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Pubblicato il 14 Gennaio 2026
Nostra intervista al contraltista Carlo Vistoli ormai lanciato verso prestigiosi tronfi artistici
Ho la sensazione di far parte d'una storia pių grande
intervista a cura di Ramón Jacques
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TORINO - Carlo Vistoli è al momento il controtenore italiano più richiesto all'estero (considerato un interprete di riferimento di Händel) e sta avendo una carriera in grandissima ascesa: ha vinto il Premio "Abbiati" 2024 della critica musicale italiana come miglior cantante per Tolomeo nel Giulio Cesare di Händel all’Opera di Roma, l' "Emerging Stars Competition" 2024 dell'Opera di San Francisco per Arsace in Partenope di Händel e l'Helpmann Award 2016. Ha avuto successo al Teatro alla Scala nella nuova opera in prima mondiale di Francesco Filidei, Il nome della rosa, ispirata al romanzo di Umberto Eco. Ha recentemente debuttato alla Royal Opera House di Londra e alla Wiener Staatsoper. Il 6 gennaio sarà al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi (dove è di casa, vi torna ogni anno) per interpretare per la prima volta il ruolo di Tamerlano nell'opera omonima di Vivaldi in forma di concerto (con Noally e Les Accents) e dal 23 gennaio inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Parma come protagonista dell' Orfeo ed Euridice di Gluck (nuovo spettacolo firmato dalla regista e fotografa irano-americana Shirin Neshat e diretta da Fabio Biondi); a marzo debutterà all'Opera di Zurigo cantando nuovamente nel Giulio Cesare di Händel accanto a Cecilia Bartoli (spettacolo di Livermore in cui ha già cantato a Montecarlo e Vienna), il 3 aprile sarà protagonista del Concerto di Pasqua dall'Auditorium Rai di Torino, con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, con lo Stabat Mater di Vivaldi. Dopo il successo del suo disco solistico d'esordio per Harmonia Mundi dedicato a Vivaldi "Sacro Furore" (che è stato “registrazione del mese” per Gramophone e ha vinto il premio della critica tedesca Schallplattenkritik) ha appena inciso per la stessa etichetta un nuovo disco con la direttrice d'orchestra e clavicembalista Emmanuelle Haïm in uscita il prossimo anno. In mezzo a un tour in Francia e in Spagna, proprio con l'ensemble francese Le Concert d'Astrée diretto da E. Haïm, Carlo Vistoli ha accettato gentilmente di fare questa intervista dove ci aggiorna sulla sua carriera, gli importanti debutti e il suo interesse per Händel e per Vivaldi.

Carlo, attualmente sei considerato uno dei controtenori più richiesti all'estero e un cantante di riferimento di Händel. Quando hai iniziato i tuoi studi come controtenore nel 2007 e la tua carriera ti sei proposto o ti immaginavi o sognavi di arrivare a questo livello così rilevante nel mondo del canto? Onestamente no. Quando ho iniziato a studiare non avevo un’idea così chiara o ambiziosa di dove sarei potuto arrivare. Ero soprattutto concentrato sullo studio, sulla scoperta della voce e del repertorio, con molta curiosità e anche con prudenza. Mi ero dato un limite di tempo: se entro i 28-30 anni non fossi riuscito veramente a fare del canto il mio lavoro, a buoni livelli, avrei cercato un’alternativa. Fortunatamente non è stato così. La carriera si è costruita passo dopo passo, grazie agli incontri giusti, al lavoro costante e alle occasioni che sono arrivate nel tempo e che soprattuto occorre saper cogliere nel modo corretto. Più che immaginarmi un traguardo preciso, ho sempre cercato di fare al meglio quello che avevo davanti, mantenendo l’entusiasmo e il rispetto per questo mestiere, che continuo a vivere come un percorso in evoluzione.
Guardando oggi al passato, quali diresti che sono le sfide e le difficoltà che hai dovuto affrontare con successo per realizzare la carriera che hai in questo momento? Direi che le sfide sono state molte e di natura diversa. Una delle prime è stata sicuramente quella di costruire una vocalità lirica solida, credibile, che potesse affiancarsi ai registri considerati più “canonici”, senza scorciatoie. Poi c’è tutto l’aspetto più pratico e spesso invisibile: superare audizioni, imparare a gestire lo stress e l’emotività, organizzare il proprio tempo in modo rigoroso, mantenendo uno studio costante. Nel repertorio barocco, in particolare, ci si confronta spesso con musica nuova o poco eseguita in epoca moderna, a volte preparata per un’unica occasione, e questo richiede un lavoro continuo e relativamente veloce. Ma forse la sfida più importante è stata non smettere di credere in me stesso e puntare sempre sulla qualità, quella vera, senza sotterfugi. È un mestiere fatto di compromessi e di equilibri, e ciò che il pubblico vede sul palcoscenico è solo la punta dell’iceberg: sotto c’è un lavoro quotidiano che, credo e spero, serva a costruire una carriera solida, basata sulla sostanza e destinata a durare nel tempo.

Recentemente hai cantato su importanti palcoscenici come quello della San Francisco Opera, che ha segnato il tuo debutto negli Stati Uniti, l'Opera di Vienna e la Royal Opera House di Londra. Potresti parlarci un po' di com'è stata l'esperienza di calcare palcoscenici così importanti? Sono state esperienze molto intense e significative, ognuna con una sua identità precisa e tutte mi hanno dato grandi soddisfazioni. Avevo già cantato più volte negli Stati Uniti, ma sempre in concerto: quello alla San Francisco Opera è stato il mio vero debutto in un’opera in scena, e questo lo ha reso ancora più speciale. Ricordo che nel mio camerino c’erano le fotografie di Marilyn Horne - proprio in un’opera di Händel, l'Orlando - e di Leontyne Price, due dei miei più grandi miti. Sentivo davvero di calcare un palcoscenico attraversato dalla storia, e questo dà una forte emozione ma anche un grande senso di responsabilità. In più, la magnifica produzione della Partenope di Händel, regia di Christopher Alden, è davvero uno degli spettacoli che più mi sono divertito a fare. Un’esperienza che mi rimarrà nel cuore, anche perché mi sono trovato molto bene come ambiente di lavoro e ho adorato la città. Tra l’altro, sempre parlando di Stati Uniti, l’anno prossimo, a settembre, terrò anche il mio primo recital nella stagione del Park Avenue Armory di New York, un altro traguardo per me molto importante. All’Opera di Vienna e alla Royal Opera House di Londra si avverte lo stesso peso della tradizione. Sono tra i teatri importanti e mitici del mondo. Nei corridoi del Royal Ballet & Opera, per esempio, ci sono le fotografie di scena dei grandi interpreti che hanno cantato lì - dalla Callas a Pavarotti, dalla Sutherland alla Freni e a molti altri - e questo ti ricorda continuamente quanto sia forte il legame con chi ti ha preceduto. E non potevo non pensare che, anche se la sala è stata rifatta nel corso dei secoli, al Covent Garden Händel stesso ha rappresentato oratori e opere (tra cui proprio Semele, ovvero l’oratorio che ho cantato io). Insomma, calcare palcoscenici di questo livello è naturalmente impegnativo, ma anche profondamente stimolante: più che il prestigio in sé, ciò che resta è la qualità del lavoro condiviso e la sensazione di far parte, anche solo per un momento, d'una storia più grande.
La tua recente registrazione discografica con composizioni di Vivaldi, così come la prossima interpretazione del ruolo principale in Tamerlano, dello stesso compositore, al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi all'inizio del 2026, e ad aprile il suo Stabat Mater a Torino, dimostrano il tuo interesse a dare vita a un compositore prezioso, che ai suoi tempi non ha raggiunto la fama di Händel, per esempio, ed è conosciuto più per le sue opere musicali da camera che per le sue opere liriche. Che importanza ha per te Vivaldi? E cosa ha la sua musica che ti ha fatto interessare? Antonio Vivaldi per me è un compositore centrale, anche se per molto tempo è stato guardato in modo parziale, considerato quasi soltanto per la sua produzione strumentale (che rimane comunque fondamentale anche solo per l’incredibile quantità e varietà). In realtà, approfondendo la sua musica vocale e teatrale, si scopre un universo di straordinaria ricchezza espressiva. Certo, l’affinarsi delle pratiche esecutive storicamente informate degli ultimi decenni ha dato una spinta fondamentale al cambiamento di prospettiva, anche grazie a esegeti ed esecutori quali, per citarne soltanto il più eminente, Federico Maria Sardelli. La mia recente registrazione discografica nasce proprio dal desiderio di mostrare questa complessità, questa forza drammatica e spirituale che spesso non vengono associate a Vivaldi, obiettivo che spero di aver raggiunto, anche grazie al fondamentale supporto strumentale di Akademie für Alte Musik Berlin.

