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A Trieste i capolavori di Mozart e Rossini fanno il punto sui personaggi Figaro, Almaviva e Rosina |
Quando il Barbiere va alle Nozze |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 02 Dicembre 2025 |
TRIESTE - Riunire Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini e Le nozze di Figaro di W.A.Mozart all’interno di un unico progetto teatrale significa restituire alle due opere la continuità per la quale Beaumarchais le aveva pensate: un unico arco narrativo, sentimentale e politico in cui i personaggi della trilogia si sviluppano, si trasformano, maturano e rivelano, da un capitolo all’altro, la propria natura profonda. L’operazione del Teatro lirico di Trieste non si limita dunque ad affiancare due titoli di repertorio particolarmente amati, ma riporta alla luce la matrice comune che li fonda e lo fa restituendo allo spettatore il senso di un vero e proprio “romanzo teatrale” che procede per accumulo e sviluppo, non per frammenti indipendenti. La lettura offerta dei due capolavori rivela una sorprendente coerenza: i temi della tensione sociale, del ribaltamento dei ruoli, dell’identità e dell’autorità, che Beaumarchais aveva colto nella società prossima al crollo dell’Ancien Régime, emergono con forza rinnovata e attraversano tanto l’irruenza rossiniana quanto la profondità mozartiana, mostrando come la comicità buffa e la malinconia morale siano in realtà due modalità complementari di leggere lo stesso mondo. Sul piano musicale questa doppia proposta mette in luce due poetiche opposte e perfettamente complementari. Rossini, nel Barbiere, costruisce un teatro della brillantezza, dell’invenzione e dell’impulso: la sua scrittura ritmica, con i celebri crescendi e l’euforia melodica, produce una macchina scenica energica, imprevedibile, sempre in bilico tra astuzia e slancio. Tutto è movimento, rapidità mentale, arguzia: la musica sembra anticipare i personaggi, punzecchiarli, sospingerli verso il guizzo successivo. Mozart nelle Nozze, compie invece un passo verso la profondità: l’orchestra diventa un organismo che osserva e commenta, rivelando retroscena emotivi, fragilità, tensioni che i personaggi a volte cercano di dissimulare. Le geometrie contrappuntistiche sono specchio delle relazioni, le arie si fanno ritratto psicologico e ciò che era puro gioco nel Barbiere si trasforma in consapevolezza dolorosa. Messa in sequenza, questa coppia di linguaggi crea un dittico musicale che va dalla frenesia giovanile alla maturità analitica: un percorso dell’anima in cui Rossini dà voce alla forza vitale e Mozart alla capacità di vedere dentro di sé. La musica diventa così parte integrante della crescita dei personaggi che passano dall’ingenuità combattiva alla lucidità critica, dal sogno individuale al senso tragico delle relazioni e del potere.

