souple, trasformando la tastiera in un organismo fluido capace di evocare, tra arpeggi liquidi e accordi evocativi, la solitudine di un’imbarcazione in balia delle correnti oceaniche. Esecuzione di altissimo livello in un momento storico costituito attualmente da centinaia di pianisti protagonisti di svariati recitals con all’attivo pagine che spaziando dalla musica rinascimentale originale per cembalo alla contemporanea, rischiano a volte di saturare le varie proposte presso associazioni e realtà artistiche tra similitudini e comunque diverse interpretazioni.
Di conseguenza emergere oggi in un mercato musicale ove presenti spesso numerose doti dalla preparazione didattica e musicalmente esemplare, risulta sempre estremamente difficile… ma trovarsi, senza nulla togliere, di fronte a un talento in grado di essere autentica punta di diamante appartiene indubbiamente a un evento dalla rarità quasi estrema. Occorre, infatti, sottolineare che il livello concertistico è andato considerevolmente aumentando rispetto un tempo quando i maestri sia in Italia come nel resto del mondo che hanno fatto la storia del pianoforte, così come per tutti gli altri strumenti, si contavano sulle dita di una mano.
Giovanni Bergamasco sta riuscendo a oltrepassare tale traguardo, affidandosi a studio, passione e costanza, essendosi assicurato in tale modo un posto di rilievo nelle più importanti stagioni teatrali, volendo anche di livello internazionale, senza eguali e con pochissimi precedenti.

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Chiusura della straordinaria performance avendo creato e destato grandissima attenzione anche al di là dei consueti habitué au théâtre dando prova di estro e abilità espressiva, nella speranza di essere il tutto di buon auspicio riguardo le generazioni a venire, come afferma l’editore musicale Filippo Michelangeli, attento e sensibile a diverse e plurime realtà sociali, di cui riporto felicemente un suo recente pensiero: «Agli adulti e agli anziani che non perdono occasione per dire "... i ragazzi di oggi non si impegnano più, sono buoni a nulla, non sanno sacrificarsi..." io rispondo semplicemente che sono tutte sciocchezze. È pieno di gioventù operosa, seria, studiosa, affettuosa, generosa. Ai giovani diamo il buon esempio. Ci verranno dietro e in molti casi saranno pure meglio di noi.»

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per Ferrara Musica - Teatro Comunale "Claudio Abbado"





Pubblicato il 29 Maggio 2026
Direttore e pianista protagonisti di un'ottimo concerto con l'Orchestra del Maggio Fiorentino
Jordan-Lisiecki accoppiata di valore servizio di Nicola Barsanti

20260529_Fi_00_ConcertoJordan-Lisiecki_JanLisieckiFIRENZE – Il concerto proposto dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Philippe Jordan si sviluppa lungo un percorso che unisce due vertici del sinfonismo austro-tedesco, Beethoven e Bruckner, con al centro il Terzo Concerto per pianoforte op.37 affidato a Jan Lisiecki, interprete tra i più richiesti e celebrati della scena internazionale.
La serata si apre con Leonore n. 3 op. 72b, la più celebre tra le ouverture composte da Ludwig van Beethoven per il suo unico lavoro teatrale, Fidelio. Si tratta del terzo tentativo del compositore di individuare un’introduzione orchestrale adeguata all’opera, pagina successivamente accantonata in favore di un’ouverture più funzionale all’equilibrio drammaturgico dell’intero lavoro.
Pur concepita per il teatro, Leonore n. 3 ha ormai conquistato una piena autonomia concertistica grazie alla sua straordinaria forza narrativa e alla capacità di condensare in pochi minuti l’intero universo emotivo dell’opera.
Sin dalle prime battute Philippe Jordan mette in mostra una direzione di grande eleganza formale e chiarezza gestuale: il gesto, compatto e sempre leggibile, garantisce precisione negli attacchi e una costante coesione tra le sezioni orchestrali. La costruzione delle arcate dinamiche risulta particolarmente curata, così come la gestione delle tensioni armoniche che conducono ai grandi climax della partitura. Di notevole efficacia il lavoro sul colore orchestrale: gli archi si distinguono per compattezza e morbidezza di emissione, mentre la sezione dei fiati e degli ottoni offre interventi di notevole qualità timbrica, contribuendo a una lettura autorevole e ben calibrata nei rapporti sonori.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in Do minore op. 37 vede protagonista Jan Lisiecki, artista che, nonostante la giovane età, vanta già una carriera internazionale di assoluto rilievo. Fin dall’esposizione dell’Allegro con brio emerge un dialogo esemplare tra solista e orchestra, costruito su un equilibrio sonoro raro per trasparenza e naturalezza.