E approfondendo il suo lavoro, la sua musica, cosa hai scoperto che potresti raccontarci dal tuo punto di vista di interprete? La scrittura vocale di Vivaldi è estremamente esigente, virtuosistica, ma mai fine a se stessa. Richiede una grande precisione tecnica, ma allo stesso tempo una forte consapevolezza del testo e dell’affetto che ogni aria o pagina sacra vuole esprimere. Lavorando sulle sue opere teatrali, si scopre un autore particolarmente capace di caratterizzare i personaggi in modo netto e moderno, con una tensione drammatica molto efficace. Ho già cantato Orlando furioso (sia il ruolo del titolo che la parte di Ruggiero), L’Olimpiade e Il Giustino, oltre che la serenata La Gloria e Imeneo, che ho recentemente registrato per la Vivaldi Edition di Naïve con l’Ensemble Abchordis diretto al cembalo da Andrea Buccarella. Il Tamerlano fa storia a sé perché si tratta di un pasticcio, con arie di vari compositori (anche di Vivaldi stesso), ma la forza drammatica e musicale restano di altissimo livello. Dal punto di vista dell’interprete, approfondire Vivaldi significa anche assumersi una responsabilità: quella di restituire vita a un repertorio che è stato a lungo trascurato e che spesso viene eseguito solo occasionalmente. Ogni nuova produzione o esecuzione diventa quasi un atto di riscoperta, che richiede studio, curiosità e immaginazione. È un lavoro che trovo estremamente stimolante e che sento molto vicino al mio modo di intendere questo mestiere. Insomma, è un autore che sono contento che accompagni costantemente il mio percorso.
Quest'anno hai fatto parte del cast della prima mondiale dell'opera Il nome della rosa del compositore Francesco Filidei, ispirata al romanzo di Umberto Eco, al Teatro alla Scala di Milano. Come ti sei sentito a cantare in un'opera contemporanea? È stata un’esperienza molto intensa e stimolante. Cantare in un’opera di oggi come Il nome della rosa significa confrontarsi con un linguaggio musicale nuovo, con modalità di lavoro diverse e con un rapporto molto diretto con il compositore. È un processo che richiede grande flessibilità, ascolto e disponibilità a mettersi in gioco, perché la parte nasce e prende forma anche attraverso il lavoro con chi ha scritto la musica. Le difficoltà sono varie: in questo caso sopratutto l’aspetto ritmico, che in Francesco Filidei è particolarmente complesso e sviluppato, e anche l’estensione vocale piuttosto ampia sopratutto della parte di Berengario (cantavo anche quella di Adelmo nel "Prologo"). Devo dire che l’aria affidata a Berengario rimane uno dei miei momenti preferiti in tutta l’opera e tutt’ora, dopo mesi, talvolta mi risuona in testa. Filidei ha fatto un lavoro davvero un lavoro enorme, credo che sia una delle più ambiziose e riuscite opere dei nostri giorni. Il direttore d’orchestra, Ingo Metzmacher, è stato di grande aiuto nel tenere le redini di tutta questa grande macchina, e l’allestimento di Damiano Michieletto (tra l’altro, uno dei registi che apprezzo maggiormente e con cui ho avuto la fortuna di collaborare più volte), con le sempre straordinarie scene di Paolo Fantin, hanno reso il tutto ancora più spettacolare. Per me è stato anche molto interessante affrontare un progetto di questo tipo proprio al Teatro alla Scala, in un contesto così carico di storia, ma proiettato verso il futuro. È un’esperienza che arricchisce molto, anche dal punto di vista del repertorio che porto poi con me.
Considereresti in futuro d'interpretare altri ruoli in opere di compositori contemporanei? Non era la prima volta che affrontavo della musica dei nostri giorni (per esempio, ho anche cantato la bellissima opera di Salvatore Sciarrino Luci mie traditrici), e se in futuro dovessero presentarsi altre occasioni, lo farò con piacere e interesse, soprattuto se si tratta di progetti in cui sento una vera necessità artistica e una scrittura che abbia qualcosa di autentico da dire.
Come descriveresti attualmente la tua voce e in quale ruolo, opera o aria ti piacerebbe che ti ascoltasse per la prima volta chi non ti conosce? Oggi, accanto al termine più generico di controtenore, preferisco definirmi contraltista. È una scelta che per me ha un significato preciso: serve a distinguermi chiaramente dal contralto femminile, ma anche a prendere una certa distanza da una tradizione controtenorile che, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, era più legata a uno stile da camera o da chiesa. La mia è una voce volutamente più lirica, pensata per il repertorio operistico, capace di affrontare grandi spazi e orchestre più ampie. Non sono certo l’unico caso, e negli ultimi anni sempre più controtenori si stanno dirigendo in questa direzione, contribuendo a far percepire la nostra voce non più come un’eccezione, ma come una delle possibilità naturali del panorama vocale. Negli ultimi anni ho affrontato anche parti un po’ più acute, in una tessitura che potremmo definire mezzosopranile, ma tengo molto al fatto che il baricentro della mia voce resti quello del registro di contralto. Una parte che amo molto è quella di Orfeo nell’omonima opera di Gluck: l’ho affrontata già in più occasioni (e lo farò presto, a gennaio 2026, per l’inaugurazione del Teatro Regio di Parma) e credo che offra grandi possibilità espressive, in modo da mostrare caratteristiche come il legato, il canto sul fiato e sulla parola, che ritengo fondamentali. L’anno prossimo mi si ascolterà anche in una veste nuova, ovvero nel Tancredi di Gioachino Rossini, che canterò in primavera al Teatro dell’Opera di Roma: questo appuntamento rappresenta una sfida importante. Sarà un’occasione anche per me di scoprire nuove possibilità tecniche ed espressive.
Quali sono attualmente i personaggi che hai interpretato che si adattano di più al tuo temperamento e quali ruoli e opere ti piacerebbe poter cantare in futuro? I personaggi che sento oggi più vicini al mio temperamento sono soprattutto quelli dei cosiddetti “primi uomini” di Händel, che resta il compositore a cui mi sento più legato. Parti come Giulio Cesare, Rinaldo o Ruggiero in Alcina offrono un ventaglio espressivo amplissimo: dall’aria lenta e introspettiva a quella di paragone, fino alle arie di furore con le colorature più sfrenate. È un repertorio che permette davvero di unire virtuosismo e profondità espressiva, e nel quale mi riconosco molto. Accanto a Händel, sento molto mio anche nell’appena ricordato personaggio Orfeo di Christoph Willibald Gluck, per la sua essenzialità e per l’equilibrio tra parola e musica. Ho poi un amore particolare per il Seicento, soprattutto Monteverdi e Cavalli: è un repertorio meno “vocalistico” in senso stretto, ma cantare nella mia lingua, con libretti di una qualità straordinaria, rende possibile un’armonia molto naturale tra testo e musica, in cui l’uno esalta l’altra. Guardando al futuro, mi piacerebbe affrontare più spesso Mozart, in particolare il primo Mozart - parti come Ascanio in Alba o Farnace nel Mitridate, che ho già cantato, vanno in questa direzione - e dedicare più spazio anche al repertorio cameristico, come nel recital che terrò a New York. E naturalmente senza dimenticare Rossini, cui sono legato in un certo senso anche affettivamente perché suo padre era della mia stessa città natale, Lugo di Romagna, e Rossini stesso ci ha vissuto e studiato quamdo era giovanissimo.



