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La regia anno 2010 di Michieletto ripresa a Genova 15 anni dopo fu una provocazione ora no

Don Giovanni claustrofobico

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 14 Ottobre 2025

20251014_Ge_00_DonGiovanni_ConstantinTrinksGENOVA - C’è qualcosa di emblematico nel vedere il Don Giovanni di W.A. Mozart intrappolato in un labirinto di pareti rotanti; forse è il destino stesso di certe regie nate come provocazione e finite per diventare autocitazione. Al Teatro Carlo Felice di Genova, l’allestimento firmato da Damiano Michieletto (produzione della Fenice di Venezia datata 2010, con scene di Paolo Fantin e costumi di Carla Teti) qui ripresa da Elisabetta Acella approda come inaugurazione di stagione e si presenta, più che come una lettura dell’opera mozartiana, come il suo meticoloso smontaggio. Tutto ruota, letteralmente, ma senza mai procedere davvero: un moto perpetuo della forma che lascia a terra la sostanza.
Il risultato è un Don Giovanni claustrofobico, chiuso in un labirinto di stanze identiche, dove i personaggi sembrano rincorrersi senza sapere perché, e il dramma mozartiano - con il suo geniale equilibrio di eros e colpa, ironia e tragedia - si perde in un’estetica di grigio cerebrale. Un’idea che al tempo forse poteva apparire audace; oggi suona come un esperimento esausto, privo di tensione teatrale e di respiro vitale. E se il celebre libertino è “una macchina lanciata verso l’autodistruzione”, come diceva lo stesso Michieletto, qui quella macchina sembra aver già terminato la corsa: si aggira in tondo, senza freni e senza meta, lasciando dietro di sé non rovine romantiche, ma un insistente senso di stanchezza.
Le scene di Paolo Fantin, con i loro pannelli rotanti e le stanze tutte uguali, diventano l’immagine più eloquente di questo spaesamento. Un Ikea metafisico, dove i personaggi si muovono come clienti smarriti dopo l’orario di chiusura. Nessuna finestra, nessun orizzonte, nessun respiro: solo corridoi che si inseguono in un moto circolare, fino a trasformare la vertigine mozartiana in monotonia. L’idea di una “giostra” scenica simbolo della corsa interiore di Don Giovanni verso il baratro, si svuota presto di senso, diventando un meccanismo che gira a vuoto.
A questo universo visivo, già di per sé asfittico, si aggiunge la neutralità cromatica dei costumi di Carla Teti, che annulla ogni gerarchia sociale e cancella la tensione dinamica tra servo e padrone, tra eros e colpa, che costituisce l’anima stessa dell’opera. Tutti, dal libertino al contadino, sembrano provenire dallo stesso reparto outlet della tragedia esistenziale: un mondo livido, dove la passione si è spenta e resta solo il rumore di fondo del disincanto. In questa “fiera del grigio”, il colore scompare insieme al senso del contrasto, e il teatro perde una delle sue più potenti armi: la differenza.
Il paradosso più grande è che Michieletto, a parole, aveva colto l’essenza del mito. Parlava di un Don Giovanni incapace di fermarsi, “una macchina lanciata a folle velocità verso l'autodistruzione”.

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Eppure, la sua messinscena tradisce questa tensione: più che una corsa folle verso l’abisso, ciò che vediamo è un girare a vuoto in un parcheggio desolato, dove il “fascino malato” di cui teorizzava il regista si perde nella ripetitività del gesto scenico. Ciò che sulla carta suonava come un’analisi acuta della vertigine libertina, in scena si traduce in immobilità: non una corsa, ma un moto bloccato, una reiterazione.
Se il Don Giovanni di Mozart è un corpo che brucia di desiderio e si consuma nell’eccesso, quello di Michieletto è un automa che vaga senza scopo, prigioniero di un simbolismo che non esplode mai in vera azione. Il fascino della rovina lascia così il posto all’inerzia di un esperimento mentale, dove l’idea prende il sopravvento sull’emozione. La regia, invece di affondare nel magma delle passioni, si chiude in una gabbia fin troppo concettuale. Laddove Mozart intreccia il comico e il tragico, il sacro e il profano, qui tutto si riduce a una linea piatta, a un tono unico di cupa introspezione. I personaggi non dialogano davvero: si sfiorano, si parlano addosso, talvolta si ignorano. Il gioco teatrale si smarrisce in trovate che pretendono di sorprendere ma finiscono per confondere. Frasi spostate, versi rivolti a chi non è più in scena, un libretto manipolato con troppa disinvoltura: Zerlina che canta “Vedrai carino” a Don Giovanni invece che a Masetto, Elvira che ritrova le proprie lettere nel catalogo di Leporello, e la cena finale, privata della statua del Commendatore, trasformata in un rituale erotico di dubbio gusto.

