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La 103.esima edizione del Festival areniano ha calato tre assi nel nome di Verdi e Puccini |
La traviata Aida La bohčme |
servizio di Nicola Barsanti |
| Pubblicato il 12 Luglio 2026 |
VERONA – Come ricorda la sovrintendente Cecilia Gasdia, la 103ª edizione dell’Arena Opera Festival è un’edizione ricca di ricorrenze e celebrazioni. È innanzitutto il Festival più lungo della storia dell’anfiteatro veronese, con ben cinquantatré serate distribuite nell’arco di tre mesi, e coincide con i 150 anni dalla nascita del tenore veronese Giovanni Zenatello, ideatore di quel ciclo di rappresentazioni di Aida inaugurato nell’agosto del 1913 che avrebbe dato origine alla gloriosa tradizione areniana. Da allora il capolavoro verdiano è rimasto presenza imprescindibile del cartellone, divenendo il simbolo stesso del Festival.
LA TRAVIATA Nel contesto di questa importante stagione trova spazio la nuova produzione di La Traviata, firmata da Paul Curran con scene di Juan Guillermo Nova, che trasferisce l’azione nella Parigi dei primi del Novecento, immergendola nell’universo scintillante del Moulin Rouge e dei grandi teatri di rivista della Belle Époque.
 L’impianto scenico richiama con evidenza gli elementi iconici del celebre locale parigino: il caratteristico mulino a vento, il piccolo palcoscenico degli spettacoli e il monumentale elefante, simbolo della mondanità e della vita notturna della capitale francese. Proprio su quest’ultimo, all’inizio del primo atto, si consuma una scena volutamente provocatoria che ben traduce in immagini il clima dissoluto evocato dal libretto verdiano nelle battute «Che fate? – Si folleggiava! – Sta ben, restate», sottolineando fin dall’apertura il carattere effimero e decadente della società che l’opera intende rappresentare e denunciare. Le grandi scene corali di festa si ispirano inoltre alle spettacolari Follies che proprio in quegli anni iniziano ad affermarsi oltreoceano, conferendo allo spettacolo un gusto internazionale e fortemente teatrale. In perfetta sintonia si inseriscono i costumi di Stefano Ciammitti, audaci, sgargianti e ricchi di colore, efficaci nel delineare una società impegnata a celebrare sé stessa tra lusso, frivolezza e ostentazione. Completano con significativa efficacia le luci di Fabio Berettin, capaci di scolpire atmosfere di grande suggestione, e le coreografie di Kyle Lang, dinamiche e perfettamente integrate nell’impianto registico. Sul versante musicale, la giovane soprano livornese Martina Russomanno affronta il ruolo del titolo con personalità e notevoli qualità interpretative. La dizione è sempre nitida, la proiezione sonora efficace e gli accenti drammatici risultano misurati, intensi e mai sopra le righe. Particolarmente toccante il pianissimo con cui conclude il celeberrimo Addio del passato del terzo atto, momento di autentica emozione e raffinata sensibilità musicale. Se dal concertato del secondo atto in avanti la sua prova cresce sensibilmente, mostrando una progressione sorprendente sotto il profilo espressivo e vocale, qualche difficoltà emerge invece nella scrittura più virtuosistica del primo atto, dove colorature e agilità non sempre risultano perfettamente risolte. Nel Sempre libera degg'io affiora infatti qualche comprensibile incertezza che, pur senza compromettere il risultato complessivo, lascia intravedere margini di ulteriore maturazione. Rimane comunque una Violetta convincente, sostenuta da una presenza scenica di assoluto rilievo.

