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Il cantante ancora una volta mattatore nell'anfiteatro di Verona che lo ha visto spesso protagonista

Plácido Domingo per l'Arena

servizio di Angela Bosetto

Pubblicato il 11 Settembre 2020

200911_Vr_00_PlacidoDomingoPerLArena_EnneviFotoVERONA – Quello fra Plácido Domingo e l’Arena è un rapporto che dura da oltre mezzo secolo. Dal 1969 (anno in cui il tenore madrileno debuttò nell’anfiteatro veronese come Calaf e Don Carlo), Domingo in Arena ha interpretato Des Grieux, Cavaradossi, Radamès, Turiddu, Canio, Otello, Nabucco e Germont, ha diretto Aida e Carmen, è stato nominato Direttore artistico onorario del Festival del Centenario (2013) ed è stato il protagonista di numerose serate evento, culminate nel 2019 in Plácido Domingo 50° Arena Anniversary Nigh, secondo maggior incasso dell’intera storia areniana. Era dunque prevedibile che, il 28 agosto, anche il concerto Plácido Domingo per l’Arena (dedicato a Giuseppe Verdi e Umberto Giordano) attirasse un pubblico numeroso, nonostante le avverse previsioni meteo (il che porta spesso a ironizzare – bonariamente, si intende – sul fatto che il rischio di pioggia segua Domingo più fedelmente dei qualunque suo fan), gli annosi dibattiti riguardanti la sua vocalità (indiscutibilmente tenorile a dispetto dell’attuale repertorio baritonale) e l’invito del movimento #MeToo a boicottarne le esibizioni in seguito alle accuse di molestie (questione che non affronteremo, dal momento che i processi non si fanno sui media, ma in sede legale alla presenza di autorità competenti). E così, puntualmente, è avvenuto. Tutto il resto può cambiare, ma l’amore del pubblico areniano per Domingo (già prenotato per l’estate 2021) no, non cambia.
Alla guida dell’Orchestra, il Maestro Jordi Bernàcer ha confermato la propria attenta sensibilità musicale, non solo accompagnando di solisti, ma dirigendo tre preziose pagine strumentali sinora mai proposte in Arena: l’evocativa Sinfonia di Giovanna d’Arco, il raffinato Preludio de I Masnadieri (durante il quale ha avuto occasione di splendere il primo violoncello Sara Airoldi) e l’appassionato Intermezzo di Fedora.
Al contrario di quanto annunciato sulla carta, Domingo ha deciso di eseguire all’inizio «Nemico della patria» (Andrea Chénier) e alla fine «Per me giunto è il dì supremo… O Carlo, ascolta» (Don Carlo). Una scelta oculata che gli ha permesso di ghermire subito il palco grazie all’impetuoso monologo di Carlo Gérard e di affrontare quindi la celeberrima morte di Rodrigo con la voce opportunamente ammorbidita e “riscaldata” (non solo dall’emozione).

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Anche se gli strumenti canori non sono più – comprensibilmente – quelli di una volta, l’indubbio carisma e le forti doti espressive continuano a permettergli di veicolare emozioni genuine e di toccare l’animo degli spettatori.
Chiamata ad affiancare il superdivo, il soprano Saioa Hernández si è calata nei panni di Maddalena di Coigny («La mamma morta») e di Leonora («Tacea la notte placida»), per poi duettare con Domingo negli accesi confronti de Il Trovatore («Udiste?... Mira, d’acerbe lagrime… Vivrà! Contende il giubilo») e La Traviata («Madamigella Valéry?... Pura siccome un angelo... Un dì, quando le veneri... Dite alla giovine sì bella e pura... Morrò! La mia memoria»). La voce della Hernández risuonava bella e generosa, ricca di armonici e colori, luminosa ma al contempo brunita.
Visto che l’opera italiana era già stata omaggiata con il programma ufficiale, i bis sono stati dedicati alla zarzuela spagnola: la romanza sopranile «¿Qué te importa que no venga?» (da Los claveles di Josè Serrano), il duetto «¿Me llamabas, Rafaeliyo?» (da El gato montés di Manuel Penella) e, naturalmente, «No puede ser» (da La tabernera del puerto di Pablo Sorozábal), aria irrinunciabile per qualunque tenore ispanico, Domingo in primis. Successo pieno per tutti.

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona






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