Pubblicato il 02 Febbraio 2024
Un godibile allestimento della terza opera di Puccini applaudito lungamente dal pubblico
Manon Lescaut e il gesto della Lyniv servizio di Nicola Barsanti

20240202_Bo_00_ManonLescaut_OksanaLynivBOLOGNA - Il Teatro Comunale Nouveau inaugura la propria stagione operistica 2024 con il primo vero e proprio gioiello della produzione pucciniana: Manon Lescaut. Ottima scelta per onorare il centenario della morte del compositore lucchese, avvenuta il 29 novembre del 1924 a Bruxelles.  La Manon Lescaut rappresenta per la carriera operistica di Puccini la stessa importanza che il Nabucco ebbe per Verdi, in quanto in queste due opere vengono già a delinearsi tutte quelle vaste e geniali intuizioni musicali da consentire loro di giungere all’ambito e meritato successo.
La  nuova produzione pucciniana del Teatro Comunale bolognese vede la firma del bravo regista Leo Muscato, il quale riesce attraverso un impianto scenico fisso, talvolta impreziosito da tele dipinte, specchi e gioielli, a suggerire ad hoc gli ambienti descritti dal libretto, che come si sa non è firmato perché contribuirono alla sua stesura numerose persone, compreso l'editore Giulio Ricordi.
Complici della buona riuscita dell'allestimento bolognese sono le scene curate da Federica Parolini e i costumi di Silvia Aymonino, molto apprezzate anche le luci di Alessandro Verazzi, in particolare modo sul finale, in quanto riescono a far immergere chi assiste allo spettacolo in quell’ambiente arido e asfissiante in cui i due protagonisti incontrano la morte.
Il cast si compone di alcune vocalità interessanti, primo su tutti Roberto Aronica (Renato Des Grieux), l’artista si distingue per proiezione sonora e calore del timbro, una vocalità piena di armonici che si dispiega dai bassi agli acuti del registro senza difficoltà alcuna.
Bene anche per il Lescaut di Gustavo Castillo, il quale presenta una vocalità altrettanto piena e variegata in grado di condividere squisiti momenti con il bravissimo Giacomo Prestia (Geronte di Ravoir), basso che evidenzia un legato sofisticato e una presenza scenica inappuntabile.

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Le difficoltà arrivano relativamente all’instabile vocalità di Lana Kos (Manon Lescaut): l’artista - sebbene dotata di un buon timbro e di una buona proiezione - non sempre riesce con facilità a raggiungere e a ben eseguire le note più alte dello spartito, sulle quali di tanto in tanto subentra un leggero ma fastidioso vibrato. Buona tuttavia la presenza scenica, sempre in linea con il personaggio.
Concludono ottimamente il cast Paolo Antognetti (Edmondo), Kwangsik Park (L’Oste / Un Sergente), Bruno Lazzaretti (Il Maestro di Ballo), Aloisa Aisemberg, (Un Musico), Cristiano Olivieri (Un Lampionaio) e Costantino Finucci (Un Comandante di Marina).
Venendo all’aspetto intimamente musicale la bellezza del gesto del M° Oksana Lyniv conduce con precisione e garbo l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna curando con attenzione ogni singola sfumatura di una partitura intrisa di colori e melodie, meritandosi un lungo applauso alla fine dell’Intermezzo.
Buona anche la prestazione del coro ben istruito dal M° Gea Garatti Ansini. Si conclude così fra numerosi applausi l’ultima replica bolognese di Manon Lescaut.
(La recensione si riferisce alla recita di mercoledì 31 Gennaio 2024)

Crediti fotografici: Andrea Ranzi per il Teatro Comunale di Bologna
Nella miniatura in alto: la direttora Oksana Lyniv
Sotto, in sequenza: due momenti della recita di Manon Lescaut





Pubblicato il 27 Gennaio 2024
Caloroso successo a Ferrara dell'allestimento realizzato a Ravenna per il Teatro Alighieri
La bohčme visual della Muti servizio di Athos Tromboni

20240127_Fe_00_LaBoheme_ElisaVerzier_phFabrizioZaniFERRARA - Suggestivo l'allestimento di La bohème di Giacomo Puccini curato da Cristina Mazzavillani Muti per il Teatro Alighieri di Ravenna, approdato ieri sera al Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara. Pubblico della grandi occasioni ("sold-out" si dice oggi, con un inglesismo ormai sostitutivo di "tutto esaurito" d'italiana fattura); pubblico festante nonostante la storia triste di Mimì e Rodolfo che sarebbe andata in scena di lì a poco. Ma quando il bello incontra il celebre (e l'insieme diventa celebre e bello) non contano le tristezze e le commozioni, conta il bello... e tanto basta per fare festa.
Allora, a recita conclusa, possiamo dire che La bohème pensata e realizzata in scena dalla Mazzavillani Muti è stata bella. Anzi, bellissima. Merito anche di strateghi delle luci e delle proiezioni come Vincent Longuemare responsabile delle luci di scena (in più servizi e recensioni di spettacoli precendenti l'abbiamo citato con ammirazione, e con pari ammirazione lo citiamo anche stavolta); come David Loom ("visual designer", che in italiano sarebbe "disegnatore degli effetti visivi"... troppo lungo nella lingua di Dante); come Davide Broccoli ("video programmer", cioè "programmatore delle videoproiezioni"... anche questo troppo lungo).
Come spiegare il fascino dell'allestimento? Sono prevalentemente proiezioni che si riflettono su pannelli di fondo e quintine che all'occorrenza scorrono e si posizionano. In tale modo vengono animati gli ambienti: la Soffitta, il Quartiere Latino, la Barriere d'Enfer con la neve che fiocca (effetto-neve straordinariamente bello, tutto fatto con visual design), di nuovo la Soffitta.
Le immagini proiettate investono anche i personaggi che si muovono in scena, e l'effetto ottico genera l'illusione visiva d'una totale immersione della recita dentro l'immagine. Insomma, una Bohème visual.