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Dal podio, Jordan accompagna con sensibilità il pianista, lasciando respirare il fraseggio senza mai rinunciare alla solidità dell’impianto orchestrale.
Lisiecki conquista per la raffinatezza del tocco e per la straordinaria cura nella costruzione della frase musicale. La chiarezza dell’articolazione, la naturalezza del canto pianistico e la capacità di differenziare i piani sonori permettono di cogliere ogni dettaglio della scrittura beethoveniana. Colpisce in particolare il controllo delle dinamiche più raccolte: anche nei pianissimi del Largo il suono conserva una presenza nitida e perfettamente proiettata in sala. La risposta tra mano destra e mano sinistra appare costantemente equilibrata, dando vita a un dialogo interno di grande ricchezza espressiva che trova il suo naturale completamento nel confronto con l’orchestra.
Di altissimo livello la grande cadenza del primo movimento, affrontata con sicurezza tecnica, precisione ritmica e notevole controllo del discorso musicale anche nei passaggi più impervi.
Il Largo si distingue per intensità lirica e profondità poetica, mentre il Rondò conclusivo mette in evidenza brillantezza, leggerezza e una straordinaria padronanza virtuosistica. Ne emerge un’interpretazione matura, coinvolgente e musicalmente compiuta, tra i momenti più significativi dell’intera serata.
La seconda parte del programma è interamente dedicata alla Sinfonia n. 4 in Mi bemolle maggiore Romantica” di Anton Bruckner, una delle pagine più amate e frequentemente eseguite del compositore austriaco, accanto alla Settima Sinfonia. Qui Jordan affronta l’imponente architettura bruckneriana con una visione lucida e coerente, valorizzandone tanto la dimensione monumentale quanto quella intimamente contemplativa.
Nel corso dell’ora abbondante di musica il direttore costruisce un autentico viaggio introspettivo attraverso un continuo alternarsi di tensione e distensione. Le grandi progressioni orchestrali si sviluppano con naturalezza, senza mai perdere chiarezza strutturale, mentre il controllo delle masse sonore consente di apprezzare la complessa trama contrappuntistica della partitura. Particolarmente riuscita appare la ricerca timbrica: ogni sezione orchestrale contribuisce alla definizione di un quadro sonoro ricco di sfumature, nel quale le dinamiche, i colori e le armonie emergono con straordinaria evidenza.
Jordan modella il suono dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino come una tavolozza pittorica, facendo affiorare con sensibilità le molteplici gradazioni cromatiche della scrittura bruckneriana. I celebri richiami dei corni, gli episodi pastorali, le solenni espansioni corali degli ottoni e le ampie distese sonore degli archi trovano una realizzazione di notevole suggestione, sostenuta da una concertazione sempre attenta agli equilibri interni.

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Gli applausi conclusivi testimoniano il successo di una serata di alto profilo artistico, nella quale la solidità interpretativa di Philippe Jordan, la qualità dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e l’eccellenza pianistica di Jan Lisiecki convergono in un’esperienza musicale di grande intensità e valore.
(La recensione si riferisce al concerto di giovedì 28 maggio 2026)

Crediti fotografici: Nicola Barsanti
Nella miniatura in alto: il pianista Jan Lisiecki
Al centro: ancora Jan Lisiecki
Sotto: il direttore Philippe Jordan riceve a fine concerto le ovazioni del pubblico fiorentino





Pubblicato il 07 Maggio 2026
Un coinvolgente recital pianistico impegna la tastiera da Chopin all'American Sound
Antonio Rolfini e i Moments servizio di Edoardo Farina

