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Successo per l'allestimento proposto dal regista Pier Francesco Maestrini a Torre del Lago

La coerenza d'una Madama Butterfly

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 09 Agosto 2026

20260807_Torre_00_MadamaButterfly_SeleneZanetti_phAndreuccettiTORRE DEL LAGO (LU) - Nella luce sospesa delle afose sere estive del Festival Puccini, quando il lago sembra trattenere il respiro e restituire ogni suono con una delicatezza quasi irreale, ha preso vita una nuova Madama Butterfly. Siamo al Gran Teatro all’aperto di Torre del Lago, un luogo che non è soltanto palcoscenico ma memoria viva, intimamente legato a Giacomo Puccini e a quell’universo creativo che proprio qui trovò una delle sue dimore più importanti. E si sente. Si percepisce nell’aria, nei silenzi, in quella particolare sensibilità dell’ascolto che questo spazio riesce ancora oggi a suggerire.
Madama Butterfly non è un’opera qualsiasi. È fragile e tagliente insieme, costruita sulle sfumature, sulle attese, sulle illusioni che lentamente si sgretolano. Una tragedia che non esplode, ma si insinua. Il dramma nasce spesso da piccoli gesti, da parole non dette, da sguardi e silenzi che acquistano progressivamente un peso enorme. E proprio per questo richiede una sensibilità particolare da parte di chi la mette in scena: occorre saper raccontare senza sovraccaricare, suggerire senza spiegare tutto, lasciare spazio alla musica e ai personaggi.
Pier Francesco Maestrini lo fa. E lo fa con eleganza.
La sua regia, che comprende anche scene e costumi, nasce da un progetto visivo pensato espressamente per il palcoscenico sul lago e colpisce immediatamente per la sua capacità di essere presente senza diventare invasiva. I grandi ventagli dominano la scena. Si aprono, si trasformano, diventano superfici sulle quali le videoproiezioni di Jean Paul Carradori possono costruire un secondo livello del racconto. Non sono semplicemente immagini che illustrano ciò che accade: accompagnano, amplificano, evocano. A volte raccontano, altre volte suggeriscono appena.

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Ed è proprio nel non detto che questo spettacolo trova una delle sue qualità migliori. Le immagini scorrono leggere, mai ridondanti, quasi sussurrate. Evocano un ricordo, un’ombra, una presenza, uno stato d’animo. La scena rimane essenziale, ma non è mai vuota. Al contrario, ogni elemento sembra trovare la propria ragione d’essere e contribuisce a costruire un ambiente nel quale il dramma può svilupparsi senza essere continuamente sottolineato.
È una scelta di misura. E la misura, in Madama Butterfly, è forse una delle qualità più difficili da raggiungere.
Anche il lavoro degli artisti del Carnevale di Viareggio Fabrizio e Valentina Galli, insieme a Edoardo Ceragioli e Michelangelo Francesconi, contribuisce in maniera significativa alla riuscita del progetto.
Nei loro laboratori della Cittadella del Carnevale prendono forma gli elementi scenografici, portando nel teatro d’opera un patrimonio artigianale profondamente radicato nel territorio. La materia, la costruzione, la cura dei dettagli diventano così parte integrante di una visione che riesce a mettere in relazione tradizione e contemporaneità senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Il risultato è uno spettacolo raffinato. Elegante. Soprattutto coerente.
Ma la cosa interessante è che questa stessa ricerca della misura non rimane confinata all’apparato visivo. La ritroviamo anche nel lavoro sugli interpreti. La regia di Maestrini, infatti, caratterizza con precisione i personaggi, mettendone in evidenza le diverse nature, positive e negative, e lasciando agli artisti lo spazio necessario per trasformare queste indicazioni in gesto, presenza scenica e vocalità.

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È così che il Pinkerton di Luciano Ganci appare fin dal primo atto nella sua spocchia, nella sua arroganza, in quella malcelata sopportazione del parentado di Butterfly che lascia intuire con sufficiente chiarezza quale sia il suo reale interesse. Ganci asseconda pienamente questa lettura e la traduce nel gesto, nella postura, nell’atteggiamento, ma soprattutto nella voce. E proprio la voce finisce per essere la vera protagonista della sua interpretazione: acuti luminosi e pieni di vita, fraseggio curato, dizione nitida e una sicurezza che rende il personaggio ancora più credibile nella sua superficialità. Una serata particolarmente ispirata, quella del tenore romano, che, avendolo ascoltato in altre occasioni, mi è sembrato offrire una delle sue recite più belle e partecipate.

