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Buon successo al Teatro del Giglio di Lucca per la fiaba messa in musica da Gioachino Rossini |
Ecco la Cenerentola dei giovani |
servizio di Simone Tomei |
| Pubblicato il 08 Dicembre 2025 |
LUCCA - È curioso come, nel mare magnum del repertorio rossiniano, ci siano opere che più di altre resistono al tempo non perché raccontano una storia nota, ma perché custodiscono una verità che continua a parlarci. La Cenerentola appartiene a questa categoria rara: non è solo una fiaba, non è soltanto un congegno teatrale fulmineo, né una tribuna per acrobazie vocali. È soprattutto un’opera sulla possibilità che la bontà sopravviva al mondo, sulla capacità di mantenersi fedeli a ciò che si è anche quando tutto intorno sembra complottare per costringerci a diventare altro. Per questo la scelta del Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" di Lucca di proporla come titolo inaugurale della stagione lirica 2025–2026 acquista un valore particolare: è come se il teatro aprisse il nuovo corso non con un semplice classico, ma con un manifesto etico e poetico, una dichiarazione di fiducia nella forza umana e teatrale di un capolavoro che, due secoli dopo, non ha smesso di interrogarci. Il M° Daniel Smith nelle sue note alla produzione scrive parole che sarebbe riduttivo definire “introduttive”: sono, piuttosto, una dichiarazione di poetica. «... per me La Cenerentola è, prima di tutto, un’opera sulla bontà che resiste.» È un’affermazione che, nella sua semplicità, contiene un universo. Angelina non è una figura astratta: è un carattere disarmante nella sua essenzialità, l’unico personaggio che, in un teatro di maschere e ipocrisie, non indossa alcun travestimento. Non ha titolo, non ha splendore, non ha potere. Ciò che possiede, la sua voce, la sua dolcezza, il suo perdono, sono strumenti più forti di ogni carrozza d’oro che Rossini deliberatamente rimuove dalla scena.

  
La scelta dell’eliminazione dell’apparato fiabesco è già una rivoluzione. Jacopo Ferretti (il librettista) non si limita a riscrivere una storia: la restituisce all’umano. E Rossini, che dell’umano conosceva gli slanci e le ombre, costruisce un teatro in cui il prodigio non viene dall’esterno ma da quella particolare tensione interiore che porta un’anima ferita a scegliere la generosità invece del rancore. La bontà qui non è un ornamento ma un atto di forza. Smith insiste su questa dialettica etica e musicale: il celebre crescendo rossiniano non è per lui una firma calligrafica ma una modalità di modulare il tempo, un’espansione del fiato drammaturgico che non serve a stupire ma a raccontare. In questo senso la sua direzione cerca una chiarezza che non è semplificazione ma onestà: «... chiarezza delle parole, dei rapporti, delle linee musicali.» Rossini non è mai puro virtuosismo, ci ricorda Smith, ma vertigine controllata, precisione millimetrica, teatro puro. E quando l’Orchestra della Toscana lo segue in questa prospettiva con le sue trasparenze, i suoi lampi, i suoi sorrisi timbrici, il teatro risuona di una leggerezza che non è vacuità ma profondità resa lieve dall’intelligenza.


La regia di Aldo Tarabella, ripresa da quella memorabile produzione del 2017, si innesta perfettamente in questo disegno. Ed è bello, quasi commovente, vedere come un progetto nato nel segno dell’amicizia artistica e dedicato allora al decennale della scomparsa di Lele Luzzati, torni oggi con nuova vita. Tarabella non è un regista che impone, è un regista che ascolta. Il suo teatro ha un passo umano, un rispetto profondo per la musica e per l’intelligenza scenica rossiniana. Nelle sue note scrive: «... Cenerentola è la favola di un giorno, ma soprattutto è l’opera dei travestimenti.» È un’osservazione che vale come chiave interpretativa dell’intero spettacolo. Se Il barbiere di Siviglia si fonda sul moto perpetuo, La Cenerentola vive invece sul continuo slittamento identitario: Dandini che gioca al principe, Ramiro che indossa l’abito del servo, Alidoro che appare come mendicante, le sorellastre che fingono gentilezza per puro interesse, Don Magnifico che si veste da patriarca senza esserlo. Tutti travestiti. E in mezzo una giovane che non ha bisogno di fingere. Tarabella fa di questo meccanismo una danza sotterranea: i personaggi scivolano attraverso le loro stesse maschere come in un gioco di specchi e il teatro diventa un luogo di continua metamorfosi, ora comica, ora malinconica, ora ferocemente lucida. E questa metamorfosi ha un corrispettivo visivo straordinario nelle scene di Enrico Musenich e nella mano pittorica di Elio Sanzogni, che rievocano con sapienza il mondo luzzatiano senza mai imitarlo. Luzzati non è più presente nei costumi affidati alla nuova sensibilità di Rosanna Monti, ma la sua ombra luminosa abita la scenografia come una radice poetica. È un mondo fatto di architetture