20260507_Fe_00_AntonioRolfiniEIMoments_phEdoardoFarinaFERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto della domenica mattina e in parte qui riportate, presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto nello svolgimento della sola prima parte dal mese di ottobre al 21 dicembre ben quindici appuntamenti, più altri ventisette dall’inizio del nuovo anno al mese di maggio a venire, tra cui moltissimi dedicati al pianoforte sia classico che contemporaneo avendo avuto la possibilità di assisterne da parte di eccellenti musicisti proponendo pagine sia tradizionali che moderne in continua evoluzione stilistica e di generi, tramite uno strumento considerato principe nella storia della musica, tanto ne consente la sua poliedricità .
Pianisti tra i più affermati e ancora agli esordi, alcuni tra i migliori studenti provenienti da vari istituti musicali, altri con maturata esperienza ormai decennale, ne hanno proposto tutti gli accostamenti dalla formazione cameristica al duo sino soprattutto al solismo spaziando nelle forme più note e importanti che caratterizzano la sua ricchissima letteratura, ove per questa occasione domenica 3 maggio 2026 Antonio Rolfini ha interpretato Moments, da Chopin all’American Sound.
Non semplice commentare o “criticare” per così dire, nella fattispecie l’enorme produzione pianistica attualmente (e anche per fortuna) attiva nelle varie realtà concertistiche e le sue migliaia di esecutori, così come metterli a confronto non ne avrebbe alcun senso, risultandone un lavoro impossibile fatto di giudizi basato unicamente sui vari indici di gradimento sia per quanto riguarda il repertorio che le modalità di approccio, dal carattere quindi sterile e inutile. Numerose le date a Ferrara tra i concerti del Ridotto e altre associazioni musicali, nelle forme tipicamente basate sulle diversificate scelte, dall’epoca barocca al classicismo e secolo romantico sino allo scibile del pianoforte contemporaneo e atonale adatto sicuramente non sempre a un pubblico inesperto, per terminare in primavera con la prossima manifestazione della Terza edizione di “PianoEstense” festival, autentica maratona di tre giorni ospiti decine di esecutori, Rolfini compreso. Musicista eclettico pianista e compositore nella duplice veste di interprete e autore, con una solida formazione accademica in pianoforte, composizione e didattica, perfezionata sotto la guida di maestri di fama internazionale. Attivo sia come interprete classico sia come compositore, propone uno stile personale che fonde suggestioni tardo-romantiche con venature New Age, Blues e Pop. La sua carriera è scandita da numerosi premi, tra cui spicca il recente conferimento della "Penna d'oro" 2023 per meriti artistici ove il suo linguaggio musicale colto ma accessibile gli permette di dialogare con un vasto pubblico in contesti concertistici di alto profilo.
Insolito programma dal Pianoforte crossover, ne ha eseguito un itinerario musicale originalissimo, guidando mirabilmente il pubblico in un percorso mosaico, costituito da istanti sonori concepito come viaggio non solo cronologico, ma soprattutto psicologico e sensoriale. L'apertura è stata affidata a una suite autografa tratta dalla raccolta Travel Journal, dove la musica dà accesso a una dimensione quasi ipnotica, inizialmente lenta, carica di sentimento e suspense, portando la mente lontano facendo affiorare pensieri, riflessioni, fornendo loro una colonna sonora per poi esplodere in una dinamica incalzante. L’idea dell’incipit è quella di accogliere l’ascoltatore in un’atmosfera onirica e dalle sonorità soffuse, un preludio introspettivo che sembra esplorare i confini