Serata decisamente meno favorevole per Francesco Meli nel ruolo di Alfredo Germont. Fin dalle prime battute il tenore genovese manifesta segni di affaticamento vocale che incidono sulla qualità della proiezione e sull’intonazione. Nella salita verso il registro acuto il suono appare talvolta eccessivamente spinto, mentre nel corso della recita non mancano alcune imprecisioni d’intonazione, che si avvertono in più momenti della serata. Di ben altro livello la prova di Ludovic Tézier, autore di un Giorgio Germont di straordinaria classe. L’eleganza del fraseggio, la nobiltà dell’accento e il timbro caldo e avvolgente conferiscono al personaggio un’autorevolezza naturale, trasformando ogni intervento in un autentico momento di grande canto. La sua vocalità si impone come un abbraccio sonoro di rara intensità, conquistando il pubblico per equilibrio stilistico e profondità interpretativa. Positiva anche la Flora Bervoix di Clarissa Leonardi. Completano degnamente il cast Francesca Maionchi, puntuale Annina, Carlo Bosi (Gastone), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Jan Antem (Marchese d’Obigny), Nicolò Dal Ben (Giuseppe), Carlo Bombieri (Un domestico) e Gabriele Sagona, autorevole Dottor Grenvil, al quale Giuseppe Verdi affida le ultime, struggenti parole dell’opera: «È spenta». L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona è guidata con personalità dal maestro Michele Spotti, che propone una lettura interpretativa personale e coraggiosa della partitura verdiana. Gli equilibri dinamici, costruiti con grande attenzione, alternano tempi distesi, improvvisi crescendo e frequenti rubati che rileggono il capolavoro del Cigno di Busseto secondo una prospettiva insolita. Una visione che può suscitare opinioni differenti, ma che dimostra coerenza, fantasia e una precisa idea musicale, ottenendo nel complesso un risultato di forte impatto teatrale. Ottima infine la prova del Coro della Fondazione Arena di Verona, preparato con la consueta cura dal maestro Roberto Gabbiani, preciso negli interventi e compatto nel suono. Al termine della rappresentazione il pubblico tributa calorosi applausi a tutti gli interpreti, suggellando una serata di grande fascino sotto il cielo stellato dell’Arena di Verona, uno dei palcoscenici lirici più suggestivi e iconici del mondo.
AIDA Torna in Arena Aida nell’allestimento firmato da Stefano Poda, produzione ormai ben conosciuta dal pubblico areniano e già oggetto di approfondimento nelle precedenti edizioni del Festival consultabili e riassumibili qui. Pur mantenendo inalterata la propria cifra stilistica, lo spettacolo si presenta quest’anno con alcuni mirati aggiornamenti nelle coreografie, in parte dei costumi e nella concezione scenica del duetto conclusivo O terra, addio. Si tratta di interventi che non modificano l’impianto complessivo della produzione, ma ne affinano alcuni dettagli, contribuendo a rinnovarne la resa visiva.

La lettura di Poda continua a dividere per la sua distanza dalla tradizione figurativa che da sempre accompagna il capolavoro verdiano. L’astrazione simbolica, il predominio del bianco, le geometrie essenziali e la costante ricerca di un linguaggio metafisico restituiscono uno spettacolo certamente insolito, lontano dall’immaginario monumentale dell’Egitto faraonico. Eppure, proprio nell’immensità dell’anfiteatro veronese, questa concezione scenica riesce a trovare una propria ragion d’essere, trasformando lo spazio areniano in un luogo sospeso, quasi rituale, nel quale la componente visiva dialoga con la musica senza mai risultare soffocante. Una proposta che può non incontrare unanimemente il gusto del pubblico, ma che possiede una precisa identità artistica e dimostra una notevole coerenza estetica. Nel ruolo del titolo Maria José Siri conferma tutta l’esperienza maturata in un personaggio che frequenta ormai da anni. L’interprete uruguaiana domina la scena con autorevolezza, sostenuta da una presenza scenica naturale, una proiezione sonora sempre efficace e un fraseggio curato che restituisce con sensibilità il tormento della principessa etiope. La linea vocale rimane salda per tutta la rappresentazione e consente al soprano di condurre in porto una prova di notevole rilievo, convincente tanto nei momenti di maggiore slancio quanto in quelli più raccolti e intimi. Alisa Kolosova affronta Amneris con uno strumento vocale di indubbio valore, omogeneo e ben controllato. La sua interpretazione si distingue per correttezza musicale e solidità tecnica, senza incorrere in particolari imprecisioni. Se nei passaggi più gravi della tessitura il timbro perde talvolta parte della sua naturale incisività, rendendo alcuni accenti drammatici meno penetranti di quanto il personaggio sembrerebbe richiedere, la prestazione conserva comunque equilibrio e credibilità, delineando una principessa più misurata che impetuosa, ma sempre musicalmente apprezzabile. Gregory Kunde, "giovane" settantenne continua a sorprendere per integrità vocale e straordinaria professionalità: il suo Radamès si impone fin dalla sortita con Celeste Aida affrontata con intelligenza musicale, chiarezza di emissione e notevole sicurezza nella salita al registro acuto. Il canto si mantiene costantemente equilibrato, con rarissimi segni di affaticamento che non compromettono la qualità complessiva della prestazione. La nobiltà del fraseggio, l’eleganza del legato e la capacità di amministrare con sapienza le proprie risorse vocali confermano ancora una volta la statura di un artista che continua a dar prova di uno strumento ben conservato. Di grande livello anche l’ Amonasro di Amartuvshin Enkhbat, ormai presenza autorevole sui maggiori palcoscenici internazionali. Il baritono mongolo sfoggia una vocalità ampia, calda e naturalmente autorevole, perfettamente aderente alla figura del fiero sovrano etiope. Colpiscono in particolare la chiarezza della dizione, esemplare per nitidezza e comprensibilità, e la qualità del fraseggio, che valorizza ogni parola con rara efficacia espressiva. Momenti come «Suo padre!