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Il Maggio Musicale Fiorentino ha affidato a Roberto Catalano l'allestimento del capolavoro di Donizetti

Un magico Elisir

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 16 Luglio 2025

20250716_Fi_00_LElisirDAmore_AntonioMandrrillo_phMicheleMonastaFIRENZE - L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti è un capolavoro senza tempo che, a quasi due secoli dalla sua prima rappresentazione, continua a incantare e commuovere. Definito "melodramma giocoso", fonde mirabilmente la profondità patetica con l'arguzia dell'opera buffa italiana, creando una "commedia agrodolce" capace di strappare sorrisi e "furtive lagrime".
La genesi dell’opera racconta molto del genio creativo di Donizetti. Commissionato per il Teatro della Cannobiana di Milano, fu composto in tempi rapidissimi: sei settimane secondo i documenti, anche se una leggenda alimentata dalla vedova del librettista Felice Romani parla di soli quattordici giorni; egli sotto pressione, adattò con intelligenza il libretto de “Le Philtre” di Eugène Scribe, trasformandolo in un testo capace di coniugare leggerezza e profondità. Il debutto, nonostante le incertezze produttive e un cast che Donizetti stesso definì “inconsueto”, fu un successo travolgente e segnò una svolta decisiva nella carriera del compositore.
Dal punto di vista musicale, l’opera trascende la semplice farsa e si configura come un vero e proprio idillio teatrale. La partitura è ricca di sfumature timbriche e momenti lirici, alternando con naturalezza slanci comici e profondità espressiva. L’orchestrazione si distingue per l’uso raffinato dei fiati, i pizzicati degli archi, le marcette brillanti e i colori eleganti che accompagnano e caratterizzano le dinamiche psicologiche dei personaggi. Anche la grancassa, criticata da Hector Berlioz, viene impiegata con ironia e misura, dimostrando la maestria teatrale di Donizetti.
I personaggi incarnano con efficacia la commistione di stilemi comici e pathos romantico: Dulcamara incarna il buffo per eccellenza; Belcore porta in scena la spavalderia del soldato vanitoso, vera e propria maschera militaresca; Adina si delinea inizialmente come una giovane capricciosa, ma evolve con coerenza in una donna consapevole dei propri sentimenti. E poi c’è Nemorino, il cuore pulsante dell’opera: il suo candore, la sua ostinazione amorosa e, soprattutto, il suo canto colpiscono per sincerità emotiva.

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Il culmine si raggiunge con la celeberrima aria "Una furtiva lagrima" - accompagnata da un delicato assolo di fagotto - dove la figura dell’ingenuo innamorato si sublima, trascendendo il registro comico per approdare a un lirismo autentico, capace di restituire al personaggio un’umanità piena e commovente.
Il libretto di Romani, nella sua stesura finale, impreziosisce la fonte originale con una lingua musicale e poetica. Talvolta affiora persino un lessico di tono neoclassico, come nella costruzione metrica della romanza di Nemorino. La leggenda di Tristano e Isotta, evocata con tono leggero all’inizio dell’opera, acquista nel finale un significato più profondo, metafora dell’evoluzione interiore dei protagonisti: l’amore, da semplice creduloneria, diventa forza trasformativa.
Un esempio affascinante di una rilettura “moderna” è offerto dal nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per la stagione estiva 2025, con la regia di Roberto Catalano, le scenografie curate da Emanuele Sinisi, i costumi di Ilaria Ariemme e le luci per mano di Oscar Frosio.
Come chiarito dallo stesso Roberto Catalano nelle sue note di regia, la sua lettura de L’elisir d’amore si fonda su un’intensa chiave psicologica: l’obiettivo è quello di esplorare le origini più profonde della personalità dei personaggi, scavando nel loro vissuto emotivo e costruendo, al tempo stesso, uno spazio scenico che dialoga armoniosamente con la Cavea del Teatro del Maggio, trasformata per l’occasione in un parco urbano contemporaneo.
Nel preludio, una bambina - Adina - gioca sull’altalena. A un tratto, un coetaneo la spinge giù, in un gesto brusco e improvviso. Questa immagine, semplice ma fortemente evocativa, introduce un salto temporale e diventa il primo segnale di quella che Catalano definisce “ferita antica” - un dolore o una paura primordiale, spesso sepolta, che lascia un’impronta invisibile ma profonda. La ritroviamo poi adulta, capricciosa e razionale, ma con quelle stesse radici emotive già rivelate, mentre sfoglia il libro di Tristano e Isotta, motore simbolico dell’intera vicenda amorosa. Mostrare Adina da bambina, in quel momento fragile e destabilizzante, permette allo spettatore di cogliere con maggiore profondità l’evoluzione psicologica del personaggio.
Catalano sottolinea come queste antiche ferite - piccoli traumi, umiliazioni, paure sedimentate - possano continuare ad agire, seppur in modo sottile, sulle relazioni del presente. In quest’ottica, l’elisir venduto da Dulcamara non è più una pozione magica dal potere comico e risolutivo, ma si trasforma in un catalizzatore: uno stimolo a confrontarsi con le proprie vulnerabilità, ad affrontare quella paura di cadere che, nel preludio, era già stata rappresentata in forma concreta e metaforica.