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el sogno attraverso una stasi contemplativa che evolve gradualmente verso una vivacità descrittiva nitida: essa si accende di tratti squillanti e dinamici, sfociando in un vero e proprio turbinio di colori melodici e armonici approdando ad una espressività quasi travolgente, verso il passaggio che ne ha preparato il terreno al cuore romantico del programma dedicato a Fryderyk Chopin; attraverso una selezione dei 24 Preludi op. 28, di alcune Mazurche e di quattro celebri Notturni, egli ha esplorato le sfumature più intime della sensibilità del genio polacco, alternando la malinconia del respiro trattenuto alla brillantezza della danza. La transizione verso la seconda parte del recital è avvenuta tramite nuove pagine originali di Rolfini, Introspettivo ed Elegia, che fungono da ponte verso linguaggi più dinamici e novecenteschi: dalla Mitteleuropa di Ernst Toch, con il funambolico virtuosismo di The Juggler, il programma ha approdato infine alle suggestioni dell'American Sound, dove la musica si trasforma in ritmo puro e contaminazione jazzistica. Il celebre Maple Leaf Rag di Scott Joplin, filtrato dalla lente ritmica di Keith Emerson e l'iconico "Blues" da Un americano a Parigi di George Gershwin, hanno trasportato l'uditorio nelle strade di una metropoli vibrante, dove la tradizione europea si fonde con l'energia d’oltreoceano.
Di cui ciò che colpisce in lui, senza nulla togliere a nessun altro, è la grande sensibilità e il tocco esecutivo, la capacità di ottenere quel suono e solo “quel suono” che emerge in modo incondizionato tra il classico, il moderno sino alle atmosferiche oniriche, poi jazzistiche passando per le forme Ragtime e addirittura Ambient che testimoniano il talento artistico del compositore ferrarese, confermandolo come uno dei più importanti esponenti del pianismo d’avanguardia. Come parlare di Antonio, quindi? Come un musicista eclettico, in grado di offrire composizioni partendo dalla tastiera del suo strumento senza l’uso di altri mezzi artificiali particolarmente tecnologici quali riverberi o delay? O come un normale pianista tra i tanti diplomati in conservatorio non avendo inventato assolutamente nulla di diverso dalla normalissima musica tonale, artefice e promotore di uno strumento tra i più "inflazionati"? Se “definire significa limitare”, secondo una frase dell’antica disciplina orientale dello Zen, abbiamo in lui tante forme e sfaccettature, felicemente poste nella loro forma didascalica e interpretativa ove assistere alle sue esibizioni viene percepita una completa immaginazione in una comunicativa in grado di trascinare in un vortice non solo di note ma di autentici sensazionalismi.   
Innovazioni in grado di portare su altre dimensioni, difficile capire quando termina la realtà, consentendoci di varcare le soglie di un mondo multimediale intangibile dove la fantasia si sgretola senza ricongiungersi praticamente mai, che si tratti di forme meditative o dall’andamento sostenuto, seguendo semplicemente un eccellente esecutore, avendone fatto del suo strumento uno stile di vita rapportandolo a immagine e somiglianza. Tutto ciò vale riguardo anche le opere di altri autori ove è in grado di immedesimarsi nella corretta e giusta interpretazione. Certo, occorre avere la sensibilità e la capacità a lasciarsi andare all’enfasi, alla comprensione della paesaggistica descrittiva, alla solitudine… diversamente si rischia una sorta di assuefazione musicale pari alle forme ricercate ma sovente prive del dovuto carattere potendo apparire spesso indefinibile, forse a tratti eccessivamente nostalgica portando alla tristezza introspettiva dove apparentemente sembra “non succeda mai nulla” … Invece sono tecnicamente presenti importanti stilemi compositivi, non mancando diverse e variegate modulazioni tonali spesso maggiori, poi immediati cambi di modo, trasporti, improvvisazioni sino a giungere anche a “ballabili” dalla forma divertente ed evasiva.