che si trasformano, di castelli che paiono disegnati da una fantasia che non ha paura del gioco, di credenze lucchesi piene di segreti, di librerie che diventano carrozze, di armadi che si aprono come sipari. È un teatro d’arte, nel senso più autentico del termine: un teatro di oggetti che parlano. Rosanna Monti dal canto suo crea un universo di stoffe e colori che restituisce il sapore della fiaba senza cadere nel pastiche. Gli abiti sono mobili come i personaggi, sempre pronti a farsi specchio del loro desiderio di apparire e nascondere. C’è una cura raffinata nella scelta dei tessuti, una leggerezza che non svilisce, ma esalta il ritmo rossiniano. Le luci di Marco Minghetti, scolpite con rigore e sensibilità, disegnano spazi che respirano con la musica, modellano ombre che sembrano raccontare da sole la psicologia delle figure. Nel quintetto "Nel volto estatico" Minghetti trova una delle intuizioni più potenti: un taglio netto, una sospensione che congela il tempo scenico e diventa quasi una visione. E poi c’è la danza: laterale, accennata, preziosa. Le tre danzatrici Alice Lemmetti, Virginia Luisa Ricci ed Emma Teani, guidate dalla coreografa Giulia Menicucci, aprono e chiudono gli spazi, li abitano senza invaderli, li accarezzano. Creano una partitura fisica che sembra nascere direttamente dal pentagramma rossiniano: un gesto che commenta la musica, la amplifica, la svela. Il risultato finale è sorprendente: un’opera che vive su più livelli senza mai disperdersi; un teatro che abbraccia il comico, il drammatico, il morale, il poetico; un equilibrio miracoloso in cui tutto sembra naturale e inevitabile. E quando Tarabella conclude nelle sue note che «... tutti noi aspiriamo ad avere davanti casa una carrozza come quella di Cenerentola», non parla solo di un sogno infantile: parla della possibilità, fragile ma necessaria, di credere che in mezzo alle crudeltà quotidiane ci sia ancora spazio per la grazia. Il versante musicale della serata conferma la volontà del Teatro del Giglio di fare della Cenerentola non soltanto un laboratorio teatrale, ma un banco di prova per una nuova generazione di interpreti: il cast interamente composto da artisti under 35 selezionati nell’ambito del progetto triennale per giovani cantanti dedicato a Gioachino Rossini, promosso da Leone Magiera e dal Teatro Comunale di Ferrara, mostra con chiarezza ciò che significa essere giovani oggi sulla scena lirica: entusiasmo, determinazione, talento in crescita e, inevitabilmente, qualche tratto ancora da levigare. È proprio in questa miscela che risiede l’interesse dell’operazione perché i ruoli rossiniani non perdonano e chiedono preparazione, resistenza, lucidità tecnica e un senso dell’attorialità che si intreccia indissolubilmente con la parola musicale. Tutti i giovani interpreti affrontano la sfida con un impegno encomiabile e il loro lavoro merita di essere letto in quest’orizzonte formativo: le eccellenze apparse in scena convivono con piccole increspature che non sono difetti strutturali, ma passaggi naturali di un percorso di crescita artistica già avviato e per molti, particolarmente promettente. Alikhan Zeinolla, Don Ramiro, presenta una voce di buona pasta, non grande ma correttamente proiettata, capace di slanci acuti luminosi e generosi. Il materiale è interessante e lascia intravedere margini di crescita notevoli, ma si avverte la necessità di approfondire il fraseggio e di consolidare la pronuncia italiana, soprattutto nei passaggi più rapidi. Sul piano scenico qualche impaccio nel cantare in movimento tradisce una giovinezza ancora in fase di accomodamento: nulla che il tempo, il palcoscenico e la naturale acquisizione di sicurezza non possano affinare. Il timbro, tuttavia, resta piacevole, e la musicalità è già presente. Più solida l’impronta di Pasquale Greco come Dandini, cui Rossini affida una delle parti più brillanti ed al contempo insidiose dell'opera. La zona medio-grave della voce è la sua carta migliore: rotonda, ben timbrata, piena di armonici. Nella salita verso l’acuto si percepisce invece qualche tensione, con un vibrato talvolta generoso che sporca la linea e produce suoni meno centrati. Rimane però un interprete di temperamento, sempre presente in scena, capace di restituire lo spirito del personaggio con freschezza e slancio attoriale. Fra tutti, Gianluca Failla (Don Magnifico) si staglia con una marcia in più. La voce è interessante, ben governata, l’articolazione del testo è nitida, il controllo dei colori vocali notevole. Ma soprattutto possiede quel raro equilibrio fra cantante e attore che fa del Barone di Montefiascone un personaggio comico di sostanza, non una macchietta: le sue tre arie sono portate avanti con intelligenza, misura e un senso del tempo teatrale che denota una piena padronanza del ruolo. È l’interprete più completo del cast e lo si avverte a ogni apparizione.

