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Con nuovi protagonisti la replica del capolavoro pucciniano che ha inaugurato il Festival 2025

Buratto bel debutto in Tosca

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 02 Agosto 2025

20250802_TorreDelLago_00_Tosca_EleonoraBuratto_phGiorgioAndreuccettiTORRE DEL LAGO PUCCINI (LU) - Nel terzo fine settimana del 71° Festival Puccini di Torre del Lago, la seconda recita di Tosca ha riproposto uno degli allestimenti più attesi di questa edizione. La produzione, firmata da Alfonso Signorini in veste di regista e costumista, si è presentata con una veste visiva marcatamente simbolica, ricca di richiami estetici e storici. Tuttavia, questa densità si è spesso tradotta in scelte che, nel tentativo di modernizzare o enfatizzare, hanno finito per diluire il senso profondo del dramma.
La messinscena si sviluppa all'interno di un impianto scenografico sobrio e austero, ideato da Juan Guillermo Nova e sapientemente illuminato da Valerio Alfieri. La cornice storica - la repressione post rivoluzionaria, il ritorno dell'assolutismo borbonico, l’oppressione esercitata attraverso il potere religioso e la violenza istituzionale - è resa attraverso scenografie cupe e severe, costumi d’epoca curati dallo stesso regista e un impianto luci che accompagna con intelligenza l’evolversi drammatico. Tuttavia, alcune scelte visive scivolano nella sovrabbondanza e nel decorativismo ridondante: concubine in posa lasciva all'inizio del secondo atto, carcerieri in pantaloni adamitici e maschere di pelle da film fetish, ostensori che si illuminano teatralmente alla fine del Te Deum, il Sagrestano che recita l'Angelus facendo il segno della croce con il fiasco in mano e poi esce scolandoselo a canna: tutti elementi che sembrano pensati più per stupire che per costruire senso, con un tono caricaturale che indebolisce la tensione drammatica invece di rafforzarla. Questo approccio, che a tratti sfocia nel kitsch, dimostra come tali scelte non sempre paghino, rischiando di compromettere la serietà e la profondità dell'opera.
Anche la decisione di mostrare esplicitamente la tortura di Cavaradossi, in una scena volutamente cruda, è risultata più disturbante che efficace, apparendo gratuita e drammaturgicamente sterile e togliendo spazio alla potenza del non detto. Laddove il libretto suggerisce, la regia ha mostrato, ma senza aggiungere vera tensione o profondità. Le interazioni tra i personaggi sono apparse spesso rigide, più statiche che vissute, con una gestualità scenica poco naturale e meccanica. La regia, pur proponendosi di restituire una Tosca "maniacalmente fedele" alle intenzioni drammaturgiche del compositore, ha finito a tratti per contraddirsi, tradendo proprio quell'equilibrio tra pathos e misura che Puccini - e prima ancora Sardou - avevano saputo scolpire. L'impressione generale è stata quella di una visione estetica che privilegia la costruzione dell'immagine a discapito del respiro teatrale, stridendo con la musicalità intrinseca dell'opera.

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Il versante vocale ha offerto momenti di qualità, a partire dalla coppia protagonista: Eleonora Buratto, al suo debutto scenico in Italia nel ruolo di Floria Tosca dopo l'interpretazione in forma di concerto per l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha dato vita a una protagonista sfaccettata e profonda. Dopo un primo atto affrontato con comprensibile prudenza - ma sempre ben centrata -, l'artista ha progressivamente preso possesso del ruolo, lasciando emergere una vocalità luminosa, controllata e incisiva. Il secondo ha rappresentato il suo punto di forza: qui la Buratto ha saputo passare con naturalezza dalla disperazione all'orgoglio, fino alla sospensione mistica di Vissi d'arte, gestita con ammirevole controllo del fiato e un'emissione sempre elegante, nonostante un tempo staccato obiettivamente troppo lento. Il pubblico ha accolto la sua interpretazione con applausi sinceri e prolungati.
Al suo fianco, Michael Fabiano ha delineato un Cavaradossi carismatico e scenicamente spavaldo, sostenuto da una voce solida, a tratti graffiante, sempre penetrante.
Nelle due arie ("Recondita armonia" - "E lucevan le stelle"), il tenore ha saputo coniugare potenza e sensibilità, dosando con cura le mezze voci e liberando con naturalezza bordate sonore di notevole impatto. Il personaggio, grazie a questa costruzione vocale e gestuale, ha acquisito spessore e autenticità.
Il carisma inquietante del bigotto satiro che affina colle devote pratiche la foia libertina e strumento al lascivo talento, come ben evidenziato da Cavaradossi, era senz’altro presente nell'interpretazione di Mikołaj Zalasiński. Tuttavia, è mancato a tratti il modo di dimostrarlo con la necessaria efficacia scenica: un fare talvolta troppo marcato e meno mellifluo di quanto sarebbe stato opportuno ha penalizzato la resa del personaggio. Questa impostazione, unita a una dizione non sempre nitida e a una gestione degli acuti a tratti forzata, ha reso la sua interpretazione meno incisiva. Nonostante una buona proiezione nella zona centrale, l'insieme è apparso più rigido che minaccioso, privo di quel carisma inquietante e di quell'equilibrio sottile tra minaccia e seduzione che il ruolo richiede.