È proprio l’evoluzione dei personaggi a mostrare meglio il senso profondo di questa scelta. Figaro, nel Barbiere, è l’emblema dell’ingegno, della libertà e della prontezza: factotum agile, barbiere-filosofo, mediatore dotato di un’energia quasi contagiosa. Nelle Nozze mantiene verve e intelligenza, ma la sua astuzia diventa strumento politico: non più solo motore di situazioni comiche, ma voce di una consapevolezza nuova di una classe che reclama dignità e smaschera i limiti del potere. Rosina attraversa una metamorfosi ancora più incisiva: da giovane donna brillante, assertiva, capace di muoversi con disinvoltura tra inganni e ostacoli, diventa Contessa segnata dalla disillusione amorosa e dall’esperienza della fragilità, figura di una malinconia che sa essere nobile senza perdere la fierezza. Il Conte Almaviva passa dalla freschezza innamorata a una figura che incarna la crisi dell’autorità aristocratica: un uomo che tenta di ricorrere a privilegi sempre più anacronistici, mentre chi gli sta attorno comprende i suoi difetti con precisione chirurgica. A emergere con potenza nuova è Susanna, cuore pulsante delle Nozze: donna lucida, pratica, intelligente, consapevole del proprio peso nella trama sociale e affettiva. In lei si compie la trasformazione del servo da comprimario brillante a protagonista morale, osservatrice acuta e motore reale della storia. Tutte queste metamorfosi non sono semplici variazioni di carattere, ma l’immagine viva di una società in trasformazione dove l’ironia e il gioco amoroso lasciano spazio alla critica sociale e alla maturità emotiva. In questo contesto, l’allestimento scenico unitario realizzato da Pier Luigi Pizzi dà forma visiva alla continuità drammaturgica del progetto. Il bianco dominante, cifra distintiva della sua poetica, non è un esercizio estetico ma un linguaggio: una scenografia che riflette e amplifica i gesti, i moti dell’animo, le relazioni tra i personaggi. È uno spazio essenziale e raffinatissimo, capace di esaltare la brillantezza rossiniana nel Barbiere, offrendo aria, respiro e leggerezza ai movimenti e alle trovate comiche, e di diventare allo stesso tempo specchio della tensione morale nelle Nozze, dove la stessa architettura assume una tonalità più severa e quasi “ingessata”, riflesso dell’incrinarsi dei rapporti e della fragilità dei sentimenti. Nulla è superfluo: la geometria scenica è nitida, la composizione dei piani studiata con rigore, le interazioni calibrate per restituire ordine e significato anche nei momenti di caos organizzato che caratterizzano entrambe le opere. I costumi, spesso in contrasto con la palette chiara della scena, definiscono con finezza i ruoli e la posizione sociale dei personaggi senza mai ostentare, e la luce ideata da Massimo Pizzi Gasparon Contarini, scolpisce volumi, scandisce passaggi emotivi, guida la percezione dello spettatore con una delicatezza che trasforma la semplicità in profondità. È un lavoro di complessa semplicità, una lezione di garbo e misura che non cerca il colpo a effetto ma l’armonia, la coerenza e quella rara capacità di raccontare attraverso il silenzio delle forme. Il risultato complessivo è un dittico che vive di equilibrio e intelligenza: un progetto che, senza forzature né sovraccarichi, permette di cogliere la distanza tra la scintilla rossiniana e la profondità mozartiana conservando una continuità narrativa che raramente si percepisce con tale chiarezza. Se talvolta la solenne sobrietà dell’allestimento può far desiderare un pizzico di irriverenza in più, questa stessa misura diventa la chiave della sua efficacia: permette alla musica e ai personaggi di emergere con limpidezza, privilegia le dinamiche relazionali rispetto al puro spettacolo e restituisce al teatro di Beaumarchais quella complessità umana e sociale che lo rende, ancora oggi, così sorprendentemente moderno. Assistere alla conduzione del M° Enrico Calesso in questo doppio viaggio mozartiano e rossiniano non è semplicemente ascoltare un’orchestra; è osservare il pensiero