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Accanto a lui, Laura Verrecchia costruisce una Suzuki di grande equilibrio. La sua è una presenza accogliente e materna, mai invadente, capace di accompagnare Butterfly con una partecipazione che cresce senza bisogno di sottolineature. Vocalmente le sue frasi risuonano sempre con precisione, sostenute da una cavata ben curata e da un’eleganza interpretativa che le permette di conferire a ogni intervento il giusto peso specifico. Anche qui la misura diventa una qualità espressiva.
Devid Cecconi, come Sharpless, domina invece il palcoscenico anche grazie a un physique du rôle di non poco rilievo. Ma la sua presenza non si esaurisce certo nell’impatto scenico. Il canto si integra con naturalezza nel tessuto musicale e contribuisce a delineare un personaggio attraversato da una dimensione quasi misericordiosa, una sorta di affetto paterno nei confronti di Butterfly che emerge progressivamente dalle sue frasi. Cecconi riesce a renderlo con autorevolezza ma senza rigidità, mantenendo sempre una partecipazione umana che ben si accorda con la lettura complessiva della produzione.
E poi c’è Cio-Cio-San. Il centro attorno al quale tutto ruota. Selene Zanetti, chiamata a sostituire la prevista Marina Rebeka, è stata una vera sorpresa, tanto sul piano vocale quanto su quello scenico. Una partenza quasi in sordina, comprensibile anche considerando la responsabilità che una prima recita inevitabilmente comporta, si è progressivamente trasformata in un’interpretazione matura, consapevole, capace di conquistare il palcoscenico senza mai cercare di dominarlo in maniera artificiosa. La sua Butterfly è una figura che si impone soprattutto attraverso la sottrazione. Pochi gesti, mirati e precisi. Nessun eccesso. Nessuna ricerca di protagonismo fine a sé stessa. Eppure la scena è tutta sua; riesce a riempire il palcoscenico con una presenza da vera mattatrice, ma senza alcun egocentrismo: tutto ciò che fa è al servizio del personaggio e del dramma.
La regia le offre inoltre un elemento interpretativo particolarmente interessante, quello del rapporto con la figura paterna, appena evocata dal libretto ma qui resa centrale nella formazione morale di Cio-Cio-San. Il richiamo all’onore e alla tradizione dei samurai diventa così una sorta di filo sotterraneo che accompagna la protagonista fino al finale, quando quella presenza paterna sembra tornare simbolicamente accanto a lei nel momento estremo. Zanetti riesce a dare corpo a questo percorso senza mai renderlo esplicito o didascalico, affidandosi soprattutto alla forza del gesto e alla progressiva trasformazione della sua presenza scenica. E altrettanto sorprendente è stata la prova vocale. La voce acquista progressivamente corpo e sicurezza, fino a raggiungere una piena consapevolezza dei propri mezzi. Gli acuti e i forti sono ben gestiti quando la scrittura li richiede, ma sono soprattutto le mezze voci, i pianissimi, i sussurri e i momenti di maggiore intimità a restituire la qualità più personale della sua interpretazione.
La dinamica vocale segue quella drammatica con grande attenzione. La protagonista sa passare dalla tensione al raccoglimento, dal canto più aperto alla dimensione quasi parlata, senza perdere mai il controllo della linea. Ed è proprio in questi momenti più intimi che la sua Butterfly acquista una fisionomia propria, trovando una precisa individualità interpretativa.

