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Nel solco della tradizione la regia dell'opera di Puccini al Lago di Massaciuccoli con in più...

E Tosca strozza Scarpia

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 01 Agosto 2026

20260801_TorreDelLago_00_Tosca_EwaPlonka_phAndreuccettiTORRE DEL LAGO (LU) - Giunto alla sua settantaduesima edizione, il Festival Puccini di Torre del Lago-Viareggio conferma il proprio ruolo di appuntamento internazionale della lirica estiva italiana, nel luogo che vide Giacomo Puccini vivere e comporre gran parte del proprio catalogo, sulle rive del lago di Massaciuccoli. Venerdì 31 luglio 2026 è tornata in scena Tosca, opera cardine del repertorio pucciniano che continua a imporsi per la forza della sua costruzione teatrale, per l’immediatezza del linguaggio musicale e per una scrittura capace di alternare slanci lirici e violenza drammatica con straordinaria efficacia.
In un contesto profondamente legato alla memoria del compositore come Torre del Lago, ogni nuova produzione di un titolo pucciniano porta con sé aspettative particolarmente elevate, chiamando interpreti e creatori a confrontarsi non soltanto con la complessità della partitura, ma anche con il peso simbolico del luogo.
Aspettative che, in questa circostanza, non sono state pienamente soddisfatte.

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Lo spettacolo ha offerto alcuni momenti di interesse, ma nel suo complesso ha mostrato diverse criticità, soprattutto nella capacità di restituire fino in fondo la tensione teatrale e la forza drammatica che costituiscono l’essenza stessa di Tosca. In un’opera dove ogni elemento, dalla regia alla direzione musicale, dalla recitazione scenica alla vocalità degli interpreti, dovrebbe concorrere alla costruzione di un meccanismo teatrale serrato e inesorabile, la produzione ha evidenziato alcuni squilibri lasciando spesso percepire una distanza tra le intenzioni artistiche e il risultato complessivo sul palcoscenico.
Sul podio il M° Carlo Montanaro offre una lettura che non infiamma né per guizzo interpretativo né per particolari scelte agogiche. Quasi succube del palcoscenico, la sua direzione non lascia mai percepire lo slancio vitale dei momenti più lirici, né il respiro delle ampie frasi musicali pucciniane; al contrario, in più occasioni, anche laddove la partitura non lo richiederebbe, la bacchetta indugia in tempi rallentati, talvolta persino soporiferi, salvo poi accelerare in maniera improvvisa e poco giustificata, creando una sensazione di discontinuità più che di tensione drammatica.

20260801_TorreDelLago_05_Tosca_EwaPlonkaVittorioGrigolo_phAndreuccetti 20260801_TorreDelLago_06_Tosca_GevorgHakobyanEwaPlonka_phAndreuccetti

