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Il capolavoro di Riccardo Zandonai riproposto nel Teatro Regio di Torino dove nacque |
Francesca da Rimini tra forza e fragilitā |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 20 Ottobre 2025 |
TORINO - C’è un destino che sembra non conoscere oblio: quello di Francesca da Rimini, eroina sospesa tra colpa e innocenza, tra desiderio e condanna, che continua a esercitare il suo fascino attraverso i secoli e i linguaggi. Quando il sipario del Teatro Regio di Torino si alza sull’opera di Riccardo Zandonai, aprendo la stagione lirica 2025/2026, non si celebra soltanto un ritorno alla grande lirica italiana del primo Novecento, ma si riattiva un mito che nasce da Dante, passa per d’Annunzio e approda a una modernità ancora inquieta. È una vicenda che si rinnova ogni volta che viene raccontata: specchio di una tensione eterna tra passione e legge, tra libertà e potere, tra anima e carne. Francesca è, fin dal V canto dell’Inferno dantesco, la figura dell’amore che si fa perdizione e salvezza insieme, l’amore che al cor gentile ratto s’apprende e che, pur nel peccato, conserva la sua purezza tragica. Da quei pochi versi di Dante Alighieri si è sprigionata un’intera costellazione di opere e visioni che hanno reso Francesca un simbolo universale, un archetipo della donna prigioniera e ribelle al tempo stesso. Quando Gabriele d’Annunzio nel 1901 scrisse la sua "Francesca da Rimini" per Eleonora Duse, diede al mito un corpo scenico e psicologico nuovo, intriso di sensualità decadente e di un linguaggio prezioso, musicale, quasi profetico. Zandonai, poco più di un decennio dopo, tradusse quella prosa in una materia sonora che ne amplifica l’intensità e ne sfuma i contorni. La sua partitura nata proprio a Torino nel 1914, è tra le più raffinate del teatro musicale italiano: un intreccio di suggestioni veriste e simboliste, di melodie limpide e armonie wagneriane, di colori orchestrali che respirano l’atmosfera dell’Impressionismo francese. In Zandonai tutto vibra di contrasti: la violenza e la dolcezza, la sensualità e la morte, la parola che si spezza e il silenzio che parla.

È nel non detto, nell’incontro muto tra Francesca e Paolo, che la musica tocca il suo apice: un “silenzio sonoro” in cui l’orchestra diventa voce dell’anima, sguardo, battito, respiro. Ogni nuova messinscena di quest’opera è chiamata a misurarsi con la sua doppia natura: la forza drammatica e la fragilità interiore, la sontuosità visiva e la sottigliezza psicologica. È un terreno insidioso e fertile per la regia contemporanea, che può scegliere se restituire la materia medievale del racconto o proiettarla in un altrove onirico e simbolico. Francesca da Rimini è anche un ponte tra culture e linguaggi: dal teatro di parola alla scena musicale, dal dramma dannunziano al cinema muto, che ne accolse presto la suggestione visiva. Nel corso del Novecento la sua immagine riaffiora nella pittura e nel cinema che ne ha fatto emblema dell’amore impossibile e dell’eterna malinconia femminile. Ma è nel teatro, e soprattutto nell’opera, che Francesca trova la sua voce più autentica: quella che unisce eros e destino, violenza e poesia. Quando la musica di Zandonai si dispiega, il tempo sembra sospendersi e l’antico dramma si fa attuale: la vicenda di una donna che paga con la vita il suo diritto di amare. Non è solo una storia medievale, ma una ferita moderna, una domanda che ci riguarda ancora: fino a che punto si può resistere al potere dell’amore? E quale colpa può mai avere chi ama davvero? Il Teatro Regio di Torino, con questa nuova produzione, non si limita a riportare in scena un capolavoro, ma riaccende una delle pagine più potenti del nostro immaginario collettivo. In ogni nota di Zandonai, in ogni pausa, continua a vivere l’eco di quella voce dantesca che attraversa i secoli e non smette di commuovere: la voce di Francesca, la voce dell’amore che, se pur condannato, resta l’unico vero paradiso possibile. Nella lettura registica di Andrea Bernard, Francesca da Rimini si libera dalle incrostazioni romantiche e dalle trappole di una visione passiva della protagonista, per assumere il volto di una donna lucida, consapevole e indomita. Bernard rovescia l’idea tradizionale di Francesca come vittima del destino o di una società patriarcale, trasformandola in figura di resistenza interiore: una creatura che sceglie e affronta la propria fine come atto di libertà, quasi una rivendicazione di sé. La regia sposta l’azione nella seconda metà dell’Ottocento - sottolineati dai pregevoli costumi di Elena Beccaro -, un’epoca ambigua e doppia, rassicurante solo in apparenza, ma percorsa da un moralismo ipocrita e da un controllo sociale sottile e spietato. In questo contesto, colto più come suggestione estetica che come ricostruzione storica, prende corpo l’universo di Francesca: una stanza che è insieme rifugio e gabbia, sogno e ossessione. L’ambiente, ideato da Alberto Beltrame, appare come uno spazio astratto, quasi mentale, dominato da un bianco lattiginoso che amplifica il senso di sospensione e irrealtà. Pareti mobili, aperture improvvise e passaggi nascosti agiscono come proiezioni dello spirito della protagonista, frammenti del suo inconscio che si aprono e si richiudono su di lei. Non è un luogo realistico ma il paesaggio interiore di Francesca: il teatro della sua memoria e delle sue illusioni.