… Anch’io pugnai» e l’intero grande confronto con Aida sulle rive del Nilo trovano nell’interprete accenti di intensa partecipazione drammatica, sostenuti da un controllo vocale sempre impeccabile e da una presenza scenica di assoluto prestigio. Completano il cast Abramo Rosalen, Re d’Egitto corretto pur con qualche lieve irregolarità nella linea del canto, e Simon Lim, autorevole Ramfis, la cui prova risulta complessivamente convincente nonostante alcune marginali imprecisioni. Puntuali anche Riccardo Rados nel ruolo del Messaggero e Francesca Maionchi in quello della Gran Sacerdotessa. Sul podio il maestro Daniel Oren si conferma una garanzia per il repertorio verdiano e per il palcoscenico areniano. La sua è una direzione saldamente ancorata alla tradizione, sempre attenta a sostenere il respiro dei cantanti e a mantenere saldo il dialogo tra buca e palcoscenico. La concertazione procede con equilibrio, valorizzando la tavolozza orchestrale secondo uno stile interpretativo ormai pienamente riconoscibile che continua a trovare il favore di interpreti e pubblico. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona risponde con precisione e compattezza alle indicazioni del maestro, mentre il Coro sempre preparato dal bravo maestro Roberto Gabbiani offre ancora una volta una prova impeccabile, distinguendosi per omogeneità sonora, precisione ritmica e notevole impatto nelle grandi pagine corali che punteggiano la partitura. Al termine della rappresentazione il pubblico dell’Arena tributa calorosi applausi e convinte ovazioni a tutti gli interpreti, salutando con entusiasmo una serata che conferma ancora una volta il ruolo centrale di Aida nel Festival operistico veronese.
LA BOHÈME Si conclude il nostro percorso attraverso tre serate del 103° Arena Opera Festival con La bohème di Giacomo Puccini, protagonista di una rappresentazione destinata a rimanere negli annali della manifestazione. Una serata in cui la natura diviene essa stessa parte dello spettacolo: fino alle ultime battute di Sì, mi chiamano Mimì il cielo veronese è attraversato da lampi e violenti tuoni che sembrano dialogare con la musica pucciniana, finché la pioggia costringe inevitabilmente all’interruzione della recita. L’attesa si prolunga per diverse ore e mentre le speranze di poter riprendere lo spettacolo sembrano ormai dissolversi, alle 1e10 della notte, il terzo gong risuona improvvisamente nell’anfiteatro, accolto dall’entusiasmo dei pochi spettatori rimasti fedeli al proprio posto. La rappresentazione riprende e giunge finalmente al termine alle 2e40 del mattino, tra applausi sinceri e il senso di aver condiviso un’esperienza irripetibile. Vi è qualcosa di profondamente suggestivo nell’assistere quasi all’intera vicenda di Mimì e Rodolfo davanti a un’Arena ormai quasi deserta, dove il silenzio della notte amplifica ogni frase musicale e ogni parola del libretto. È in momenti come questo che il teatro supera la semplice dimensione dello spettacolo e diventa esperienza collettiva, memoria destinata a rimanere impressa ben oltre il sipario finale. Una di quelle serate che soltanto l’Arena di Verona sa regalare. Sul piano scenico torna l’allestimento firmato da Alfonso Signorini, che sceglie una lettura rispettosa della tradizione e perfettamente coerente con le ambientazioni indicate dal libretto. La regia rinuncia a riletture concettuali per affidarsi a una narrazione lineare, lasciando che siano i personaggi e la forza della musica a guidare lo sviluppo drammaturgico. Nella medesima direzione si collocano le scene di Juan Guillermo Nova, dominate da grandi tele dipinte raffiguranti scorci della Parigi ottocentesca che incorniciano con eleganza la celebre soffitta dei giovani bohémiens e gli altri ambienti dell’opera. Pur nella complessiva fedeltà alla tradizione, permane tuttavia qualche perplessità nella gestione delle masse sceniche. In diversi momenti figuranti, mimi e comparse sembrano occupare lo spazio senza un disegno registico realmente definito, finendo talvolta per rappresentare un elemento decorativo più che una componente funzionale alla narrazione. Emblematico, in tal senso, il quadro della Barriera d’Enfer, dove durante il doloroso confronto tra Mimì e Rodolfo alcune giovani coppie giocano spensieratamente con la neve ai lati della scena. L’intenzione simbolica appare evidente: contrapporre la leggerezza dell’amore agli ultimi frammenti di una relazione ormai destinata a spezzarsi. L’effetto, tuttavia, non sempre raggiunge l’obiettivo prefissato, poiché l’occhio dello spettatore viene inevitabilmente attratto da un movimento scenico che rischia di sottrarre concentrazione a uno dei momenti più intimi e drammaticamente intensi dell’intera partitura pucciniana. In una pagina così delicata, il silenzio della scena avrebbe probabilmente amplificato con maggiore efficacia la forza emotiva del dialogo fra i due protagonisti.
