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L'opera di Giuseppe Verdi contestata a Piacenza dai "tifosi" ma l'allestimento veramente top

Magnifica Forza del destino

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 21 Gennaio 2019

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più aberranti maledizioni ho avuto la netta sensazione di essermi trovato davanti ad una rappresentazione degna delle più grandi Fondazioni Lirico-sinfoniche; ed invece eravamo a Piacenza, in un Teatro cosiddetto di provincia, ma una provincia, una Amministrazione Comunale, molto attenti e lungimiranti nei confronti della Cultura e della tradizione melodrammatica italiana: sta di fatto che questa produzione della Fondazione Teatri di Piacenza in coproduzione con il Teatro Comunale Pavarotti di Modena e la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, può essere annoverata nell'olimpo delle visioni tanto essenziali quanto efficaci che sanno recuperare integralmente il dolce nettare di un frutto denso di sapore e nutrimento.
Un'arancia sugosa può essere definita quest'opera, che assume la veste di un grande romanzo di appendice in cui tutto sembra relegato al superfluo, all'assurdo ed al gratuito per mezzo di una sequenza scenica apparentemente non lineare e fluida, ma al contempo modellatrice di una salda visione d'insieme come una grande cornice in cui il destino disegna la sua pittura.
Ciò che sembra superfluo diventa nucleo centrale della vicenda e non impedisce lo scioglimento del nodo drammatico che un tempo sarebbe stato materia essenziale del compositore; vi è pienezza di vita in questa visione teatrale di Verdi in cui il tragico non esclude il comico, l'umoristico ed il superstizioso vanno a braccetto con il religioso fino al grottesco che si intreccia con il profano. Vi sono dentro anche tutti i temi tanto cari al compositore: amore filiale, amicizia, vendetta, orrore della guerra e pregiudizio, ma anche l'elemento passionale che non cede mai di intensità sino alle ultime parole dei due innamorati.

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Anche lo studioso Massimo Mila si dovette arrendere alla grandiosità di ques'opera in cui l'unità d'insieme è data proprio da quella innata capacità di Verdi di tradrre il dramma in termini squisitamente musicali: «... non è dispersiva, ma al contrario risponde al proposito di immergere i personaggi entro un ambiente reale, e di sottolineare, per l'appunto, la forza imperscrutabile del destino, che in un mondo tanto grande, pullulante d'immense folle popolari, si diverte a ricongiungere quelle tre creature, Leonora, don Carlo e don Alvaro, tre aghi in un pagliaio, per travolgerle verso il tragico destino.»
Mutua così anche la visione del regista Italo Nunziata che declina tutta la regia all'essenzialità di una grande cornice che riempe il palcoscenico, con didascaliche pitture di Hannu Palosuo, pochi ed essenziali elementi scenici curati da Emanuele Sinisi, ottimi costumi di Simona Morresi ed eleganti luci di Fiammetta Balsisserri. Lo stesso Nunziata inizia le sue note di regie con una frase di Dag Hammarskjold: «... non ci è data di scegliere la cornice del nostro destino, ma cio che vi mettiamo dentro è nostro...» ed aggiungerei questo aforisma di Henri Bergson: «Il cervello non determina il pensiero, come la cornice non determina il quadro
E' proprio la sensazione che ho avuto nel guardare ed ammirare quest'opera: la cornice c'era ed era l'elemento principale dello spazio scenico che mano a mano si riempiva di tutto ciò che Francesco Maria Piave prima e Antonio Ghislanzoni poi hanno voluto tradurre dal dramma di Angel Perez de Saavedra Don Alvaro o La fuerza del sino; ma c'era qualcosa oltre... il quadro non era determinato e delimitato solo da essa, vi era molto di più: la musica, i debutti di interpreti straordinari, la lungimiranza di un direttore artistico impersonato da Cristina Ferrari e una unità di intenti di rara intensità; ingredienti indispensabili, ma non sempre scontati.
Musicalmente l'approccio del M° Francesco Ivan Ciampa ha preso la direzione della cura maniacale del suono e dell'ottimale interazione con il palcoscenico; le dinamiche oscillano tra il pianissimo ed il roboante, trasportando l'ascoltatore in un turbinio di sensazioni e di emozioni; la sinfonia è stata pennellata con colori a tinte pastello "sporcate" dalle intrusioni del movimento delle terzine che alludono al tema del Destino per poi dirigersi verso i temi spianati e cantabili di Leonora ed Alvaro; tutto sempre dettato da grande fluidità e con una mano che accompagna il suono e lo dirige verso le mete più elevate dell'animo umano. Ulteriore pregio di questa produzione è stata la scelta musicale di eseguire l'opera per intero senza le mutilazioni cui spesso questo spartito è vittima.
Seguirò l'ordine del libretto di sala per gli interpreti vocali.
Sicuro e perentorio Mattia Denti nel ruolo del Marchese di Calatrava che sfoggia un'emissione solida e nitida.
Al debutto nel ruolo il soprano Anna Pirozzi trova con la sua voce tutte le sfumature di Donna Leonora; l'incertezza e la pusillanimità caratteriali del primo atto si evidenziano con un canto sofferto e quasi patetico per evolvere verso un'apertura a respiri più lirici nel secondo atto di Madre, pietosa Vergine, passando per la disperazione e la determinazione del grande duetto con il Padre guardiano con l'epilogo mistico de La Vergine degli angeli e concludendo con la drammaticità del quarto dove trova l'apoteosi del consenso del pubblico che la convince a concedere il bis di Pace mio Dio; un'artista che riesce a trovare con l'ottima tecnica acquisita le giuste emozioni da dare al personaggio che interpreta e che con la scelta di questo ruolo dimostra di potersi annoverare tra le artiste che fanno oggi del Teatro d'opera un vanto italiano nel mondo.