musicale farsi gesto, emozione, narrazione pura. La sua direzione si impone non per clamore, ma per un’autorità intrinseca, frutto di un’intelligenza musicale che sa esaltare l’anima diametralmente opposta delle due partiture rivelando nel contrasto una verità drammaturgica superiore. Con Le Nozze di Figaro, impugna la bacchetta del cesellatore di anime. La sua direzione si fa riflessiva, intima, profondamente narrativa. I tempi si dilatano per accogliere il respiro dei personaggi; la trama orchestrale, mirabilmente sfoltita, guadagna una trasparenza cristallina che permette a ogni strumento, a ogni motivo, di parlare con chiarezza testamentaria. È nella dinamica che compie il miracolo maggiore: i contrasti tra forte e piano non servono all’effetto comico, ma a mappare il paesaggio interiore. Il mezzoforte diventa il tono della confidenza amara, il pianissimo il brivido della solitudine o il fremito di una speranza. Quando l’orchestra esplode, non è per gioia, ma per lo scatto d’orgoglio della Contessa o per la rabbia compressa del Conte. Calesso dimostra di comprendere che in Mozart il dramma non è nelle note, ma negli spazi tra le note: nei silenzi che prepara, nelle risoluzioni che trattiene, in un fraseggio che canta prima ancora che suonare. Poi, nel fuoco rossiniano de Il Barbiere di Siviglia, il paradigma cambia radicalmente. Qui, ripone la bacchetta dell’analisi psicologica e libera quella del virtuosismo ritmico e dell’alchimia dinamica. Disvela l’essenza dell’opera: non è solo comicità, è energia cinetica pura, un meccanismo d’orologeria che deve scintillare. La sua bacchetta cattura questa essenza con una vitalità trascinante. I famosi crescendi rossiniani non sono semplicemente eseguiti; sono architettati. Li costruisce con pazienza certosina, partendo da un pianissimo vibrante di intenzioni, per poi aggiungere strati sonori come un pittore sovrappone velature, fino all’esplosione finale che giunge non come fragore scontato, ma come liberazione gioiosa e necessaria. La sua gestione dell’agogica è un capitolo a sé stante di intelligenza. I tempi rubati, i rallentandi sospesi e le subitanee riprese sono strumenti di caratterizzazione e umorismo. Quando l’orchestra trattiene il fiato in un repentino pianissimo, per poi slanciarsi in un’impennata precisa e vigorosa, è la stessa essenza della vis comica rossiniana che prende forma: l’equivoco, la sorpresa, la battuta fulminea. Ogni accelerato è un guizzo d’ingegno, ogni rallentando un’occhiata complice verso il palcoscenico. L’orchestra, sotto il suo comando, ride, sussurra, e sbeffeggia con la stessa disinvoltura dei personaggi in scena. Il vero prodigio, tuttavia, non è nella perfezione delle singole interpretazioni, ma nel filo emotivo che Calesso tesse tra di esse. Passando dalle Nozze al Barbiere, si percepisce non un cambio di direttore, ma l’espansione di un unico pensiero musicale. La stessa attenzione maniacale per il dettaglio che prima analizzava un sospiro, ora scolpisce una risata. La sua gioia nel dirigere, manifesta in uno sguardo partecipe e in gesti di invito mai invasivi, contagia i musicisti, creando un’unità di intenti che è la prima condizione per l’eccellenza. Si esce dal teatro con la netta sensazione di aver compiuto un viaggio completo. Non sono solo stati presentati due capolavori; ci ha guidati attraverso la vita stessa di quei personaggi, usando l’orchestra come una lente d’ingrandimento sulle loro ipocrisie, le loro sconfitte, le loro gioie sfrenate e le loro vittorie. La sua direzione è stata un atto di rivelazione, dimostrando che la grandezza di un direttore non si misura nella forza del gesto, ma nella capacità di farsi servo intelligente e appassionato del genio dei compositori, restituendolo al pubblico con una chiarezza e un coinvolgimento che sono il sigillo di un’artista al culmine della sua maturità espressiva. Un trionfo non di personalismo, ma di umiltà di fronte alla grandezza della musica, e di maestria nel renderla viva, pulsante, e indimenticabile.