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La Mazzavillani Muti pretende poi, al di là e al di sopra degli effetti ottici, una conseguente recitazione degli interpreti affine alle emozioni manifestate dai personaggi: e qui tutti i protagonisti si rivelano attori molto ben preparati.
La cosa più bella, assieme alla regia, è risultata poi la concertazione del direttore Nicola Paszkovski sul podio della perfetta Orchestra Giovanile "Luigi Cherubini": mai un'esaltazione smodata delle tipiche ondate melodiche pucciniane spingendo l'enfasi dinamica, anzi la dinamica è sempre equilibratissima anche nel "tutti" dell'orchestra quando squillano gli ottoni acuti e gravi. Paszkovski non abbandona i cantanti a loro stessi, li segue, li invita al canto morbido e all'acuto veemente, li sostiene con un volume di suono strumentale che è leggero e trasparente eppure magniloquente e imperativo; il gesto del direttore è chiarissimo: lo intende l'orchestra, lo segue il coro, lo interpreta ubbidiente il cantante in scena. L'effetto d'insieme musica-canto è persino commovente, basterebbe da sé a fare quello spettacolo che tocchi la sensibilità degli ascoltatori.

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Il coro, preparato da Corrado Casati, è quello del Teatro Municipale di Piacenza, le voci bianche "Ludus Vocalis - Novello" sono dirette da Elisabetta Agostini, la Banda Musicale Cittadina di Ravenna è diretta da Mauro Vergimigli, i costumi sono realizzati da Manuela Monti.
Era doveroso citare, in apertura di cronaca musicale, tutti i nomi della produzione di questa Bohème perché (come direbbe, secondo noi, Cristina Mazzavillani Muti) il successo dell'allestimento è condivisibile e i meriti vanno condivisi con tutto lo staff tecnico.
Resta da dire dei cantanti: su tutti (diverse "spanne" su tutti) il soprano Elisa Verzier, una Mimì intrepida e commovente, splendida attrice, grande voce, suggestiva vocalità da lirica pura: sa cantare con ammirevole intonazione in tutta la gamma del registro, usa il canto in maschera e il canto di petto con la sapienza che le deriva dalla tecnica ma la sue emissione è naturale, senza apparente fatica; una brava, bravissima interprete.
Note meno entusiastiche per il tenore Alessandro Scotto di Luzio (Rodolfo) il cui canto di gola e quasi sempre aperto ha manifestato a Ferrara anche difetti d'intonazione e di squillo (deludente la sua "speranza" nella famosa aria "Che gelida manina" del Primo Quadro); auguriamoci (auguriamogli) che sia stata semplicemente una serata-no.
Energico ed esuberante il canto di Alessia Pintossi, una Musetta troppo Valchiria per unire alla morbidezza del canto l'apparente frivolezza del personaggio come previsto nella scena del Quartiere Latino; la sua emissione, priva di armoniche e di scarsa musicalità, ci ha fatto immaginare che sarebbe più adatta per la verdiana Lady Macbeth, piuttosto che per personaggi lirico-leggeri.
Bravo e perfettamente in ruolo il baritono Christian Federici (Marcello) la cui vocalità suadente, morbida e non priva di pienezza e potenza, ha gareggiato con la sua Musetta e con l'amico Rodolfo uscendo vincitore nella classifica della bellezza e appropriatezza di suono. 
Bravi anche il basso Andrea Vittorio di Campo (Colline, bella l'esecuzione della "Zimarra") e il baritono Clemente Antonio Daliotti (Schaunard). Elogi anche per i comprimari, il mimo Ivan Merlo (Parpignol e altre "ombre in scena" volute dalla regia), Fabio Baruzzi (Benoit), Graziano Dallavalle (Alcindoro e Sergente dei Doganieri) e il giocoliere Giorgio Panebianco.
Pubblico soddisfatto e lungamente plaudente al termine della recita, soprattutto all'indirizzo di Elisa Verzier (acclamata), Nicola Paszkovski e Cristina Mazzavillani Muti.
(la recensione si riferisce alla recita di venerdì 26 gennaio 2024)

Crediti fotografici: Fabrizio Zani  per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: il soprano Elisa Verzier (Mimì)
Sotto, in sequenza: immagini del Quartiere Latino e della Soffitta nell'allestimento curato da Cristina Mazzavillani Muti





Pubblicato il 21 Gennaio 2024
L'allestimento livornese della famosa opera di Giuseppe Verdi lascia molto a desiderare...
Un Trovatore cosė cosė servizio di Nicola Barsanti

20240121_Li_00_IlTrovatore_MatteoDesole_phAugustoBizziLIVORNO - Torna a distanza di 50 anni di assenza al Teatro Goldoni e 27 anni dopo la sua ultima apparizione nella città di Livorno (ma fu al Teatro La Gran Guardia) Il trovatore, uno dei titoli più amati di Giuseppe Verdi. Un ritorno tanto atteso che non convince, pertanto inferiore alle aspettative. Gli anelli deboli di questa produzione riguardano in primo piano il cast e l’orchestra. Se il cast si compone, nella maggioranza dei casi, di vocalità inadeguate a sostenere le difficoltà imposte da una partitura colma di arie e cabalette tali da richiedere particolari doti di slancio e di intensa drammaticità, l’orchestra del Teatro Goldoni si rivela affetta da ulteriori problematiche riguardanti l’intonazione dei fiati (in particolar modo la sezione dei corni), cui si unisce una direzione farraginosa del M°Giovanni Di Stefano.
Sono infatti diversi i momenti in cui si riscontrano effettivi sbandamenti di ritmo, e vogliamo qua ricordare la cabaletta di Leonora e il terzetto finale del primo atto. Mancano di qualità anche gli effetti sonori realizzati nel corso del coro di apertura del secondo atto: "Vedi! Le fosche notturne spoglie" in cui la percezione udita è più simile alla percussione di longarine di acciaio piuttosto che alle solite incudini.
Venendo alla regia, non dispiace l’imponente scatola scenica "che nel suo scomporsi e ricomporsi evoca in modo astratto torri, macchine da guerra medievali e spazi claustrofobici di prigionia", spiega il regista Stefano Monti, che firma anche i costumi e le scene (queste ultime con Allegra Bernacchioni), di particolare efficacia la scena di Azucena in catene, dove dall’alto discendono due corde tali da tenerle sollevate le braccia; le luci di scena sono firmate da Fiammetta Baldiserri.