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E le atmosfere di cui parla si riflettono in una grande libertà connessa nella scelta di sequenze dalla struttura più aperta, in sonorità originali ottenute da un vero e proprio incontro tattile e percettivo, dalle sue musiche al celeberrimo Nocturne op.9 No.2 in Mi bemolle maggiore di Chopin, una delle pagine per pianoforte più famose e romantiche della storia della musica. Composto tra il 1830 e il 1832, è noto per la sua melodia dolce ed espressiva, caratterizzata da abbellimenti eleganti e da un assetto circolare in cui il tema principale viene ripetuto con sottili variazioni dalla incisiva emotività. Stupiscono tanto l’effettiva semplicità quanto la loro forza evocativa, ottenuta grazie anche alla ripetizione ossessiva di poche note penetranti dal ritmo calzante senza però mai annoiare. Rolfini durante i suoi recitals parla esponendoci l’ispirazione da cui ha tratto la musicalità e il significato della stessa in una sorta di apparente timidezza trasparendo sempre dalle spiegazioni, perdendosi anche piacevolmente a volte tra un racconto e un altro.
Il finale è stato una celebrazione della grande melodia americana, dai raffinati standard di Bart Howard fino alla travolgente Hello Dolly di Jerry Herman proposta in un’elaborazione virtuosistica firmata dallo stesso Rolfini, sigillandone il concerto con un ritorno alla figura del compositore-esecutore, capace di trasformare il tempo in emozione pura, dalla sospensione onirica iniziale alla vitalità del jazz.          
Contrapponendosi direttamente alle percezioni concernenti la memoria, il passato, i ricordi o forse anche il presente, come il titolo stesso della performance vorrebbe circoscrivere, tutti i brani hanno spiccato per qualità persuasiva e tonale in forma diversificata rispetto ai medesimi, ad ogni modo di straordinaria bellezza.
Definitiva “chiusura di sipario” ove raccontando simpaticamente la storia legata agli anni di studio, ha concesso ancora di sua scrittura un walzer intitolato Margaret da cui ne ha tratto ispirazione, un melodico e nostalgico tema variato, dapprima in ritmo ternario e poi binario, tra una platea gremita che vorrebbe non smettesse mai di suonare… facendoci tornare a casa per un attimo diversi.
(La recensione si riferisce al concerto di domenica 3 maggio 2026)

Crediti fotografici: Edoardo Farina





Pubblicato il 26 Aprile 2026
Nell'impegnativo concerto con musiche dei due compositori russi brilla soprattutto l'orchestra
Rachmaninov e Sostakovič, sė perō... servizio di Simone Tomei

20260426_00_Ge_ConcertoAlexanderGadjievSamuelLee_phMarcelloOrselliGENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko Competition 2024, il compito di attraversare questo doppio snodo del sinfonismo russo con il M° Alexander Gadjiev al pianoforte nella prima parte della serata. Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 di Sergej Rachmaninov e la Sinfonia n. 5 in Re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič non si affiancano per semplice contiguità geografica o cronologica; il nesso è più profondo e riguarda il rapporto tra l'artista e le condizioni che ne determinano la voce: la depressione e il silenzio creativo nel caso di Rachmaninov che tra il 1900 e il 1901 ritrova nella scrittura del Concerto la via d'uscita da un'impasse che sembrava definitiva; la censura ideologica e la minaccia fisica nel caso di Šostakovič, costretto nel 1937 a ripensare il proprio linguaggio dopo la condanna della Lady Macbeth e a offrire quella che definì, con formula tanto celebre quanto enigmatica, “... la risposta pratica di un artista sovietico a critiche giuste”.
In entrambi i casi la musica si fa atto di sopravvivenza, ma con esiti che non potrebbero essere più distanti: confessione lirica e ricomposizione interiore nel primo, ambiguità semantica irrisolta e tensione dialettica nel secondo.
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Un itinerario che dalla cantabilità avvolgente del tardo romanticismo pianistico alla durezza tragica del sinfonismo sovietico, chiede all'interprete non soltanto competenza tecnica, ma una visione capace di restituire la specificità espressiva di ciascun mondo sonoro.
Quanto la serata genovese abbia corrisposto a questa esigenza è questione che merita una riflessione articolata.
Il Concerto n. 2 in do minore op. 18 ha restituito un esito profondamente disomogeneo attraversato da uno scarto che si è fatto evidente sin dalle prime battute tra la qualità della prova solistica e la tenuta della concertazione orchestrale.
Alexander Gadjiev al pianoforte ha affrontato la partitura con una coerenza di impianto che merita di essere riconosciuta. La sua lettura si è mossa lungo una linea interpretativa chiara, attenta alla complessa stratificazione della scrittura pianistica rachmaninoviana senza mai cedere alla tentazione dell'effetto isolato: il fraseggio controllato ha saputo mantenere una direzione anche nei passaggi di maggiore esposizione, restituendo al discorso musicale quella continuità quasi vocale che rappresenta uno dei tratti più caratteristici e più insidiosi di questa partitura. Una prova di solida intelligenza musicale che avrebbe meritato un contesto orchestrale all'altezza.
Perché è proprio nella direzione di Samuel Lee che si è consumata la frattura più vistosa della serata. Non si è trattato di singoli incidenti o di momentanee défaillances, ma di un problema che investiva i presupposti stessi della concertazione: l'equilibrio tra i piani sonori, l'ascolto reciproco tra podio e tastiera, la gestione delle agogiche come elemento strutturale e non come semplice regolazione del traffico dinamico. La lettura si è configurata piuttosto come una successione affrettata di episodi, una corsa in cui il respiro del discorso musicale è stato il primo elemento a venir meno, trascinando con sé tensione espressiva, articolazione formale ed il pathos stesso della pagina. Il risultato è stato un generale appiattimento della dialettica tra solista e orchestra: non più un dialogo tra due voci che si cercano, si provocano, si rispondono, ma una coesistenza forzata in cui ciascuno sembrava procedere lungo un proprio binario.