Pensi che oggi alla musica antica e all'opera barocca venga dato il valore e susciti l'interesse che merita, o c'è ancora molto da fare per coinvolgere di più il pubblico? Credo che negli ultimi decenni la musica antica e l’opera barocca abbiano fatto passi enormi, sia dal punto di vista della qualità esecutiva sia in termini di visibilità. Oggi c’è un pubblico curioso e preparato, e molte produzioni dimostrano che questo repertorio può essere vivo, attuale e coinvolgente. Detto questo, credo che ci sia ancora molto da fare. È una musica che ha bisogno di essere raccontata, contestualizzata e proposta con intelligenza, senza trattarla come un genere “di nicchia”. Quando viene presentata con convinzione, con buone idee teatrali e con un forte investimento artistico, il pubblico risponde. Il potenziale è enorme, e sta a noi interpreti e alle istituzioni continuare a lavorare perché questa musica raggiunga sempre più persone.
Il prossimo anno avrai importanti debutti, come all'Opera di Zurigo, in Giulio Cesare di Händel. Considereresti questo il tuo ruolo preferito, e quali, secondo te, sono le peculiarità che rendono così particolare la musica e il canto nelle opere di Händel? Giulio Cesare è sicuramente una delle parti a cui sono più legato e che sento molto vicina alla mia sensibilità di artista, quindi sì, potrei dire che rientra tra le parti che preferisco. È un personaggio complesso, fatto di autorità, ma anche di fragilità e ironia, e credo che Händel riesca a rendere tutte queste sfumature in modo straordinariamente diretto attraverso la musica. Tra l’altro, la produzione che sarà rappresentata a Zurigo, regia di Davide Livermore, è per me particolarmente riuscita: ambientata su una crociera lungo il Nilo negli anni ‘20 del Novecento, in un’atmosfera Art Déco, con un mistero “à la” Agatha Christie che aleggia, riesce a cogliere lo spirito dell’opera, senza snaturarla, anzi rendendola forse ancora più coinvolgente. La direzione di Gianluca Capuano e la presenza di Cecilia Bartoli aggiungono non solo prestigio ma anche un altissimo livello di qualità musicale. Parlando delle opere di Händel, trovo che abbiano una peculiarità unica nell’ambito del repertorio Settecentesco: la scrittura vocale è estremamente esigente, ma sempre profondamente legata al senso teatrale. Ogni aria non è mai solo un momento di virtuosismo, ma un vero strumento drammatico, che scava nell’animo del personaggio. Il canto richiede controllo, fantasia, senso della parola e una grande capacità di variare, di colorare, di reinventare. È una musica che mette l’interprete di fronte a una grande responsabilità, ma che, proprio per questo, offre anche una libertà espressiva rara. È probabilmente questo equilibrio tra rigore e libertà che rende Händel per me così speciale.
Le opere che di solito canti sono lunghe e vocalmente impegnative, in questo senso ti senti più a tuo agio cantandole in versione concerto o con messa in scena? Mi piacciono entrambe le modalità, perché offrono esperienze diverse, sia come fruizione per il pubblico sia per noi interpreti. In scena, naturalmente, la regia, le scene e i costumi influenzano molto l’interpretazione e anche la resa vocale: a volte può essere più faticoso rispetto alla forma di concerto, perché bisogna muoversi, compiere azioni anche complesse e allo stesso tempo mantenere la migliore qualità vocale. D’altra parte, però, la messa in scena ha un aspetto molto positivo, che è l’aiuto alla memoria. Cantare a memoria un’opera, soprattutto nel repertorio barocco - dove dobbiamo ricordare anche le variazioni nei Da Capo - diventa più naturale quando tutto è legato a gesti e azioni sceniche. Quando invece si canta in forma di concerto, bisogna fare uno sforzo di immaginazione in più: è come se ci si dovesse creare dentro una scena invisibili, per raccontare con la stessa intensità la storia e le emozioni convogliate nella musica. Devo dire che l’aver già affrontato un’opera in scena aiuta molto anche quando la si esegue poi in concerto. Se devo scegliere, forse direi che mi diverto di più nelle produzioni con messa in scena e una regia, proprio per la dimensione teatrale completa che offrono.
Chi è la persona, direttore d'orchestra o regista, che ha avuto l'impatto più positivo sul tuo percorso artistico? Sono stati tanti gli incontri importanti e le persone a cui devo una grande riconoscenza, sia artistica sia personale, ed è difficile sceglierne una sola. Nella prima parte della mia carriera direi senz’altro William Christie, che mi ha selezionato per il progetto Le Jardin des Voix. Grazie a lui ho fatto la mia prima grande tournée di concerti in diversi continenti e ho iniziato a farmi conoscere da un pubblico più ampio. Da allora collaboro stabilmente, e sempre con grande piacere, con Les Arts Florissants; uno dei miei ultimi CD, Nei giardini d’Amore (Harmonia Mundi), è proprio con lui. Un altro incontro fondamentale è stato quello con Robert Carsen, uno dei più grandi registi d’opera di sempre. Lavorare con lui mi ha insegnato moltissimo, e la sua versione di Orfeo ed Euridice resta uno degli spettacoli più belli e toccanti a cui abbia mai preso parte. Vorrei poi citare la collaborazione con Cecilia Bartoli: dal 2021 a oggi, poter cantare accanto a un’artista della sua grandezza è stato ed è una scuola continua, sia dal punto di vista tecnico sia musicale. In generale credo sia importante - almeno io cerco di esserlo - rimanere come una spugna, pronti ad assorbire tutto il buono che si può imparare dalle persone con cui si lavora.
Come intravedi il futuro dell'opera e della musica classica, considerando tutte le forme di intrattenimento disponibili, e come faresti per mantenere vivo l'interesse del pubblico a recarsi a teatro? Credo che il futuro dell’opera e della musica classica dipenda soprattutto dalla loro capacità di rimanere vive e necessarie, senza snaturarsi. Oggi l’offerta di intrattenimento è enorme, ma proprio per questo l’esperienza del teatro può diventare ancora più preziosa: è un momento condiviso, reale, non mediato da uno schermo, in cui il tempo si dilata e l’ascolto diventa profondo. Per mantenere vivo l’interesse del pubblico è fondamentale puntare sulla qualità artistica, su produzioni pensate con intelligenza, che sappiano parlare al presente senza tradire la musica. È importante anche saper raccontare ciò che facciamo, creare contesti, aprire i teatri, coinvolgere le nuove generazioni attraverso la didattica e l’accessibilità. Spesso, e questo mi fa molto piacere, i teatri aprono ai giovani l’ultima prova prima della "Prima", la Prova Generale, e noto sempre una grande partecipazione, unita a entusiasmo e interesse. L’opera non ha bisogno di competere con altri linguaggi, ma di ricordare ciò che la rende unica: la forza dell’emozione dal vivo e il contatto diretto tra chi crea e chi ascolta.
Sei stato invitato a essere protagonista del tradizionale "Concerto di Natale" nella Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi con l’Orchestra Nazionale della Rai il giorno di Natale di quest’anno. Cosa puoi raccontarci di questa esperienza? Cantare in luoghi religiosi così importanti ti dona, come cantante, un senso di misticismo o una connessione divina, che forse non provi su un palco? È stato un grandissimo onore essere invitato come protagonista del tradizionale "Concerto di Natale" nella Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi, concerto arrivato quest’anno alla sua quarantesima edizione. Il fatto di essere stato il primo controtenore chiamato a partecipare rende l’invito ancora meno scontato e per me particolarmente significativo. La Basilica Superiore è uno dei luoghi più belli e suggestivi che si possano immaginare e, per l’occasione, era illuminata in modo speciale per le riprese televisive: i colori degli affreschi di Giotto e Cimabue risplendevano come non mai, creando un’atmosfera davvero unica. Fuori, Assisi era avvolta dalla nebbia, e tutto contribuiva a dare un senso di sospensione e di raccoglimento. Ho voluto affiancare ai brani tradizionali del Natale anche alcune pagine del mio repertorio, cantando due arie di Händel: “O Thou that tellest” dal Messiah e “Lascia la spina, cogli la rosa” dal Trionfo del Tempo e del Disinganno, proprio per far conoscere questa musica a un pubblico, quello televisivo, così ampio e trasversale. Il concerto è stato trasmesso il giorno di Natale sul principale canale, Rai 1, della televisione italiana e anche in Eurovisione, ed è un grande privilegio poter arrivare a così tante persone in una giornata sempre speciale. È un’esperienza che non dimenticherò. Cantare in un luogo religioso di questa importanza dona sicuramente una dimensione diversa rispetto a un palcoscenico teatrale: non parlerei tanto di una “connessione divina”, quanto di un senso di raccoglimento e di responsabilità ancora più forte, che porta a un ascolto e a una concentrazione particolari. Con gli splendidi musicisti dell’Orchestra Nazionale Sinfonica della Rai, con cui ho condiviso questa esperienza, mi ritroverò anche nel concerto di Pasqua all’Auditorium Toscanini di Torino - la città in cui vivo - per il già citato Stabat Mater di Vivaldi, e sarà un piacere ritrovarli dopo quel momento natalizio così intenso.