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Dopo la premessa torniamo al cast approfondendo e dando conto singolarmente di ogni singolo ruolo: Yonghen Dong si rivela un Ferrando efficace, mostrando buona dizione e capacità scenica, pregio estendibile anche al Ruiz di Vincenzo Maria Salinelli.
Il Conte di Luna di Min Kim dà prova di una buona proiezione sonora sebben lesa da un fraseggio artefatto che spesso lo porta a pronunciare erroneamente il testo e a rendere distaccate le frasi, che mancano di coesione ed unitarietà, non convince pertanto la resa di "Il balen del suo sorriso".
Importanti problematiche sul testo vengono evidentemente riscontrate anche dalla Leonora di Claire Monteil, il giovane soprano parigino, infatti, di tanto in tanto, specialmente sulla chiusura delle frasi, sembra non pronunciare le ultime parole come sperando di essere coperta dal crescendo orchestrale, percezione che si attribuisce in particolar modo al primo atto, e che migliora nel corso della recita. Detto ciò la principale problematica riguarda la mancata proiezione, la quale arreca inconsistenza alla linea del canto, impedendole di realizzare i numerosi filati che contraddistinguono questo difficile ruolo.
Atra giovane vocalità vede la presenza del mezzosoprano Victória Pitts (Azucena), la quale si distingue per la bellezza del timbro e per il colore di una calda vocalità avvolgente, che manca però di drammaticità sui righi più bassi dello spartito. Inoltre, il bell’aspetto dell’artista (e questo non può che essere un pregio, in altre circostanze), non convince scenicamente chi dovrebbe essere persuaso dal vedere una zingara di mezz’età rancorosa e assetata di vendetta.
Matteo Desole è un Manrico scenicamente presente e accorato, il quale si distingue per l’emissione e per i solidi accenti drammatici che uniti a un buon legato delineano uno strumento interessante, ma non infrequentemente manifesta difficoltà sugli acuti, come il non riuscito Si bemolle in "Di quella Pira", mentre si apprezza la bella esecuzione di "Ah sì ben mio".
Completano il cast i comprimari: la Ines di Samantha Sapienza e Un vecchio zingaro / Un messo di Luis Javier Jimenez.
Bene per il coro del teatro Goldoni istruito dal M° Maurizio Preziosi.

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Nonostante le problematiche esposte, la serata volge al termine fra entusiastici applausi del pubblico, entusiasmo che potrebbe essere ricondotto alla lunga assenza del titolo: in fin dei conti la presenza del Trovatore nella città livornese mancava da alcune generazioni, e meritava l'apprezzamento del pubblico questo titolo che è uno dei massimi capolavori verdiani.
(La recensione si riferisce alla recita di giovedì 19 gennaio 2024)

Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il tenore Matteo Desole (Manrico)
Al centro, in sequenza: Victória Pitts (Azucena) con Matteo Desole; Claire Monteil (Leonora) con Min Kim (Conte di Luna); panoramica sul coro dei Gitani
Sotto: ancora Victória Pitts (Azucena in catene)





Pubblicato il 20 Gennaio 2024
Ottima messa in scena di Pier Luigi Pizzi del capolavoro buffo rossiniano nel solco della tradizione
Barbiere di Siviglia stratosferico servizio di Nicola Barsanti

20240120_Pr_00_IlBarbiereDiSiviglia_DiegoCeretta_RobertoRicciPARMA - Il Teatro Regio di Parma inaugura il cartellone d’opera del 2024 con il fiore all’occhiello di Gioacchino Rossini: Il Barbiere di Siviglia. Com’è noto ai più, nel 1782 Giovanni Paisiello scrisse un’opera dallo stesso titolo e con lo stesso soggetto, da qui la decisione del maestro di Pesaro di intitolare la sua nuova composizione (almeno in un primo momento) Almaviva o sia l’inutile precauzione; non servì il cambio del titolo perché ciò nonostante, a causa dei numerosi sostenitori di Paisiello presenti in sala al Teatro Argentina di Roma, la prima esecuzione assoluta non riscosse consensi.
Ma il successo non tardò ad arrivare, infatti, in seguito alla seconda rappresentazione, la genialità di questa composizione fulminea, scritta in soli venti giorni, unita allo strepitoso libretto di Cesare Sterbini la rendono ben presto l’opera buffa per antonomasia.
Dall’alto della sua esperienza (e della sua veneranda età) Pier Luigi Pizzi confeziona ad hoc regia, scene e costumi, costruendo uno spettacolo rispettoso del libretto che permette, senza il bisogno di ideare stravaganti ipotesi interpretative, di seguire bene i dettagli della vicenda.
Da qua la bella decisione di non fare tagli ai recitativi, conservando tutto il testo di questo capolavoro.
L’impianto scenico è fisso, costituito da due strutture in stile  neoclassico che vengono rispettivamente collocate agli estremi del palcoscenico, degne di nota anche le luci di Massimo Gasparon.

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Venendo al cast urge affermare che, secondo chi scrive, il teatro d’opera trova in Andrzej Filończyk la vocalità rossiniana per eccellenza, tale da porsi a riferimento per il ruolo di Figaro degli anni a venire. La bellezza del timbro unita alla spigliata presenza scenica fanno dell’artista un Figaro eccellente, vocalmente inquadrato e dotato di un raffinato strumento, che gli valgono una lunga ovazione in seguito alla celeberrima cavatina “Largo al factotum”.
Altra eccellenza, vede senza dubbio il basso Marco Filippo Romano nel ruolo di Don Bartolo, la cui ottima interpretazione arriva al punto da far suo il personaggio, per non parlare della voluta spiccata pronuncia della R, tipica della Romagna, la quale aggiunge una buona dose di comicità.
Don Basilio, vede la presenza di un altro grande artista dal calibro di Roberto Tagliavini, la cui profonda e calda vocalità gli consentono una bella emissione e la buona riuscita della “Calunnia”, inappuntabile anche sulla presenza scenica.
Le lodi si estendono all’avvolgente vocalità di Maria Kataeva, nel ruolo di Rosina, la cui proiezione sonora unita alla cura dedicata al fraseggio si traducono in una dizione cristallina che le consentono di affrontare brillantemente le numerose difficoltà imposte dallo sparito.
Il Conte d’Almaviva di Maxim Mironov è il tassello criticabile di un cast stellare, in quanto la sua debole proiezione rende spesso inconsistente la linea del canto, difficoltà percepita specialmente nel corso del primo atto: evidenti miglioramenti della prestazione, anche dal punto di vista scenico, nel corso del secondo atto con la buona  la resa nella veste del finto maestro di musica Don Alonso.
Completano ottimamente il cast la strepitosa presenza di Armando De Ceccon (Ambrogio) e la brava Berta di Lucia Piermatteo, la cui radiosa vocalità arricchisce i momenti corali. Bene anche per Fiorello/ Un ufficiale di William Corrò.

