Pubblicato il 02 Maggio 2026
Il Maggio fiorentino festeggia con riconoscenza e affetto il compleanno del ''suo'' direttore Zubin Mehta
La Nona per un novantennale servizio di Nicola Barsanti

20260502_Fi_00_BeethovenSinfonia9-ZubinMehtaFIRENZE – C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Zubin Mehta scelga di celebrare il proprio novantesimo compleanno sul podio del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, l’istituzione con la quale ha costruito un legame artistico e umano lungo oltre sessant’anni. La Sala Grande, gremita in ogni ordine di posti, accoglie il Maestro con un entusiasmo che trascende il consueto tributo all’interprete e assume i contorni di una vera e propria manifestazione d’affetto verso una figura che ha contribuito in maniera decisiva alla storia e all’identità del Maggio Fiorentino.
La scelta della Sinfonia n. 9 in Re minore op. 125 di Ludwig van Beethoven appare particolarmente significativa. Ultimo capolavoro sinfonico del compositore di Bonn, la “Corale” rappresenta una delle più alte espressioni dell’ideale umanistico europeo, affidando alla musica e alla parola il messaggio universale di fratellanza e pace contenuto nell' Ode an die Freude di Friedrich Schiller. Un messaggio che il direttore ha più volte dichiarato di sentire profondamente suo e che, nella serata fiorentina, assume un valore ancora più intenso.
Fin dalle enigmatiche battute iniziali del primo movimento emerge una lettura che rifugge ogni monumentalità esteriore per privilegiare la chiarezza del discorso musicale e la solidità dell’impianto architettonico. Mehta affronta la partitura con quella naturale autorevolezza che nasce da una frequentazione lunga una vita, costruendo l’intero percorso sinfonico attraverso un sapiente equilibrio tra tensione drammatica e controllo formale. I tempi sono generalmente ampi, ma mai dilatati; la pulsazione interna rimane costantemente viva e consente alla struttura monumentale dell’opera di dispiegarsi con assoluta coerenza.

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L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino risponde con evidente partecipazione, offrendo una prova di grande compattezza e maturità. Gli archi si distinguono per omogeneità e ricchezza timbrica, mentre le sezioni dei legni e degli ottoni contribuiscono a delineare con precisione le molteplici sfumature della scrittura beethoveniana. Lo Scherzo beneficia di un’eccellente tenuta ritmica e di una notevole precisione d’insieme, con accenti incisivi ma sempre controllati. Nel celebre Adagio molto e cantabile, il direttore raggiunge probabilmente il vertice della propria interpretazione: il fraseggio si distende con nobile semplicità, evitando qualsiasi concessione sentimentale e lasciando emergere la dimensione contemplativa della pagina attraverso una cantabilità di rara naturalezza.
Il Finale viene costruito con straordinario senso narrativo: dopo il drammatico recitativo orchestrale iniziale, il progressivo emergere del tema dell' Inno alla gioia trova una realizzazione di grande efficacia, sostenuta da una gestione impeccabile delle masse sonore e da una costante attenzione agli equilibri tra orchestra, coro e solisti. La grandiosa architettura conclusiva si sviluppa con logica stringente e crescente tensione emotiva, fino a un epilogo di travolgente forza comunicativa.
Di eccellente livello il contributo del Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato dal maestro Lorenzo Fratini, autentico protagonista del movimento conclusivo. La compagine corale si distingue per compattezza timbrica, equilibrio tra le sezioni e precisione d’intonazione, affrontando con sicurezza una scrittura tra le più impegnative dell’intero repertorio sinfonico-corale. Particolarmente apprezzabile la capacità di mantenere chiarezza della parola e trasparenza sonora anche nei momenti di maggiore densità orchestrale.
Ben assortito il quartetto vocale. Jessica Pratt conferma le qualità che ne fanno una delle interpreti più apprezzate del panorama internazionale: la linea vocale, luminosa e perfettamente sostenuta, si distingue per purezza d’emissione, precisione d’intonazione e naturale proiezione nel registro acuto. Pur nel limitato spazio affidato al soprano all’interno della partitura, l’artista riesce a imprimere personalità e nobiltà al proprio intervento, emergendo con eleganza dal tessuto orchestrale e corale.
Particolarmente convincente Simon Lim, la cui voce morbida, avvolgente e omogenea conferisce piena autorevolezza all’apertura della sezione cantata del Finale. Il fraseggio misurato e la saldezza dell’emissione permettono al basso di affrontare con notevole efficacia il celebre recitativo introduttivo, restituendone tutta la forza espressiva senza mai indulgere nell’enfasi. Ottimo anche il contributo del mezzosoprano Szilvia Vörös, apprezzabile per la qualità del timbro e la solidità della linea vocale, mentre Bernard Richter affronta con sicurezza una scrittura tenorile particolarmente esposta e impegnativa, distinguendosi soprattutto nella celebre Marcia per incisività e tenuta
Al termine dell’esecuzione, il pubblico tributa al maestro Mehta una lunghissima e calorosa ovazione che assume il significato di un ringraziamento collettivo per un rapporto artistico che attraversa più generazioni. La serata si conclude con un momento particolarmente emozionante quando il sindaco di Firenze, Sara Funaro, sale sul palcoscenico per consegnare a Zubin Mehta una Bacchetta d’Oro, riconoscimento simbolico che celebra non soltanto una carriera straordinaria sui più prestigiosi podi internazionali, ma soprattutto il legame profondo e indissolubile che unisce il direttore alla città di Firenze e al suo Teatro.