  
Eleonora Buratto conferma tutta la propria familiarità con il ruolo di Mimì, personaggio che affronta con maturità artistica e profonda sensibilità interpretativa. La vocalità, morbida e luminosa, conserva una naturale omogeneità lungo tutta la tessitura, mentre il fraseggio accurato e la raffinata ricerca del dettaglio espressivo restituiscono una protagonista di autentica umanità. La sua Mimì commuove senza indulgere in eccessivi sentimentalismi, sostenuta da una recitazione misurata e sincera che trova nei grandi momenti lirici dell’opera il terreno ideale per esprimersi. La voce si diffonde con facilità nell’immenso spazio areniano, raggiungendo il pubblico con naturalezza e intensa partecipazione emotiva. Yusif Eyvazov veste i panni di Rodolfo con il consueto slancio generoso che da sempre contraddistingue il suo modo di affrontare il palcoscenico. Il tenore azero mette in campo energia, temperamento e grande disponibilità vocale, qualità che gli consentono di sostenere senza risparmio un ruolo tanto impegnativo. L’esito interpretativo, tuttavia, appare discontinuo. Se nei momenti di maggiore impeto drammatico emerge una presenza scenica convincente, sul piano strettamente vocale il fraseggio potrebbe beneficiare di una maggiore varietà espressiva e di una linea di canto più morbida e rifinita. Anche il timbro, pur riconoscibile, non sempre riesce a restituire quella tavolozza di colori e sfumature che rende memorabili i grandi interpreti pucciniani. Ne scaturisce un Rodolfo generoso e appassionato, ma non sempre pienamente coinvolgente sotto il profilo interpretativo. Francesca Pia Vitale disegna una Musetta vivace e convincente, distinguendosi per brillante presenza scenica e per una vocalità ben proiettata che valorizza la natura brillante e seducente del personaggio. Ottima anche la prova di Mihai Damian, autore di un Marcello vocalmente solido, sostenuto da una linea di canto ben definita e da una proiezione sonora importante che gli permette di imporsi con autorevolezza nelle numerose pagine d’assieme. Qualche lieve imprecisione si avverte invece nello Schaunard di Jan Antem, la cui linea melodica non sempre risulta perfettamente rifinita. Si distingue invece Alexander Roslavets, che offre un Colline di notevole spessore vocale. Il basso affronta con autorevolezza la celebre Vecchia zimarra, restituendone tutta la malinconica intensità attraverso un’emissione ampia e ben sostenuta. Completano efficacemente il cast Nicolò Ceriani (Benoît), Gianfranco Montresor (Alcindoro), Carlo Bosi (Parpignol), Nicolò Rigano (Sergente dei doganieri) e Maurizio Pantò (Un doganiere). Nonostante la lunga sospensione e le difficili condizioni atmosferiche, l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, guidata dal maestro Francesco Lanzillotta, affronta la ripresa dello spettacolo con ammirevole concentrazione e professionalità. La direzione mantiene costante tensione narrativa e accompagna con attenzione il palcoscenico, senza che la stanchezza accumulata nel corso della notte lasci percepire cedimenti. Le pagine pucciniane continuano così a risuonare nell’anfiteatro con intensità e raffinatezza fino all’ultima nota, suggellando una serata fuori dell’ordinario. Impeccabile, come di consueto, il Coro della Fondazione Arena di Verona preparato dal maestro Roberto Gabbiani, cui si affianca con ottimi risultati il Coro di voci bianche A.Li.Ve., diretto da Paolo Facincani.

Al termine della rappresentazione i pochi spettatori rimasti fino all’epilogo tributano calorosi applausi a tutti gli interpreti, consapevoli di aver assistito non soltanto a una recita d’opera, ma a una notte destinata a entrare nella memoria del Festival areniano. (Le recensioni si riferiscono alle recite del 9,10 e 11 Luglio 2026)
Crediti fotografici: Ufficio stampa della Fondazione Arena di Verona Nella miniatura in alto: la sovrintendente Cecilia Gasdia Sotto, in sequenza: scene da La traviata, Aida e La bohème
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