Le due sorellastre, Ilaria Monteverdi (Clorinda) e Greta Carlino (Tisbe), funzionano come una coppia scenica vivacissima, coerente e stilisticamente centrata. Macchiette sì come vuole Jacopo Ferretti, il librettista, ma mai superficiali: entrano e cantano con accenti appropriati, con freschezza e spirito teatrale, inserendosi con precisione nel tessuto comico dell’opera senza perdere pulizia vocale. Giulia Alletto (Angelina) rappresenta forse il caso più delicato e stimolante da leggere in prospettiva. La sua prova rivela una musicalità evidente, una sincera partecipazione interpretativa e una linea melodica condotta con intelligenza: qualità preziose che rendono credibile l’azione scenica e testimoniano un impegno serio. Tuttavia proprio la vocalità, così come si presenta in questa occasione, solleva interrogativi non banali sulla piena pertinenza timbrica al ruolo rossiniano. La zona acuta risulta nitida, talvolta luminosa, mentre il grave e il centro - per estensione e cavata - non mostrano ancora quell’omogeneità e quella naturale imbrunitura che tradizionalmente caratterizzano una Cenerentola di scuola contraltile. Non si tratta di una mancanza di capacità: Alletto affronta con coraggio la coloratura e la musicalità sostiene l’intero arco del personaggio. Il punto è piuttosto un dubbio tecnico, non svalutante, sulla reale aderenza del suo profilo vocale al ruolo che oggi richiede mezzi più scuri e più “colati” nel centro. È possibile che la cantante, pur dotata di strumenti validi, sia destinata a trovare la sua collocazione ideale in un repertorio differente, oppure che un lavoro mirato sul sostegno e sulla zona centrale possa, con la maturazione, riallineare il timbro alle esigenze rossiniane. In ogni caso, la sua prova, pur con riserve, lascia intravedere un percorso in evoluzione e meritevole di attenzione. Di ben altra levatura, e già pienamente a fuoco, la prova di Valerio Morelli nel ruolo di Alidoro. La vocalità è rotonda, solida, ben proiettata; la parola scenica poggia su un’emissione tornita e disciplinata, riesce a costruire un Alidoro nobile, ieratico senza rigidità, luminoso senza enfasi: una presenza che governa la scena con autorevolezza e che aggiunge spessore all’equilibrio vocale dell’intera compagnia. Se i giovani portano l’energia, è la direzione del M° Daniel Smith a garantire la cornice in cui questa energia trova una forma. Smith guida l’Orchestra della Toscana con mano ferma e intelligente, costruendo un suono compatto, misurato, lucidissimo nei dettagli, brillante quando serve e riflessivo nei punti in cui Rossini chiede di far respirare la drammaturgia. È un Rossini limpido, asciutto, articolato con eleganza; non corre mai, non brucia i tempi e soprattutto ascolta. Ascolta i cantanti, li sostiene, li accoglie: il suo gesto include, non impone ed è questo che permette alla compagnia - con le sue virtù e con le sue fragilità - di trovare una quadratura musicale sempre coerente. Anche quando qualche imprecisione vocale o un’incertezza scenica rischiano di creare uno sfasamento, il direttore interviene con una naturalezza da vero teatro musicale, aggiustando il respiro dell’orchestra senza mai far percepire lo sforzo. L’Orchestra della Toscana risponde con precisione, con cura nelle agogiche, con un suono che mantiene trasparenza e leggerezza ma non rinuncia a un certo mordente nei momenti più teatrali. Gli archi sono compatti, i legni vivaci, gli ottoni controllati con attenzione. Rossini, si sa, vive nei dettagli e qui i dettagli emergono senza pesantezza. Una menzione a parte merita l’eccellente lavoro del M° Flavio Fiorini al fortepiano, presenza che in questa Cenerentola supera di gran lunga la pura funzione accompagnatoria in quanto non si limita a sostenere i recitativi bensì li commenta, li arricchisce, li punteggia con gusto e intelligenza costruendo un dialogo continuo tra scena e buca. Il suo tocco è elegante ma non lezioso, ironico quando serve, tenero quando la drammaturgia respira. È uno di quei casi in cui il fortepiano diventa un personaggio aggiunto, una presenza drammaturgica discreta ma fondamentale capace di orientare il ritmo teatrale con una mano che conosce alla perfezione i codici rossiniani. Il Coro Arché, preparato dal M° Nicoletta Cantini, svolge con buona efficacia il proprio ruolo: interventi puliti, ben preparati, perfettamente inseriti nel ritmo della produzione. In un’opera dove il coro non ha pagine particolarmente estese, la sobrietà e la precisione risultano le scelte più efficaci e qui sono ottenute con professionalità e senso teatrale. Teatro affollato e generoso in entusiaste ovazioni per tutti. (La recensione si riferisce alla recita di domenica 7 dicembre 2025)
Crediti fotografici: Beatrice Speranza per il Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" di Lucca Nella miniatura in alto: il regista Aldo Tarabella Sotto: la famiglia di Don Magnifico Al centro, in sequenza: Alikhan Zeinolla (Don Ramiro) e Pasquale Greco (Dandini); Ilaria Monteverdi (Clorinda) e Greta Carlino (Tisbe); Giulia Alletto (Angelina) e Gianluca Failla (Don Magnifico) Sotto, in sequenza: panoramiche su costumi e allestimento
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