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Il segno più eloquente di questa disconnessione si è colto nella tenuta degli ingressi: in più punti Gadjiev è apparso costretto ad anticipare o ritardare le proprie entrate, adattandosi in tempo reale a una conduzione che non offriva appigli sicuri. Un solista che “insegue” il direttore o che deve compensarne le incertezze, è sempre sintomo di un difetto nel collante direttoriale in quella funzione di mediazione e di ascolto che rappresenta il cuore stesso del concertare.
Il secondo movimento, l'Adagio sostenuto ha costituito forse il momento più critico. Questa pagina che nella sua concezione richiede una sospensione lirica di assoluta trasparenza, un tessuto orchestrale che si faccia velo sonoro attraverso cui il canto del pianoforte possa emergere con naturalezza, ha conosciuto un avvio relativamente delineato, per poi deteriorarsi rapidamente in una confusione di piani. Il finale ha accentuato ulteriormente le criticità trasformandosi in una lettura convulsa dove la spinta agogica, anziché sostenere e orientare la tensione narrativa, ha finito per comprometterne la leggibilità. Gli impasti sonori, indistinti e privi di profondità prospettica, hanno impedito l'emersione di quella traiettoria culminante che dovrebbe condurre l'ascoltatore, con slancio e insieme con inevitabilità, verso la perorazione conclusiva. Si è avvertita l'assenza di un disegno complessivo: non una narrazione che cresce e si compie, ma una serie di accelerazioni prive di meta.
In questo quadro, il pianoforte di Gadjiev si è trovato ripetutamente coperto da una massa orchestrale incapace di modulare il proprio volume, di alleggerirsi, di creare quello spazio acustico entro cui il suono del solista possa respirare e proiettare le proprie sfumature timbriche. Ne è derivata una significativa perdita di finezza coloristica come se un pittore fosse costretto a lavorare su una tela già satura di colori altrui. Una concertazione che, per impostazione e realizzazione, si è rivelata inadeguata alla complessità e alla ricchezza della pagina rachmaninoviana lasciandomi la sensazione di un'occasione non colta.
Terreno più congeniale, almeno nelle sue linee generali, si è rivelato il sinfonismo puro della Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Šostakovič, partitura che pone all'interprete esigenze di natura profondamente diversa rispetto al concertismo rachmaninoviano. Qui non si tratta di mediare tra solista e orchestra, ma di governare dall'interno un organismo sinfonico unitario la cui complessità risiede nella stratificazione dei piani espressivi e nella costante ambiguità semantica del discorso.
Dmitrij Šostakovič costruisce la Quinta su un impianto formale di ascendenza quasi beethoveniana, rigoroso e apparentemente lineare, ma lo abita con un materiale tematico percorso da un'inquietudine che ne mina continuamente la stabilità: il primo movimento alterna tragicità e frammentazione, il Largo sospende il tempo in una rarefazione elegiaca di intensità quasi insostenibile, mentre il finale, con il suo trionfalismo ostentato e problematico, resta uno dei nodi interpretativi più controversi dell'intero Novecento sinfonico. Una partitura che vive di tensioni irrisolte e che chiede al direttore non soltanto il controllo della massa sonora, ma la capacità di articolare quelle tensioni senza dissolverle.
In questa seconda parte della serata la lettura di Samuel Lee ha trovato un assetto sensibilmente migliore, pur senza raggiungere una piena persuasività. Merito, in primo luogo, dell'Orchestra della Fondazione Carlo Felice, i cui singoli strumentisti hanno offerto interventi di notevole qualità nei numerosi passaggi solistici di cui la partitura è disseminata: momenti in cui il compositore affida a una voce isolata il compito di far emergere una sonorità particolare, un colore timbrico inatteso, una zona espressiva che il tutti non potrebbe restituire con la stessa evidenza. In queste pagine la compagine genovese ha mostrato un livello di preparazione e di sensibilità strumentale che va riconosciuto senza riserve.
Più problematica, ancora una volta, la visione d'insieme. La direzione di Lee pur riuscendo a condurre il percorso sinfonico fino al suo compimento, ha conservato quell'affanno di fondo già emerso nel pezzo di Rachmaninov: una gestualità sovrabbondante e muscolare, più vicina all'enfasi atletica che alla misura del gesto direttoriale inteso come strumento di pensiero musicale. Ne è derivata una concertazione di impronta scopertamente bandistica in cui il volume ha spesso preso il sopravvento sulla costruzione del discorso. Le tensioni che Šostakovič accumula con pazienza quasi chirurgica, lavorando per stratificazione e per attrito progressivo tra i piani sonori, si sono trovate ripetutamente sciolte in esplosioni di pura rumorosità perdendo quella forza dialettica che nasce proprio dal controllo, dalla capacità di trattenere l'energia prima di liberarla.
È un problema che si avverte con particolare evidenza nei passaggi in cui la scrittura si spinge verso zone di asprezza armonica e di sonorità ai confini dell'atonalità; pagine che richiedono all'interprete una cura speciale nella conduzione delle voci e nella calibratura dei piani dinamici, perché il rischio è di trasformare ciò che nel testo è tensione espressiva calcolata, in un ammasso sonoro respingente, tanto più per un orecchio non avvezzo alle “durezze” del linguaggio šostakovičiano. Costruire un percorso logico attraverso queste zone, farle percepire come necessarie e non come accidenti, è compito del direttore: e qui la lettura di Lee ha mostrato i propri limiti più evidenti rinunciando troppo spesso a quel lavoro di mediazione che avrebbe reso la partitura più leggibile senza tradirne la sostanza.