Crediti fotografici: fotografie fornite dall'archivio personale di Carlo Vistoli
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Pubblicato il 27 Settembre 2025
Il Teatro Comunale ''Claudio Abbado'' apre la stagione lirica con uno spettacolo su Giacomo Puccini
Porto in scena le parole che non scrisse
servizio di Ludovica Zambelli
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FERRARA - Al Teatro Abbado andrà in scena lo spettacolo Concerto a due per Puccini, con Alessio Boni e Alessandro Quarta, regia di Boni stesso e Francesco Niccolini ("prima" lunedì 29 settembre, replica sabato 30 settembre 2025 ore 20,30); è uno spettacolo con parole e musica, che si incontrano per restituire la complessità di un compositore che non si prendeva mai troppo sul serio, pur restando uno dei grandi innovatori della musica italiana. «Puccini aveva un animo rock, un vero innovatore!»: così Alessio Boni definisce il compositore lucchese e afferma: «Tutti possiamo conoscere le sue opere… ma la vita, quella no: resta un segreto che solo pochi sanno guardare e ammirare». L’attore e regista Alessio Boni, nato a Bergamo nel 1966, è uno dei più noti artisti italiani di teatro, cinema e televisione. Celebre per la sua versatilità, ha interpretato ruoli classici e contemporanei, una presenza carismatica e intensa sul palcoscenico e sullo schermo. Di seguito l’intervista a Boni, che ha detto di avere molto caro il Teatro Comunale di Ferrara, e ci regala delle parole appassionate.
Lei ha interpretato Puccini anche per la tv, ed ora per il teatro. Dunque, se dovesse descriverlo in poche parole quali userebbe? Eh, difficile, vista la personalità di questo artista. Ma direi goliardico, talentuoso e drogato di vita. Era un uomo bohémien, andava a caccia, giocava d’azzardo, amava le macchine, i suoi amici e odiava litigare. Aveva un’aria austera. Lui era serioso, ma dal punto di vista della sua bravura nella musica classica. Bisogna distinguere questo suo aspetto caratteriale da quello goliardico. Era una persona seriosa che non si prendeva mai troppo sul serio. È un ossimoro no? E poi… che tenacia! Veniva spesso bistrattato. Ma, si sa, i veri geni vengono compresi sempre dopo. Lui aveva un animo rock, un vero innovatore! Era considerato all’avanguardia.
Com’è nata l’idea di questo spettacolo teatrale? È nata l’anno scorso, in occasione del centenario della morte di Puccini, nel 1924. Lo spettacolo è nato al Teatro del Giglio di Lucca. Per l'occasione, si è scelto di riproporre la collaudata coppia artistica composta da me e Alessandro Quarta, già apprezzata in Molière. Dunque, saremo noi due sul palco, con la mia voce, i miei occhi sul leggìo e Alessandro, al piano e al violino. Trattasi di uno scriptum semplice, ma che messo in scena diventa esponenziale. È un vero e proprio excursus dalla nascita alla morte di Puccini. Insieme ad Alessandro abbiamo passato dieci giorni nel mio casale in Toscana, a provare. Era fondamentale trovare una quadra. Si chiama Concerto a due, dobbiamo essere un tutt’uno, è fondamentale. Io leggo, lui suona. È un equilibrio. Lui segue me, io seguo lui.
È stato difficile mettere in scena la vasta complessità di un artista come Puccini? Sì, perché io non sono neanche un dito di Puccini. Devi metterti a cento metri indietro e lasciare vivere lui, cercando di rievocarlo. Non deve essere un’imitazione fine a sé stessa. Le cose più importanti di questo uomo sono le sue sconfitte, che l’hanno reso umano. Volevamo portare in scena il vissuto di dolore, non solo il trionfo. Un animo umano ha il sole come la luna. Il fuoco dell’attenzione è sull’uomo: l’uomo oltre il genio. Tutti possiamo conoscere le opere… ma la vita, quella no: resta un segreto che solo pochi sanno guardare e ammirare.

Il tessuto narrativo è costruito a due. È stato complesso trovare un equilibrio tra parola e partitura? È stato facile perché ho un Alessandro Quarta vicino. Ha sensibilità teatrale e ci eravamo già conosciuti su Molière. È stimolante. La sua musica mi fa cambiare tono ed enfasi. La vera forza è nell’essere sincronizzati. Siamo come Stanlio e Ollio, come Sandra e Raimondo.
Quanta importanza ha l’interpretazione personale in uno spettacolo concertistico di questo tipo? È tutto. Ci sono solo luci e leggìo. L’interpretazione è la vera forza, con la musica che mi sostiene. La lettura troppo spesso viene presa sottogamba. Eppure, è più esigente dello spettacolo stesso: la devi dominare, conoscere in profondità. Nella lettura, invece, sei solo. È lì che conta la tua preparazione: devi sapere in anticipo ogni parola, sapere dove cadono gli accenti, padroneggiare ogni pausa. Devi impararla a memoria, perché solo così puoi restituirne la forza. Qui non c’è spazio per la spettacolarizzazione: c’è solo la voce, nuda e potente, che regge l’intero peso del testo.
C’è stato un momento in cui ha detto “questo è il cuore dello spettacolo”? Sì, quando Puccini se ne va. Quando scopre la malattia. Mi colpisce, mi disarma. Tutti siamo fragili davanti alla morte ed è drammaticamente emozionante. Mi strazia anche solo leggendolo. Poi lo sento dentro, io sono del ‘66 e lui è morto a 66 anni. Lo porto dentro e mi fa pensare a tante cose. Mi ha colpito… e quando muore sento di perderlo. Era speciale. Il suo vero lusso era andare a caccia con gli amici e dire barzellette davanti ad un lago. Non era da tartine ma da pane e salame! È dalle cose semplici che esce la poesia.
Pensa che Puccini possa parlare al presente con la stessa forza emotiva di un tempo? Il melodramma non è più in auge come un tempo. Credo però che abbia una forza speciale per chi fa musica, per chi sogna di comporre. Inoltre, la sua biografia può insegnare tanto a chiunque. Il vero insegnamento è la sua tenacia. Ha ricevuto numerose critiche, ma la sua forza d’animo l’ha salvato. In tutte le sue opere sono sempre le donne a emergere come vere protagoniste. Certo, Puccini era amante delle donne, ma collocarle al centro della scena, dar loro la voce, è un atto artistico. Le eleva a Muse, innalzandole a simboli universali di bellezza, dolore, forza e fragilità. In questo sta la sua grandezza: Puccini costituisce un passaggio fondamentale tra tradizione e modernità.