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Dal Punto di vista musicale parliamo senza dubbio di un Barbiere ben eseguito, la Filarmonica Arturo Toscanini guidata dal giovane maestro Diego Ceretta consente alla linea del canto di emergere costantemente senza alcuna difficoltà. L’unico appunto può essere individuato nell’Ouverture che pecca di qualche eccessivo “allargando”.
Molto bene anche per il coro del Teatro Regio di Parma, ben istruito dal maestro Martino Faggiani.
La serata si conclude in un tripudio di applausi per tutti, dovuti omaggi ad una splendida rappresentazione.
(la recensione si riferisce alla recita di giovedì 18 gennaio 2024)

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il direttore d'orchestra Diego Ceretta
Sotto, in sequenza: panoramiche su scene e costumi





Pubblicato il 14 Gennaio 2024
Il capolavoro buffo di Gioachino Rossini non ha brillato di luce propria al Teatro del Giglio
Un Barbiere un po' cosė... servizio di Simone Tomei

20240113_Lu_00_IlBarbiereDiSiviglia_GurgenBaveyan_PhotoKiwiLUCCA - Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini si veste di attualità, attraverso una lettura piuttosto singolare, ma non del tutto dissonante dalle intenzioni musicali e librettistiche, nell’allestimento andato in scena al Teatro del Giglio di Lucca con la firma registica di Luigi De Angelis che ha curato anche scene e luci. In un condominio stile Le Courboisier le vicende private dei protagonisti si intrecciano, più o meno casualmente, anche con quelle “della strada” evidenziando analogie e profonde differenze. È la descrizione di un luogo cosmopolita dove i vari strati della società (intesi come condizione sociale e razziale) si intrecciano creando consonanze e dissonanze in base a ciò che musica e parole in quel momento esprimono. Talvolta le situazioni proposte sono chiare e congruenti, talaltra, l’immediatezza dell’azione le rende meno istantaneamente fruibili; resta comunque il dubbio in merito alle “piccole epifanie” citate dal regista nelle sue note. Una dimensione complessiva comunque piacevole, traslata in un mondo tendenzialmente adolescenziale in cui il contrasto generazionale rappresenta una cifra molto pregnante.
Il lavoro sui personaggi pare assai sviluppato ed è ammantato dai colori sgargianti dei costumi stravaganti – curati da Chiara Lagani – che si attagliano in maniera puntuale e precisa al contesto scenico. Il progetto firmato Fanny e Alexander merita comunque apprezzamento anche per il parallelo con il film Play Time di Jacques Tati, dal quale - seppur in un contesto assai diverso - prende spunto; la ricerca della poesia dell’umano è il fine ultimo per portare lo spettatore, e forse anche i protagonisti, verso una visione più umana… «al di fuori della macchina tritatutto del nostro tempo, al di fuori delle convenzioni di un mondo che perpetra il consumo dell’identico, a discapito delle espressioni genuine dei sentimenti e delle emozioni

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Complice in tutto questo è la musica di Gioachino Rossini e la genialità del libretto di Cesare Sterbini che ci portano… «uno sguardo divertito, leggero ma al tempo stesso feroce sui tic, sugli inciampi, sulle idiosincrasie e le nevrosi del nostro quotidiano, in una giostra vorticosa destinata all’horror vacui, ma che forse ci mette a nudo di fronte a noi stessi
Un cast variegato ha dominato la scena rossiniana con risultati alterni.
Chiara Amarù è una Rosina molto convincente sotto tutti i punti di vista; la parola scenica è sempre a fuoco ed il nitore dell’emissione accompagna la sua interpretazione per tutta la serata; l’aria di sortita "Una voce poco fa", è un tripudio di colori e prodezze in cui snocciola con estrema facilità le agilità con piena omogeneità vocale.
Ottimo anche il Figaro di Gurgen Baveyan che si mette in luce per spavalderia recitativa indiscussa ed un suono possente, ma al tempo stesso duttile che gli permette di enfatizzare le frasi musicali con precisione e giuste intenzioni.
Dave Monaco è un Lindoro tutto sommato corretto e musicalmente preciso, ma l’emissione pressoché nasale non risulta sempre di piacevole ascolto; il colore vocale perde in brillantezza e la necessaria fluidità perde di consistenza; complessivamente vengono fuori le potenzialità di una voce che sa ben gestire ogni nota della sua estensione, ma una restituzione più nitida sarebbe di grande auspicio.
Non troppo a fuoco nemmeno il Bartolo di Roberto Abbondanza che mi è parso sin da subito poco in forma; ho avuto l’impressione che la voce scontasse una certa stanchezza in quanto, in più frangenti, le note sono risultate opache ed il fraseggio poco duttile e a tratti stentoreo.
Nei panni di Don Basilio, troviamo il basso Gaetano Triscari; fiero di una voce potente non teme le note più impervie, ma vacilla in quelle più gravi dove il fraseggio risulta meno curato e la parola scenica perde pregnanza.
Una Berta molto irruente e dominatrice quella di Jennifer Schittino la cui fisicità imponente la mette molto in luce evidenziando appieno il ruolo “antagonista in amore” rispetto a Rosina; nella scena che le è propria, "IL vecchiotto cerca moglie", conquista il pubblico con un canto preciso e ben controllato senza scadere nell’ovvio e nel pacchiano.
Nel doppio ruolo di Fiorello e Ufficiale troviamo Tommaso Corvaja che si è dimostrato piuttosto deludente almeno da un punto di vista vocale, in quanto il canto risulta poco curato e l’emissione molto acerba.