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Più che un concerto, una festa della musica e per la musica. In una serata carica di significati artistici e umani, la Nona Sinfonia di Beethoven si rivela il veicolo ideale per celebrare un musicista che continua a rappresentare un punto di riferimento assoluto nel panorama musicale internazionale.
Il messaggio di fratellanza universale affidato alle ultime pagine della partitura beethoveniana diviene così il suggello perfetto di un compleanno che Firenze trasforma in un omaggio affettuoso e riconoscente a uno dei protagonisti più importanti della propria storia culturale.
(La recensione si riferisce alla serata di mercoledì 29 aprile 2026)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Maggio Musicale Fiorentino e Nicola Barsanti
Nella miniatura in alto e sotto, in sequenza: il maestro Zubin Mehta durante il concerto del suo novantesimo compleanno sul podio di Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino





Pubblicato il 01 Maggio 2026
L'Orchestra a Plettro ''Gino Neri'' protagonista di un ottimo concerto per Ferrara Musica
Il mandolino nella storia della musica servizio di Edoardo Farina

20250501_Fe_00_MandolinoNellaStoriaDellaMusica_PierclaudioFeiFERRARA - La programmazione invernale 2025 – primaverile 2026 di “Ferrara Musica al Ridotto” - Giovani interpreti e rare occasioni d’ascolto attraverso l’organizzazione artistica di Dario Favretti autore anche delle varie ed esaustive note di sala allegate a ogni concerto presso la sala Stemma del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, ha visto nello svolgimento della sola prima parte dal mese di ottobre al 21 dicembre ben quindici concerti, più altri ventisette dall’inizio del nuovo anno al mese di maggio a venire, dove il 27 aprile, tra i più attesi in cartellone l’Ensemble dell’Orchestra a plettro Gino Neri ha proposto un programma dedicato unicamente al mandolino collocato cronologicamente nella storia della musica, diretto dal M° Pierclaudio Fei. Poliedrico musicista nato a Firenze nel 1966, diplomatosi in violino nel 1988 con Massimo Nesi presso il Conservatorio “G.Frescobaldi” di Ferrara, ha conseguito successivamente il Diploma di viola studiando con Julie Shepherd al Conservatorio “F.Morlacchi” di Perugia e inoltre sotto la guida di Alessio Barsotti, il Diploma in Trombone al Conservatorio “P.Mascagni” di Livorno nel 1998. Direttore della formazione cameristica ferrarese da diverso tempo, alternandosi al M° Francesco Zamorani ed entrambi titolari per quanto concerne la direzione dell’Orchestra al completo e successori del M° Stefano Squarzina, ricoprono un posto di grande importanza sia per la longevità del complesso musicale che per le particolarità del suo organico e per l’ampiezza del repertorio.
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Tra i diversi nominativi appartenenti alla “classica” locale, non poteva mancare il prestigioso ensemble costituitosi all’interno della medesima Orchestra fondata nel 1898, vincitrice di numerosi concorsi internazionali, attiva in tutta Europa, America e Giappone, con l’incisione di diversi cd e dvd, rappresentando l’emanazione della stessa, ma con intenti nelle scelte musicali del tutto diverse da quest’ultima. Se da una parte il complesso maggiore si propone di divulgare opere lirico-sinfoniche più tradizionali, dall’altra quello cameristico, tende a valorizzarne le originali per strumenti a plettro con particolare interesse ai musicisti contemporanei attuali. Composto da circa venti elementi scelti, spazia dalla musica antica ai nostri giorni grazie anche all’abilità e al prezioso contributo di revisione e trascrizione delle partiture a cura di alcuni componenti del gruppo, non tralasciando autori e inediti dell’Ottocento spesso in prima esecuzione assoluta in epoca moderna. L’organico, per tipologia di strumenti è attualmente formato dall’intera famiglia del “plettri” sulla base della tripartizione classica mutuata dagli “archi” con la triade “mandolino-mandola-mandoloncello”, annoverando anche altri strumenti meno noti e diffusi quali i mandolini quartini, le mandole contralto, nonché il più classico contrabbasso ad arco. Ospite al Ridotto de l’“Abbado” per la terza volta nell’arco di un anno, dopo il concerto del 23 aprile 2025 ove ne sono state proposte unicamente le opere per mandolino di Antonio Vivaldi e Oltre i silenzi. Dedicato a Giordano Tunioli direttore a suo tempo anche del prestigioso sodalizio ferrarese a un anno dalla scomparsa nell’appuntamento dell’8 ottobre scorso, ne ha caratterizzato il sold out grazie a una scelta insolita e assai accattivante, avente come protagonisti ben quattro solisti nella loro forma didascalica in una forma di repertorio dalle origini ai contemporanei.         
“Il mandolino nella storia della musica”: un programma con l’intento di esplorare le diverse anime del plettro iniziando da Piccolo Mondo Antico di Squarzina (1966-*), che nel corso dei numerosi anni di attività in qualità di direttore e compositore, ha scritto molteplici capolavori tra cui questa antologia omonima alla novella letteraria del Fogazzaro edita nel 1895, collocandosi in una sorta di ricostruzione non filologica attraverso il cosiddetto “falso storico” in una pagina evocativa intendendo richiamare atmosfere intimiste tipiche del Rinascimento italiano. Quindi i tempi delle danze componenti la suite, “Intrada, Corteggio delle Dame, Balletto, Canto dello Innamorato (tratto liberamente dall’Aria Dido’s Lament da Didone ed Enea di Purcell), Finale” (ove presenti brevi stesure ampiamente mozartiane), si prestano fornirci una visione ove di antico in realtà ne cogliamo solo un determinato tipo di immaginario temporale riascoltando episodi che da un’attenta analisi stilistica nulla hanno a che vedere in realtà con la corretta scrittura modale, ma comunque di sorprendente effetto scenografico consentendoci di tornare indietro nei secoli passati ma ancora vivi, ricreando le suggestioni pittoresche dell’ambiente di una Ferrara del XVI secolo.