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In definitiva una prova migliore di quella offerta nella prima parte della serata sorretta dalla qualità strumentale dell'orchestra e dalla forza intrinseca di una partitura che, anche in condizioni non ideali, conserva intatta la propria capacità di colpire. Ma il passo che separa il buono dal convincente è rimasto scoperto e con esso la sensazione di un potenziale espressivo non pienamente realizzato.
Teatro pieno e pubblico in festa con sonori applausi per tutti.
(La recensione si riferisce alla serata di venerdì 24 aprile 2026)

Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore Samuel Lee
Al centro: Alexander Gadjiev e Samuel Lee
Sotto: il pubblico del Teatro Carlo Felice






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Nuove Musiche Jazz Pop Rock Etno Classica Vocale


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L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Lirica prosa sinfonica fanno 50
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Classica
Antonio Rolfini e i Moments
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20260502_Fi_00_BeethovenSinfonia9-ZubinMehtaFIRENZE – C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Zubin Mehta scelga di celebrare il proprio novantesimo compleanno sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, l’istituzione con la quale ha costruito un legame artistico e umano lungo oltre sessant’anni. La Sala Grande, gremita in ogni ordine di posti, accoglie il Maestro
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Echi dal Territorio
Il mandolino nella storia della musica
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Opera dal Centro-Nord
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Opera dall Estero
Cosė fan tutte negli anni '30
servizio di Ramón Jacques FREE

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Dischi in Redazione
Nisi e Ruggiero e... Schumann
recensione di Simone Tomei FREE

20260412_00_DischiInRedazione_AngelaNisi_phSansoniRobert Schumann: Lieder per soprano e pianoforte
Angela Nisi soprano; Enrica Ruggiero pianoforte
(Amadeus / Registrazione inedita, allegata al n. 414, aprile 2026)
C’è qualcosa di felicemente controcorrente nel fatto che Amadeus, una delle riviste musicali più autorevoli d’Italia, scelga di dedicare la copertina
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