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I Concerti in Biblioteca del Circolo di Cultura Musicale Orchestra a Plettro ''Gino Neri''

Il Duo Metropolis nel salotto di Mozart e Beethoven

servizio di Edoardo Farina

Pubblicato il 31 Marzo 2026

20260331_Fe_00_DuoMetropolis_PierclaudioFeiFERRARA - Il Circolo di Cultura Musicale dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” è sempre caratterizzato da un ricco calendario di eventi come oramai avviene da diversi anni, alcuni già realizzati altri da concretizzarsi tra il 2025-2026 quali, oltre la consueta attività concertistica, varie iniziative connesse alle conferenze e i pomeriggi musicali nella giornata del sabato presentati presso la sede di Via Darsena 57, riservati prevalentemente ai soci anche se l’accesso è comunque libero a chiunque voglia assistere. Nel salotto di Mozart e Beethoven – Dialoghi per violino e pianoforte, ha avuto come protagonista Pierclaudio Fei e Annarita Altavilla, dal sold out il 28 marzo per il piacevole loro nuovo repertorio correlato al Classicismo viennese nelle note del Duo Metropolis, che non avendo nulla a che fare con il film futurista del 1927 di Fritz Lang, sono riusciti a portarci in un’epoca mondana e salottiera dove il tema dell’intrattenimento conviviale e cameristico è emerso nelle sue forme eloquenti di massimo splendore e brillantezza. Pierclaudio Fei nato a Firenze nel 1966, diplomatosi in Violino nel 1988 con Massimo Nesi presso il Conservatorio di Ferrara, ha successivamente conseguito il Diploma in Viola nel 1996 studiando con Julie Shepherd al Conservatorio di Perugia e, sotto la guida di Alessio Barsotti, il Diploma in Trombone nel 1998 al Conservatorio di Livorno. Trasferitosi dal 2012 a Ferrara e Direttore della medesima orchestra a plettro (alternandosi a Francesco Zamorani) ha spostato nella città rinascimentale gran parte della sua attività dando vita dal 2020 al progetto Accadde in Italia, una ricerca che nell’ambito storico dall’anno Mille al Settecento esplora origine ed evoluzione degli strumenti ad arco approcciando Ribeca, Viella, Viola da Braccio e Violino Barocco e Classico ove l’interesse per le loro rispettive possibilità tecniche ed espressive ha dato luce a numerosi brani originali.

20260331_Fe_01_DuoMetropolis_PierclaudioFei 20260331_Fe_02_DuoMetropolis_PierclaudioFeiAnnaritaAltavilla