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Insiste inoltre sull’idea che solo osando cadere, solo attraversando il rischio della delusione e dell’esposizione emotiva, si possa davvero crescere e comprendere sé stessi. E nel momento in cui si trova il coraggio di farlo, la carezza di chi ci vorrà bene diventa il gesto salvifico, capace di lenire il dolore e dissolvere la più profonda delle angosce: quella di scomparire. La regia celebra così la forza dell’amore autentico, inteso come riconoscimento e accoglienza, e restituisce all’opera una dimensione intima, vulnerabile, profondamente umana.
L’elisir d’amore continua quindi a incantare proprio per la sua duplice anima: un’opera che sa far sorridere e al tempo stesso commuovere, che alterna leggerezza e riflessione, restando saldamente ancorata alla tradizione pur parlando con voce moderna, intima, quasi disarmata.
Alla luce di questa rilettura, l’allestimento di Catalano acquista un valore ulteriore, toccando corde che, come docente, riconosco profondamente. Nel mio lavoro quotidiano, infatti, mi confronto spesso con quelle ferite non del tutto rimarginate, quei vissuti silenziosi che continuano a modellare la personalità e il comportamento dei miei studenti. È impressionante constatare come alcune dinamiche che segnano la figura di Nemorino - il discredito, l’emarginazione, l’annullamento dell’identità - trovino ancora oggi un inquietante riscontro nei contesti scolastici. Non esistono elisir né soluzioni immediate: ciò che occorre è una presa di coscienza del proprio valore, un percorso di autenticità e un’azione decisa contro le forze che spingono verso il baratro dell’isolamento.
Mi sia consentito qui di esprimere un pensiero personale: l’approccio di Catalano, così lucido nell’indagare le profondità dell’animo umano, mi ha toccato interiormente, spingendomi a riflettere sul significato profondo del mio ruolo di insegnante: essere docenti oggi non significa soltanto trasmettere saperi, ma assumere la responsabilità di accompagnare gli studenti in un cammino di crescita personale. È questo, forse, il contributo più alto che possiamo offrire: diventare figure di riferimento empatiche, capaci di illuminare il cammino verso l’autenticità e la - sì, oggi più che mai - necessaria resilienza.
Un allestimento, quello fiorentino, che ha visto al lavoro un cast molto affiatato e coeso.
Lavinia Bini ha dato vita a un'Adina vibrante e complessa, capace di muoversi con grazia dalla capricciosità iniziale a una profondità emotiva che commuove. La sua voce, agile e luminosa, si è rivelata anche dotata di un corpo vocale sempre più solido, permettendole di dominare con autorevolezza la tessitura centrale e di affrontare con intelligenza le insidiose agilità e le note più impervie. La sua presenza scenica, di eccellente piglio, ha reso pienamente credibile l'evoluzione di una donna apparentemente sicura di sé, ma in fondo fragile e desiderosa di tornare a fidarsi, conquistando il cuore del pubblico con la sua autenticità e generosità.
Antonio Mandrillo è stato un Nemorino di rara sensibilità e autenticità. La sua interpretazione è stata un crescendo emozionale, culminato nell’aria che gli è propria, eseguita con intensità e una linea di canto solida e ferma. Il fraseggio, elegante e impeccabile, unito a una salda intonazione, hanno permesso a Mandrillo di rendere la semplicità e la purezza d'animo di Nemorino senza cadere nel macchiettistico, trasformando lo "sciocco di villaggio" in un eroe romantico e vulnerabile.