Le Nozze di Figaro - Sabato 29 novembre 2025 L'incanto creato dalla bacchetta rivelatrice di Calesso non sarebbe stato possibile senza la compagine di voci e personalità che ne hanno popolato la scena, un ensemble dove il dettaglio individuale ha sempre servito l’architettura d’insieme. Al centro di questo microcosmo, Simone Alberghini ha vestito i panni di un Figaro di straordinaria consapevolezza. La sua padronanza scenica, naturale e mai forzata, è stata il fondamento su cui ha costruito una lettura musicale di precisione chirurgica, capace di colorare le tre grandi arie con le sfumature psicologiche più sottili. Il culmine è giunto nell’oscurità del quarto atto, con un Aprite un po’ quegl’occhi trasfigurato: non un semplice lamento, ma un caleidoscopio di risentimento, ironia e disincanto, irraggiato da una vocalità potente e controllata che ha squarciato le tenebre notturne con luminosa efficacia. Al suo fianco, Carolina Lippo è stata una Susanna di piacevole ascolto. La sua interpretazione ha colto l’essenza del personaggio: frizzante, spigliata e vivace nella sua leggerezza, ma sostenuta da una scaltrezza mai eccessiva. La voce, di un nitore cristallino, ha trovato il suo momento di perfetta sublimazione nel Deh vieni, non tardar, consegnando al pubblico una preghiera notturna di così accattivante intimità e così impeccabile bellezza vocale da strappare un entusiasmo palpabile.



A contrastare questa giovinezza spensierata, Ekaterina Bakanova ha offerto una Contessa di Almaviva di raffinata complessità. Se la sua presenza scenica è apparsa forse troppo composta, simile a una solenne eroina classica più che a una dama coinvolta in una “folle giornata”, il riscatto è stato interamente vocale. Con un canto morbido, pastoso e di perfetta intonazione, ha dipinto la sofferenza della donna tradita attraverso un fraseggio elegante e dinamiche sapienti, rendendo sia il lamento di Porgi, amor che la malinconica riflessione di Dove sono i bei momenti altrettanti gioielli di struggente pathos. Il Conte di Giorgio Caoduro ha completato il quadrante nobiliare con autorevolezza. Ha plasmato un nobile altezzoso e altero, ma non privo di una ridicola impacciatezza che ne umanizzava la figura. La voce salda e robusta, unita a una dizione nitida, ha fatto della grande aria del terzo atto Hai già vinta la causa un momento intenso di eleganza vocale e tensione drammatica. A smuovere gli animi con la sua tempesta ormonale, Paola Gardina è stata un Cherubino da manuale. Il suo aspetto dolce e quasi infantile si è perfettamente sposato a un’interpretazione in bilico costante tra innocenza e irruenza, grazie a mimiche facciali e scatti scenici di grande verità. Le sue arie sono state cesellate con un’attenzione alla parola e un gusto interpretativo che hanno reso il “bricconcello” più vivido e credibile. Anna Maria Chiuri, con la sua Marcellina, ha firmato una delle interpretazioni più memorabili della serata, offrendo una magistrale dimostrazione di come un artista di razza sappia ridisegnare i confini di un ruolo. Lasciando momentaneamente i suoi consueti personaggi di punta si è tuffata con intelligenza e generosità in una parte di carattere, trasformandola nel fulcro segreto della commedia. La sua è stata una performance di alchimia pura: ha distillato la verve comica più sfrenata senza mai cadere nella caricatura, e ha fondato questa esuberanza su una solida, palpabile verità umana. È in questo equilibrio che si è rivelato il suo genio interpretativo. La transizione da megera pettegola e vendicativa a madre commossa e tenera non è stata un semplice colpo di scena, ma un'autentica rivelazione emotiva, preparata con sapienza in ogni sua battuta e in ogni sguardo. In definitiva, ci ha ricordato con straordinaria efficacia che nel teatro musicale non esistono ruoli piccoli, ma solo interpretazioni grandi. La sua Marcellina è stata non solo brillante, ma strutturalmente essenziale: è stata il perno di verve comica e il cuore di verità umana che ha donato profondità, risonanza e un'anima in più all'intera, folle giornata. Un'autentica lezione di arte scenica e di amore per il palcoscenico. Proseguendo nella rassegna di un cast così omogeneo e composto, anche le voci dei comprimari hanno brillato di luce propria