Annarita Altavilla nata a Bari nel 1996, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di cinque anni privatamente per poi proseguire gli studi presso il Conservatorio della sua città dal 2009 sotto la guida di Damiana Sallustio diplomandosi nel 2018 e laureandosi nel Biennio di Pianoforte a indirizzo didattico nel 2022 con il massimo dei voti. Nel 2021 ha concluso, presso l’Università di Ferrara, gli studi per il conseguimento del Corso di perfezionamento in “Musica e Musicoterapia in Neurologia”, mentre dal 2024 insegna presso la scuola secondaria di I grado, Istituto Comprensivo Don Chendi di Tresigallo. Vincitrice di numerosi concorsi internazionali classificandosi il Primo Premio assoluto, parallelamente al conservatorio e docenza, continua a sviluppare e ad approfondire lo studio dello strumento seguendo le lezioni di Roberto Cappello nelle Masterclass di Pianoforte nel 2017 a Gallipoli e nel 2019 ad Alba. Sotto forma di tre quadri didascalici, l’apertura di programma è stata affidata alla Sonata in Mi minore n.4 K304 di Mozart scritta a Parigi nel 1778 nei soli Allegro e Tempo di Minuetto poco dopo la morte della madre Anna Maria Pertl, generando, come riportato nelle suggestioni di ascolto chiaramente narrate dalla presentatrice Ester Brina, “L’intimo Dolore“ - in una musica interiore, un modo di elaborare il sentimento già nel primo tempo attraverso la sofferenza del distacco e nel secondo il languore del ricordo ove c’è la luce della speranza, esprimendo  un momento assai difficile della vita del genio di Salisburgo. Si tratta di un capolavoro, per il linguaggio efficace in una struttura di classica perfezione ove l'introduzione propone il tema esposto dai due strumenti all'unisono con fare mesto e triste chiudendosi con brevi incisi dal tono perentorio che ne sanciscono l'ineluttabilità. Il tema dal carattere fortemente espressivo viene esposto diventando di coinvolgente malinconia mentre il fortepiano per cui la pagina è originariamente concepita, sull'ultima lunga nota del violino ne accenna gli ulteriori sviluppi. Insieme ad altre cinque sonate, la K304 fu subito pubblicata dal noto editore parigino Sieber, presentando una struttura quanto mai semplice e lineare in una rassegnata malinconia, dove non mancano screziature contrappuntistiche con alcune accentuazioni drammatiche. Risalta poi in tutta la sua purezza melodica una frase musicale piena di fantasticheria romantica. Il tono elegiaco del minuetto - il motivo fondamentale si ripete tre volte - anticipa l'affettuosa intimità del canto tipicamente dal carattere schubertiano, secondo una valutazione che trova concordi gli studiosi della musica di Mozart.
“La corte perfetta” – il racconto di una giornata in una sfarzosa dimora settecentesca ne è la metafora del primo tempo, una corsa tra i prati di un giardino all’italiana per giungere al secondo in un canto del corteggio galante sino al terzo del ballo a corte, descritta ancora da Mozart nella Sonata in Fa Maggiore no.7 K376 nell’Allegro, Andante, Rondò - Allegretto grazioso, composta a Vienna tra l’aprile e il luglio del 1781, anno per lui molto importante. Il suo Idomeneo viene eseguito a Monaco il 29 gennaio con trionfale successo ma di lì a poco Hieronymus von Colloredo, Principe-Arcivescovo di Salisburgo, noto soprattutto in quanto fu protettore e suo subordinato nominandolo al posto retribuito di organista di corte nel 1779 e membro della Massoneria,  a causa del loro rapporto compromesso da forti incomprensioni, portò a considerarlo un semplice servitore culminando con la rottura definitiva proprio nel 1781, ordinandogli di partire per la capitale austriaca. Vienna un po' alla volta sarà conquistata da Mozart, che si presenta come pianista e compositore attirando su di sé le attenzioni dell'aristocrazia e l'interesse particolare del conte Gottfried van Swieten. È quest'ultimo che in un certo senso orienta il musicista verso un contatto più diretto con la musica barocca e i risultati si vedono in vari lavori scritti ancora fra il 1781 e il 1782. Il periodo viennese è fra i più intensi e nell'insieme le sonate scritte in questi anni possono considerarsi non solo tra le sue più belle, ma tra le più significative di tutto il repertorio violinistico, per l'equilibrio raggiunto tra i due strumenti, essenza musicale e virtuosismo, felicemente compenetrati con eccezionale fantasia. Infatti, il maestro salisburghese, appena giunto, sentì il bisogno di imporsi al raffinato pubblico e lo fece da par suo, in una maniera brillante e ingegnosa. La Sonata K. 376 qui eseguita si raccomanda in primo luogo per la bellezza delle sue idee, aprendosi con un delizioso Allegro; il primo tema viene proposto dal pianoforte nella parte iniziale e dal violino nella seguente con una diversa caratterizzazione creata prevalentemente dalle note ribattute. Il secondo tema, in Do maggiore, si distacca per il maggior interesse contrappuntistico iniziale ma subito ritrova una limpida e felice leggerezza. Una breve zona di sviluppo, che si serve di due elementi della prima idea, il gruppetto e le note ribattute, porta alla ripresa regolare alla quale segue una breve coda, sempre tematica. L'Andante centrale è una pagina incantevole in Si bemolle maggiore: in un fluire di linee e di intarsi, tra fioriture e trilli, la melodia cresce con estrema spontaneità dai due strumenti in assoluta armonia. Il finale è nella tonalità di imposto, molto ricco e articolato dallo spirito giocoso e raffinata raffinatezza compositiva, è di una esuberante freschezza, come del resto appaiono tutte le altre - (secondo le ricerche storico documentali del critico Renato Chiesa).  “Il sogno della vita” - in una musica reale e impalpabile, toccante ma sfuggente che tenta di riportare nella realtà la magia di un’enfasi. Dal primo tempo (Allegro), sognare la più bella delle melodie e al risveglio volerla ricantare ed elaborare all’infinito per passare al secondo tempo (Adagio molto espressivo), nel poetico confronto tra intensità e rarefazione, tra volere tirare fuori la propria passione o farla solo intuire. Terzo tempo (Scherzo - Allegro molto), un accenno di idea, il tempo di esporla per poi passare subito a un'altra. Infine, il quarto tempo (Rondò – Allegro molto) nel disincanto assoluto, il sapere che la bellezza è effimera e passeggera e per questo da vivere nel presente. Tutto ciò in analogie narrate e descritte in sala per meglio comprendere la “chiusura di sipario” con un’ultima sonata ma di Ludwig van Beethoven, la no. 5 op.24 in Fa maggiore La Primavera, la prima fornita di quattro tempi delle dieci per violino e pianoforte. Dedicata al conte Moritz von Fries, fu scritta tra il 1800 e l’anno successivo, pubblicata insieme alla Sonata in La minore op.23.