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Resa poco entusiasmante anche per il Coro Arché curato e diretto dal M° Marco Bargagna. L’infelice collocazione dietro la scena non è stata di aiuto alla sua integrazione nel contesto musicale ed in parecchi momenti, oltre alle scollature ritmiche, ha fatto emergere suoni poco curati e spesso anodini.
Sul podio il M° Francesco Pasqualetti, alla guida dell’Orchestra della Toscana, ha restituito poco o nulla del carattere “rossiniano” della partitura; la sua lettura è piuttosto povera di colori ed intenzioni. È mancato quel piglio brioso e frizzante che ha tolto enfasi ai “crescendo” (un finale primo quasi a tempo di metronomo) e spigliata vivacità a tutto il resto (la “Tempesta” pareva una timida pioggerellina). Anche l’intesa con il palcoscenico non è stata sempre delle migliori in quanto sono emerse scollature che hanno caratterizzato alcuni momenti della serata.
Un Teatro piuttosto gremito ha reso comunque festa a tutti gli interpreti con applausi convinti e sentiti.
(la recensione si riferisce alla recita del 12 gennaio 2024)

Crediti fotografici: Photo Kiwi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il baritono
Gurgen Baveyan (Conte d'Almaviva)
Al centro in sequenza: ancora Baveyan nella sua "bottega"; tutti i protagonisti insieme sul divano; e un bel primo piano per Chiara Amarù (Rosina)
Sotto: visione d'assieme dell'allestimento in scena nel Teatro del Giglio





Pubblicato il 03 Dicembre 2023
L'opera-operetta di Giacomo Puccini in scena con buon successo al Teatro Verdi
Una bella Rondine a Pisa servizio di Nicola Barsanti

20231203_Pi_00_LaRondine_ValerioGalliPISA - Il Teatro Verdi accoglie il suo pubblico a luci fioche, lasciando già intravedere quello che è l’impianto scenico ideato dal regista francese Paul-Émile Fourny per la seconda opera prevista in cartellone della stagione lirica 2023-2024: La Rondine di Giacomo Puccini. Scelta di grande efficacia teatrale che diffonde fra platea e palchetti aspettativa e curiosità per quello che si rivela essere uno spettacolo raffinato e costruito su misura.
Lo spettatore viene immerso in un secondo teatro (impianto scenico fisso presente per tutti e tre gli atti), in cui la vicenda prende inizio quasi a suggerire l’intento primario del compositore, ovvero quello di comporre un’operetta commissionatagli nel 1914 dal Carltheater di Vienna, con cui successivamente  scioglie il contratto a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, trasformandola su libretto di Giuseppe Adami nell’opera vera e propria che oggi conosciamo, mandata poi in scena a Monte Carlo nel 1917.
Apprezzate le scene di Benito Leonori e le suggestive luci di Patrick Méeüs, specialmente al terzo atto; più stravaganti, invece, i costumi di Giovanna Fiorentini.
Venendo alle voci, spicca senza dubbio la Magda di Claudia Pavone, la quale dà prova di possedere uno strumento raffinato in grado di curare ogni singolo accento, arricchendo l’emissione con un ottimo legato che conferisce miglior unità e proiezione al canto.
Altra interessante vocalità vede Maria Laura Iacobellis nel ruolo di Lisette, che viene interpretata con frizzante personalità, attribuendo il giusto carattere al personaggio. Anche il canto è sempre in linea con la parte, armonizzato e ben curato.

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Strana la scelta dei due tenori: il Ruggero di Matteo Falcier e il Prunier di Vassily Solodkyy, giovani artisti che per la somiglianza del timbro impediscono alla linea del canto di far emergere quelle differenze cromatiche previste in partitura. Ma se il primo è di fatto "un tenore esautorato" dalle sue funzioni, (celebre affermazione del musicologo Michele Girardi), riesce invece a difendersi dal punto di vista scenico, rendendo con buona dote teatrale la disperazione per l’abbandono di Magda. Il secondo è un tenore lirico leggero che spicca nel canto declamato dando ulteriore prova di buone capacità pianistiche in occasione dell’introduzione all’aria principe di Magda: “Chi il bel sogno di Doretta”.
Bene anche per il Rambaldo di Francesco Verna, contraddistinto da una calda voce baritonale che gli consente ottimi interventi.
Completano senza molte difficoltà il cast le vocalità dei comprimari Giorgio Marcello nel ruolo di Pèrichaud, Mentore Siesto (Gobin), Tommaso Corvaja (Crébillon), Benedetta Corti (Yvette), Sevilay Bayoz (Bianca) e Michela Maszanti (Suzy).
L’orchestra Archè, ottimamente istruita da un raffinato interprete pucciniano vede la bacchetta del maestro Valerio Galli, attento esecutore che riscontrò già ottime critiche nella produzione di La Rondine presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nel 2017.
Bene anche per il coro, preparato dal maestro Marco Bargagna.
Lo spettacolo si chiude fra gli applausi prolungati del pubblico che ha assistito alla rappresentazione del 1° dicembre 2023.

Crediti fotografici: Diego Bianchi per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il maestro Valerio Galli
Al centro e sotto: panoramiche su scene e costumi





Pubblicato il 03 Dicembre 2023
Andato in scena nel Teatro Abbado il lavoro di Bianchi, Somadossi e Bollani Magoni
Le guerre di Ulisse raccontano servizio di Athos Tromboni

20231203_Fe_00_LeGuerreDiUlisse_MarcoSomadossiFERRARA - Il Teatro Comunale "Claudio Abbado" era gremito sabato 2 dicembre 2023, per l'opera contemporanea Le guerre di Ulisse, musica di Marco Somadossi, libretto di Patrizio Bianchi, ex rettore dell'Università di Ferrara ed ex Ministro della Pubblica Istruzione, oggi professore emerito di Economia Applicata, presso il "suo" ateneo.        

20231203_Fe_05_LeGuerreDiUlisse_LucaVioliniMa rispetto alla prima esecuzione assoluta, eseguita poco più di un anno fa, questa riedizione del lavoro di Bianchi e Somadossi ha presentato in esclusiva per il Teatro Abbado il debutto a Ferrara di una talentuosa giovane compositrice, pianista e cantante, Frida Bollani Magoni, che per l’occasione ha scritto alcune parti dello spettacolo arricchendo il lavoro del maestro Somadossi, compositore delle musiche originali.
La giovane pianista si sta imponendo come una delle artiste più sorprendenti del panorama internazionale. Frida Bollani Magoni si è aggiunta così al racconto del ritorno di Ulisse alla petrosa Itaca, ripercorso dalla voce dell'attore Luca Violini, mentre il coro Accademia Corale Vittore Veneziani era affidato alla maestra Teresa Auletta. Sul podio della Banda Musicale "John Lennon", il suo fondatore, maestro Mirco Besutti.
Semplice e complessa ad un tempo la trama, che si snoda dentro alla voce narrante di Ulisse (a volte egli stesso si auto cita con il nome di Odisseo): parla di sé, di inedite macchinazioni, umili, pazienti, micidiali. Questo è quanto ordisce il personaggio, e ciò porta alle sue guerre.
La sintesi formale è riportata chiaramente nei programmi di sala: «... è un dramma che scorre lungo note musicali; un coro che fa da eco a tragedie segnate, a disillusioni ineluttabili come il destino. Sullo sfondo il mare: sornione, immenso, irraggiungibile come l’orizzonte.
Le guerre di Ulisse è uno spettacolo che vuole far riflettere sul presente, diventa al contempo una denuncia dell’insensatezza della guerra e un messaggio di speranza in un momento storico complesso.
Il testo offre anche un punto di vista interessante, quello di Penelope, moglie di Ulisse, nel momento del ritorno a casa dell’uomo che a lungo ha vagato, inseguendo gesta e conoscenza.