Hae Kang ha offerto un Belcore dalla spavalderia contagiosa e dal carisma militaresco. La sua voce, potente, nitida e con dizione ottima, ha reso giustizia al personaggio del sergente, che pur nella sua vanità, aggiunge un tocco di vivace comicità all'intera vicenda. La sua presenza imponente e la sua interpretazione hanno bilanciato perfettamente l'aspetto buffo con una certa dignità, rendendo Belcore un antagonista quasi “simpatico” e ben delineato.
Roberto De Candia ha brillato nel ruolo del Dottor Dulcamara, un vero e proprio capolavoro di comicità e carisma scenico. La sua maestria nel "sillabato veloce" e la sua capacità di esaltare l'elisir con un'irresistibile verbosità hanno strappato risate sincere al pubblico. De Candia ha saputo infondere al personaggio una magnetica presenza, rendendo il ciarlatano non solo divertente, ma anche un elemento chiave nella dinamica emotiva dell'opera.
Aloisia de Nardis ha interpretato una Giannetta vivace e spigliata, aggiungendo un tocco di freschezza e autenticità al coro femminile. La sua performance ha contribuito a delineare l'atmosfera del "villaggio”, con una voce argentea, ben proiettata e un'ottima presenza scenica.
La concertazione del M° Alessandro Bonato si è distinta per equilibrio, eleganza e consapevolezza stilistica. La sua direzione, sobria e attenta, ha valorizzato la cantabilità dell’opera e mantenuto sempre un dialogo musicale corretto con i cantanti. Particolarmente riuscita è risultata la gestione dei momenti lirici più intimi, come nell’accompagnamento della romanza di Nemorino, dove l’orchestra ha saputo farsi leggera e poetica. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha risposto con coesione e sensibilità, offrendo un suono compatto e sfumato. Ottima anche la prova del Coro, preparato dal M° Lorenzo Fratini, preciso e partecipe, sia musicalmente che teatralmente.
Un plauso speciale merita anche l'impegno dei figuranti speciali - Martina Auddino, Mauro Barbiero, Francesco Baraldi, Elena Barsotti, Giampaolo Gobbi, Eliseo Pantone, Sonia Remorini - e dei bambini - Gherardo Attori, Celeste Castellini, Duccio Leoni, Violante Ginevra Orso.
Tutti hanno contribuito con lodevole impegno e un'ottima riuscita scenica a rendere ancora più vivida e coinvolgente l'atmosfera, arricchendo ogni scena con la loro presenza e la loro espressività.
La serata, meno afosa del solito e dominata da una piacevole brezza, ha riscosso il pieno consenso di un pubblico numeroso, ulteriormente allietato dall'omaggio della ditta Sammontana, che ha offerto gelati a tutti i presenti.
(La recensione si riferisce alla recita del 14 luglio 2025)

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Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il tenore Antonio Mandrillo (Nemorino)
Sotto, in sequenza: Lavinia Bini (Adina), Antonio Mandrillo, Hae Kang (Belcore), Roberto De Candia (Dulcamara); Lavinia Bini e Antonio Mandrillo nel I° Atto
Al centro, in sequenza: Hae Kang e Lavinia Bini; Hae Kang Lavinia Bini e Antonio Mandrillo; Antonio Mandrillo e Roberto De Candia; ancora Antonio Mandrillo con la bottiglia dell'elisir
In fondo, in sequenza: Aloisia de Nardis (Giannetta) con Lavinia Bini e Antonio Mandrillo; Aloisia de Nardis con Hae Kang; Roberto De Candia; Antonio Mandrillo con Aloisia de Nardis e il coro






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