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Ricchissima la produzione del piccolo cordofono nell’ambito della musica barocca, non solo Vivaldi ne ha dedicato per l’appunto diversi concerti, ma alcuni “minori” quali Giuliano, Bardella, Cauciello e tra gli altri di “Scuola Napoletana”, Carlo Cecere in primis (1706-1761) qui nell’esecuzione del Concerto originale per mandolini, due violini in La maggiore e basso continuo, affidato alla tastiera elettronica di Annarita Altavilla anziché al cembalo per problemi di posizionamento in sala; il giovane Nicola Marzanati, proveniente dal conservatorio ferrarese nella classe di Anna Schivazappa, ha eseguito le parti con eccellente disinvoltura non risparmiandosi nella complessa cadenza solista come era in uso al  tempo ove in una scrittura agile, il mandolino solista dialoga costantemente con il tessuto orchestrale tra ripetizioni ribattute e brevi idee melodiche.
Il celebre terzo movimento Fandango dal Quintetto G448 di Luigi Boccherini (1743-1805), originariamente concepito per archi e chitarra, ha trovato nel solismo di Franco Sartori il perno di un'esecuzione destinata a riproporre l'energia della danza popolare spagnola con i suoi tipici accelerando ritmici, caratterizzato anche dall’uso delle nacchere. Già prima chitarra nell’Orchestra, annoverato tra i migliori allievi della allora cattedra di Roberto Frosali nel medesimo conservatorio cittadino, specializzatosi in seguito all’”Accademia Musicale Chigiana” di Siena con Oscar Ghiglia, ha dimostrato fervore e ampio dinamismo in una difficile pagina, supportato dal mandoloncello di Andrea Corli per un eccellente sinergia perfettamente riuscita.