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Una Cio-Cio-San, dunque, che non ha bisogno di grandi effetti per imporsi. Le basta la consapevolezza del gesto, la precisione della parola, la capacità di modulare la voce e soprattutto quella sensibilità che permette di far coincidere il personaggio con l’interprete senza mai confonderli.
Tra le parti di fianco, Andrea Galli, nel ruolo di Goro, ha offerto una prova particolarmente efficace, sia sul piano vocale sia su quello scenico; il personaggio, fondamentale nel mettere in moto gli eventi, è stato delineato con buona incisività, attraverso una vocalità chiara e ben proiettata e una presenza scenica sempre puntuale.
Efficace anche Deyan Vatchkov come Zio Bonzo, personaggio che ha trovato nella sua voce possente e ben centrata uno degli elementi caratterizzanti. L’intervento, breve ma decisivo nell’economia del primo atto, ha avuto il necessario peso drammatico senza risultare sopra le righe.
Interessanti anche le voci dei bassi Adriano Gramigni, Commissario imperiale, e Omar Cepparolli, Ufficiale del registro. Entrambi hanno mostrato strumenti vocali di buon interesse, contribuendo con autorevolezza e precisione alla definizione delle rispettive parti.
Completavano il cast Murat Can Güven come Yamadori e Luigi Cirillo come Zio Yakusidé, insieme alle artiste dell’Accademia Pucciniana, Zhao Huan, Wang Ya e Lina Malgeri, rispettivamente Madre, Zia e Cugina.
A completare il quadro, la direzione del M° Francesco Ivan Ciampa ha saputo mettere in evidenza ogni singolo tratto della partitura pucciniana, restituendone con attenzione tanto la dimensione più intimistica quanto quella di maggiore espansione sinfonica. Una lettura costruita attraverso agogiche appropriate, sempre funzionali al racconto e soprattutto attraverso uno stabile legame, dinamico e ritmico, con ciò che accadeva sul palcoscenico.
Il gesto, netto e nitido, è stato la cifra di questa interpretazione. Una direzione che non ha mai dato l’impressione di perdere di vista l’insieme, anche nei momenti in cui emergevano con particolare evidenza singoli dettagli della scrittura. Al contrario, proprio la capacità di valorizzare queste componenti ha permesso di costruire un discorso musicale unitario, sviluppato con coerenza e con uno stile sempre ben riconoscibile.
Particolarmente riuscita la gestione delle sonorità, con la possibilità di far emergere colori e impasti orchestrali che spesso rischiano di rimanere sullo sfondo. Ciampa ha saputo dare rilievo a queste particolarità senza trasformarle in episodi isolati, mantenendole sempre all’interno di una visione complessiva della partitura. La musica respirava con il palcoscenico e il palcoscenico sembrava, a sua volta, trovare nella concertazione un sostegno costante.
Ne è derivata una Madama Butterfly nella quale orchestra e scena hanno proceduto in una sostanziale sintonia. I tempi, le dinamiche e le agogiche sono apparsi sempre funzionali alla situazione drammatica, accompagnando con attenzione la progressiva trasformazione del racconto e lasciando spazio tanto alle grandi aperture liriche quanto ai momenti più raccolti.
Buona anche la prova del Coro del Festival Puccini, diretto dal M° Marco Faelli, che ha offerto una prestazione precisa e ben amalgamata, mostrando una buona compattezza dell’insieme e una corretta attenzione alle dinamiche. Una presenza che ha saputo inserirsi con efficacia nel tessuto musicale della serata, contribuendo senza sbavature alla riuscita complessiva dello spettacolo.
Questa nuova Madama Butterfly trova dunque il proprio punto di forza nella coerenza. Coerenza di una regia che sceglie la delicatezza invece dell’enfasi, di un apparato visivo elegante e mai invasivo, di una compagnia capace di dare concretezza ai personaggi e di una direzione musicale attenta tanto al dettaglio quanto alla costruzione dell’insieme. Una produzione che non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare. Preferisce suggerire. E proprio per questo, alla fine, lascia il segno.
Applausi sentiti per tutti.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 7 agosto 2026)

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Crediti fotografici: Foto Andreuccetti per il Festival Puccini di Torre del Lago
Nella miniatura in alto: il soprano Selene Zanetti (Cio-Cio-San)
Sotto: Devid Cecconi (Sharpless); Selene Zanetti; Luciano Ganci (Pinkerton)
Al centro, in sequenza: ancora Luciano Ganci e Selene Zanetti; Luciano Ganci con Laura Verrecchia (Suzuki); LucianoGanci e Devid Cecconi; Selene Zanetti
In fondo: belle panoramiche su scene e costumi






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