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Nel suo lungo viaggio Ulisse prende coscienza - nel libretto scritto da Bianchi - di quanto sia inutile far uso della violenza per regolare i conflitti. "La guerra contro Troia doveva essere veloce e fatta di gesta su cui costruire leggende eterne e invece è stata lunga e ha portato morte, distruzione e odio" dice Ulisse in un passaggio fondamentale dell’opera; una presa di coscienza che suona oggi così sinistramente attuale.»
Perché «La guerra non è mai la soluzione» ha chiosato Patrizio Bianchi dal palco del Teatro Abbado.
Detto della suggestiva e strepitosa voce narrante di Luca Violini, che si destreggia fra furie e malinconie, certezze e ripensamenti, stop-and-go di umori e dissapori, resta da dire della musica e delle interpretazioni.
Preso in sé e apparentato a un "genere" classico, si può dire che Le guerre di Ulisse è un melologo: musica che fa preludio, interludi e postludio e poi anche accompagnamento della voce narrante. Ma al melologo sono aggiunte ed integrate per l'occasione le atmosfere pop della giovane Frida Bollani Magoni, la quale oltre a contrappuntare con il pianoforte diversi passaggi dello strumentale, canta le sue canzoni, alcune con la voce impostata, altre con la voce naturale.
La musica scritta da Somadossi è... postmoderna: nel senso che utilizza più linguaggi, dall'alea alla quadrata armonia, dalle percussioni imponenti e insistite, alla melodia che in tutta l'opera assume una parte preponderante (ma... "la melodia non è né antica, né moderna" disse Giuseppe Verdi commentando il primo lavoro operistico di Puccini, Le Villi...) ed ha un andamento circolare: la più bella e suggestiva arcata melodica del preludio (a tempo di samba) si manifesta poi per citazioni durante alcuni momenti strumentali e diventa la linea portante del postludio conclusivo. Ma anche le percussioni seguono l'andamento circolare.
Nel merito, appare lampante la grande familiarità del compositore Marco Somadossi con musica per orchestre di fiati o wind-band e brass-band; e anche la sua talentuosa preparazione di orchestratore.
Ottima la prova della Banda "John Lennon" costituita da strumenti a fiato (legni, ottoni: tutta la gamma) a cui si uniscono un violoncello, un contrabbasso, batteria e percussioni, due tastiere elettroniche e il pianoforte della Bollani Magoni. Non sono mancati momenti "cameristici" ritagliati sulla presenza della giovane pianista: sublime, per esempio, uno squarcio di musica pura di alcuni minuti soltanto (ma pregnanti, eh!...) dove il pianoforte e il contrabbasso tessevano un ritmo ostinato e le tastiere elettroniche "cantavano" un tema delicato e suggestivo.
Sul podio, la conduzione di Mirco Besutti è stata eccellente, così come eccellente la prestazione dell'Accademia Corale Vittore Veneziani ben guidata da Teresa Auletta.
Un solo appunto, da spettatore e da cronista: peccato non ci fossero i sovratitoli delle parti cantate. Peccato davvero.
Tripudio di applausi al termine della serata, con più chiamate per tutti i protagonisti, compreso Marcello Corvino, deux-ex-machina di tutta l'operazione "esclusiva" del Teatro Abbado.
(la recensione si riferisce allo spettacolo di sabato 2 dicembre 2023)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Comunale "Claudio Abbado"
Nella miniatura in alto: il compositore Marco Somadossi e, a destra, Luca Violini
Al centro, in sequenza: la giovane cantante e compositrice Frida Bollani Magoni, il librettista Patrizio Bianchi e il direttore Mirco Besutti
Sotto: panoramica





Pubblicato il 01 Dicembre 2023
La ripresa della quarta opera di Giacomo Puccini al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Eccola di nuovo: La bohčme servizio di Nicola Barsanti

20231201_Fi_00_LaBoheme_GiacomoSagripantiFIRENZE - Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino torna La bohème nella  classica e tradizionale regia firmata da Bruno Ravella (già vista e recensita nel 2017 che potete leggere qui), in quest’occasione ripresa da Stefania Grazioli con ottima cura, e  come allora si apprezzano le luci di D. M. Wood, qua riprese da Emanuele Agliati.
Fra i componenti del cast emerge senza dubbio la preziosa vocalità della brava Mariangela Sicilia (Mimì), la quale si distingue per la precisione della lama e per l’emissione di filati raffinati sia nell’aria principe del primo atto  “Si, mi chiamano Mimì”, che nel corso del terzo, in cui l’intensità musicale diviene via via più angosciante permettendo così di apprezzare altrettanti buoni accenti drammatici. Unico neo riguarda la carenza di espressività scenica.
Pregio che non manca affatto alla Musetta di Elisa Balbo, le cui spiccate doti attoriali fanno quasi soprassedere ad un timbro non perfettamente in linea a quello del personaggio; la cantante è riuscita tuttavia a ben dosare gli accenti civettuoli per poi sciogliersi in quelli più dolci e accorati dell’ultimo atto.
Galeano Salas è un Rodolfo che sebbene riesca senza molte difficoltà negli acuti, presenta una vocalità di piccola emissione alla quale si unisce un fraseggio farraginoso e approssimativo.
Il terzetto degli amici vedono Mim Kim nel ruolo del pittore Marcello, tutto sommato di buona presenza scenica e forte di un piacevole legato al quale si uniscono i bravi William Hernández (Schounard) e Francesco Leone (Colline) la cui profonda vocalità gli consente di ben realizzare il suo unico momento solistico: “Vecchia zimarra”.
Bene anche per i comprimari che vedono Davide Piva nel duplice ruolo di Benoît e Alcindoro, il Parpignol di Leonardo Sgroi, il Sergente dei Doganieri di Egidio Massimo Naccarato, Un Doganiere di Niccolò Ayroldi e Un venditore ambulante di Luca Tamani.