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Considerando le origini del mandolino, occorre ricordare che con la morte del compositore ed esecutore Bartolomeo Bortolazzi (1772-1820), la passione verso lo strumento andò diminuendo relegandolo a un uso puramente popolare diffondendosi in seguito lo stereotipo dell’essere “adatto solo a suonare canzoni napoletane”; non disponendo di una tradizione “romantica”, i mandolinisti colti di allora furono costretti a interpretare trascrizioni da brani sinfonici e operistici, anche se prima ancora importanti compositori dedicarono al mandolino diversi trattati, non tanto Mozart che fatta eccezione per l’inserimento nella Serenata del Don Giovanni lo considerava “volgare” al pari della chitarra, quanto Beethoven scrivendone quattro concerti solisti con il supporto armonico del pianoforte. Negli ultimi decenni l'interesse per gli strumenti a plettro e per la loro letteratura si è affermato con insospettata rapidità dopo l'eclissi subita nella prima metà dell'Ottocento e la successiva rinascita, determinata dapprima dai compositori italiani quali Calice, Munier, Manente, Guindani e poi dagli appartenenti alla cosiddetta “Scuola Tedesca” quali Hermann Ambrosius, Kurt Schwaen e Hans Gal. In tutta Europa, nacquero spontaneamente vere e proprie “orchestrine” a plettro e a pizzico formate da cordofoni utilizzati per i registri acuti, medi e gravi che ne ampliarono l’estensione e la gamma sonora, ritrovando così una seconda affermazione varcando tra l’altro l’Atlantico con i migranti italiani; famosi liutai ne perfezionarono la tecnica costruttiva e grandi concertisti ne pubblicarono moderni metodi di studio. Anche la chitarra, che in parte aveva seguito la medesima sorte, trovò un importantissimo ruolo in questa nuova realtà soprattutto dopo la didattica di Andrés Segovia a seguito dello svolgimento dei suoi corsi in Italia verso gli anni Cinquanta del Novecento.                        
Proseguo di programma ove la letteratura tardo-romantica è stata rappresentata dal Valzer fantastico di Enrico Marucelli (1877-1907), un brano di grande coinvolgimento tecnico e brillantezza esecutiva e dalla Danza spagnola di Raffaele Calace (1863-1934), opera significativa di un autore che trasformò il mandolino in uno strumento di dignità solistica accademica, sfruttandone appieno le possibilità timbriche. Appartenente il primo agli ultimi fiorentini della sua corrente sul finire dell’Ottocento, dalle cronache del tempo, grazie alle riscoperte recentemente effettuate da Luca Marco Nistri, Cecilia Cividini e Carlo Alberto Bacilieri, emergono elementi importanti circa l’affermazione del mandolino nella Firenze post-capitale, autentico vivaio intellettuale, attraverso soprattutto opere a volte molto diverse tra loro, approdando a un risultato estremamente insolito, rivestendo carattere monografico ponendosi sotto il comune denominatore artistico della musica colta scritta dopo l’Unità d’Italia. La progressiva divulgazione del “plettro” sollecitò molti musicisti provenienti dalla fine dello stesso periodo a dedicargli numerose composizioni, tratte da autentici pionieri inerenti la letteratura fiorentina posta a cavallo tra il secolo romantico e il successivo, rappresentando una forma di attenzione inedita  confermando un’adesione al dialogo dell’antico e del moderno a sostegno di una  forte identità degli strumenti a quattro ordini di cori che oggi trovano una progressiva affermazione anche in ambito accademico con l’attivazione di atenei per l’insegnamento nei conservatori; collocati in un’area propria e autonoma, i “plettri” hanno oggi raggiunto una dimensione di rispetto in ambito europeo e, a partire dal secolo scorso, anche negli Stati Uniti e in Giappone dove risultano essere assai apprezzati forse più che nel nostro Paese. Il concerto del Ridotto ha quindi virato su sonorità swing e popolari con Antonio Stragapede, originale chitarrista e mandolinista pugliese. Nel corso della sua carriera musicale ha stretto collaborazioni con artisti e formazioni di differenti generi musicali, dal jazz alla musica popolare, alla musica classica, testimoniate da una intensa attività concertistica e decine di registrazioni discografiche. Impegnato nel Mandolin Boogie di Arthur Smith (1921-2014) - trascinante brano di derivazione country in grado di provare la velocità del plettro anche su strutture blues e rock-roll allo stesso tempo, ci ha regalato un’esecuzione divertentissima al mandolino elettrico amplificato e con effetti, in diverse battute senza l’ausilio del direttore, entusiasmando anche per la mimica e il modo di porsi alla “Chicago 1930”, come un nostalgico bluesman di ritorno dal “nuovo mondo”… per concludere con Autumn Leaves di Joseph Kosma (1905-1969) in uno standard jazz riletto in una dimensione acustica di grande lirismo malinconico. Chiusura di “sipario” con le variegate Danze del giovane compositore veneto Alessio Manega (1990-*), brano strutturato in vari episodi ove contenute tutte le forme più note della storia della musica, dal country, al jazz, alla musica folklorica, celtica new age minimalista, con ampia parte al clavicembalo ove ne sono stati riconosciuti addirittura stilemi tardo rinascimentali attribuiti a Monteverdi, opera interpretata dall’ultimo mandolino solista, Emanuele Cappellotto. Frequentato il corso tenuto da Ugo Orlandi presso il Conservatorio “C. Pollini” di Padova, diplomandosi nel 2002 con il massimo dei voti, ne ha offerto nella compagine ferrarese una prospettiva contemporanea su una versatilità eccentrica e al tempo stesso melodica, dimostrando un estro oserei dire davvero “pirotecnico” per via della capacità di adeguare ritmi e sonorità estremamente variegate spesso dissonanti, tonali-atonali con continui cambi di accenti e intenti, mettendo felicemente a dura prova l’ensemble stesso. Perfetta padronanza da parte di tutti i solisti qui ingaggiati e dalla precisa intesa, dotati di capacità artistiche encomiabili nonostante i difficili virtuosismi comuni nelle stesure proposte, supportati dal gesto plastico e determinato di Fei in grado di rapportare la piccola “Gino Neri” alla giusta coordinazione orchestrale, ne hanno prodotto straordinaria brillantezza esecutiva, solarità e piacevolezza. Dotati inoltre di presenza scenica e tecnica idonea all’espressione musicalmente richiesta, hanno contribuito a rendere l’esposizione convincente in questa “storia del mandolino” non tralasciando brevemente la chitarra nel Classicismo, senza alcuna pretesa realmente cronologica tra generi assai diversi e legati idealmente tra loro… …riuscendo a creare un indice di attenzione e gradimento molto elevato verso il pubblico numeroso in sala, come avviene regolarmente in tutte le altre date proposte al Ridotto sempre di altissimo livello, confermandosi ancora una volta una delle stagioni cameristiche nazionali più riuscite in assoluto.

Crediti fotografici: Massimo Grasso
Nella miniatura in altro e sotto a destra: il maestro Pierclaudio Fei sul podio della "Gino Neri"
Al centro: bella panoramica sull' Orchestra a Plettro
Sotto, in sequenza: diversi momenti dell' ottimo concerto per Ferrara Musica





Pubblicato il 31 Marzo 2026
I Concerti in Biblioteca del Circolo di Cultura Musicale Orchestra a Plettro ''Gino Neri''
Il Duo Metropolis nel salotto di Mozart e Beethoven servizio di Edoardo Farina