Ha progetti futuri in programma? Sì, tra i miei prossimi impegni ci sarà un lavoro su Claudio Magris, e subito dopo tornerò a immergermi nella mia Iliade, premiata al Festival del Cinema di Venezia. È raro che in quel contesto venga premiato il teatro, è stato speciale e magico. Siamo ormai al terzo anno di questo viaggio epico, un percorso faticoso ma straordinario, che continua a darmi energia e senso. (Intervista realizzata da Ludovica Zambelli in collaborazione con l’Ufficio comunicazione del Teatro Comunale di Ferrara)
Crediti fotografici: Riccardo Bonuccelli per il Concerto a due per Puccini Nella miniatura in alto: ritratto di Giacomo Puccini fatto dal pittore e scenografo Elios Lippi, Viareggio 2006, 150° anniversario della nascita del Maestro Al centro, a destra: Alessio Boni e Alessandro Quarta Sotto: una bella immagine di Riccardo Bonuccelli dello spettacolo
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Pubblicato il 15 Settembre 2025
Un romanzo del tenore Massimo Crispi narra fra ironia e sdegno il mondo dell'opera e della musica
Cantami o Diva gli intrighi...
intervista a cura di Athos Tromboni
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Massimo Crispi è un tenore particolare, ribelle per molte cose e dal repertorio quanto mai vario. Vive una parte dell'anno a Palermo e l'altra parte dell'anno a Firenze. Vario - si diceva - il suo repertorio, ma varia è anche la sua maniera di essere artista. Da sempre ha infatti coltivato la scrittura, in ogni campo, e, oggi, non frequentando più i palcoscenici, ci si è dedicato completamente. Quest’anno sorprende tutti con tre pubblicazioni, a breve distanza l’una dall’altra. La prima è un romanzo rosa-noir-umoristico-grottesco e potrebbe includere anche tanti altri aggettivi perché il suo modo di esprimersi è trasversale: Cantami o Diva è il titolo, edito da Entheos. Poi seguirà, a distanza di un mese, un pamphlet satirico, in uno stile buzzatiano-swiftiano, sul Natale: Noël sans frontières – Come salvarsi dal Natale senza rinunciare al panettone, per Tempesta Editore. Infine un racconto, grottesco anche questo, che ha ricevuto il primo premio al concorso “Raccontami una donna” del Rotary Libertà di Palermo: Le sette virtù di Donna Crucidda, che sarà edito da Navarra. Ma andiamo per ordine.
Cantami o Diva. Che cos’è? Un episodio ritrovato dell’Iliade, un’invocazione a una musa del canto, una parafrasi? Cantami o Diva è in realtà il titolo della biografia di Emma Ricci, il soprano del secolo, scritta da un certo Federico Testagrossa, che magnifica la vita e i successi di questa diva inarrivabile. Ma questa biografia (vincitrice del Premio Ostrega - ! - con due milioni di copie, cosa chiaramente impossibile) esiste solo nel romanzo, citata nelle pubblicità del “necrologio” che apre il romanzo, dove tutti i personaggi sono immaginari, Emma compresa. Attenzione, perché questo necrologio, o coccodrillo, nel gergo giornalistico, è in realtà la mappa del romanzo, coi luoghi, gli eventi e i personaggi, che si nascondono anche nelle pubblicità; l’ho messo lì apposta.
Una mappa della caccia al tesoro. Cominciamo da Adamo ed Eva, così lo facciamo capire meglio ai lettori Il romanzo si apre, appunto, con un funerale, proprio quello di Emma Ricci: tutto il mondo la piange, la famiglia, i fan, il mondo dell’arte, della cultura, della politica. Lei era il soprano assoluto, inossidabile, senza età, senza limiti, la diva che la natura aveva dotato di uno strumento sovrumano e resistentissimo, che piegava la sua voce come voleva, regalando interpretazioni toccanti al pubblico. Che, infatti, si sente orfano. Al funerale, oltre ai familiari e tutti i politici più in vista del Paese, Presidente della Repubblica incluso, e decine di migliaia di fan, assiste anche una sostituta procuratrice siciliana, Maria Giovanna Cannavò, che però opera a Roma. Infatti, la Diva, ma soprattutto il marito, il regista-manager Gianfranco Nardini, sembrano implicati in affari poco puliti relativi all’organizzazione di un festival nel Lazio, in un castello dove molte cose sono intrise di misteri e di strane frequentazioni. Per una soffiata di un pianista della compagnia, scontento del trattamento economico che Nardini ha riservato non solo a lui ma a tutti, Maria Giovanna inizia a indagare. La cosa divertente è che alla procuratrice il mondo dell’opera è ostico, proprio non lo sopporta, e quest’indagine che le è stata affidata quasi per dispetto alle soglie della pensione, le risulta pesante, all’inizio. E, per saperne di più, compra anche la biografia della Diva, quella del Premio Ostrega, restando molestata dalla mediocrità del prodotto, dove ogni minimo evento nella vita artistica di Emma è sublimata, come in un feuilleton televisivo. Ma, grazie alla presenza del fido appuntato Bepi Squizzato un giovane coltissimo e melomane, e anche alla voce sublime della Ricci, a poco a poco pure lei si appassiona al mondo del melodramma.

I fatti che la sostituta procuratrice Maria Giovanna scopre, gradatamente, sono inquietanti: i fasti del palcoscenico, e a quei livelli, sono in realtà intrisi di malaffare e sono tutti coinvolti, la politica, la massoneria, la Chiesa… Eh sì, grazie alle manovre furbastre di Nardini, regista mediocre che nella moglie ha trovato l’oca dalle uova d’oro. Lei è una vittima consenziente, alla fine, però, per vanità e anche per indolenza, si assoggetta a quest’uso spregiudicato dell’arte e insieme diventano una macchina da soldi inarrestabile. La Cannavò scopre così che i loro nomi sono anche legati a casi irrisolti e insabbiati, complice anche il suo Procuratore Capo, proprio quello che le ha affidato l’indagine dopo la soffiata del pianista. Nel romanzo sono presenti le idiosincrasie di tutti, degli artisti in primo luogo, ma anche della magistratura, della politica, dei preti, in una trama quasi melodrammatica dove l’opera buffa si intreccia alla tragedia. Il quartetto dei personaggi principali rispetta lo schema della coppia alta e della coppia bassa dell’opera buffa, ma i ruoli si scambiano di continuo. La Cannavò e l'appuntato Bepi Squizzato non conosceranno mai personalmente Emma Ricci, perché la cantante muore, pur in età avanzata sebbene non vecchissima e ancora in grado di cantare egregiamente. L’indagine, a un certo punto, viene tolta a Maria Giovanna perché ha disturbato qualcuno molto in alto in Vaticano e, per di più, colla morte di Emma, si arena. Ma lei e l’appuntato continuano a indagare per i fatti loro e, come in un melodramma, incontrano i personaggi più vari, commercialisti, tenori, indovine, e scoprono cose che stanno in faldoni ormai chiusi e sepolti, se non scomparsi, senza possibilità di andare a fondo. Ti ricorda qualcosa?
Un ritratto di un’Italia dalla doppia faccia, insomma... Doppia, tripla, multipla, direi, ma giocata sempre sul filo del grottesco, come il nostro Paese è. Ci sono certi giorni che le dichiarazioni dei politici sono talmente assurde e grottesche che sembra di stare veramente in uno show televisivo, con autori e pubblico finto.


Ma questi personaggi del tuo romanzo da dove vengono? Beh, nella mia lunga carriera in teatro ho incontrato artisti d’ogni tipo, spesso anche squinternati, nel senso che soprattutto i cantanti lirici, per non parlare dei registi d’opera, sono quasi sempre tutti sopra le righe e mi sono serviti in qualche modo da modelli. Ricordo un regista francese, di Nizza, che aveva un carattere orrendo, ti trattava malissimo, omofobo, lepeniano di ferro, e che combinava dei pastiche senza senso, secondo il suo genio, e, come lui tanti altri, compositori, direttori d’orchestra, direttori artistici, critici musicali, agenti teatrali: uno zoo di matti ma anche, forse, di persone fragili, che, per non apparirlo, si comportavano in maniera assurda. E poi mio padre, che era avvocato, mi raccontava ogni tanto di casi misteriosi e occulti, depistati da giudici legati a società segrete. Ma è, comunque, tutto inventato, rimescolato, la trama, le relazioni tra i personaggi. Ciò che non è inventato sono i luoghi, la musica, le suggestioni che la musica e i cantanti possono dare, i fanatismi che gli artisti sono in grado di catalizzare, soprattutto in un Paese di tifosi come il nostro. Hai presente i partiti della Callas contro la Tebaldi? Ecco...
La tua Emma Ricci sembra senza rivali, nel romanzo È vero. Lei è unica, lei è la Diva colla D maiuscola. Fin dagli esordi. E fa sognare tutti, non c’è nessuno che non la ammiri. Perfino Maria Giovanna ne resta incantata, pur dovendo svolgere un’indagine pesante su lei e il marito.