contribuendo a quell'ingranaggio perfetto che è la macchina mozartiana. Andrea Concetti ha donato al Dottor Bartolo una dimensione vocale di sorprendente generosità e nobiltà di fraseggio. La sua non è stata una semplice caratterizzazione comica, ma un ritratto a tutto tondo, dove un'emissione piena e rotonda ha conferito al personaggio un'autorevolezza burbera, rendendo la sua rabbia più credibile e, paradossalmente, ancor più esilarante. Andrea Galli è stato un ottimo Don Basilio. Ha colto l'essenza ipocrita e velenosa del personaggio con una vocalità squillante e una dizione affilata come un rasoio. Il suo canto “pettegolo” costellato di mezze tinte e sguardi obliqui, è stato un vero studio nella costruzione del personaggio attraverso il suono, incarnando con eleganza tossica il maestro di maldicenze. Nei ruoli minori, la precisione è stata altrettanto determinante. Veronica Prando, nei panni di Barbarina, ha portato una freschezza toccante e una vocalità a fuoco, cristallina e ben calibrata, che ha reso la sua breve ma cruciale uscita un momento di pura, semplice verità. William Corrò ha dato al giardiniere Antonio una presenza scenica vigorosa e puntuale, caratterizzando con pochi, efficaci tratti la sua rustica schiettezza. Pietro Picone, infine, ha vestito i panni di Don Curzio con un'attenzione maniacale al dettaglio rendendo il balbuziente notaio non una macchietta, ma un personaggio credibile e perfettamente integrato nel caos narrativo.
Il barbiere di Siviglia - Domenica 30 novembre 2025 Dopo le Nozze di Figaro, l’altra tappa memorabile del dittico con una recita folgorante de Il barbiere di Siviglia, dove la precisione del meccanismo comico e la finezza dell’intreccio musicale hanno raggiunto una brillantezza ancor più incisiva, sostenute da un cast perfettamente affiatato.



Al centro dell’azione Alessandro Luongo ha plasmato un Figaro di carisma trascinante e di intelligenza scenica pronta, facendo della celebre cavatina non solo uno sfoggio di potenza vocale, ma un saggio di dosaggio dinamico e di caratterizzazione. La sua presenza costantemente elettrica, ha trovato un picco di ilarità nel duetto All’idea di quel metallo, condotto con un tempismo e una brillantezza che gli hanno valso un’ovazione spontanea e unanime. Al suo fianco Annalisa Stroppa ha offerto una Rosina di notevole spessore psicologico e agilità virtuosistica. Il suo timbro caldo si è rivelato uno strumento duttile nell’affrontare le agilità rossiniane, trasformate da semplice virtuosismo in espressione di un carattere volitivo e ricco di sfumature. Da Una voce poco fa, resa con vezzosa fluidità, ai passaggi di più vibrante determinazione, il mezzosoprano ha dimostrato una padronanza assoluta della scrittura coniugando sicurezza tecnica a un gusto espressivo sempre curato. Il Conte d’Almaviva ha trovato in Marco Ciaponi un interprete di temperamento e finezza. La sua presenza scenica si è sposata a una crescita vocale di grande pregio, particolarmente evidente nell’aria finale Cessa di più resistere nella quale ha messo in evidenza una tenuta ammirevole, un’omogeneità di registro e un controllo del fiato che hanno trasformato le agilità in slanci di pura esultanza. La scelta di proporre l’opera integrale ha permesso di apprezzare appieno il suo percorso interpretativo, dalla morbida emissione di Ecco ridente in cielo alla piena maturità del finale. La sfera comica è stata sorretta da due pilastri d’eccezione. Marco Filippo Romano ha tratteggiato un Don Bartolo irresistibile, costruito su una comicità raffinata fatta di piccoli gesti, inflessioni vocali calibrate e un fraseggio sempre morbido ed elegante, che ha evitato con intelligenza ogni facile caricatura. Abramo Rosalen è stato un Basilio di solida prestanza vocale, la cui emissione corposa e nobile ha dato spessore a La calunnia è un venticello, eseguita con acuti pieni e note gravi rotonde in una dimostrazione di autorevole presenza scenica. In un ruolo apparentemente minore come Berta, Anna Maria Chiuri ha confermato ancora una volta la sua statura di interprete intelligente e versatile. Pur in una parte che ne potrebbe limitare le corde vocali, ha saputo ritagliarsi uno spazio di assoluto rilievo, prima scenicamente, con una partecipazione vivacissima, e poi