20260331_Fe_00_DuoMetropolis_PierclaudioFeiFERRARA - Il Circolo di Cultura Musicale dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” è sempre caratterizzato da un ricco calendario di eventi come oramai avviene da diversi anni, alcuni già realizzati altri da concretizzarsi tra il 2025-2026 quali, oltre la consueta attività concertistica, varie iniziative connesse alle conferenze e i pomeriggi musicali nella giornata del sabato presentati presso la sede di Via Darsena 57, riservati prevalentemente ai soci anche se l’accesso è comunque libero a chiunque voglia assistere. Nel salotto di Mozart e Beethoven – Dialoghi per violino e pianoforte, ha avuto come protagonista Pierclaudio Fei e Annarita Altavilla, dal sold out il 28 marzo per il piacevole loro nuovo repertorio correlato al Classicismo viennese nelle note del Duo Metropolis, che non avendo nulla a che fare con il film futurista del 1927 di Fritz Lang, sono riusciti a portarci in un’epoca mondana e salottiera dove il tema dell’intrattenimento conviviale e cameristico è emerso nelle sue forme eloquenti di massimo splendore e brillantezza. Pierclaudio Fei nato a Firenze nel 1966, diplomatosi in Violino nel 1988 con Massimo Nesi presso il Conservatorio di Ferrara, ha successivamente conseguito il Diploma in Viola nel 1996 studiando con Julie Shepherd al Conservatorio di Perugia e, sotto la guida di Alessio Barsotti, il Diploma in Trombone nel 1998 al Conservatorio di Livorno. Trasferitosi dal 2012 a Ferrara e Direttore della medesima orchestra a plettro (alternandosi a Francesco Zamorani) ha spostato nella città rinascimentale gran parte della sua attività dando vita dal 2020 al progetto Accadde in Italia, una ricerca che nell’ambito storico dall’anno Mille al Settecento esplora origine ed evoluzione degli strumenti ad arco approcciando Ribeca, Viella, Viola da Braccio e Violino Barocco e Classico ove l’interesse per le loro rispettive possibilità tecniche ed espressive ha dato luce a numerosi brani originali.

20260331_Fe_01_DuoMetropolis_PierclaudioFei 20260331_Fe_02_DuoMetropolis_PierclaudioFeiAnnaritaAltavilla

Annarita Altavilla nata a Bari nel 1996, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di cinque anni privatamente per poi proseguire gli studi presso il Conservatorio della sua città dal 2009 sotto la guida di Damiana Sallustio diplomandosi nel 2018 e laureandosi nel Biennio di Pianoforte a indirizzo didattico nel 2022 con il massimo dei voti. Nel 2021 ha concluso, presso l’Università di Ferrara, gli studi per il conseguimento del Corso di perfezionamento in “Musica e Musicoterapia in Neurologia”, mentre dal 2024 insegna presso la scuola secondaria di I grado, Istituto Comprensivo Don Chendi di Tresigallo. Vincitrice di numerosi concorsi internazionali classificandosi il Primo Premio assoluto, parallelamente al conservatorio e docenza, continua a sviluppare e ad approfondire lo studio dello strumento seguendo le lezioni di Roberto Cappello nelle Masterclass di Pianoforte nel 2017 a Gallipoli e nel 2019 ad Alba. Sotto forma di tre quadri didascalici, l’apertura di programma è stata affidata alla Sonata in Mi minore n.4 K304 di Mozart scritta a Parigi nel 1778 nei soli Allegro e Tempo di Minuetto poco dopo la morte della madre Anna Maria Pertl, generando, come riportato nelle suggestioni di ascolto chiaramente narrate dalla presentatrice Ester Brina, “L’intimo Dolore“ - in una musica interiore, un modo di elaborare il sentimento già nel primo tempo attraverso la sofferenza del distacco e nel secondo il languore del ricordo ove c’è la luce della speranza, esprimendo  un momento assai difficile della vita del genio di Salisburgo. Si tratta di un capolavoro, per il linguaggio efficace in una struttura di classica perfezione ove l'introduzione propone il tema esposto dai due strumenti all'unisono con fare mesto e triste chiudendosi con brevi incisi dal tono perentorio che ne sanciscono l'ineluttabilità. Il tema dal carattere fortemente espressivo viene esposto diventando di coinvolgente malinconia mentre il fortepiano per cui la pagina è originariamente concepita, sull'ultima lunga nota del violino ne accenna gli ulteriori sviluppi. Insieme ad altre cinque sonate, la K304 fu subito pubblicata dal noto editore parigino Sieber, presentando una struttura quanto mai semplice e lineare in una rassegnata malinconia, dove non mancano screziature contrappuntistiche con alcune accentuazioni drammatiche. Risalta poi in tutta la sua purezza melodica una frase musicale piena di fantasticheria romantica. Il tono elegiaco del minuetto - il motivo fondamentale si ripete tre volte - anticipa l'affettuosa intimità del canto tipicamente dal carattere schubertiano, secondo una valutazione che trova concordi gli studiosi della musica di Mozart.
“La corte perfetta” – il racconto di una giornata in una sfarzosa dimora settecentesca ne è la metafora del primo tempo, una corsa tra i prati di un giardino all’italiana per giungere al secondo in un canto del corteggio galante sino al terzo del ballo a corte, descritta ancora da Mozart nella Sonata in Fa Maggiore no.7 K376 nell’Allegro, Andante, Rondò - Allegretto grazioso, composta a Vienna tra l’aprile e il luglio del 1781, anno per lui molto importante. Il suo Idomeneo viene eseguito a Monaco il 29 gennaio con trionfale successo ma di lì a poco Hieronymus von Colloredo, Principe-Arcivescovo di Salisburgo, noto soprattutto in quanto fu protettore e suo subordinato nominandolo al posto retribuito di organista di corte nel 1779 e membro della Massoneria,  a causa del loro rapporto compromesso da forti incomprensioni, portò a considerarlo un semplice servitore culminando con la rottura definitiva proprio nel 1781, ordinandogli di partire per la capitale austriaca. Vienna un po' alla volta sarà conquistata da Mozart, che si presenta come pianista e compositore attirando su di sé le attenzioni dell'aristocrazia e l'interesse particolare del conte Gottfried van Swieten. È quest'ultimo che in un certo senso orienta il musicista verso un contatto più diretto con la musica barocca e i risultati si vedono in vari lavori scritti ancora fra il 1781 e il 1782. Il periodo viennese è fra i più intensi e nell'insieme le sonate scritte in questi anni possono considerarsi non solo tra le sue più belle, ma tra le più significative di tutto il repertorio violinistico, per l'equilibrio raggiunto tra i due strumenti, essenza musicale e virtuosismo, felicemente compenetrati con eccezionale fantasia. Infatti, il maestro salisburghese, appena giunto, sentì il bisogno di imporsi al raffinato pubblico e lo fece da par suo, in una maniera brillante e ingegnosa. La Sonata K. 376 qui eseguita si raccomanda in primo luogo per la bellezza delle sue idee, aprendosi con un delizioso Allegro; il primo tema viene proposto dal pianoforte nella parte iniziale e dal violino nella seguente con una diversa caratterizzazione creata prevalentemente dalle note ribattute. Il secondo tema, in Do maggiore, si distacca per il maggior interesse contrappuntistico iniziale ma subito ritrova una limpida e felice leggerezza. Una breve zona di sviluppo, che si serve di due elementi della prima idea, il gruppetto e le note ribattute, porta alla ripresa regolare alla quale segue una breve coda, sempre tematica. L'Andante centrale è una pagina incantevole in Si bemolle maggiore: in un fluire di linee e di intarsi, tra fioriture e trilli, la melodia cresce con estrema spontaneità dai due strumenti in assoluta armonia. Il finale è nella tonalità di imposto, molto ricco e articolato dallo spirito giocoso e raffinata raffinatezza compositiva, è di una esuberante freschezza, come del resto appaiono tutte le altre - (secondo le ricerche storico documentali del critico Renato Chiesa).  “Il sogno della vita” - in una musica reale e impalpabile, toccante ma sfuggente che tenta di riportare nella realtà la magia di un’enfasi. Dal primo tempo (Allegro), sognare la più bella delle melodie e al risveglio volerla ricantare ed elaborare all’infinito per passare al secondo tempo (Adagio molto espressivo), nel poetico confronto tra intensità e rarefazione, tra volere tirare fuori la propria passione o farla solo intuire. Terzo tempo (Scherzo - Allegro molto), un accenno di idea, il tempo di esporla per poi passare subito a un'altra. Infine, il quarto tempo (Rondò – Allegro molto) nel disincanto assoluto, il sapere che la bellezza è effimera e passeggera e per questo da vivere nel presente. Tutto ciò in analogie narrate e descritte in sala per meglio comprendere la “chiusura di sipario” con un’ultima sonata ma di Ludwig van Beethoven, la no. 5 op.24 in Fa maggiore La Primavera, la prima fornita di quattro tempi delle dieci per violino e pianoforte. Dedicata al conte Moritz von Fries, fu scritta tra il 1800 e l’anno successivo, pubblicata insieme alla Sonata in La minore op.23.