Le situazioni che descrivi nel tuo romanzo sono esilaranti. Ma succede davvero questo in scena? Succede anche di peggio! Per esempio l’episodio del pompiere che inciampa in un cavo provocando il blackout in palcoscenico l’ho vissuto in prima persona in una Forza del Destino molti anni fa e lo spettacolo andò avanti al buio comunque, per ben dieci minuti, finché la luce non riapparve. Fu suggestivo cantare nell’ombra, oggi mi vien da ridere ma al momento fu il panico. Ne ho preso spunto, così come da tante altre situazioni assurde, ma esilaranti. La vita di un’artista di teatro ne è costellata. Poi, proprio nella Forza, opera che i superstiziosi dicono maledetta. Lo stesso successe per un improvviso blackout durante una Nona di Beethoven proprio nel momento dell’assolo del tenore. Per fortuna l’orchestra, il coro e io sapevamo la parte a memoria e andammo avanti come dei treni per un po’. Il fantasma di Beethoven è intervenuto e ha fatto durare poco le tenebre. Il direttore, reso momentaneamente invisibile, era stupefatto, anche perché andare insieme senza una guida in quel punto lì, con tutti i contrattempi, è una cosa abbastanza difficile. Al riapparire della luce si voltò verso il pubblico per elogiarci, e il pubblico applaudì. Potrei raccontartene un sacco e una sporta.
E poi, i capricci dei divi… Beh, sì. Possono essere visti come capricci, e spesso lo sono, sono manifestazioni di un narcisismo che in una persona che si espone in palcoscenico è inevitabile trovare. Solo che, a volte, codesta attitudine può diventare parossistica. Altre volte, però, preservare la propria voce, strumento delicatissimo, può apparire ai più come un capriccio, un’esagerazione, sebbene non sia così: un cantante conosce il proprio corpo meglio di chiunque altro e sa che per arrivare a un certo risultato bisogna fare dei sacrifici. La maggior parte delle persone è convinta che basti aprire la bocca e si canti, è spesso il messaggio che passa in televisione. Ma, per arrivare sani a una recita, ci vuol ben altro e qualche volta è necessario “fare i capricci”, che poi consiste nel non sovraffaticarsi e rinunciare a qualche capriccio, vero, di un regista o di un direttore d’orchestra.
Hai ragione. Lo spettatore medio molte cose non le sa No. Ma lo spettatore medio di questo romanzo non immagina nemmeno in che sorta di malaffare sia coinvolto il regista Nardini e, di conseguenza, anche la Diva. Il lettore lo scoprirà gradatamente, via via che Maria Giovanna progredisce colle indagini, ma, nel frattempo, farà una piacevole indigestione di aneddoti sulla vita degli artisti, di come percepiscono la realtà. Il regista, Gianfranco Nardini, è un personaggio tremendo: usa tutto e tutti senza pudore, l’importante sono i soldi che la moglie riesce a canalizzare, l’arte è l’ultima cosa per lui. Ma la sua superbia, di tanto in tanto, gli sfugge di mano e ha esiti negativi, incontrando persone più furbe e più accorte di lui. Gli spettacoli mediocri che produce hanno l’unico pregio del canto della moglie, inarrivabile. Ovviamente la coppia artistica è un’icona, potrebbero essere la soubrette televisiva e il direttore di rete, l’attrice e il drammaturgo o il produttore cinematografico, la ballerina e il coreografo, e così via, gli esempi ci sarebbero anche; cambierebbe il contesto ma i rapporti sarebbero uguali. Pigmalione, no? Io ho scelto il soprano e il regista perché è il mondo che conosco meglio e mi divertiva riprenderne un po’ le fila.
Certamente, è la storia del Pigmalione che si ripete. Ciò che vien fuori, leggendo il romanzo, è anche una famiglia artistica assai disagiata sebbene ricchissima. I figli della coppia hanno pochissimi rapporti coi due genitori, sempre in giro per il mondo, pur abitando nella stessa tenuta in Toscana colle loro rispettive famiglie Succede spesso nel mondo dello spettacolo. I figli, soprattutto quando sono piccoli e se i genitori hanno una carriera internazionale, può accadere che siano un po’ messi da parte e affidati a un educatore. Quando tornano a casa, gli artisti genitori vengono, a volte, vissuti come estranei, come dei parenti lontani che portano il regalino costoso ed esclusivo per scaricarsi la coscienza ma coi quali non esiste in realtà alcun rapporto profondo. Non è sempre così ma ho visto famiglie un po’ strane tra i colleghi. Anche la famiglia di Francesca Balducci, l’attrice amica di Nardini e Ricci che interpreta Isabella Colbran, è un disastro, e vien fuori in tutta la sua “effervescenza” durante il Premio Harmonia. È una scena a cui mi è capitato veramente di assistere.
La serata del Premio Harmonia è un fuoco di fila di gag. Ma anche un po’ triste, proprio per queste famiglie sdrucite di cui parli. Anche Emma nel romanzo sembra rattristarsi di questo Ma non solo di questo. Anche dei ritmi infernali che le impone il marito perché deve soddisfare le esigenze economiche della famiglia e, soprattutto, della politica di cui entrambi sono testimonial proprio per la loro indiscussa popolarità, soprattutto della Diva, sono patti a senso unico, non s può tornare indietro, come quelli colla mafia. Però l’ambizione e il narcisismo, nella sua vita, sono stati più forti e non ha saputo opporsi quando avrebbe ancora potuto. Solamente in tarda età Emma ha qualche ripensamento, quando vede il tempo che le sfugge tra le mani e realizza ciò che ha perduto, interrogando i suoi fantasmi. I soldi, però, le sono piaciuti, è il prezzo che si paga.
Maria Giovanna intuisce qualcosa di questa enorme mole di disagi? Il suo intuito percepisce che le cose non sono quelle che sembrano, naturalmente. È il suo credo: l’apparenza è solo una scenografia. E il suo modo di indagare, completamente anticonvenzionale, attento ai dettagli, la porta a un passo dalla verità. Ma, poi, proprio per questa ragione, viene esautorata dal suo capo. Non voglio rivelare di più per non togliere il piacere al lettore. Ciò che, forse, renderà simpatica Maria Giovanna a chi legge è che è una di noi, una che lotta per una giustizia distratta, complice spesso dei poteri nascosti, una che si emoziona per i versi di Petrarca osservando il flusso della Sieve nel Mugello, una che ha visto la bellezza nella Natura da giovane e che ha conosciuto il dolore della perdita di un genitore ucciso dalla malavita. È una che ha una profonda cultura classica, a cui attinge di continuo per darsi delle risposte.
E Nardini? Chi è in realtà? Nardini è l’incarnazione della mediocrità, che oggi vediamo in tutti i campi, soprattutto nella politica e nella televisione. Basti vedere gli ultimi ministri della cultura (e non solo della cultura) che ci sono toccati, si salvi chi può. Nardini vorrebbe essere ciò che non sarà mai e per questo ruba agli altri: le idee, i soldi, gli spazi. La prima a cui ruba la libertà è sua moglie che utilizza a suo uso e consumo, colla scusa che, se non ci fosse lui, lei avrebbe una carriera ordinaria. E il necrologio dell’inizio, probabilmente, l’ha scritto lui, come pure la biografia della moglie. Tutto passa sotto il suo controllo. Lui inventa a getto continuo, spesso riciclando, spettacoli di livello mediocre dove la protagonista è Emma, infilandocela a forza anche dove non c’entrerebbe nulla, come nell’episodio della madre di Gilda nel Rigoletto, che nel dramma non esiste. E lui lo sa; sa che senza di lei i suoi spettacoli sarebbero spazzatura. Il suo cattivo gusto, che si esplicita nel riempire in maniera compulsiva ogni spazio col suo ciarpame da rigattiere, credendo di abbellire la realtà, non può essere guarito perché è stratificato, è costruito, anche inconsapevolmente, in forma autoportante: se si cerca di correggerlo crolla e per non crollare ha bisogno dell’apporto di persone che sanno come far funzionare le cose. Solamente che lui, per esorcizzare questo complesso d’inferiorità, di cui è cosciente, crea confusione, agita la realtà intorno a sé per camuffarlo, per nasconderlo. I suoi collaboratori se ne rendono conto ma il potere che lui ha consolidato negli anni, soprattutto grazie alla presenza dell’unica vera star, che è Emma, è tale che ogni piccolo dissenso può essere fatale a chi lo esprime. Lo dice chiaramente a Maria Giovanna chi va a denunciare i traffici della coppia. Di personaggi così l’Italia è piena, già negli anni Cinquanta e Sessanta la cinematografia li stigmatizzava, la commedia all’italiana ne deborda: Risi, Pietrangeli, Germi, Visconti hanno messo in evidenza questi arrivisti senza scrupoli. I Mostri, I Nuovi Mostri, ecco, Nardini è uno di quei cialtroni. E pure Emma viene coinvolta in questo mostraio.