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Il problema non è la provocazione in sé, ma la sua mancanza di direzione. Se il genio di Mozart sapeva creare un perfetto equilibrio di tensioni morali e teatrali, in questo allestimento domina un disordine sterile, un accumulo di gesti privi di direzione. L’eros si riduce a un sesso da bordello, ripetitivo e svuotato, la violenza smarrisce la forza tragica e la comicità si dissolve. Tutto procede in modo meccanico e prevedibile, e ciò che avrebbe dovuto suscitare scandalo scivola nel puro manierismo.
Nonostante la regia di Michieletto lasci la sensazione di un ingranaggio che si ripete su sé stesso, il versante musicale e vocale ha offerto, nelle due serate dell’11 e del 12 ottobre, un quadro più variegato e a tratti decisamente più vivo. Il doppio cast ha infatti consentito di misurare sfumature e personalità diverse, rivelando quanto l’opera di Mozart possa cambiare pelle a seconda di chi la abita.
Ecco le impressioni sui due cast.

Recita dell’11 ottobre 2025
In questa serata, il Don Giovanni di Gurgen Baveyan si è distinto per un’interpretazione misurata, mai sopra le righe, fondata su una vocalità controllata e calibrata. La sua voce, non particolarmente potente, è stata tuttavia ben gestita e sempre proiettata con cura, a vantaggio di una resa scenica convincente, più riflessiva che impetuosa, ma coerente nella costruzione di un libertino sottile, quasi introspettivo.
A fronte di questa eleganza un po’ trattenuta, la Donna Anna di Irina Dubrovskaya ha convinto meno: la voce, di timbro piuttosto anodino e limitata duttilità, non ha restituito appieno la complessità del personaggio. Nelle agilità è apparsa in difficoltà e il suo canto ha mancato di quella tensione drammatica che dovrebbe sorreggere la figura di Anna tra dolore e sete di giustizia.
Ben più interessante è stato invece il Don Ottavio di David Ferri Durà, autentica rivelazione della serata: voce ben timbrata, fraseggio elegante, e una musicalità che ha reso entrambe le arie con tocco morbido e grande padronanza tecnica, fondendo lirismo e dignità cavalleresca.
Jennifer Holloway, nei panni di Donna Elvira, ha offerto una vocalità importante e ben impostata, tecnicamente sicura, sempre corretta e intonata, ma ancorata a un registro interpretativo piuttosto uniforme, tutto giocato su un forte-fortissimo continuo che finiva col limitare la varietà espressiva. L’Elvira ne è uscita nobile ma poco sfaccettata, priva di quelle venature di tenerezza e follia che rendono il personaggio così affascinante.
Meno a fuoco Bruno Taddia come Leporello: un’interpretazione che ha ceduto spesso alla caricatura, con un eccesso di gestualità e un fraseggio sovraccarico, non privo di una fastidiosa balbuzie che nulla aggiungeva alla comicità del servo. Le note gravi, inoltre, risultavano poco sonore, e la resa complessiva finiva col tradire la finezza mozartiana in favore di un registro da farsa.

Recita del 12 ottobre 2025
La sera dopo il testimone è passato a Simone Alberghini, che ha delineato un Don Giovanni di ben altra pasta: autentico phisique du rôle, elegante e spavaldo senza mai scadere nel manierismo. La voce, ampia e ben proiettata, ha mostrato sicurezza e padronanza in ogni registro, con inflessioni sapientemente cesellate e una costante attenzione al fraseggio e alla parola scenica. È stato un libertino raffinato e consapevole, capace di coniugare la sensualità con l’ironia, la forza con la misura.
Al suo fianco, Desirée Rancatore ha offerto una Donna Anna in grande forma: la parte vocale è stata affrontata con controllo e freschezza, sostenuta da un suono nitido e cristallino che ha dato risalto tanto alle agilità quanto alle sezioni più drammatiche. Interessante anche la sua caratterizzazione scenica, che ha saputo unire la fragilità iniziale a un’energia più consapevole e intensa nel finale.

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Meno convincente invece Ian Koziara nel ruolo di Don Ottavio: voce potente ma non sempre a fuoco, con un’emissione forzata e l’uso insistito di un falsetto un po’ troppo costruito che appiattiva la linea melodica, tradendo una certa inadeguatezza rispetto alla purezza richiesta dal ruolo.
Altra prova tra le più riuscite della serata, quella di Monica Zanettin come Donna Elvira: la sua è stata un’interpretazione eccellente per partecipazione emotiva e padronanza vocale. La Zanettin ha saputo fondere intensità e misura, fraseggio curato e grande istinto scenico, offrendo un ritratto istrionico ma coerente, capace di oscillare tra ira e compassione con disarmante naturalezza.
Giulio Mastrototaro, nel ruolo di Leporello, si è distinto per eleganza e misura. Lungi dal cercare l’effetto facile, ha tratteggiato un servo ironico ma mai volgare o macchiettistico, dal timbro morbido e omogeneo, e dal fraseggio attento, ricco di sfumature. Un’interpretazione raffinata, che ha restituito tutta la complessità del personaggio, sempre in bilico tra complicità e disincanto.