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Come per altre pubblicazioni («Aurora», ecc.) non è dato sapere a chi risalga la denominazione di Sonata «della Primavera» che ha avuto fortuna anche se in sostanza sono assenti elementi specifici ad avvalorare tale appellativo. Se essa vuole sottintendere serenità o senso gioioso della vita, altre musiche di Beethoven potrebbero meritarlo, la Sinfonia n.6 Pastorale in primis, soprattutto in questo periodo creativo ove la dialettica dei motivi non assume, in generale, la imponenza e l'impeto drammatico che saranno della Sonata «a Kreutzer», come afferma anche il musicologo Giorgio Graziosi. Dalla cantabilità solare, paesaggistica e descrittiva è uno dei brani preferiti del M° Fei che, come ama raccontare, iniziò a studiare violino proprio quando in età giovanile gli fu regalato un disco LP contenente la suddetta opera che volle imparare in una sorta di desiderio assoluto. Sogno oggi divenuto realtà per una interpretazione nello stile decisamente emozionale e romantico, avvalendosi per l’evento in corso di uno “Scaramelli” liutaio, del 2019, supportato, come tra l’altro nella lettura delle sonate precedenti, da un pianoforte verticale rivelatosi inaspettatamente con qualche lieve problema di intonazione.  Considerando che le sonorità degli strumenti in uso nei secoli passati nulla hanno a che vedere con quelle attuali, nell’Ottocento il rapporto tra il pianoforte e uno di tessitura acuta, così come poteva avvenire con uno grave quale il violoncello, poneva problemi compositivi particolarissimi e di difficile soluzione, in quanto il suono dell’arco veniva facilmente sovrastato da quello della tastiera, rimanendo in uso, anacronisticamente, il vecchio modo della Sonata per violino e basso continuo del secolo precedente. Ciò permise a suo tempo allo stesso Beethoven di muoversi con maggiore libertà di quella che non si sarebbe permesso con altre scritture, sentendo infatti fortemente il problema dei generi e cioè della continuità storica tra sé e il regresso. Il momento in cui operava, vedeva il trapasso dagli stilemi attuali alla dimensione della storia;  mentre allora la musica, tranne che in rare eccezioni, era stata un prodotto di consumo, destinato a cadere con la generazione che lo aveva creato, gli ultimi decenni del Settecento vedono infatti sorgere iniziative per la lettura di pagine desuete: a Londra viene fondato nel 1776 il “Concert of Ancient Music”  e a Vienna il barone van Swieten, protettore di Beethoven, fa eseguire musiche composte da almeno vent'anni appartenenti a Bach, Händel, Hasse. Beethoven operò quasi sempre in funzione non della moda presente, ma dei risultati remoti che egli riteneva più validi e avanzati, cercando di recuperare da una parte certi principi compositivi caduti in disuso e di esplorare dall'altra, sistematicamente, le possibilità linguistiche offerte dal sistema musicale, basato sulla scala temperata allora vigente da meno di un secolo. La sinergia del Duo Metropolis ancora una volta si è rinnovata nutrendosi prima di tutto di una profonda stima musicalmente reciproca, formidabili per interazione tecnica ma anche per identità di intenti e virtuosismo da parte di entrambi: Fei preciso, propositivo,  dal suono assai ricercato, in grado di fornire pianissimi e “crescendo” attraverso un “progressivo” dalle forme fortemente singolari, attraverso il più rilevante strumento ad arco si è riconfermato un ottimo e maturo interprete oltre che già valente direttore d’orchestra. Altavilla dotata di capacità dinamiche espressive, ha saputo coinvolgere con un tocco pianistico assai raffinato non deludendo certamente le aspettative, in possesso oramai dalle qualità artistiche oserei dire praticamente scontate. Pagine prescelte, assai note ma mai abbastanza, ci hanno consentito un piacevole ascolto temporale di oltre un’ora nell’esecuzione di capolavori tra i più interessanti appartenenti al pre e secolo romantico, nonostante l’utilizzo di una strumentazione ben lontana dal violino sette-ottocentesco e il fortepiano mozartiano-beethoveniano di allora, in un connubio però convincente e perfettamente riuscito.
(La recensione si riferisce al concerto di sabato 28 marzo 2026)