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Don Carlo di Vargas è stato il personaggio che più ha sentito il peso della difficoltà del ruolo ed una domenica non proprio al pieno della forma ha reso la prestazione del baritono Kiril Manolov non ottimale; non mi interessa cavillare sul particolare per due motivi: il primo risiede nel fatto che sempre più noto una certa maleducazione del pubblico che disturba scattando foto con flash durante i momenti più intimi e che applaude sempre e comunque senza mai dare la soddisfazione di sentire esaurirsi nell'aere l'eco dell'ultimo suono orchestrale; tale maleducazione si acuisce poi verso quegli interpreti che in palese difficoltà vengono "aggrediti" con buuuh! ed urla che nulla hanno a che fare con il rispetto per l'artista e per un Teatro che si impegna in operazioni così importanti; credo fermamente che non applaudire sia già un modo per dimostrare in modo significativo il "non apprezzamento"; quando poi, a detta di molti nel foyer del Teatro, questi dissensi sonori sembravano provenire da melomani - che non vuol dire sempre intenditori d'opera, ma indica talvolta solo "tifosi" e campanilisti - delle città limitofe, ecco che tutto perde di valore e può essere etichettato semplicemente col nome di maleducazione e cattivo gusto che purtroppo oggi sembrano dilagare anche nelle sale dei Teatri. Secondo motivo per cui non vado oltre deriva dal fatto che da cronache veritiere e di fonte sicura si racconta di un musicista che alla "prima" di due giorni antecedenti aveva risolto con bravura ed eleganza il difficile ruolo del figlio Calatrava il che potrebbe quindi significare che il momento di defaillance fosse dovuto ad un'indisposizione ancorché non annunciata; ho ammirato comunque l'eleganza sul palcoscenico e, ove la voce lo concedeva, ampi spazi di cantabilità e di sicura gestione del legato.
Don Alvaro vede il debutto del tenore romano Luciano Ganci che definirei uomo dalla voce luminosa il cui timbro di rara bellezza accarezza lo spartito in tutta la sua impervietà: un veloce primo atto dove si affrontano tutte le difficoltà di cui Verdi era artefice, una grande pausa di silenzio nel secondo e poi via dritti sino alla fine con una tenacia ed una cura del suono certosina. Il tenore Ganci non si concede nessuno sconto e non vuole deludere il pubblico nel restituire la lucentezza del suo smalto vocale, cui si accompagna un legato da manuale ed una partecipazione scenica di tutto rispetto; siamo solo al debutto ed i risultati sono corroboranti; vorrei risentirlo dopo una maturazione che solo il tempo potrà dare... mi pregusto già la scena.
Spigliata e canzonatoria al punto giusto la Preziosilla di Judit Cutasi con omogeneità di suono e accento ficcante.
Marko Mimica è stato un elegiaco e ieratico Padre Guardiano smitizzando il ruolo affidato solitamente ad un interprete canuto; ha valorizzato le sue pagine con un canto morbido e legato conferendo al rigo musicale la solennità che richiede proprio quella resa.
Fra Melitone per voce di Marco Filippo Romano è risultato un personaggio buffo e a tratti grottesco, ma mai sopra le righe e ben misurato; basti pensare che per questo ruolo lo stesso Verdi aveva le idee molto chiare.: egli infatti si rivolse al baritono Achille De Bassini  per il quale espresse queste parole: «Io ho una parte per te, se la vorrai accettare, buffa, graziosissima, ed è quella di Fra Melitone. Ti starà a pennello e io l'ho quasi identificata nella tua persona.»: un personaggio dunque che stava molto a cuore al compositore e che l'arte e la giusta vocalità dell'interprete siciliano hanno fatto sì che emergesse in maniera elegante senza mai sconfinare nel cattivo gusto. Incisivo quando serviva e raffinatamente sornione in altri momenti con suono sempre bene a fuoco e dizione ineccepibile.
Cinzia Chirarini (Curra), Juliusz Loranzi (Un alcade ed Un chirurgo) completavano egregiamente in cast assieme ad uno strepitoso Marcello Nardis nei panni di Mastro Trabucco che ha risolto il personaggio facendo emergere le sue caratteristiche con spigliata ars scenica e canora.
Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato e diretto dal M° Corrado Casati ha restituito la giusta dimensione cosmica per delineare afflati di gioia, di spensieratezza e gesti di solenne religiosità; la compattezza del suono è stato il comune denominatore per affrontare le multiformi sfaccettature che assieme a tutto il resto sono state il riempimento di quella grande cornice imperante sulle scene.
Il pubblico, quello educato, è stato unanime nel decretare il pieno successo di una produzione che nella sua essenzialità racchiude elegante immediatezza.

Crediti fotografici: Foto Cravedi per il Teatro Municipale di Piacenza
Nella miniatura in alto: il regista Italo Nunziata






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