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Sir Antonio Pappano sul podio della Chamber Orchestra of Europe nel Teatro Abbado |
E María Dueņas incanta i ferraresi |
servizio di Edoardo Farina |
| Pubblicato il 21 Novembre 2025 |
FERRARA - Continua la ricca programmazione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara luogo simbolo della tradizione culturale locale, con in scena il 18 novembre nell’ambito della Stagione Ferrara Musica la Chamber Orchestra of Europe e Sir Antonio Pappano, uno dei più attesi concerti dal sold-out in programma attraverso anche la partecipazione della violinista spagnola María Dueñas, interprete solista della Symphonie Espagnole op. 21 in Re minore di Édouard Lalo (1823 -1892). Prima orchestra residente di Ferrara Musica, fondata su impulso di Claudio Abbado, la COE è stata definita dalla BBC e dal Daily Telegraph come “la migliore orchestra da camera del mondo”, formata da musicisti provenienti da tutta Europa imponendosi sulle scene internazionali come uno dei più importanti e versatili ensemble contemporanei. L’orchestra ha mantenuto uno stretto rapporto con la città estense, dove ritorna regolarmente facendo tappa nelle sue tournée internazionali, ma unica data italiana di una tournée europea che ha toccato finora Valencia, Madrid, Saragozza, Siviglia, per giungere dopo Ferrara, a Berlino e a Eisenstadt.
 Inglese di origini italiane, artista di grande carisma, Sir Antonio Pappano è tra le più celebri bacchette del panorama internazionale, direttore musicale della Royal Opera House (dal 2002) e dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma (dal 2005). Dalla stagione 2024/2025 è diventato Direttore della London Symphony Orchestra. Recentemente è stato nominato membro onorario della COE, a fianco di Yannick Nézet-Séguin, Sir Simon Rattle, Sir András Schiff e Robin Ticciati. La giovanissima violinista Maria Dueñas, nata nel 2002 a Granada, è stata notata a soli dodici anni da Marek Janowski, che nel 2014 la diresse in un concerto sul podio della San Francisco Symphony. Nel 2017, a 14 anni, Dueñas ha vinto il primo di numerosi concorsi internazionali e da allora, la sua fama non ha fatto che crescere. Nel febbraio di quest’anno è stato pubblicato il suo secondo album con Deutsche Grammophon, dedicato ai 24 Capricci di Paganini. Tra le pagine eseguite quando si aggiudicò il primo premio al Concorso Menuhin, a 18 anni, obbligatorio proprio il primo movimento della Sinfonia spagnola di Lalo, cartolina di una Spagna animata, colorita, ballabile e con una parte solistica tremendamente impegnativa, con cui il programma musicale del concerto ha aperto la serata. Composta tra il 1874 e ’75 valse a Lalo il suo più grande successo per via del carattere decisamente sanguigno: danzante e intrisa di elementi popolari iberici, ibrida tra sinfonia e concerto per violino, ricca di svariate alternanze, dal flamenco ai passi di tango emersi in diversi temi e battute della sinfonia, toccò a suo tempo il cuore del pubblico continuando tuttora a farlo. La Symphonie è un grandioso poema sinfonico, opera contaminata da stilemi folklorici nella sua irruenza, dagli esotismi romantici, ove definire l’Ottocento come il secolo dei pianisti non renderebbe giustizia ad altri virtuosi acrobatici e altrettanto influenti sulla vita dei compositori: i violinisti. Dopo Paganini, un esercito di archetti “trascendentali” ha riempito le sale da concerto dettando legge su un pubblico assetato di meraviglia. Pablo de Sarasate di Pamplona (1844-1908) fu uno dei più sfolgoranti di questa generazione, assai noto per le variazioni Carmen Fantasy op. 25 per violino solo e orchestra sull’opera di Bizet. Il suo nome cominciò a circolare già alla fine degli anni Cinquanta per una tecnica esecutiva che univa delicatezza, pulizia del suono e intensità espressiva… come afferma anche il musicologo Luca Baccolini. L’attenzione è stata indubbiamente focalizzata sui virtuosismi a dire poco “pirotecnici” bene espressi dalla Dueñas, complice una bella presenza e un dinamismo davvero ineguagliabile. Fenomeno oramai non raro soprattutto tra le nuove generazioni di giovani fortemente talentuosi in tutti gli strumenti, basti citare ad esempio Yiuja Wang, pianista cinese dotata di una velocità esecutiva pianistica forse unica al mondo e in molti casi resa anche discutibile basandosi su una tipologia di esposizione legata più al sorprendere lo spettatore con “tante note e poca musica”, come definita in quasi comune accordo con la stampa e critica mondiale, fenomeno dal carattere un po’ circense molto in uso nel secolo romanico, dal momento in cui musicalità e cantabilità difficilmente in tale modo possono coesistere. E a seconda di una filologia storicamente corretta, non sapremmo mai come realmente Lalo avesse potuto immaginare oggi a distanza esattamente di centocinquant’anni la sua composizione interpretata da solisti musicalmente cresciuti in modo esponenziale, rispetto al suo tempo.