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Emblematico, tra tutti, il caso degli accordi che precedono la scena finale del primo atto, diretti a una velocità più che dimezzata: una scelta che tradisce fin dal principio una delle pagine più catartiche dell’intera opera, smorzandone l’impatto invece di esaltarne la forza teatrale.
A ciò si aggiunge, sul piano più strettamente tecnico, una gestione dell’amplificazione poco felice, che porta le voci dei due protagonisti (Tosca e Cavaradossi) a risultare costantemente favorite dal microfono. Ne derivano piani sonori disallineati rispetto al resto del cast e un equilibrio complessivo compromesso con evidenziate imperfezioni vocali che, in condizioni più naturali, sarebbero probabilmente risultate meno esposte.
Va inoltre segnalato come entrambi gli interpreti principali, poco inclini a un solfeggio rigoroso, abbiano mostrato in più momenti evidenti scollature con la buca e con il palcoscenico. Un elemento che lascia trasparire la sensazione che un lavoro di prova più approfondito avrebbe potuto giovare in modo significativo alla tenuta complessiva dell’esecuzione.
Nel ruolo di Floria Tosca, il soprano polacco Ewa Plonka, al debutto a Torre del Lago, affronta la parte in maniera sostanzialmente corretta ma senza lasciare un segno particolare. Vocalmente il ruolo non le è ostile, tuttavia il canto appare spesso privo di corpo, quasi anodino, con una linea che fatica a trovare spessore espressivo. Le difficoltà emergono soprattutto nella zona acuta, dove i suoni tendono a schiacciarsi, perdendo rotondità e proiezione. Anche sul piano scenico l’interpretazione non convince pienamente: la recitazione appare a tratti artificiosa, poco spontanea, e l’uso del parlato - laddove non necessario - contribuisce a smorzare quel fascino e quel carisma che dovrebbero essere propri del personaggio. Nel complesso una prova accettabile, ma che rimane entro i confini dell’ordinario.
Accanto a lei, Vittorio Grigolo nel ruolo di Mario Cavaradossi impone una presenza scenica talmente marcata da spostare quasi il baricentro dell’opera su di sé. In alcuni momenti si ha quasi la sensazione che il titolo possa diventare “Cavaradossi”, o addirittura “Vittorio”, tanto l’interpretazione appare costruita attorno a una cifra espressiva personale, spesso sopra le righe. La recitazione è smargiassa, esagerata, con un’energia che però tende a ignorare il contesto e gli altri personaggi, come una sorta di pallina da flipper che rimbalza continuamente senza mai davvero integrarsi nel disegno complessivo.
A fronte di questo grande dispiego scenico, la resa vocale non va molto oltre una certa ordinarietà. Il timbro è indubbiamente interessante e dotato di potenzialità, ma viene spesso utilizzato in funzione di effetti immediati, più che di una costruzione musicale coerente. Gli acuti risultano frequentemente prolungati in modo artificioso per strappare l’applauso, mentre la gestione del fraseggio e del ritmo appare piuttosto libera, talvolta persino arbitraria. Dopo il celebre “Vittoria! Vittoria!”, ad esempio, si registrano difficoltà evidenti nell’attacco di “L’alba vindice appar”, con instabilità nell’intonazione e passaggi tra registri non sempre controllati. Anche nei momenti di applauso l’interprete non rinuncia a un certo gusto per la teatralità esibita, contribuendo a restituire l’impressione di un fuoco di paglia: molta energia, ma poca sostanza.
Di tutt’altro livello la prova del baritono armeno Gevorg Hakobyan nel ruolo del Barone Scarpia, senza dubbio il migliore del cast. La voce è rotonda, ben proiettata, gestita con sicurezza e consapevolezza; il fraseggio è curato, con accenti sempre pertinenti e mai sopra le righe. L’interpretazione scenica è solida, credibile, sostenuta da una presenza autorevole e da un physique du rôle pienamente adeguato. Un’interpretazione che riesce a coniugare efficacia teatrale e rigore musicale.
Tra i comprimari, Luciano Leoni (Cesare Angelotti) si distingue per solidità e coerenza, risultando ben centrato sia vocalmente sia scenicamente. Claudio Ottino (Il Sagrestano) offre una caratterizzazione vivace e ben dosata, irriverente quanto basta senza cadere nell’eccesso, musicalmente corretta. Completano degnamente il cast Orlando Polidoro (Spoletta), Omar Cepparolli (Sciarrone), Matteo Mollica (Un carceriere) e Kim Yeseul (Il pastorello), tutti adeguati e funzionali all’economia dello spettacolo.
A completamento dell’aspetto musicale il coro, preparato dal M° Marco Faelli, e il coro di voci bianche diretto dal M° Sonia Franzese offrono una prova sostanzialmente corretta: un complesso senza particolari guizzi interpretativi, ma solido e ben equilibrato, capace di consegnare un risultato finale pregevole per precisione e compattezza.
L’allestimento firmato da Maria Todaro per regia e costumi, sulle scene di Carlo Centolavigna, si inserisce pienamente nella tradizione visiva del Festival Puccini. Una regia che, pur risultando ordinata e rispettosa del dettato melodrammatico, finisce per lasciare il tempo che trova: non si coglie alcun guizzo, nessuna idea realmente significativa o memorabile. L’impianto è classico, tradizionale, ma anche un tantino scontato, più illustrativo che interpretativo.
Le scene restituiscono ambienti riconoscibili (una chiesa iniziale dalle prospettive inclinate, un secondo atto più cupo e opprimente, un finale essenziale), ma senza che questi elementi riescano davvero a dialogare in profondità con la musica o a costruire una vera tensione teatrale. Tra le scelte che lasciano più perplessi si segnala il momento successivo all’uccisione di Scarpia: dopo la pugnalata, Tosca insiste sull’azione arrivando a strangolarlo con un laccio. Una soluzione che appare ridondante, poco giustificata e drammaturgicamente debole, finendo per appesantire un passaggio già perfettamente risolto da Puccini.
Nel complesso, una regia che non emoziona né colpisce, ma che almeno non tradisce il dettato musicale e melodrammatico dell’opera. Non vi sono forzature o riletture arbitrarie, ma manca una visione capace di restituire nuova linfa a un titolo che vive proprio di tensione, contrasti e teatralità.
Il risultato finale è quello di una Tosca disomogenea nella quale, accanto ad alcune individualità di rilievo, emergono limiti evidenti nella concertazione e sulla tenuta complessiva dello spettacolo. Una lettura che procede a tratti, senza mai raggiungere quella compattezza e quella forza drammatica che fanno di quest’opera uno dei vertici assoluti del teatro musicale.
Un giudizio - quello critico qui esposto - che, tuttavia, non sembra coincidere con la risposta del pubblico: la numerosa platea di Torre del Lago ha accolto lo spettacolo con applausi convinti sia nel corso della rappresentazione sia al termine dell’opera, a testimonianza di un apprezzamento decisamente più caloroso rispetto alle impressioni maturate da chi scrive.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 31 luglio 2026)

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Crediti fotografici: Foto Andreuccetti per il Festival Puccini di Torre del Lago
Nella miniatura in alto: il soprano
Ewa Plonka (Tosca)

Al centro, in sequenza: Luciano Leoni (Angelotti) con Vittorio Grigolo (Cavaradossi); Ewa Plonka con Vittorio Grigolo; ancora la Plonka con Gevorg Hakobyan (Scarpia); la maestosa scena del Te Deum
Sotto, in sequenza: Ewa Plonka e Vittorio Grigolo; Gevorg Hakobyan e Ewa Plonka nelle drammatiche scene del secondo atto; Vittorio Grigolo
In fondo: Vittorio Grigolo con Claudio Ottino (Sagrestano); e ancora Plonka e Grigolo






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