vocalmente nell’arietta Il vecchiotto cerca moglie, dove ha trovato accenti umoristici e sonorità suadenti, regalando un momento di puro godimento e dimostrando come un’artista completa sappia rendere indimenticabile ogni frammento del palcoscenico. William Corrò (Fiorello), Armando De Ceccon nel ruolo muto di Ambrogio e Armando Badia (Ufficiale) hanno completato il quadro con contributi di precisione e caratterizzazione puntuale, tessendo con garbo quella trama di dettagli che rende viva e credibile l’intera folle giornata sivigliana. Un elemento unificante e di costante eccellenza in entrambe le produzioni è stato il Coro, preparato con meticolosa cura e diretto dal M° Paolo Longo. La sua prova è stata, a tutti gli effetti, una colonna portante degli allestimenti, contribuendo in modo decisivo all’equilibrio e alla vitalità dello spettacolo. Ne Le Nozze di Figaro, ha dispiegato una presenza scenica e sonora e duttile; non semplice commento, ma parte attiva del dramma, ha saputo alternare i colori più sottili: dalla maliziosa complicità dei servi all’aura di solenne formalità nelle scene del Conte, sempre con un’intonazione cristallina e una dizione esemplare che ha restituito ogni parola con chiarezza testamentaria. Nel Barbiere di Siviglia, ha invece liberato un’energia travolgente e un senso del ritmo impeccabile, diventando il motore collettivo della folle giornata sivigliana. La precisione negli attacchi, la potenza controllata nei celebri crescendi e la capacità di caratterizzare, hanno dimostrato una preparazione tecnica salda. Il pubblico, numeroso e festante in entrambe le recite, ha suggellato un successo unanime, senza se e senza ma. (Le recensioni si riferiscono alle recita del 29 e del 30 novembre 2025)
Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste Nella miniatura in alto: il direttore Enrico Calesso Sotto, in sequenza: fotoservizi di Fabio Parenzan su Le nozze di Figaro di Mozart e Il barbiere di Siviglia di Rossini andati in scena nel Teatro Verdi di Trieste
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GENOVA - C’è una Tosca che nasce dalla tradizione ma rifiuta di restare confinata in una dimensione museale, scegliendo piuttosto di interrogare il presente attraverso gli strumenti del passato. È in questo spazio intermedio che colloco l’allestimento approdato al Teatro Carlo Felice di Genova, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma: una ricostruzione filologica solo in apparenza, che ambisce invece a restituire vitalità contemporanea a un impianto storico. L’origine romana dell’allestimento non è un dettaglio accessorio, ma un elemento strutturale: il lavoro dei laboratori capitolini, che circa un decennio fa hanno ricostruito scene e costumi sulla base dei materiali originali di Adolf Hohenstein, si traduce in un dispositivo visivo di notevole coerenza stilistica. Scenografie dipinte, architetture prospettiche, cura minuziosa dei dettagli restituiscono il teatro all’italiana nella sua forma più riconoscibile
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Novitā e conferme al Verdi di Pisa
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FERRARA - Una conferenza stampa fiume stamattina nel rinomato ristorante "Marinai in coperta" di via Otello Putinati 24 per presentare la programmazione estiva di Tutte le direzioni in Summertime... and more 2026, dove sono intervenuti Massimo Cavalleretti (presidente del Gruppo dei 10), Alessandro Mistri (direttore artistico), il batterista Ellade
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Gli spettacoli tornano a casa
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Lirica prosa sinfonica fanno 50
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LIVORNO - Oltre cinquanta serate tra lirica, prosa, musica sinfonica ed eventi: è questo il ricco programma della nuova stagione teatrale 2026-27 della Fondazione Goldoni presentato nel corso di una conferenza stampa direttamente sul palcoscenico dello storico Teatro di tradizione livornese. A delinearne genesi e sviluppo, il
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GENOVA, 27 giugno 2026 — Il Teatro Carlo Felice presenta la stagione artistica 2026–2027, un cartellone ampio e articolato che attraversa i grandi repertori dell’opera, della danza, del musical e della musica sinfonica, confermando la vocazione del teatro come centro propulsore della vita culturale cittadina e nazionale. La nuova stagione si