Lì, grazie anche alle suggestive luci di Marco Alba, si sovrappongono presente e ricordo, sogno e condanna: la stanza dell’infanzia, il letto, la casa di bambole diventano echi di un tempo perduto, immagini che si dissolvono man mano che la realtà impone il suo volto crudele: quello di un matrimonio imposto, di un destino tracciato, di un amore solo immaginato. L’intera narrazione assume così un carattere atemporale, dove la riconoscibilità storica lascia spazio a un’astrazione poetica che accentua il senso di misticismo e di fatalità del dramma. In questa sospensione Francesca sembra muoversi come un’anima in sogno, circondata da presenze maschili deformate dal potere e dalla violenza, figure più archetipiche che reali. L’unico spiraglio di verità è Paolo, ma anche la sua apparizione, resa con un suggestivo squarcio luminoso sul fondo dove un prato fiorito irrompe nella stanza chiusa, ha il carattere effimero dell’illusione: un momento di grazia che si dissolve nel nulla. La scena, che nel terzo atto si ravviva nuovamente del colore del prato, evoca la potenza del desiderio e insieme la sua impossibilità. È in questa dialettica tra sogno e realtà, luce e chiusura, che Bernard costruisce la propria drammaturgia visiva: una partitura scenica che amplifica la musica di Zandonai e la traduce in immagini essenziali, cariche di tensione simbolica: il risultato è un racconto visionario, denso di poesia e rimandi, dove la Francesca da Rimini di Zandonai si fa specchio di un’anima universale, contemporanea, capace di parlare al nostro tempo con la voce limpida di chi sceglie la libertà anche nella tragedia. La Francesca di Barno Ismatullaeva, soprano uzbeko, si distingue per temperamento e intensità notevoli. La sua interpretazione accompagna lo spettatore nell’anima del personaggio, partecipe e sofferta, costruita su un fraseggio teatrale consapevole e su un canto che coniuga emozione e lucidità. L’interprete raggiunge un raro equilibrio tra forza e fragilità, tra la determinazione della donna che sceglie il proprio destino e la dolente dolcezza dell’amante perduta. La voce, ricca di corpo e colore, si rivela estremamente duttile: sa addolcirsi in filati e mezzevoci di delicata intensità, per poi espandersi in impennate drammatiche di grande potenza espressiva, scolpendo nell’aria il dolore di un amore impossibile e necessario. Anche quando l’acuto si allunga in un crescendo intenso, rimane intatta la solidità di una proiezione sempre salda e controllata, trasformando il pathos in pura espressione musicale. Al suo fianco, il tenore Marcelo Puente dà vita a Paolo il Bello con voce piena e ardente, sorretta da gusto nobile, fraseggio misurato e musicalità elegante. Il suo Paolo non è un mero eroe romantico, ma un amante poetico e appassionato, un idealista che tenta di sottrarre Francesca alla menzogna del mondo, avvolgendola in una dimensione sospesa dove sentimento e sogno coincidono. Il suo canto, caldo e penetrante, si intreccia con quello della protagonista in una spirale di desiderio e perdizione. George Gagnidze, nei panni di Gianciotto, restituisce con efficacia la complessità di un personaggio sospeso tra brutalità e disperazione. La sua voce baritonale, potente e dal colore brunito, talvolta mostra alcuni suoni meno definiti, che perdono parte della loro incisività, ma riesce comunque a trasmettere la tensione interna del ruolo. La violenza trattenuta della sua interpretazione esplode con maggiore forza solo nel gesto finale, quando l’ira si mescola alla rassegnazione, restituendo un climax drammatico di grande impatto. Di grande efficacia è anche il Malatestino di Matteo Mezzaro, figura al limite tra realtà e incubo, resa con precisione e voce di bel timbro: un’inquietudine sottile e insinuante che evita la caricatura, ma esalta l’aspetto più malefico del personaggio. Devid Cecconi offre un Ostasio vivido e scolpito, cesellato in ogni gesto e inflessione vocale, mentre Valentina Boi dà alla Samaritana un tono dolce e luminoso, eco di un’innocenza perduta. Suggestiva e di grande impatto scenico è la prova delle quattro dame: Valentina Mastrangelo (Biancofiore), Albina Tonkikh (Garsenda), Martina Myskohlid (Altichiara) e Sofia Koberidze (Donella). Tutte hanno offerto interpretazioni eccellenti, equilibrate e affiatate, capaci di tessere un intreccio delicato e suggestivo intorno a Francesca, incarnando al contempo innocenza, presagio e sostegno umano, morale e psicologico alla protagonista. Spicca, per profondità e calore timbrico, la Smaragdi di Silvia Beltrami, mezzosoprano dal timbro pastoso e vellutato, che dona al personaggio una presenza quasi sacrale, unica mediatrice tra la dimensione terrena e quella della memoria. Completano il quadro, con precisione e coesione, Enzo Peroni, Janusz Nosek, Daniel Umbelino, Eduardo Martínez e Bekir Serbest, rispettivamente nei ruoli di Ser Toldo, Il giullare, Il balestriere, Il torrigiano e Un prigioniero a conferma di un ensemble compatto e curato nei dettagli.