20250802_TorreDelLago_05_Tosca_CarloOttinoMichaelFabiano_phGiorgioAndreuccetti 20250802_TorreDelLago_06_Tosca_EleonoraBuratto_phGiorgioAndreuccetti

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Eccellente il contributo dei ruoli secondari: Luciano Leoni ha conferito ad Angelotti uno spessore dignitoso e partecipe, con fraseggio scolpito e timbro penetrante; Carlo Ottino, nei panni del Sagrestano, ha offerto una prova vivace e ben calibrata, stemperando i momenti brillanti dell'atto primo senza vocali eccessi caricaturali; Francesco Napoleoni è stato uno Spoletta preciso, inquietante al punto giusto, mentre Paolo Pecchioli ha dato a Sciarrone una vocalità autorevole e ben controllata; Omar Cepparolli, nel breve ruolo del Carceriere, si è distinto per naturalezza e chiarezza d'intonazione. Infine, Francesca Presepi ha offerto, nel canto di Un pastorello, una parentesi di delicata purezza.
Rispetto alla Turandot andata in scena una settimana fa, si è notata una reazione decisamente più coesa del Coro del Festival Puccini preparato e diretto dal M° Marco Faelli che, seppur meno impegnato strutturalmente, ha restituito una prova più sicura, compatta e partecipe. Di eccellente livello, come già accaduto in altre occasioni, il Coro di Voci bianche diretto dal M° Viviana Apicella, capace di donare intensità e limpidezza nei momenti più intimi della partitura.
La direzione di Giorgio Croci, pur mostrando spunti interessanti e cura nei dettagli timbrici, è parsa nel complesso trattenuta. L'orchestra si è spesso adagiata su un tappeto sonoro pesante, lento, quasi fangoso, che ha finito per smorzare l'impeto drammatico anziché sostenerlo. Il fraseggio orchestrale ha raramente trovato slancio, e l'effetto complessivo è stato quello di una lettura musicale corretta ma poco ispirata, incapace di far respirare la passione che quest'opera richiede.
Prima di concludere, ritengo opportuno chiarire la posizione del mio giudizio rispetto a quanto espresso dal direttore del nostro giornale nel merito di questa produzione. La parziale divergenza di opinioni non vuole e non deve mai essere interpretata come un affronto, né lo è mai stata in altre circostanze. Al contrario, essa nasce da una stima reciproca e dalla consapevolezza che interpretazioni, letture e sensibilità possono - legittimamente - non collimare, pur condividendo lo stesso amore per il teatro e per l'opera. È proprio nel confronto pacato e nel rispetto delle differenze che si costruisce una comunità critica autentica, dove la fiducia personale e la libertà di pensiero possono convivere senza mai mettersi in discussione.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 1 agosto 2025)

Crediti fotografici: Giorgio Andreuccetti per il Festival Puccini 2025
Nella miniatura in alto: il soprano Eleonora Buratto (Tosca)
Sotto, in sequenza: Eleonora Buratto; Michael Fabiano (Cavaradossi);
Miko
łaj Zalasiński (Scarpia); panoramica sul primo atto
Al centro, in sequenza:
Carlo Ottino (Sagrestano) con Michael Fabiano; Eleonora Buratto; ancora Eleonora Buratto con Miko
łaj Zalasiński
Sotto: la scena del Te Deum a conclusione del primo atto






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