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MMF trecent'anni in un cartellone
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FIRENZE - Presentata il 19 giugno 2027, la nuova stagione del Maggio Musicale Fiorentino insieme all’89ª edizione del Festival si impone come uno dei progetti artistici più ampi e strutturati nel panorama europeo. Un cartellone che intreccia opera, concerti e danza in un percorso attraverso tre secoli di storia musicale,
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Pietro Mascagni a Livorno e altrove
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LIVORNO - È on-line il programma completo della settima edizione del Mascagni Festival, la rassegna lirica e musicale dedicata alla valorizzazione e alla reinterpretazione dell’opera di Pietro Mascagni, promossa dalla Fondazione Teatro Goldoni. Dal 17 al 23 agosto la città di Livorno ospiterà un ricco programma di spettacoli, concerti
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Giovanni Bergamasco fa sold-out
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FIRENZE – Il concerto del 16 maggio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino subisce un importante cambiamento rispetto alla programmazione originaria: il maestro Myung-Whun Chung, inizialmente previsto sul podio, è costretto a rinunciare all’impegno e viene sostituito da Emmanuel Tjeknavorian, che accetta con disponibilità di assumere
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La Turandot della prima volta
servizio di Nicola Barsanti FREE
LUCCA - Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della prima rappresentazione di Turandot, il Teatro del Giglio, luogo profondamente legato alla memoria di Giacomo Puccini, nato a Lucca , rende omaggio a uno dei titoli più amati e complessi del repertorio pucciniano. La scelta di presentare proprio Turandot assume un valore che va oltre
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Classica
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Rachmaninov e Sostakovič, sė perō...
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Due partiture nate dalla frattura, due risposte alla crisi che hanno segnato, ciascuna a suo modo, il corso della musica del Novecento. Il programma proposto dal Teatro Carlo Felice nella serata del 24 aprile 2026 affida al M° Samuel Lee, giovane bacchetta sudcoreana impostasi all'attenzione internazionale con la vittoria alla Malko
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Opera dal Centro-Nord
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Morte di Klinghoffer confessione collettiva
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - C’è una linea di confine tutt’altro che neutra che ogni grande teatro è chiamato prima o poi ad attraversare: quella che separa la rassicurante continuità del repertorio dalla necessità di misurarsi con le fratture del presente. Non è una semplice scelta di programmazione, ma un gesto che definisce un’identità culturale. L’ 88º
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Opera dall Estero
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Cosė fan tutte negli anni '30
servizio di Ramón Jacques FREE
CHICAGO (USA) - Civic Opera House. Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti K.588, opera buffa in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, che debuttò nel gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna, è tornata sul palcoscenico della Lyric Opera of Chicago otto anni dopo le sue ultime rappresentazioni qui nella stagione
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Dischi in Redazione
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Nisi e Ruggiero e... Schumann
recensione di Simone Tomei FREE
Robert Schumann: Lieder per soprano e pianoforte Angela Nisi soprano; Enrica Ruggiero pianoforte (Amadeus / Registrazione inedita, allegata al n. 414, aprile 2026) C’è qualcosa di felicemente controcorrente nel fatto che Amadeus, una delle riviste musicali più autorevoli d’Italia, scelga di dedicare la copertina
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