Ma senza apporre paragoni fuori luogo, pur essendo molto diversa per via anche di un’altra tipologia di programma da Giuseppe Gibboni e Ilya Gringolts, violinisti recentemente ospiti all’ ”Abbado” nella medesima stagione, la Dueñas qui è sembrata davvero instancabile esternalizzando una energia strepitosa non facendo mai distogliere il pubblico dallo sguardo attento per via della sua capacità di stupire; dopo l’Allegro non troppo, Scherzando: Allegro molto, Intermezzo: Allegretto non troppo, Andante e l’ultimo difficilissimo Rondò: Allegro, concede un fuori programma con l’orchestra ma senza la direzione del maestro, dall’archetto del violino con numerosi crini staccati e naturalmente ancora tutto a memoria, (a tale velocità, sarebbe quasi impossibile gestirne anche un leggio!), ove sino a quel momento simbiosi in sinergia ne hanno caratterizzato l’intesa espressiva unica e adatta per quella tipologia musicale. Se le nove sinfonie occupano il primo posto nella copiosa produzione di Antonín Dvořák (1841-1904) certamente anche le numerose Danze Slave non sono opere di second’ordine avendo diritto a una collocazione preminente in quanto specchio della corrente nazionalista boema alla quale si sentì sempre legato nell’ispirazione musicale. Qualità sonore lussureggianti e vivide, elogia diche melodie, ritmi marcati e tumultuosi si riscontrano in questi balli pieni di retaggi etnici e culturali dei popoli slavi, qui esposte nella seconda parte con l’Opera 46 delle stesse, in netto contrasto con il repertorio classico, contribuirono al lancio della sua carriera internazionale, capaci come sono di catturare la gioia della musica popolare dell’antico Regno di Boemia. Furono scritte nel 1878, per pianoforte a quattro mani su ispirazione delle Danze ungheresi di Johannes Brahms, e articolate in due parti: Opera 46 e Opera 72, rispettivamente di otto pagine ciascuna. Orchestrate sotto la richiesta dell’editore di Dvořák subito dopo la loro composizione, dal carattere fortemente nazionalista, vennero ben accolte a quel tempo e oggi sono tra i pezzi più famosi del celebre compositore ceco. Si tratta di una raccolta di immagini: paesaggi e ricordi di un'altra epoca, basati su ritmo, colore e la giusta dose di dolce nostalgia di un' Europa idilliaca che stava per scomparire.


E ancora Baccolini… a differenza di Smetana, Dvořak ricorre al materiale popolare solo per estrarne gli schemi ritmici, ma le melodie che produce sono frutto della sua fantasia. Il “popolare” prende quindi un’accezione nuova e diversa non è più operazione innesto a fini patriottici, ma rielaborazione contaminazione, ibridazione. La raccolta articolata dai temi Furiant in Do maggiore: Presto, Dumka in Mi minore: Allegretto scherzando - Allegro vivo, Polka in La bemolle maggiore: Poco allegro, Sousedská in Fa maggiore: Tempo di minuetto, Skocná in La maggiore: Allegro vivace, Sousedská in Re maggiore: Allegretto scherzando, Skocná in Do minore: Allegro assai, Furiant in Sol maggiore: Presto, si apre con una danza boema dal tempo rapido, in cui Dvořak gioca con l’alternanza e la sovrapposizione di diversi schemi ritmici comparendo inevitabilmente anche influssi della tradizione polacca, in particolare della mazur… nove eseguite in tutto compresa una in fuori programma a chiusura di sipario dopo una grandissima ovazione da parte del pubblico accorso numeroso, annunciata da Pappano semplicemente come la più sensuale e malinconica ovvero la celeberrima struggente n.2 in Mi minore dall’opera 72. Ottima fusione, inoltre, tra fiati e archi dalle giuste proporzioni piani-forte in equilibrio e non solo, trattandosi di un’orchestra in massima parte giovanile ma da un livello professionale senza eguali, supportati da un maestro della notorietà di Antonio Pappano, comunicativo ed espressivo quasi come volesse trascinarci sul palco e dal gesto sempre molto netto e deciso, chiaro, scattante, ma al tempo stesso plastico e attento…ove ancora una volta è apparso perfettamente a proprio agio nel suo genere riuscendo a trasmettere all’orchestra la giusta enfasi in una nostalgica gioiosità prorompente, vivace, estrosa, come poi esprime anche molto evidentemente il suo carattere, confermato da un saluto veloce e amichevole a fine concerto, quasi come conoscersi da sempre... (La recensione si riferisce al concerto di martedì 18 novembre 2025)
Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per Ferrara Musica - Teatro Comunale "Claudio Abbado" Nella miniatura in alto: il direttore Antonio Pappano Al centro: la violinista María Dueñas Sotto: altre immagini dal concerto
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