Non c’è una salvezza, insomma... S’intravede qualcosa di salvifico nelle azioni di Maria Giovanna che, però, è alle soglie della pensione, e, soprattutto nel giovane e sveglio appuntato Bepi Squizzato, che ammira la procuratrice per la sua integrità morale per il suo acume, di cui anche lui è dotato, con un metodo invidiabile, frutto di studio e di passione. È un messaggio che solamente collo studio e la purezza di cuore si può forse salvare qualcosa, Bepi è il futuro. E il fatto che sia la musica, soprattutto l’opera, il veicolo su cui viaggia questa possibilità vuol essere il messaggio che solamente la bellezza ci può aiutare. Perfino Maria Giovanna, che non conosce l’ambiente dell’opera né mai vi si è avvicinata, ne viene sedotta grazie all’affettuosa persuasione di Bepi, che le mostra come i librettisti e i compositori, insieme agli interpreti, decifratori dei loro segni sulla carta, abbiano concentrato tutto il mondo nelle loro opere, fornendo delle chiavi di lettura di ciò che è intorno a noi. Le riflessioni di Maria Giovanna sulla potenza evocativa della voce umana, e di quella di Emma Ricci in particolare, che arrivano a romanzo inoltrato, sono il frutto di questa tardiva frequentazione: Casta diva la fulmina, le parole di Felice Romani e la musica di Vincenzo Bellini si traducono nella realtà che la circonda. Ma quanti Bepi Squizzato ci sono accanto a noi? Sempre troppo pochi in questo overtourism della mediocrità che ci sommerge. Inoltre Bepi è un omosessuale e Maria Giovanna lo sa, lo intuisce senza mai parlargliene per delicatezza, e lo ammira per questa sua forza interiore e la sua determinazione. È il figlio che non ha mai avuto ma che la vita gli ha offerto come collaboratore.

Il tuo romanzo è un affresco sinestetico di linguaggi, dalla poesia per l’opera ai dialetti italiani, è un mosaico idiomatico dove talora può non essere così facile districarsi È la nostra realtà. Noi viviamo in un calderone dove ognuno parla la propria lingua, dove tutto si mescola, dove le realtà regionali s’incontrano e si scontrano, oggi, poi, coll’apporto degli stranieri, ancora di più. Se ne accorse Carlo Emilio Gadda che in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” usò i dialetti che si potevano ascoltare in una città come Roma, dove l’inurbamento rapido postunitario e incrementato dal fascismo (si svolge negli anni Venti del XX secolo) aveva portato alla convivenza di genti diverse, provenienti da ogni dove. Anche in Bellissima di Visconti, che si svolge sempre a Roma, c’è questa dimensione multilingue sullo sfondo. E c’è pure in Cantami o Diva, anche perché il mondo del teatro è necessariamente poliglotta, sebbene la musica sia un metalinguaggio o, forse, proprio per questo. L’opera (e i melomani al suo seguito) viaggia ovunque, da Tokio, a Londra, a Vienna, a Buenos Aires, sebbene sia nata a Firenze, e i suoi artisti parlano tante lingue, sempre, un po’ per i vari repertori nazionali che devono conoscere, un po’ perché devono capire e farsi capire all’estero. L’inglese è la lingua franca, il francese è per i più colti e raffinati. E, nel romanzo, la Toscana, anche per una questione di linguaggio, è spesso al centro di tutto, nel bene e nel male, un po’ come se la bellezza di quelle colline, incomparabile, fosse uno scenario che cela l’insidia, parallelamente alla vita agiata della coppia artistica che nasconde ruberie e malversazioni. La splendida residenza dei Ricci Nardini è nella campagna toscana, non a caso. I salesiani di Bivigliano compiono le loro malefatte nella struttura vicino Firenze. Parte della famiglia di Maria Giovanna è toscana (come per me, la mia mamma era di Barberino del Mugello), lei ritrova dei parenti mentre conduce l’indagine a Bivigliano, nei pressi di Borgo San Lorenzo, e il toscanissimo Francesco Petrarca, modello per tutti i poeti successivi, anche d’oltralpe, fa parte dei suoi preferiti. In questi brani ci sono sparpagliati anche ricordi di famiglia. Inoltre, nel “Pasticciaccio”, cosa non casuale, c’è il tema della giustizia vilipesa, ingrediente fondamentale anche nel mio romanzo.
Proprio così. Nel tuo romanzo ho notato vari livelli di lettura, per chi vuole e sa coglierli. C’è la storia principale, grottesca, spesso divertente, e, in chiave originale, a ritroso, dove le cose si scoprono a poco a poco, gli aneddoti di teatro, le sfuriate di Maria Giovanna, i suoi sogni, le citazioni operistiche di Bepi Squizzato, l’importanza della memoria, i grandi analisti della realtà come Pasolini (citato da Bepi) che oggi viene addirittura espropriato dalla Destra… …in cerca di muse perché non ne ha, non può averne dopo tutto ciò che è successo nel Novecento, nonostante ciò che blaterano i vari ministri.
Esatto, e poi tante altre cose che i lettori più attenti scopriranno. C’è l’attenzione alla superstizione, come gli episodi esilaranti della Contessa Cassandra e delle sue visioni, c’è perfino la vacuità di certo mondo del fitness che disgusta Maria Giovanna, pur esperta nuotatrice, ci sono tanti di quegli ingredienti che i lettori scopriranno a ogni pagina e che, dovrebbero far riflettere chi affronta la lettura, a qualsiasi livello essa sia. Un elogio all’editore Entheos per il fiuto che ha avuto pubblicando il tuo romanzo Mi fa piacere che tu abbia notato la costruzione a strati di questo romanzo. C’è sempre un intento simile in tutto ciò che scrivo, siano racconti, romanzi, saggi, articoli. La realtà è complessa e la sua complessità spesso non è decifrabile nello stesso momento. Ha bisogno di riflessione, di connessioni, di attenzione ai dettagli, di uno sguardo obliquo e multiplo. Come Maria Giovanna e Bepi Squizzato riflettono col loro metodo galileiano applicato alle indagini, rifiutando il comodo rasoio di Occam proposto dal Procuratore Capo, così spero che i lettori riflettano e riescano a vedere le cose in maniera trasversale, attraverso gli indizi che dissemino in tutto il romanzo, a partire dal necrologio. Ciò potrebbe aiutare tutti per cercare di superare i tempi orribili che stiamo vivendo, dove la banalità e l’eccessiva semplificazione in bianco e nero (guarda cosa non succede alle grandi potenze e in Medio Oriente) rischiano di annientare secoli di civiltà, non sempre brillanti, va detto, ma che è la nostra Storia, la nostra identità, che va conosciuta. E la musica è parte integrante di questa civiltà, nell’opera si trova tutto ciò che ci serve, un po’ come diceva Goethe della Sicilia: “qui è la chiave di tutto”.
Ho notato una particolare attenzione al mondo femminile, da parte tua, nel romanzo Vuoi sapere il complimento più gradito che mi hanno fatto quest’anno qual è stato? Alla premiazione per il racconto del concorso di Palermo, che era stato letto dalla giuria in forma anonima, i giurati, dopo averlo scelto e premiato, mi hanno detto che sono rimasti sorpresi quando hanno scoperto che l’autore del racconto non fosse una donna, perché non credevano che un uomo, soprattutto oggi, potesse ragionare con uno spirito femminile così libero. Pensavo a come Bellini, Donizetti, Verdi prendessero spesso le parti delle loro eroine, pensavo proprio ad Amina, nella Sonnambula, a come Bellini e Romani partecipassero alla sua disperazione per non essere creduta, a come Verdi e Piave fanno apparire i due Gérmont, padre e figlio, in Traviata: due imbecilli schiavi volontari delle convenzioni, che fanno emergere Violetta, vittima di queste convenzioni. Anche loro erano uomini. Nei miei racconti e romanzi i personaggi femminili sono quasi sempre quelli che trainano la storia. E si potrebbe scoprire che Emma e Maria Giovanna, contrappeso l’una dell’altra, abbiano molto più in comune di quanto s’immagini.