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L’aspetto musicale è curato dalla bacchetta del bravo M° Giacomo Sagripanti il quale stacca dei tempi giusti e dinamici attribuendo alla partitura un ottimo andamento, di cui si apprezza la valorizzazione orchestrale attribuita all’ottima resa delle struggenti battute finali, in cui la tonalità di Do diesis minore ci viene presentata in fortissimo per poi affievolirsi in un pianissimo straziante che lascia senza fiato.
Anche il coro risulta ottimamente istruito dal M° Lorenzo Fratini, mentre il coro delle voci bianche è affidato al M° Sara Matteucci.
La recita si conclude fra gli applausi calorosi e prolungati di un pubblico entusiasta, che vista la situazione in cui versa questo Teatro, apprezza notevolmente ogni iniziativa proposta, a questo proposito si riscontra anche un’ottima presenza per il ciclo sinfonico dedicato a Honneger-Beethoven.
La speranza è che la gloria degli anni passati torni a risplendere in un futuro prossimo che si spera possa essere il meno distante possibile.
(Lo scritto si riferisce alla recita di domenica19 Novembre 2023)

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Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Giacomo Sagripanti
Al centro in sequenza: Mariangela Sicilia (Mimì) e Galeano Salas (Rodolfo); Elisa Balbo (Musetta)
Sotto: Morte di Mimì





Pubblicato il 27 Novembre 2023
Inaugurata a Ferrara la stagione d'Opera e di Balletto con l'incompiuta di Giacomo Puccini
La Turandot viene dall'oriente servizio di Athos Tromboni

20231127_Fe_00_Turandot_MarcelloMottadelli_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La nuova Stagione d’Opera e Balletto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" si è inaugurata con la messa in scena della Turandot di Giacomo Puccini, coproduzione tra la coreana Daegu Opera House e la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Tutto esaurito, sia per la "prima" che nella replica della domenica pomeriggio. Tutto esaurito anche per l'anteprima generale riservata agli studenti ferraresi.
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Prima dell'apertura sipario della serata inaugurale, si sono presentati sul proscenio il console generale della Corea del Sud, Hyung Sik Kang, accompagnato dal viceconsole Tae Woo Kim e dall'assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli.
«Sono molto lieto di partecipare a questo significativo evento realizzato dalla Daegu Opera House a Ferrara, città ricca di bellezza e fascino - ha detto il console Hyung Sik Kang - perché la cultura è un tassello assai importante per il nostro Paese. Mi auguro che in futuro ci siano altre opportunità di collaborazione e di scambio.»
«Quello di stasera è un momento speciale, come risultato di un ponte tra Oriente e Occidente; è l'incontro tra diverse tradizioni teatrali - ha sottolineato l’assessore Marco Gulinelli - ed esprimo grande soddisfazione per i notevoli passi in avanti fatti dal nostro Teatro Comunale, merito di un grande lavoro di squadra.»
Sul palco, anche il sovrintendente della Daegu Opera House, Kabgun Chung, che ha ringraziato la città di Ferrara per l’invito di realizzare la loro Turandot in Italia, «... patria del compositore Giacomo Puccini.»
Il cast dei cantanti era tutto composto da voci coreane: Lilla Lee vestiva i panni della principessa di ghiaccio Turandot, Calaf era interpretato da Yoon Byungkil, Liù da Kim Eunhye, Timur da Moon Seokhoon, Ping da Leo An, Pong da Choi Yosub, Pang da Park Sinhae, il Mandarino da Juhyeon Kim e l'imperatore Altoum da Kim Juntae.

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Le masse erano invece italiane: sul podio dell'Orchestra Città di Ferrara era il maestro Marcello Mottadelli; il Coro Colsper - Coro Lirico Sinfonico di Parma e dell’Emilia Romagna - era istruito dal maestro Andrea Bianchi; e il Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna era istruito dalla maestra Alhambra Superchi.
La regia di Plamen Kartaloff, direttore del Teatro Nazionale dell’Opera e Balletto di Sofia (Bulgaria), si è avvalsa delle belle e imponenti scene, dei suggestivi costumi e degli oggetti di scena provenienti dalla Corea del Sud.
Certo il regista Kartaloff non ha faticato a disegnare una Turandot tutta nel solco della tradizione, rispettosa delle indicazioni del libretto in merito ad ambientazione, epoca e costumi. Sul fondali prevalentemente scuro di alzava un "occhio" colorato e la tinta variava a seconda degli episodi che si susseguivano, in scena nella parte centrale del palcoscenico: dentro questo "occhio" colorato sedeva l'imperatore Altoum e da là decretava (e declamava) i suoi detti.
Sulla parte destra e sinistra del proscenio prendeva posto il coro, vestito coi costumi tradizionali cinesi, rossi, e col tipico cappello di bambù a cono. Il coro a volte si ricomponeva ponendosi al centro del proscenio, per poi ritirarsi di nuovo negli angoli opposti.
Al centro della scena una costruzione rotonda e rotante rappresentava via via la piazza della "città proibita" (Pechino) o l'interno della reggia. Molto efficace e silenzioso il movimento rotante anche a scena aperta.
Il tutto organizzato con una grande meticolosità e precisione che ha trasformato lo spettacolo da narrativo a magniloquente. Una scelta estetica che ha entusiasmato il pubblico.

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Sul versante musicale, eccellente la conduzione del maestro Marcello Mottadelli sul podio dell'Orchestra Città di Ferrara: la sua concertazione è stata efficace sia per i chiaroscuri della partitura (i pianissimi e i fortissimi, così come le dinamiche intermedie) sia per i tempi staccati, di grande aiuto per l'esibizione del canto da parte di protagonisti.
Questa Turandot è andata in scena con il finale tradizionale di Franco Alfano ricavato dagli appunti lasciati da Puccini - il maestro lucchese era morto senza completare l'opera - e non c'è dubbio che, proprio qui, la musica lussureggiante e celebrativa sottolineata soprattutto dagli ottoni dell'orchestra e dal canto del Coro che si rivolge osannante all'imperatore Altoum (ma anche nelle parti d'accompagnamento del declamato e del duetto di Turandot e di Calaf), esige una dosatura equilibrata fra strumentale e canto, perché il tutto con finisca in caciara: e, anche qui, il maestro Mottadelli ha dimostrato la propria preparazione e la sua sensibilità musicale nel coordinamento fra buca e palcoscenico.