Crediti fotografici: Edoardo Farina
Nella miniatura in alto: il violinista
Pierclaudio Fei
Sotto, in sequenza: Pierclaudio Fei con la pianista Annarita Altavilla





Pubblicato il 18 Marzo 2026
Nel primo dei tre ''Family Concert'' il celebre violinista incanta un pubblico prevalentemente giovane
Uto Ughi fa il pienone servizio di Edoardo Farina

20260318_Fe_00_FamilyConcert_UtoUghiFERRARA - Dopo il clamoroso successo di Angelo Branduardi, ancora un atteso concerto domenica 15 marzo 2026 nell’ambito della stagione di Ferrara Musica del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, con il primo dei tre “Family Concert” alle ore 17,00 anziché le consuete 20,30, ove Uto Ughi, figura leggendaria del violinismo internazionale, si è esibito insieme all’Orchestra I Virtuosi Italiani in un appuntamento nato dalla volontà di abbattere le barriere tra la grande consuetudine colta e un interesse più giovanile,  offrendo un’esperienza d’ascolto di altissimo profilo in un’atmosfera conviviale e pomeridiana.
Biglietti esauriti da tempo per il felice ritorno nella città estense di Bruto Diodato Emilio, nato a Busto Arsizio nel 1944, a suo tempo enfant prodige avendo iniziato giovanissimo («6 - 7 anni» dice lui stesso) lo studio della musica e l'apprendimento delle tecniche violinistiche presso la scuola di musica “Giovanni Battista Pergolesi” di Varese sotto la guida di Ariodante Coggi, debuttando al Teatro Lirico di Milano imponendosi subito all'attenzione della critica e del pubblico come uno straordinario talento.

20260318_Fe_01_FamilyConcert_UtoUghi_phLudovicoGuglielmo


Annoverato tra i maggiori virtuosi del nostro tempo e tra i massimi esponenti e interpreti contemporanei, già a dodici anni veniva considerato un artista tecnicamente ed espressivamente maturo, erede di quella tradizione musicale che ha visto nascere e fiorire le prime grandi scuole violinistiche italiane, mostrando una strepitosa predisposizione esibendosi nei più importanti teatri del mondo e nei principali festival.
«... La musica è un linguaggio, che deve arrivare soprattutto ai più giovani - afferma Ughi - e alla carriera di esecutore, ho sempre accompagnato una forte propensione all’impegno sociale, soprattutto nella salvaguardia del patrimonio artistico nazionale e all’attenzione verso le nuove generazioni cercando di divulgare la “classica” per combatterne il suo decadimento.» Programma variegato tra barocco e primo classicismo fornendo dotte spiegazioni riguardo la tipologia e forme musicali, rivolto anche a chi del suo genere lo ignora facilmente e come spesso ripete «... la musica va ascoltata, non va capita …», alternando pagine di grande notorietà attraverso la scelta di una scaletta musicale cambiata improvvisamente addirittura poche ore prima dell’esecuzione con nuova e immediata stampa dei programmi di sala.
Considerando sempre che al vasto numero di spettatori, soprattutto se inesperto, piace solitamente ascoltare le opere conosciute non sapendone a volte l’appartenenza dell’autore, come il Concerto di Antonio Vivaldi Alla Rustica in Sol maggiore RV 151 eseguito in introduzione ovvero dalla sola orchestra, preannunciando la sua presenza subito dopo con il Concerto per violino, archi e basso continuo in La minore BWV 1041 di Johann Sebastian Bach, riuscendo a coinvolgere tramite una grande capacità narrativa e comunicativa semplice e comprensibile, dote che trapela non solo dall’archetto ma anche dalle sue parole, così come durante le varie dichiarazioni che non disdegna rilasciare … o come spesso avviene nel firmare autografi trattenendosi anche a lungo amichevolmente con i presenti nei foyer dei teatri in attesa o al termine della performance.
Tempo unico dalla durata complessiva di un’ora o poco più, ha proseguito con la Ciaccona in Sol minore per violino e orchestra d’archi di Tommaso Antonio Vitali, poi di nuovo orchestra sola per l’esecuzione della Sinfonia in Re maggiore n. 1 G 503 di Luigi Boccherini per concludere ufficialmente con il Preludio e Allegro in Mi minore di Fritz Kreisler, per violino e orchestra, nello stile del torinese Gaetano Pugnani appartenente anch’egli alla prima metà del XVIII secolo.
Esecuzione di grande pregio e interamente a memoria, nonostante qualche perdonabile cedimento riguardo l’intonazione dovuto inevitabilmente all’età, Uto Ughi non ha comunque deluso le aspettative dimostrando più che mai un dinamismo  connesso con una inossidabile forza, energia e capacità espressiva supportato da un celebre ensemble, formatosi nel 1989 spaziando dal rigore della prassi esecutiva del Settecento ai nuovi stilemi contemporanei e d’avanguardia, qui senza l’ausilio di un direttore ma avvalendosi solo del primo violino concertatore dal rigore e precisione assoluta, in una versione assai convincente nella lettura degli autori proposti.