Interpreti di entrambe le recite
Comune ad entrambe le serate, Mattia Denti ha dato vita a un Commendatore di straordinario impatto: voce possente, duttile e perfettamente proiettata, con dizione chiara e parola sempre intelligibile. La sua presenza scenica ha conferito al personaggio un’autorevolezza magnetica e l’intervento finale, dominato da un suono pieno e penetrante, ha coronato entrambe le recite con una potenza drammatica rara.
Anche Alex Martini nel ruolo di Masetto, ha mostrato una vocalità nitida e ben impostata, curando con precisione parola scenica e intonazione al fine di costruire un personaggio credibile, genuino e incisivo nella sua semplicità.
Infine, Chiara Maria Fiorani come Zerlina ha convinto per freschezza e naturalezza: voce argentina, fraseggio agile, musicalità spontanea e grazia scenica, che hanno restituito alla giovane sposina una presenza vivace e autentica, capace di coniugare malizia e dolcezza con disinvoltura.

Direttore, Orchestra e Coro
La guida musicale del M° Constantin Trinks ha firmato una concertazione lucida e densamente pensata, in cui la cura del dettaglio è riuscita a prevalere sulla ricerca dell’effetto. Fin dalle prime battute dell’ouverture si è percepita la volontà di conferire all’opera una tinta drammatica più marcata, quasi a voler riequilibrare il peso del “dramma giocoso” verso la sua componente tragica e morale.
Trinks ha costruito un disegno sonoro in cui il senso del teatro e quello della misura si fondono con grande consapevolezza: tempi ampi, agogiche ben controllate e un’attenzione costante alla relazione tra buca e palcoscenico.
Particolarmente apprezzabile la sua scelta di porre in risalto i momenti in cui le voci si intrecciano in canone o in contrappunto, restituendo alla partitura mozartiana quella trasparenza architettonica che le è propria, ma anche la delicatezza del piano e del pianissimo, qui trattati con un respiro cameristico di grande raffinatezza. La sua lettura non è stata mai puramente “decorativa”, bensì tesa a svelare la sostanza drammatica di Don Giovanni: un affresco di passioni e colpe, luci e ombre, in cui l’orchestra non accompagna, ma dialoga, partecipa, commenta e anticipa.
Trinks sembra privilegiare le pagine scritte in tonalità minore, restituendo loro un senso di ineluttabilità che inchioda la vicenda alla sua dimensione tragica: la leggerezza del gioco mozartiano diventa così veicolo di un presagio di rovina.

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L’Orchestra del Teatro Carlo Felice ha risposto con compattezza e suono levigato, mettendo in luce tanto la nitidezza dei legni quanto la pastosità degli archi, ben bilanciati e sempre duttili nel seguire i moti del gesto direttoriale. L’equilibrio dinamico è rimasto costante anche nelle sezioni più animate, e la buca ha saputo respirare insieme alle voci, mai coprendole, anzi valorizzandole con un tessuto orchestrale denso ma trasparente.
Il Coro, preparato dal M° Claudio Marino Moretti, ha affrontato la prova con grande solidità, distinguendosi per precisione, coesione e qualità timbrica. Efficace tanto nella resa scenica dell’opera completa quanto nelle sezioni fuori campo del finale affidate alle sole voci maschili, ha mostrato una notevole compattezza. Nel celebre episodio delle “furie” la fusione delle voci e l’equilibrio delle sezioni hanno generato una tensione di intensità quasi sovrannaturale.
Il pubblico non troppo numeroso in entrambe le recite ha comunque gradito elargendo applausi sentiti per tutti.
(La recensione si riferisce alle recite dell’11 e 12 ottobre 2025)

Crediti fotografici: Marcello Orselli per il Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore Constantin Trinks
Al centro, in sequenza: Bruno Taddia (Leporello) e Gurgen Baveyan (Don Giovanni); Mattia Denti (il Commendatore); Irina Dubrovskaya (Donna Anna); Chiara Maria Fiorani (Zerlina) e Alex Martini (Masetto); David Ferri Durà (Don Ottavio); Jennifer Holloway (Donna Elvira) con Bruno Taddia; panoramica su Alex Martini, Gurgen Baveyan e Chiara Maria Fiorani
Sotto, in sequenza: Ian Koziara (Don Ottavio) con Desirée Rancatore (Donna Anna); Simone Alberghini (Don Giovanni) con Giulio Mastrototaro (Leporello)
In fondo: panoramica con Giulio Mastrototaro, Simone Alberghini, Monica Zanettin (Donna Elvira) e Desirée Rancatore






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