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Luci e ombre, invece, sulle prestazioni del cast: splendida la Turandot interpretata da Linda Lee con sicurezza: la sua voce è una lama d'acciaio che conquista l'ascolto del pubblico. Sempre intonata, musicalissima, in grado di superare i pieni orchestrali con il suo saldo acuto.
Meno entusiasmate invece la Liù della Kim Eunhye che fa sì le note, ma l'impressione è che non riesca a melodizzare il legato delle arie della piccola serva di Timur, per cui il suo canto non seduce. Avrà molto da lavorare per perfezionare il passaggio dalla cantante all'interprete, comunque i mezzi vocali non le mancano.
Deludente la prova del tenore Yoon Byumgkol nel ruolo di Calaf: la sua voce è parsa fin dall' inizio stanca, priva di smalto per un manifesta disomogeneità di timbro, con intonazione precaria e insicurezza negli acuti (gli è morto in gola il Si acuto finale di Nessun dorma).
Molto brave le tre maschere, senz'altro la palma della migliore prestazione va a loro e alla Lee: erano, come già detto, Leo Ang (Ping), Park Sinhae (Pang) e Choi Yosub (Pong).
Bravo anche il basso Moon Seokhoon nel ruolo di Altoum: voce calda e morbida, emissione intonata e omogeneità in tutti i registri della tessitura.
Altrettanto bene le prove di Kim Juntae (l'imperatore Altoum) e Kim Juhyeon (il Mandarino).
Eccellente il coro diretto da Andrea Bianchi e molto ben istruito anche il coro di voci bianche sotto la guida della brava Alhambra Superchi.
Il pubblico è rimasto entusiasta e ha applaudito tutto il cast anche con ovazioni al termine della rappresentazione.
(la recensione si riferisce alla recita di venerì 24 novembre 2023)

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto e a destra: l'ottimo direttore Marcello Mottadelli
Al centro, in sequenza: Lilla Lee (Turandot): ancora Lilla Lee con Yoon Byungkil (Calaf); panoramica sull'allestimento.
Sotto, in sequenza: le Tre Maschere con Lella Lee e Kim Eunhye (Liù); istantanea sugli applausi finali durante l'anteprima generale riservata agli studenti






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Parliamone
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Al Teatro del Giglio di Lucca è andata in scena la Messa a quattro voci del doge lucchese, meglio conosciuta come Messa di Gloria. Si tratta di un’opera giovanile in quattro parti scritta per coro, tenore e baritono solisti e orchestra; viene presentata come saggio di diploma all’Istituto Musicale Pacini di Lucca ed eseguita il 12 agosto 1880.
Puccini, che non ha mai pubblicato la partitura, ha riutilizzato i temi dell’Agnus Dei e del Kyrie rispettivamente in Manon Lescaut e in Edgar.
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Nord
Le guerre di Ulisse raccontano
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20231203_Fe_00_LeGuerreDiUlisse_MarcoSomadossiFERRARA - Il Teatro Comunale "Claudio Abbado" era gremito sabato 2 dicembre 2023, per l'opera contemporanea Le guerre di Ulisse, musica di Marco Somadossi, libretto di Patrizio Bianchi, ex rettore dell'Università di Ferrara ed ex Ministro della Pubblica Istruzione, oggi professore emerito di Economia Applicata, presso il "suo" ateneo.      
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Opera dall Estero
Roméo et Juliette da applausi
servizio di Ramón Jacques FREE

20231202_00_Bilbao_RomeoEtJuliette_LorenzoPasseriniBILBAO VIZCAYA (Spagna) - Palacio Euskalduna, 24 ottobre 2023.
Dalla sua creazione nel 1953, l'ABAO (Asociación Bilbaína de Amigos de la Ópera)), conosciuta anche come Ópera di Bilbao, si è affermata come una delle compagnie d'opera più importanti della Spagna, poiché nel corso della
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Opera dall Estero
Jenufa in ambiente minimalista
servizio di Ramón Jacques FREE

20231201_00_Chicago_NinaStemme_phMichaelBrosilowCHICAGO Il, USA - Civic Opera House, 26 novembre 2023.
Jenůfa, opera in tre atti del compositore ceco Leoš Janáček (1854-1928) basata sull'opera Její pastorkyňa ("la sua figliastra") della scrittrice Gabriela Preissová (1862-1946), è entrata nel repertorio della Lyric Opera di Chicago
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Opera dal Centro-Nord
Eccola di nuovo: La bohčme
servizio di Nicola Barsanti FREE

20231201_Fi_00_LaBoheme_GiacomoSagripantiFIRENZE - Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino torna La bohème nella  classica e tradizionale regia firmata da Bruno Ravella (già vista e recensita nel 2017 che potete leggere qui), in quest’occasione ripresa da Stefania Grazioli con ottima cura, e  come allora si apprezzano le luci di D. M. Wood, qua riprese da Emanuele Agliati.
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Opera dal Centro-Nord
La Turandot viene dall'oriente
servizio di Athos Tromboni FREE

20231127_Fe_00_Turandot_MarcelloMottadelli_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La nuova Stagione d’Opera e Balletto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" si è inaugurata con la messa in scena della Turandot di Giacomo Puccini, coproduzione tra la coreana Daegu Opera House e la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Tutto esaurito, sia per la "prima" che nella replica della domenica
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Opera dal Nord-Est
Borras magnifico Werther
servizio di Simone Tomei FREE

20231126_Ge_00_Werther_JeanFrancoisBorrasGENOVA - Il secondo titolo della stagione 2023-2024 del Teatro Carlo Felice ci riporta al melodramma francese di fine ottocento con una sublime messinscena del Werther di Jules Massenet che trova ambientazione negli anni ’30 del novecento. La trasposizione temporale come più sotto ben esplicitata dal suo fautore, non fa venir meno le peculiarità
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Opera dall Estero
Rodelinda dei tanti virtuosismi
servizio di Ramón Jacques FREE

20231125_00_LosAngeles_Rodelinda_HarryBicket_phTheEnglishConcertLOS ANGELES, CA USA - Dorothy Chandler Pavilion, 21 novembre 2023.
Dopo il successo delle rappresentazioni di Alcina e Solomon offerte consecutivamente nelle ultime due stagioni, l'Opera di Los Angeles continua la sua collaborazione con l'orchestra barocca inglese
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