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Anche se appartenente a una tecnica violinistica oramai sorpassata avendo subìto come tutti gli strumenti una ampia evoluzione nel corso dei decenni, occorre tenere presente e ricordare che a Ughi si deve il grande merito di avere portato inoltre la conoscenza della storia della musica ai primi neofiti italiani già a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando il mercato editoriale, radiotelevisivo, concertistico e discografico era rappresentato quasi esclusivamente da violinisti quali Piero Toso de I Solisti Veneti di Claudio Scimone, il giovane Giuliano Carmignola, Salvatore Accardo o la forte “alternativa” dell’americano di origine ebraica Yehudi Menuhin forse allora il migliore del mondo, come il russo David Fëdorovič Ojstrach.
E, nel concedere alcuni fuori programma, dialogando scherzosamente con la platea: «... Vorremmo eseguire un altro brano…ma abbiamo dimenticato le parti…anzi no… mi dicono di averle trovate proprio in questo momento!» racconta altri aneddoti e curiosità sempre dal tono amichevole e conviviale dalla bella presenza, spesso cercando violinisti in sala con cui instaurare un’eventuale ulteriore complicità, usando fare domande su «…cosa volete ascoltare adesso…» dalla falsa retorica in quanto alla fine sa perfettamente quanto di diverso intende ulteriormente suonare «…invece vi proponiamo…»
Chiusura di sipario con i tempi Largo da l’Inverno e il Presto da l’Estate tratti notoriamente dalle Quattro Stagioni di Vivaldi, il primo dall’interpretazione un po’ incerta, riscattandosi con il secondo eseguito in maniera molto più “pirotecnica”, per usare un termine un po’ azzardato, citando ampiamente le forme onomatopeiche, espressive e narrative a cui l’illustre compositore veneziano si è ispirato, intervallati dal celeberrimo Capriccio n. 24 di Paganini eseguito interamente da solista e dalla tecnica estremamente virtuosistica con variazioni di bravura.
Ricordo avere incontrato Uto Ughi diversi anni fa al termine di un concerto al Teatro Bonci di Cesena, presente una emittente televisiva ove un giornalista inesperto gli pose numerose domande probabilmente assai banali, tra cui quante ore studia al giorno o inerenti al numero e il valore dei violini posseduti, autentica impertinenza che nessun musicista gradirebbe confermare. Indispettito dalla tipologia dell’intervista, inveì rispondendo «…ma scusi, ma perché non mi chiede riguardo i problemi della musica in Italia e le scuole di insegnamento o le collocazioni dei giovani violinisti nelle orchestre sinfoniche, anziché queste sciocchezze!??» - alterandosi nervosamente chiudendo bruscamente l’incontro, forse rimasto a un tempo in cui effettivamente nel nostro Paese tale mancanza era molto più evidente rispetto oggi, situazione per fortuna decisamente evoluta.

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Solitamente utilizza un violino Guarneri del Gesù del 1744 dal suono caldo e timbro scuro, forse uno dei più belli esistenti e uno Stradivari del 1701 denominato “Kreutzer” in quanto appartenuto all’omonimo violinista a cui Beethoven ha dedicato la famosa Sonata n. 9 in La maggiore, molto spesso eseguita nelle sue scelte espositive… che se anche in parte oramai ampiamente discutibili riguardo tecnica e approccio, rimane annoverato a una figura indubbiamente carismatica, nota, affermata, degna di una tradizione conosciuta alla massa per via soprattutto del suo pregresso strepitoso e ancora di sicuro effetto, in grado di riempire immancabilmente qualsiasi teatro, dalle ovazioni acclamanti e sempre lunghissime.
(La recensione si riferisce al concerto di domenica 15 marzo 2026)

Crediti fotografici: Ludovico Guglielmo
Nella miniatura in alto e sotto: il violinista Uto Ughi durante il concerto a Ferrara






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L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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