Sul podio, il M° Andrea Battistoni affronta per la prima volta Francesca da Rimini con la curiosità e l’audacia di chi ama addentrarsi nei meandri del suono per scoprirne la linfa segreta. La sua lettura non si limita a illustrare la partitura, ma la rovescia come un guanto, ne esplora le pieghe nascoste e la reinventa dall’interno, esaltandone la duplice natura: sensualità e tormento, fragranza e dolore. Egli riconosce nella partitura un’opera visionaria, sospesa tra raffinatezza orchestrale e dramma interiore, e a questa sospensione dà voce con una bacchetta duttile, animata da un gesto ampio e immaginifico, capace di accendere le tinte più audaci della tavolozza strumentale e di restituire l’incanto di un linguaggio insieme italiano e cosmopolita. La sua direzione possiede un respiro sinfonico e cinematografico, denso di trasparenze e contrasti, come se il suono stesso si facesse pittura. La densità orchestrale non opprime mai le voci, ma le avvolge in una trama luminosa, fluida, che lascia emergere ogni sfumatura e vibrazione emotiva. È una lettura che profuma di primavera, come quel prato fiorito che Bernard fa apparire in scena: un tappeto di colori da ammirare nei dettagli ma che colpisce per la bellezza d’insieme. Sa cogliere le risonanze europee della partitura, da Wagner a Strauss, da Ravel a Debussy, senza mai smarrire la radice melodica italiana, quella vena lirica che resta il cuore pulsante di Zandonai. Ne nasce una visione orchestrale avvolgente, raffinata, mai compiaciuta, in cui ogni dettaglio sonoro si fa parte di un grande affresco emotivo: un’opera d’arte che vive e respira davanti a noi. Ottimo anche il lavoro del coro, preparato con rigore e sensibilità dal M° Ulisse Trabacchin: la compagine del Regio risponde con precisione e compattezza, offrendo una prova di grande solidità tecnica e forte impatto teatrale. Le sezioni maschili e femminili dialogano con perfetto equilibrio, capaci di alternare la forza drammatica dei momenti corali più intensi alla delicatezza degli interventi fuori scena, sempre curati nel fraseggio e nell’intonazione. È un coro partecipe della narrazione, mai semplice sfondo ma presenza viva, che contribuisce a quella tessitura d’insieme in cui canto, gesto, suono e spazio si fondono in una stessa, incandescente visione. Eccellente anche l’apporto dei ballerini che hanno festeggiato la primavera con le fanciulle sulle coreografie di Marta Negrini. Pubblico numeroso e applausi per tutti. (La recensione si riferisce alla recita del 19 ottobre 2025)
Crediti fotografici: Gaido Ratti per il Teatro Regio di Torino Nella miniatura in alto: il direttore Andrea Battistoni Sotto, in sequenza: Barno Ismatullaeva (Francesca); Marcelo Puente (Paolo il Bello) Al centro, in sequenza: Matteo Mezzaro (Malatestino) e George Gagnidze (Gianciotto); Barno Ismatullaeva con Valentina Mastrangelo (Biancofiore), Albina Tonkikh (Garsenda), Martina Myskohlid (Altichiara) e Sofia Koberidze (Donella) In fondo, in sequenza: ancora Barno Ismatullaeva; e la scena finale dell'opera
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Dischi in Redazione
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