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Come per altre pubblicazioni («Aurora», ecc.) non è dato sapere a chi risalga la denominazione di Sonata «della Primavera» che ha avuto fortuna anche se in sostanza sono assenti elementi specifici ad avvalorare tale appellativo. Se essa vuole sottintendere serenità o senso gioioso della vita, altre musiche di Beethoven potrebbero meritarlo, la Sinfonia n.6 Pastorale in primis, soprattutto in questo periodo creativo ove la dialettica dei motivi non assume, in generale, la imponenza e l'impeto drammatico che saranno della Sonata «a Kreutzer», come afferma anche il musicologo Giorgio Graziosi. Dalla cantabilità solare, paesaggistica e descrittiva è uno dei brani preferiti del M° Fei che, come ama raccontare, iniziò a studiare violino proprio quando in età giovanile gli fu regalato un disco LP contenente la suddetta opera che volle imparare in una sorta di desiderio assoluto. Sogno oggi divenuto realtà per una interpretazione nello stile decisamente emozionale e romantico, avvalendosi per l’evento in corso di uno “Scaramelli” liutaio, del 2019, supportato, come tra l’altro nella lettura delle sonate precedenti, da un pianoforte verticale rivelatosi inaspettatamente con qualche lieve problema di intonazione.  Considerando che le sonorità degli strumenti in uso nei secoli passati nulla hanno a che vedere con quelle attuali, nell’Ottocento il rapporto tra il pianoforte e uno di tessitura acuta, così come poteva avvenire con uno grave quale il violoncello, poneva problemi compositivi particolarissimi e di difficile soluzione, in quanto il suono dell’arco veniva facilmente sovrastato da quello della tastiera, rimanendo in uso, anacronisticamente, il vecchio modo della Sonata per violino e basso continuo del secolo precedente. Ciò permise a suo tempo allo stesso Beethoven di muoversi con maggiore libertà di quella che non si sarebbe permesso con altre scritture, sentendo infatti fortemente il problema dei generi e cioè della continuità storica tra sé e il regresso. Il momento in cui operava, vedeva il trapasso dagli stilemi attuali alla dimensione della storia;  mentre allora la musica, tranne che in rare eccezioni, era stata un prodotto di consumo, destinato a cadere con la generazione che lo aveva creato, gli ultimi decenni del Settecento vedono infatti sorgere iniziative per la lettura di pagine desuete: a Londra viene fondato nel 1776 il “Concert of Ancient Music”  e a Vienna il barone van Swieten, protettore di Beethoven, fa eseguire musiche composte da almeno vent'anni appartenenti a Bach, Händel, Hasse. Beethoven operò quasi sempre in funzione non della moda presente, ma dei risultati remoti che egli riteneva più validi e avanzati, cercando di recuperare da una parte certi principi compositivi caduti in disuso e di esplorare dall'altra, sistematicamente, le possibilità linguistiche offerte dal sistema musicale, basato sulla scala temperata allora vigente da meno di un secolo. La sinergia del Duo Metropolis ancora una volta si è rinnovata nutrendosi prima di tutto di una profonda stima musicalmente reciproca, formidabili per interazione tecnica ma anche per identità di intenti e virtuosismo da parte di entrambi: Fei preciso, propositivo,  dal suono assai ricercato, in grado di fornire pianissimi e “crescendo” attraverso un “progressivo” dalle forme fortemente singolari, attraverso il più rilevante strumento ad arco si è riconfermato un ottimo e maturo interprete oltre che già valente direttore d’orchestra. Altavilla dotata di capacità dinamiche espressive, ha saputo coinvolgere con un tocco pianistico assai raffinato non deludendo certamente le aspettative, in possesso oramai dalle qualità artistiche oserei dire praticamente scontate. Pagine prescelte, assai note ma mai abbastanza, ci hanno consentito un piacevole ascolto temporale di oltre un’ora nell’esecuzione di capolavori tra i più interessanti appartenenti al pre e secolo romantico, nonostante l’utilizzo di una strumentazione ben lontana dal violino sette-ottocentesco e il fortepiano mozartiano-beethoveniano di allora, in un connubio però convincente e perfettamente riuscito.
(La recensione si riferisce al concerto di sabato 28 marzo 2026)

Crediti fotografici: Edoardo Farina
Nella miniatura in alto: il violinista
Pierclaudio Fei
Sotto, in sequenza: Pierclaudio Fei con la pianista Annarita Altavilla






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