Grazie, maestro Crispi, di questa conversazione intensa e, soprattutto, di questo romanzo che si preannuncia come un successo. Chissà, secondo me potrebbe anche diventare un film, gli elementi ci sono. E il finale, aperto (possiamo dirlo?) suggerisce un seguito Lo spero. Ringrazio l’editore Entheos per aver deciso di pubblicarlo. Per il seguito… chi lo sa, può darsi, ho qualche idea ma è ancora presto per dirlo. Vedremo come va il romanzo. Ciò che, alla fine, cerco di fare attraverso la scrittura, oggi, è in pratica la stessa cosa che cercavo di fare quando cantavo: comunicare. E ringrazio la divina Luciana Serra, che ha scritto l’introduzione, per averlo notato. Per me è sempre stato fondamentale comunicare, siano state idee, emozioni, proposte. Ciò che voglio comunicare oggi coi miei romanzi è: aprite gli occhi e non fatevi fregare. E anche: immergetevi nella bellezza, ne siamo circondati. Non costa nulla ed è gratificante.
L'acquisto del libro sia in formato e-book sia in formato cartaceo è possibile on line a questo link: https://entheosedizioni.com/pubblicazioni/cantami-o-diva/
Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica Uncalm Nella miniatura in alto: il tenore e scrittore Massimo Crispi in "formato barocco" Al centro: la copertina fronte/retro del libro Cantami o Diva edito da Entheos Sotto, in sequenza, Massimo Crispi tenore in scena: L'Orfeo di Monteverdi; Styx99; La Frascatana di Paisiello In fondo: Massimo Crispi in concerto accompagnato dal pianista Antonio Ballista
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intervento di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Le presenze del Russian Classical Ballet al Teatro Comunale "Claudio Abbado" nelle rappresentazioni di fine anno, o inizio anno nuovo, sono diventate ormai consuetudine. La compagnia diretta da Evgeniya Bespalova e veicolata nei teatri italiani da Futura Produzioni ha proposto un classico del proprio repertorio, Il lago dei cigni di Piotr Ilic Cajkovskij, facendo riempire ieri sera, 30 dicembre, il teatro in ogni ordine di posti: intere famiglie con bambini e bambine al seguito, ma anche amanti e habitué del balletto classico, che hanno tributato allo spettacolo molti applausi a scena aperta e anche ovazioni al termine della rappresentazione. Pubblico soddisfatto: quindi tutto bene? L'orecchio del cronista non può che registrare il successo di pubblico. L'occhio del critico - invece - ha il compito di esprimere qualcosa nel merito.
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Personaggi
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Opera dalle Isole
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Le ossessioni carnali di Salome
servizio di Simone Tomei FREE
SASSARI - L’opera di Richard Strauss, Salome apre la Stagione Lirico-Sinfonica Autunnale 2025 del Teatro Comunale di Sassari. Accostarsi a questo capolavoro significa entrare in un universo febbrile, sensuale e lucidamente spietato, dove la materia musicale e quella drammatica coincidono in un vortice di immagini sonore e pulsioni
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Classica
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Lü Jia perfetta intesa con Pagano
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - La sera del 30 ottobre 2025 il Teatro Carlo Felice ha inaugurato la Stagione Sinfonica 2025/26 con un concerto interamente dedicato alla musica francese fra Ottocento e primo Novecento, affidato alla direzione di Lü Jia e alla partecipazione del giovane violoncellista Ettore Pagano, accompagnato dall’Orchestra della Fondazione.
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Classica
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Taverna per Prokofiev
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il corpus dei cinque concerti per pianoforte e orchestra e delle nove sonate per pianoforte, oltre a vari pezzi minori, testimonia l'impegno di Sergej Prokofiev per i tasti bianconeri. Tutti i più grandi pianisti si sono cimentati (e continuano a cimentarsi) nei concerti per pianoforte di Prokofiev, con assoluta predominanza - almeno
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Ballo and Bello
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Centenario di Dietrich Fischer-Dieskau
servizio di Athos Tromboni FREE
ROVIGO - In occasione del centenario della nascita di Dietrich Fischer-Dieskau, prestigioso baritono e raffinato interprete della grande tradizione Liederistica e operistica internazionale, Rovigo ha dedicato una masterclass presso il conservatorio cittadino e una giornata speciale al suo lascito musicale e intellettuale, con eventi di altissimo profilo
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Eventi
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Donizetti Opera apre il sipario
redatto da Athos Tromboni FREE
BERGAMO - Quella che qui presentiamo è la prima edizione del Donizetti Opera 2025 firmata dal direttore d'orchestra Riccardo Frizza, nella doppia veste di direttore artistico e musicale. È un festival da tempo riconosciuto a livello internazionale come irrinunciabille appuntamento annuale dedicato al celebre compositore bergamasco Gaetano
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Opera dal Centro-Nord
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Macbeth ancestrale e misterico
servizio di Angela Bosetto FREE
BUSSETO (PR) – «Penso che l’attrazione di Verdi per Shakespeare fosse legata più alla sua convinzione di poter trasformare in musica la grande letteratura che non ad affinità personali. Sicuramente aveva un istinto formidabile per l’Arte con la a maiuscola. Ma se oggi, come allora, nessuno sa nulla della vita di Shakespeare, è innegabile che Verdi
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Eventi
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Bologna va 'Verso Itaca'
redatto da Athos Tromboni FREE
ROMA - La stagione di Opera, Danza e Concerti 2006 firmata dalla nuova sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, Elisabetta Riva e dal direttore artistico Pierangelo Conte si chiama “Verso Itaca”: è un appellativo che racconta metaforicamente l’ultima tappa del viaggio della fondazione lirico-sinfonica felsinea verso il rientro
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Opera dal Nord-Ovest
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Francesca da Rimini tra forza e fragilitā
servizio di Simone Tomei FREE
TORINO - C’è un destino che sembra non conoscere oblio: quello di Francesca da Rimini, eroina sospesa tra colpa e innocenza, tra desiderio e condanna, che continua a esercitare il suo fascino attraverso i secoli e i linguaggi. Quando il sipario del Teatro Regio di Torino si alza sull’opera di Riccardo Zandonai, aprendo la stagione lirica 2025/2026, non
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Opera dal Nord-Est
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Cosė fan tutte di successo
servizio di Athos Tromboni FREE
ROVIGO - Zeus e le sue metamorfosi alla caccia delle femmine: così lo scenografo e costumista Milo Manara (al suo debutto sulle scene dell'opera) ha illustrato Così fa tutte di Wolfgang Amadeus Mozart per l'inaugurazione della 210.ma stagione lirica del Teatro Sociale di Rovigo, venerdì 17 ottobre 2025. L'allestimento si è rivelato giocoso,
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Approfondimenti
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Cosė fan tutte commedia della menzogna
di Athos Tromboni FREE
ROVIGO - In una lettera senza data, inviata prima del 17 giugno 1788, Mozart scriveva a Michael Puchberg, facoltoso commerciante di stoffe e fratello massone appartenente alla sua loggia, la seguente lettera: «Venerabile fratello, carissimo, amatissimo amico! La convinzione che lei mi sia veramente amico e che mi conosca come uomo d'onore
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Dischi in Redazione
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Disco che celebra un grande Autore
recensione di Simone Tomei FREE
Ennio Porrino I Canti dell'esilio (Songs of Exile) Angela Nisi soprano - Enrica Ruggiero pianoforte Brilliant Classics 2025 Il compositore sardo Ennio Porrino (1910-1959) appare oggi come un autore al tempo stesso elegante e complesso, il cui percorso creativo è segnato dalla tensione fra la ricerca delle radici identitarie
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Opera dal Nord-Ovest
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Don Giovanni claustrofobico
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - C’è qualcosa di emblematico nel vedere il Don Giovanni di W.A. Mozart intrappolato in un labirinto di pareti rotanti; forse è il destino stesso di certe regie nate come provocazione e finite per diventare autocitazione. Al Teatro Carlo Felice di Genova, l’allestimento firmato da Damiano Michieletto (produzione della Fenice di Venezia datata
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